Quando si passa alle vie legali non è mai buon segno. E’ vero che la litigiosità cresce un po’ ovunque. Ma è inutile addolcire la pillola: c’è un linguaggio demolitorio, un’aggressività dei toni unita, un vittimismo esasperato, un’implicita delegittimazione in alcune parole d’ordine che spinge le primarie in zona di pericolo. Sarebbe bene darsi una regolata. A meno che qualcuno non abbia davvero intenzione di provocare una rottura postuma. C’era un tempo in cui si diceva tutto il bene possibile delle primarie. Che avrebbero portato consensi ed entusiasmo, senza alcuna controindicazione. Le primarie sono un segno distintivo del Pd, della sua idea di democrazia e anche del suo desiderio di cambiamento del sistema politico: ma le primarie contengono rischi. E in talune occasione hanno prodotto sconfitte e lacerazioni. Bisogna dunque tenere la guardia alta. E mantenere un certo grado di coesione tra i competitori: la condivisione minima riguarda proprio la responsabilità dell’impresa.
Se oggi c’è tanta attenzione sulle primarie, questa è dovuta certamente al fatto che il Pd è il solo «partito» rimasto in campo. Crediamo che sia dovuta anche alla grande domanda di partecipazione, diffusa tra i cittadini di ogni orientamento. Questa è indubbiamente una grande opportunità per il centrosinistra. Ma è anche la leva per operazioni ostili al Pd. Non c’è dubbio che tanti soggetti esterni oggi progettano incursioni (anche solo mediatiche) per allargare le divisioni interne fino a decretare una incompatibilità politica. Condividere la responsabilità dell’impresa vuol dire condurre la sfida senza introdurre tossine tali da trasformare l’avversario interno in avversario integrale. Vuol dire sfruttare la simpatia esterna senza assecondare il disegno di chi, non potendo più sperare in una rivitalizzazione del centrodestra prima delle elezioni, scommette tutto su una scomposizione del Pd (dopo le primarie, o dopo le successive secondarie).
La questione riguarda il destino stesso del Pd. Va oltre le primarie di oggi, e va anche oltre Bersani e Renzi. Attenzione: le primarie sono state concepite dal segretario del Pd come una prova di coraggio e di umiltà verso una società inquieta e delusa, che chiedeva al maggior partito e al suo gruppo dirigente di rimettersi in discussione, di rischiare. Non tutti erano convinti che le primarie fossero la strada giusta. Ma tutti sapevano bene che il Pd doveva lanciare un segnale coerente con quella «riscossa civica» che sta chiedendo al Paese. Il problema è l’entità del rischio. Non si rischia solo una sconfitta. La politica è fatta di vittorie e di sconfitte, e anche chi sta all’opposizione è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità verso il Paese.
Nel rischio, stavolta, c’è il futuro del Pd. Che è sopravvissuto a tre sconfitte elettorali (caso unico nella storia repubblicana per un partito nato da una fusione). Ma che ora deve riuscire a mantenere la propria unità nella previsione di una possibile vittoria. Rompere il Pd sarebbe semplicemente un delitto. Non è vero che la sinistra si libererebbe di un equivoco e i liberal acquisterebbero una centralità fin qui negata. È vero invece che salterebbe in aria la sola robusta alternativa al fallimento della destra italiana e dei conservatori europei. E sarebbero più deboli, molto più deboli sia le ragioni della sinistra che quelle dei cattolici democratici e di chi pensa che in Europa sia giunto il tempo di una svolta. Brinderebbero i soliti noti: quelli che applaudono Grillo come hanno applaudito Berlusconi, e che magari sperano che dalle primarie del Pd esca banalmente la conferma del «governo tecnico».
L’Unità 24.10.12
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"La crisi dei tecnici. Quando lo spread comincia in classe", di Marco Alfieri
«Uscivi dal Pacati e avevi un posto di lavoro. Per decenni è stata fucina di tecnici e periti», ricorda con la dignità del Prof di provincia Francesco Moioli, ex preside in pensione. L’istituto nasce a Clusone negli Anni Sessanta quando i comuni della Val Seriana si consorziano per creare una scuola orientata alle professioni. Il territorio è in espansione e le ditte bergamasche finanziano i laboratori.
