«Il pericolo è scongiurato, però adesso in Parlamento con tutte le forze politiche bisogna trovare l’alternativa per reperire i 183 milioni di euro per il 2013. Si toglieranno quelle spese che danno fastidio al nostro sistema». Così il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, ai microfoni di Agorà, ha confermato il dietrofront del governo sulla decisione di incrementare da 18 a 24 ore settimanali l’orario di lavoro per i docenti delle scuole medie e superiori. Per il sottosegretario, anche l’ipotesi di portare le ore a 21 anziché 24 «è stata esclusa con una nota ufficiale del ministero». Rossi Doria ha precisato che i fondi richiesti alla scuola dalla legge di stabilità verranno reperiti senza toccare il capitolo ‘personale’: «La ratio di questo cambiamento annunciato dal governo e dal Ministro va nella direzione di non toccare le questioni riguardanti l’organico».
PD, PDL E UDC: EMENDAMENTO CONTRO LE 24 ORE
«Dopo aver condiviso la relazione della presidente Ghizzoni alla legge di Stabilità, stiamo predisponendo un emendamento per abrogare la norma che prevede l’aumento dell’orario, da 18 a 24 ore, delle lezioni frontali per gli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado». Lo annunciano le deputate della Commissione Cultura della Camera Maria Coscia (Pd), Elena Centemero (Pdl) e Luisa Santolini (Udc) che aggiungono: «in accordo con il governo e i colleghi della Commissione Bilancio stiamo cercando le necessarie coperture finanziarie. Ci auguriamo che su questo emendamento ci sia la convergenza anche dei colleghi dell’opposizione affinché – concludono Coscia, Centemero e Santolini – possa diventare un atto unitario di tutta la Commissione».
«Apprezzo il dietrofront del Governo sulla norma che incrementa di 6 ore settimanali il lavoro dei docenti, ma, ancora oggi, ci troviamo a lavorare su un testo che è quello consegnatoci dal Consiglio dei ministri, pertanto proseguiremo il nostro lavoro in commissione per scongiurare ogni ripensamento da parte dell`esecutivo», commenta Manuela Ghizzoni, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera e relatrice del ddl stabilità. «La norma , se applicata, avrà effetti peggiorativi non solo sulla qualità della didattica, ma anche sui livelli occupazionali».
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"L’ultima (?) puntata della Silvionovela", di Massimo Gramellini
L’Italia è sempre il Paese che ama. Solo che adesso ha deciso di amarla in modo diverso. Non più da giocatore ma da allenatore, la sua passione fin dai tempi dell’Edilnord. Fra il discorso della discesa in campo e quello del passo indietro sono passati diciotto anni. Siamo tutti più anziani, anche lui, più spelacchiati e più poveri, tranne lui. Diciotto anni e la stessa metafora calcistica. Allora «scendeva in campo per costruire il nuovo miracolo italiano». Oggi si accontenta di «rimanere al fianco dei più giovani che devono giocare e fare gol». Vista dal campo o dalla panchina, l’Italia di Silvio non cambia: resta un enorme stadio di sua proprietà.
La Discesa in Campo fu affidata a una videocassetta girata nel parco di Macherio davanti a una finta libreria e accanto a un ammasso (mai inquadrato) di calcinacci, che a qualcuno ricordavano un cantiere, ad altri un cumulo di macerie. Per il Passo Indietro, invece, l’uomo delle televisioni ha scoperto il fascino del web, inviando una lettera elettronica dove anche i «po’» si adeguano alla modernità e barattano il timido apostrofo con un più assertivo accento: «Ho ancora buoni muscoli e un pò di testa». Un’altra videocassetta avrebbe prestato il destro a paragoni impietosi con lo smilzo imprenditore berluscottimista che nel 1994 invitava gli italiani a diffidare «di profeti e salvatori» e ad affidarsi a «una persona capace di far funzionare lo Stato». Quell’affermazione, condivisibile, fu probabilmente equivocata: molti votarono il profeta-salvatore credendo fosse la persona capace di far funzionare lo Stato. Purtroppo lo Stato si è rivelato sordo alle intimazioni berlusconiane e diciotto anni dopo funziona peggio di prima. Né ci sono tracce di quell’Italia «più giusta, più generosa, più prospera, più serena, più efficiente e più moderna» che il Più Silvio promise solennemente fra i calcinacci di Macherio.