Con il tempo si aggiungono corsi di elettronica, informatica e tessile-moda, per soddisfare la domanda di aziende come Radici e Zambaiti. Nel 2000 la scuola tocca il record di 640 studenti, ma è l’inizio della fine: esplodono altri indirizzi, va in crisi il tessile che delocalizza e nelle famiglie cresce la mania del liceo. Nel 2010 gli alunni scendono sotto i 400. L’anno dopo il Pacati viene assorbito dall’Istituto Fantoni che comprende liceo scientifico, geometri e ragionieri. Addio specializzazione di una volta. Nel mitico Nordest l’Itis Galilei di Conegliano Veneto ha fornito per decenni quadri e tecnici alla Zoppas. Negli anni d’oro l’azienda che ha inventato la «stovella» occupava quattromila operai, stipendi buoni e Golf Gti. «Oggi usiamo le rette per riparare i laboratori», allarga le braccia il dirigente scolastico Aldo Tonet. «Le iscrizioni crescono, le famiglie tornano a scommettere sui mestieri, ma lo Stato non ha soldi».
A Bologna invece «si faceva la fila all’alba davanti all’Istituto tecnico Aldini Valeriani. Trent’anni fa c’era il numero chiuso», sorride il preside Salvatore Grillo. «Ogni due anni arrivavano 150 milioni per i laboratori, dal 2007 invece più nulla». Eppure i ragazzi del Valeriani sono diventati imprenditori di successo nel distretto del «packaging» e nella «motor valley» conosciuta nel mondo.«L’Italia è un Paese cresciuto grazie a geometri e periti industriali», s’inorgoglisce Grillo.
Se prendiamo le tabelle Istat, storicamente quando crescono le iscrizioni agli istituti tecnici (il record nel 1990 con 1,3 milioni di studenti) aumenta il Pil nazionale e viceversa (il Paese è fermo da 15 anni e le iscrizioni sono crollate alle 900 mila del 2010). Solo un caso?
Tra gli spread italiani quello sulla scuola è il meno raccontato. «I 30 punti di competitività persi in 15 anni sulla Germania nascono anche in aula: formazione e mondo del lavoro restano entità separate», spiega Gianfelice Rocca, presidente di Techint, curatore insieme all’associazione Treellle della ricerca «I numeri da cambiare» sui deficit della scuola italiana: una primaria priva di selezione per insegnanti e presidi; le medie buco nero; i pochi investimenti sull’università (1% del Pil contro 1,4 di media Ue) ma soprattutto la debolezza della seconda «gamba» professionalizzante, la vera forza della Germania dove il 14% dei giovani consegue diplomi su mestieri richiesti dalle imprese (in Italia 0,5%). Gaffe o meno del ministro Fornero, da qui bisogna partire.
In passato non era così. «Negli anni del boom c’erano imprenditori alla guida degli istituti tecnici», ricorda Claudio Gentili di Confindustria. Non c’era pregiudizio artigiano. «È con gli Anni Settanta che nella scuola secondaria prevale il modello dello studio teorico», trasformando in senso comune l’idea che la cultura sia solo quella umanistica e il sapere tecnico serie B.
«In realtà, grazie all’esplosione dei diplomi nel periodo 1985-1998, l’Italia si è allineata agli standard Ue sulla scolarità secondaria: 85 giovani su 100 hanno conseguito un diploma o una qualifica contro una media Ocse dell’80%», spiega Carlo Barone, ricercatore all’università di Trento, autore del saggio «La trappola della meritocrazia» (Il Mulino). «Il mercato del lavoro non ha bisogno di più diplomati», destinati ad avvitarsi nella spirale liceo-laurea debole-disoccupazione, «bensì di giovani capaci di svolgere con professionalità i lavori manuali».
«I ragazzi e le famiglie chiedono i licei; il mercato del lavoro anche in tempi di crisi tecnici di laboratorio, informatici, progettisti elettronici e meccanici, responsabili di produzione», calcolano da Unioncamere. Solo nel 2009 c’è stato un gap di 84.269 diplomati tecnici, nel 2010 di 109.826, nel 2011 di 99.500. Paradossale, con una disoccupazione under 24 arrivata al 36,2%. Gli esperti di scuola lo chiamano «strabismo italiano». Negli ultimi 20 anni per competere le Pmi hanno aumentato dal 12 al 22% la quota di tecnici sul totale occupati, contemporaneamente sui banchi di scuola è avvenuto il sorpasso dei licei su Itis e professionali (nel 1990 il 46,6% degli iscritti alle secondarie frequenta le tecniche e il 31,3% i licei; nel 2010 la percentuale si è rovesciata: 41,5 a 33,5%). Il rischio è disperdere quel patrimonio di manualità che fece la fortuna dei distretti.
In Germania la formazione professionale è più valorizzata. Prevede l’alternanza di lezioni in classe, laboratori e tirocini in azienda. In Italia è ancora vista «come un vicolo cieco per studenti svantaggiati e tutti i rami delle superiori (licei, tecnici, professionali) offrono percorsi poco professionalizzanti continua Barone -, privilegiando una formazione generalista che non chiuda le porte dell’università, anche se poi questo sistema “aperto” scatena una feroce selezione informale tramite bocciature e abbandoni».
Qualcosa si è mosso con la nascita dei percorsi triennali di Istruzione e formazione professionale (Ifp), gli eredi dei corsi regionali di formazione. Nel 2008 il 6,5% dei 14-17enni frequentava un Ifp. «Un dato in crescita, peccato che le Regioni non abbiano soldi da investire…».
La Stampa 24.10.12
"La crisi dei tecnici. Quando lo spread comincia in classe", di Marco Alfieri
«Uscivi dal Pacati e avevi un posto di lavoro. Per decenni è stata fucina di tecnici e periti», ricorda con la dignità del Prof di provincia Francesco Moioli, ex preside in pensione. L’istituto nasce a Clusone negli Anni Sessanta quando i comuni della Val Seriana si consorziano per creare una scuola orientata alle professioni. Il territorio è in espansione e le ditte bergamasche finanziano i laboratori.
Con il tempo si aggiungono corsi di elettronica, informatica e tessile-moda, per soddisfare la domanda di aziende come Radici e Zambaiti. Nel 2000 la scuola tocca il record di 640 studenti, ma è l’inizio della fine: esplodono altri indirizzi, va in crisi il tessile che delocalizza e nelle famiglie cresce la mania del liceo. Nel 2010 gli alunni scendono sotto i 400. L’anno dopo il Pacati viene assorbito dall’Istituto Fantoni che comprende liceo scientifico, geometri e ragionieri. Addio specializzazione di una volta. Nel mitico Nordest l’Itis Galilei di Conegliano Veneto ha fornito per decenni quadri e tecnici alla Zoppas. Negli anni d’oro l’azienda che ha inventato la «stovella» occupava quattromila operai, stipendi buoni e Golf Gti. «Oggi usiamo le rette per riparare i laboratori», allarga le braccia il dirigente scolastico Aldo Tonet. «Le iscrizioni crescono, le famiglie tornano a scommettere sui mestieri, ma lo Stato non ha soldi».
A Bologna invece «si faceva la fila all’alba davanti all’Istituto tecnico Aldini Valeriani. Trent’anni fa c’era il numero chiuso», sorride il preside Salvatore Grillo. «Ogni due anni arrivavano 150 milioni per i laboratori, dal 2007 invece più nulla». Eppure i ragazzi del Valeriani sono diventati imprenditori di successo nel distretto del «packaging» e nella «motor valley» conosciuta nel mondo.«L’Italia è un Paese cresciuto grazie a geometri e periti industriali», s’inorgoglisce Grillo.
Se prendiamo le tabelle Istat, storicamente quando crescono le iscrizioni agli istituti tecnici (il record nel 1990 con 1,3 milioni di studenti) aumenta il Pil nazionale e viceversa (il Paese è fermo da 15 anni e le iscrizioni sono crollate alle 900 mila del 2010). Solo un caso?
Tra gli spread italiani quello sulla scuola è il meno raccontato. «I 30 punti di competitività persi in 15 anni sulla Germania nascono anche in aula: formazione e mondo del lavoro restano entità separate», spiega Gianfelice Rocca, presidente di Techint, curatore insieme all’associazione Treellle della ricerca «I numeri da cambiare» sui deficit della scuola italiana: una primaria priva di selezione per insegnanti e presidi; le medie buco nero; i pochi investimenti sull’università (1% del Pil contro 1,4 di media Ue) ma soprattutto la debolezza della seconda «gamba» professionalizzante, la vera forza della Germania dove il 14% dei giovani consegue diplomi su mestieri richiesti dalle imprese (in Italia 0,5%). Gaffe o meno del ministro Fornero, da qui bisogna partire.
In passato non era così. «Negli anni del boom c’erano imprenditori alla guida degli istituti tecnici», ricorda Claudio Gentili di Confindustria. Non c’era pregiudizio artigiano. «È con gli Anni Settanta che nella scuola secondaria prevale il modello dello studio teorico», trasformando in senso comune l’idea che la cultura sia solo quella umanistica e il sapere tecnico serie B.
«In realtà, grazie all’esplosione dei diplomi nel periodo 1985-1998, l’Italia si è allineata agli standard Ue sulla scolarità secondaria: 85 giovani su 100 hanno conseguito un diploma o una qualifica contro una media Ocse dell’80%», spiega Carlo Barone, ricercatore all’università di Trento, autore del saggio «La trappola della meritocrazia» (Il Mulino). «Il mercato del lavoro non ha bisogno di più diplomati», destinati ad avvitarsi nella spirale liceo-laurea debole-disoccupazione, «bensì di giovani capaci di svolgere con professionalità i lavori manuali».
«I ragazzi e le famiglie chiedono i licei; il mercato del lavoro anche in tempi di crisi tecnici di laboratorio, informatici, progettisti elettronici e meccanici, responsabili di produzione», calcolano da Unioncamere. Solo nel 2009 c’è stato un gap di 84.269 diplomati tecnici, nel 2010 di 109.826, nel 2011 di 99.500. Paradossale, con una disoccupazione under 24 arrivata al 36,2%. Gli esperti di scuola lo chiamano «strabismo italiano». Negli ultimi 20 anni per competere le Pmi hanno aumentato dal 12 al 22% la quota di tecnici sul totale occupati, contemporaneamente sui banchi di scuola è avvenuto il sorpasso dei licei su Itis e professionali (nel 1990 il 46,6% degli iscritti alle secondarie frequenta le tecniche e il 31,3% i licei; nel 2010 la percentuale si è rovesciata: 41,5 a 33,5%). Il rischio è disperdere quel patrimonio di manualità che fece la fortuna dei distretti.
In Germania la formazione professionale è più valorizzata. Prevede l’alternanza di lezioni in classe, laboratori e tirocini in azienda. In Italia è ancora vista «come un vicolo cieco per studenti svantaggiati e tutti i rami delle superiori (licei, tecnici, professionali) offrono percorsi poco professionalizzanti continua Barone -, privilegiando una formazione generalista che non chiuda le porte dell’università, anche se poi questo sistema “aperto” scatena una feroce selezione informale tramite bocciature e abbandoni».
Qualcosa si è mosso con la nascita dei percorsi triennali di Istruzione e formazione professionale (Ifp), gli eredi dei corsi regionali di formazione. Nel 2008 il 6,5% dei 14-17enni frequentava un Ifp. «Un dato in crescita, peccato che le Regioni non abbiano soldi da investire…».
La Stampa 24.10.12
"L'Aquila, il verbale dello scandalo", di Stefania Maurizi
I sei esperti non sono stati condannati per «non aver previsto il terremoto» ma perché la Commissione Grandi Rischi, strafinanziata da Bertolaso e guidata da Boschi, liquidò in meno di un’ora quello stava accadendo in Abruzzo senza alcuna analisi scientifica. Ripubblichiamo questo pezzo del 2009 alla luce della condanna degli esperti a sei anni per aver dato ai residenti avvertimenti insufficienti sul rischio sismico.
Nella comunità scientifica, la tragedia abruzzese ha riaperto una ferita: quella della prevenzione. Nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto. Ma scossa dopo scossa, tornano in discussione vecchi dubbi, che riguardano l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, da 26 anni regno di Enzo Boschi. Una struttura unica nel mondo della ricerca italiana. Mille dipendenti tra precari e stabilizzati, fondi per 94 milioni nel 2008, Boschi e la sua creatura sono riusciti a sopravvivere a tutti i terremoti italiani, quelli reali e quelli politici.
L’Ingv è l’unico ente di ricerca che ha assunto un ruolo strategico nella vita del paese grazie alla convenzione con la Protezione civile. Senza questo legame, ammette lo stesso Boschi, sarebbe stato condannato all’estinzione: “Negli anni ’80”, racconta a ‘L’espresso’, “era un ente di sole ottanta persone”. Ma la convenzione per ‘la sorveglianza sismica e vulcanica’ è uno strumento efficace per fronteggiare le catastrofi?
Il servizio di monitoraggio dell’Ingv è considerato ottimo: con 400 stazioni e una vigilanza 24 ore su 24, ha portato l’Italia tra i paesi all’avanguardia. Basta ricordare la situazione al tempo dell’Irpinia. “Allora la rete era semi-inesistente”, ricorda Franco Barberi, vicepresidente della Commissione grandi rischi della Protezione civile: “ci vollero 3 giorni per avere le coordinate dell’epicentro, tanto che, non conoscendo con esattezza l’area colpita, i soccorsi venivano fermati nei paesi meno danneggiati”. Da allora progressi e investimenti non sono mancati: dei 21,5 milioni versati ogni anno da Bertolaso all’ente di Boschi ben 15 vengono assorbiti da questa rete.
I dati così raccolti vengono valutati dalla Commissione grandi rischi della Protezione civile, che esprime il parere consultivo sull’allerta. Si è riunita il 31 marzo: sei giorni prima della scossa che ha ucciso quasi 300 persone. Lì siedono, tra gli altri, Boschi, Claudio Eva, Giulio Selvaggi e Gian Michele Calvi: le massime intelligenze dell’Ingv. Sul tavolo ci sono i dati sullo sciame che da gennaio tormenta l’Abruzzo ma la riunione dura un’ora: dalle 18.30 alle 19.30. ‘L’espresso’ ha letto il verbale: è un documento puramente descrittivo. Non riporta valutazioni tecniche, né l’analisi scientifica delle scosse. “Boschi spiega che… la semplice osservazione di piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore (di una grande scossa, ndr)”. E ancora: “Barberi conclude che non c’è motivo per cui si possa dire che una sequenza di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento”. La linea dell’Istituto è sempre stata chiara: la previsione è impossibile. Boschi lo ribadisce a ‘L’espresso’: “Dobbiamo solo fare quello che in gergo si chiama early warning”. Una posizione che venne contestata nel 2002, dopo la scossa di San Giuliano, dall’allora presidente della Società Geologica Italiana, Uberto Crescenti: “Non è possibile affidare solo alla sismologia il compito di difendere il paese: non riusciranno mai a interpretare i dati, perché gli manca la conoscenza della storia geologica del territorio”.
In 26 anni, questa è stata l’unica sfida ufficiale a Boschi, allievo di Antonino Zichichi e di quella scuola di scienziati che non disprezzano l’abbraccio con la politica. Nell’estate 2008 la sua stagione sembrava finita. Ma ecco che a fine luglio arriva la proroga, rinnovata a gennaio dal ministro Gelmini, con indennità annuale di 125 mila euro. E con la Gelmini, Boschi arriva a solidarizzare in modo totale: “Ha fatto l’esame da avvocato a Reggio Calabria perché era più facile? L’avrei fatto anch’io”, dichiara alla ‘Stampa’ nel settembre scorso: “Anch’io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarlo.
da l’Espresso 24.10.12
"L'Aquila, il verbale dello scandalo", di Stefania Maurizi
I sei esperti non sono stati condannati per «non aver previsto il terremoto» ma perché la Commissione Grandi Rischi, strafinanziata da Bertolaso e guidata da Boschi, liquidò in meno di un’ora quello stava accadendo in Abruzzo senza alcuna analisi scientifica. Ripubblichiamo questo pezzo del 2009 alla luce della condanna degli esperti a sei anni per aver dato ai residenti avvertimenti insufficienti sul rischio sismico.
Nella comunità scientifica, la tragedia abruzzese ha riaperto una ferita: quella della prevenzione. Nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto. Ma scossa dopo scossa, tornano in discussione vecchi dubbi, che riguardano l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, da 26 anni regno di Enzo Boschi. Una struttura unica nel mondo della ricerca italiana. Mille dipendenti tra precari e stabilizzati, fondi per 94 milioni nel 2008, Boschi e la sua creatura sono riusciti a sopravvivere a tutti i terremoti italiani, quelli reali e quelli politici.
L’Ingv è l’unico ente di ricerca che ha assunto un ruolo strategico nella vita del paese grazie alla convenzione con la Protezione civile. Senza questo legame, ammette lo stesso Boschi, sarebbe stato condannato all’estinzione: “Negli anni ’80”, racconta a ‘L’espresso’, “era un ente di sole ottanta persone”. Ma la convenzione per ‘la sorveglianza sismica e vulcanica’ è uno strumento efficace per fronteggiare le catastrofi?
Il servizio di monitoraggio dell’Ingv è considerato ottimo: con 400 stazioni e una vigilanza 24 ore su 24, ha portato l’Italia tra i paesi all’avanguardia. Basta ricordare la situazione al tempo dell’Irpinia. “Allora la rete era semi-inesistente”, ricorda Franco Barberi, vicepresidente della Commissione grandi rischi della Protezione civile: “ci vollero 3 giorni per avere le coordinate dell’epicentro, tanto che, non conoscendo con esattezza l’area colpita, i soccorsi venivano fermati nei paesi meno danneggiati”. Da allora progressi e investimenti non sono mancati: dei 21,5 milioni versati ogni anno da Bertolaso all’ente di Boschi ben 15 vengono assorbiti da questa rete.
I dati così raccolti vengono valutati dalla Commissione grandi rischi della Protezione civile, che esprime il parere consultivo sull’allerta. Si è riunita il 31 marzo: sei giorni prima della scossa che ha ucciso quasi 300 persone. Lì siedono, tra gli altri, Boschi, Claudio Eva, Giulio Selvaggi e Gian Michele Calvi: le massime intelligenze dell’Ingv. Sul tavolo ci sono i dati sullo sciame che da gennaio tormenta l’Abruzzo ma la riunione dura un’ora: dalle 18.30 alle 19.30. ‘L’espresso’ ha letto il verbale: è un documento puramente descrittivo. Non riporta valutazioni tecniche, né l’analisi scientifica delle scosse. “Boschi spiega che… la semplice osservazione di piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore (di una grande scossa, ndr)”. E ancora: “Barberi conclude che non c’è motivo per cui si possa dire che una sequenza di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento”. La linea dell’Istituto è sempre stata chiara: la previsione è impossibile. Boschi lo ribadisce a ‘L’espresso’: “Dobbiamo solo fare quello che in gergo si chiama early warning”. Una posizione che venne contestata nel 2002, dopo la scossa di San Giuliano, dall’allora presidente della Società Geologica Italiana, Uberto Crescenti: “Non è possibile affidare solo alla sismologia il compito di difendere il paese: non riusciranno mai a interpretare i dati, perché gli manca la conoscenza della storia geologica del territorio”.
In 26 anni, questa è stata l’unica sfida ufficiale a Boschi, allievo di Antonino Zichichi e di quella scuola di scienziati che non disprezzano l’abbraccio con la politica. Nell’estate 2008 la sua stagione sembrava finita. Ma ecco che a fine luglio arriva la proroga, rinnovata a gennaio dal ministro Gelmini, con indennità annuale di 125 mila euro. E con la Gelmini, Boschi arriva a solidarizzare in modo totale: “Ha fatto l’esame da avvocato a Reggio Calabria perché era più facile? L’avrei fatto anch’io”, dichiara alla ‘Stampa’ nel settembre scorso: “Anch’io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarlo.
da l’Espresso 24.10.12
Bersani: «Le regole delle primarie non le ho fatte da solo», di Valentina Longo
Le regole per le primarie «sono regole che abbiamo deliberato all’unanimità. Adesso ci sono i garanti che devono farle rispettare: le regole non le ho fatte io, sono in mano ai garanti ». La risposta all’attacco per le vie legali sulle regole sferrato dal comitato per Renzi arriva in serata, quando il Pier Luigi Bersani sta per dare il via alla conferenza stampa insieme al presidente della Spd, Sigmar Gabriel, in visita a Roma fino a domani quando incontrerà Mario Monti. Già prima Roberto Speranza aveva chiarito che la trasparenza è il « valore irrinunciabile», per dare «forza alla partecipazione. Chi va a votare alle primarie – dice il coordinatore della campagna di Bersani – contribuisce a una scelta decisiva per l’Italia e per il centrosinistra», precisazione necessaria, «visto il ricorso presentato dal comitato per Renzi».
Ma l’appuntamento all’hotel Nazionale non lascia altro spazio alle polemiche sulle primarie. Il leader democratico riparte dal lavoro fatto in quest’ultimo anno con Gabriel e gli altri leader progressisti, quello che li portò a firmare il 17 marzo scorso il Manifesto di Parigi, quell’accordo per una nuova a cooperazione rafforzata tra forze europrogressiste intitolato Un nuovo Rinascimento per l’Europa.
In ballo c’è ancora quel progetto caro agli europrogressisti che, dichiara Bersani, «sono impegnati a costrui- re un’agenda nuova» necessaria perché l’Europa si è trovata impreparata davanti alla crisi finanziaria, «perché in questi anni ha perso la sua materia prima fondamentale: la solidarietà e il comune progetto europeo ». Colpa, sottolinea il leader dei democratici, dei lunghi anni di prevalente governo delle destre, durante i quali si è diffusa l’idea che «qualcuno si salva da solo». C’è di nuovo un’idea comune, il progetto di lavorare «a una diversa piattaforma che renda stringente le discipline di finanza pubblica, ma che adotti misure efficaci per sostenere gli investimenti, per dare lavoro, per regolare la finanza, per mettere in moto positivamente un’uscita dalla crisi».
Si riparte da Parigi, quindi, dove domani pomeriggio Bersani sarà ricevuto all’Eliseo da François Hollande, sei mesi dopo che il leader Ps è diventato presidente. Oggi sembra che si possa confermare quanto lo stesso leader democratico disse dopo il primo turno del voto francese, immaginando che l’imminente tornata elettorale europea avrebbe cambiato il panorama. «Se veramente gli equilibri verranno stravolti noi ci attrezziamo a prendere quel vento e a interpretarlo». Quel momento è arrivato.
da Europa Quotidiano 24.10.12
“Non si può processare la scienza” La rivolta globale dei super esperti, di Elena Dusi
«Siamo nel Paese di Galileo, certe cose non cambiano mai». L’intervento a gamba tesa di Michael Halpern basterebbe da solo a spiegare come la scossa della condanna si è propagata con tutta la sua veemenza nella comunità scientifica mondiale. Halpern pubblica il suo giudizio a nome della Union of Concerned Scientists, storica ong fondata al Mit di Boston che oggi comprende 400mila fra scienziati e cittadini. Ma il suo attacco contro «una decisione assurda e pericolosa» è condiviso dalla maggior parte degli esperti stranieri, di sismologia ma non solo. «Dopo l’episodio italiano gli scienziati non vorranno più collaborare con le autorità civili » è la facile previsione dell’American Geophysical Union. A giugno 2010 Alan Leshner, segretario dell’influente American Association for the Advancement of Science, aveva scritto direttamente al presidente Giorgio Napolitano per protestare contro le «accuse sleali e naif» rivolte ai membri della Grandi Rischi. Il documento chiedeva al capo dello Stato di «esercitare i poteri inerenti alla sua carica» e si chiudeva con le firme di 5mila scienziati.
Se un difetto di comunicazione c’è stato alla vigilia del sisma del 2009, lo stesso però sta avvenendo all’indomani della sentenza. “Carcere per i sette che non hanno avvertito del sisma” è il titolo delnNew York Times, che come la maggior parte dei giornali stranieri punta la sua attenzione sull’incapacità di prevedere la scossa del 6 aprile. La telefonata di Bertolaso, la riunione “di facciata” del 31 marzo, il consiglio di “berci sopra un bicchiere di vino” e il verbale compilato solo successivamente sono dettagli che compaiono solo in pochi resoconti dall’estero.
«Sono furioso per come la stampa sta seguendo il caso» conferma David Ropeik, esperto di valutazione del rischio di Harvard. «Comunicare con il pubblico è essenziale nella gestione dei rischi, e all’Aquila ci sono state défaillance gravi. Non dobbiamo far finta che il problema sia stato la mancata previsione. La gente chiede agli scienziati di essere protetta dai pericoli. Questo non è avvenuto e il processo si è trasformato in una sorta di vendetta. Le conseguenze si faranno sentire: screditare la scienza lascia sempre campo aperto ai ciarlatani». Su una linea di pensiero simile è Edwin Cartlidge, il giornalista che ha seguito la vicenda per Science: «La mia prima reazione alla notizia del processo è stata di sorpresa. Come è possibile accusare dei sismologi di non aver previsto un terremoto? Ma leggendo meglio i capi di imputazione ho capito che la vicenda era molto più complessa di così».
Che la sentenza avrà ripercussioni negative sul rapporto fra scienza e società è una conclusione condivisa da tutti. «Cosa succederebbe se domani il Vesuvio dovesse dare segnali di risveglio? Sappiamo che ci vogliono due settimane per evacuare Napoli, ma nessuno avrebbe il coraggio di lanciare l’allarme con tanto anticipo per paura di doverne subire le conseguenze», immagina Dave Rothery dell’inglese Open University. E David Spiegelhalter, matematico di Cambridge che insegna proprio “Comprensione pubblica dei rischi”, propone l’immunità giudiziaria per gli scienziati coinvolti in settori come il pericolo di terremoti: «Comunicare l’incertezza è difficile, e probabilmente all’Aquila è stato fatto male. Ma gli scienziati che svolgono questo lavoro dovrebbero esigere un’immunità legale ».
Le parole forse più dure contro il Paese che processò Galileo arrivano dall’editoriale di
Nature, con Science la rivista scientifica più importante del mondo: «La scienza non ha molta influenza sulla politica italiana e il processo si è svolto in un silenzio da parte dell’opinione pubblica che sarebbe stato impensabile in altri paesi europei o negli Stati Uniti. Il giudice che ha emesso la sentenza dovrà spiegarci al più presto i motivi della sua decisione. E la comunità scientifica dovrà essere pronta a contestarli immediatamente».
David Ropeik, Harvard University
Dave Rothery, Open University
David Spiegelhalter, Cambridge University
Michael Halpern, Union of Concerned Scientists
la Repubblica 24.10.12
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La rivolta della scienza raffica di dimissioni”, di GIUSEPPE CAPORALE e CORRADO ZUNINO
La comunità scientifica è in rivolta: il giorno dopo la condanna a sei anni per omicidio colposo dei sette esperti della commissione Grandi Rischi per il terremoto a L’Aquila si è dimesso l’intero ufficio di presidenza. «Non c’è più la serenità per lavorare », dice il fisico Luciano Maiani. Lascia anche il direttore del servizio sismico della Protezione civile. «Sembra una caccia all’untore». Ed è allarme: «Rischiamo la paralisi, si tornerà indietro di vent’anni». Anche gli scienziati americani si scagliano contro la sentenza: «Assurda e pericolosa», dicono. La Protezione civile italiana si sgretola, una dimissione dopo l’altra. È l’effetto della sentenza dell’Aquila, che ha condannato (a sei anni per omicidio colposo plurimo) cinque scienziati e due funzionari della Protezione civile, rei di aver offerto informazioni falsamente tranquillizzanti alla popolazione aquilana prima del terremoto. Il mondo scientifico italiano teme che non si possa più lavorare senza rischiare con la magistratura e ieri, all’ora di pranzo, l’Ufficio di presidenza della commissione Grandi rischi ha rassegnato le dimissioni nelle mani del premier Mario Monti. Sono il fisico Luciano Maiani, già presidente del Cnr, il presidente emerito Giuseppe Zamberletti, fondatoree della Protezione civile italiana, e il vicepresidente Mauro Rosi, direttore di Scienze della terra all’Università di Pisa. Il professor Majani, duro subito dopo la sentenza, ribadisce: «La situazione creata è incompatibile con un sereno ed efficace svolgimento dei compiti della commissione ». E ha ricordato tutte le difficoltà riscontrate dalla sua commissione — con il governo, con i sindaci dell’Emilia — nei dieci mesi di attività: «Non siamo tutelati, i grandi rischi li corriamo noi».
Dopo l’addio all’Ispra di Bernardo De Bernardinis, braccio destro di Guido Bertolaso condannato a sei anni, anche il professor Mauro Dolce ha presentato le dimissioni da direttore dell’Ufficio rischio sismico. Dovranno farlo anche gli altri cinque condannati (fra loro Franco Barberi ed Enzo Boschi), tutti interdetti dai pubblici uffici. È pronto a fermarsi Nicola Casagli, dell’Università di Firenze (sta lavorando alla rimozione della Costa Concordia). In tutto, sono 58 i membri della Commissione. La Protezione civile sta precipitando nel caos. Il prefetto Franco Gabrielli ha scritto: «Rischiamo la paralisi delle attività di previsione e prevenzione e di regredire a oltre vent’anni fa, quando la Protezione civile era solo soccorso e assistenza». I meteorologi che lavorano in via Vitorchiano hanno già detto che indicheranno sempre la portata massima di pioggia prevista, trasferendo responsabilità e costi sui sindaci. Gabrielli chiede «alle istituzioni del paese» di «restituire serenità ed efficienza all’intero sistema nello svolgimento delle proprie attività».
La Procura dell’Aquila esprime sconcerto e rammarico. «Non abbiamo processato la scienza italiana e i suoi luminari, ma pubblici funzionari che non hanno fatto il loro dovere».
La Repubblica 24.10.12