Cosa è rimasto della telenovela di allora nel discorso del Passo Indietro? Praticamente tutto. Lo spirito, i toni, i nemici. Berlusconi è un maestro nel presentarsi come uno che ricomincia sempre. Il suo non è mai il discorso del reduce, ma del precursore. E della vittima. Nella storia d’Italia secondo Silvio gli ultimi decenni sono stati una guerra fra due schieramenti: da un lato le perfide corporazioni di burocrati, giornalisti, lobbisti e magistrati, conservatori arroccati nella difesa di privilegi antidemocratici. Dall’altro lui, il Libertador, marchiato come populista perché alfiere del «voto popolare conquistato con la persuasione che crea consenso». Persuasione: attività affascinante ma pericolosa, quando a esercitarla è l’uomo più ricco d’Italia, l’unico dotato di tre canali televisivi nazionali e gratuiti. Invece per Silvio è stata «la riforma delle riforme», che ha reso «viva, palpitante ed emozionante la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini». Qui l’uomo si sottovaluta. Di viva ed emozionante, ma soprattutto palpitante, in questi anni c’è stata soltanto la sua vita notturna. Purtroppo quel palpito «non poteva che avere un prezzo»: l’odio verso di lui, trasformatosi come nei film horror in una «sindrome paralizzante», il cui antidoto è stata «la scelta responsabile di affidare la guida provvisoria del Paese al senatore Monti». Berlusconi protegge il suo successore, quasi volesse farlo un po’ (o un pò) suo. Non è il preside bocconiano il nemico da indicare ai giovani eredi, ma l’Europa colonizzatrice della Merkel e, come diciotto anni fa, la sinistra. Che nel discorso della Discesa in Campo si ispirava a Michele Santoro e voleva trasformare l’Italia «in una piazza urlante che grida che inveisce e che condanna», mentre in quello del Passo Indietro sembrerebbe richiamare in vita, se non Stalin, almeno Breznev perché «vuole tornare alle logiche di centralizzazione pianificatrice che hanno prodotto l’esplosione del Paese corporativo e pigro che conosciamo». Una sinistra composta da «uno stuolo di professionisti di partito educati (come metà della nomenclatura pidiellina, ndr) nelle vecchie ideologie egualitarie, solidariste e collettiviste del Novecento».
E’ proprio per impedire ancora una volta che l’Italia liberale cada nelle mani dei comunisti che Silvio B ha deciso di fare un passo indietro e assistere da bordo campo alle primarie che incoroneranno il suo successore. «Quel che spetta a me è dare consigli, offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività». E qui, visto che viviamo ancora in un Paese liberale, chiunque lo conosce è libero di mettersi a ridere.
La Stampa 25.10.12
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“LA DISFATTA DI UNA POLITICA”, di PIERO IGNAZI
Anche gli “eterni ritorni” alla fine non reggono l’usura del tempo. Ora Berlusconi concede il lasciapassare ai suoi giovani. Possono gareggiare liberi dall’ipoteca del padre padrone. Ma il Cavaliere non scomparirà dalla scena, né si ritirerà alle Bermuda. Rimarrà a vigilare, dall’alto del suo patrimonio e del suo impero mediatico. Semplicemente, non si candida più in prima persona perché andrebbe incontro ad una sconfitta certa. E a lui non piace perdere.
Del resto i sondaggi non davano scampo: secondo l’Swg il 56% non lo voterebbe perché “ha già dimostrato di non essere capace di governare” e un altro 16% perché “lo ha già fatto altre volte”. Inoltre, in una scala di probabilità da 0 a 100, il 60% dichiara una
probabilità zero di votarlo: un rigetto massiccio e senza appello. Del Cavaliere gli italiani non ne possono più.
Evitare l’onta della disfatta personale (anche senza Prodi…) non consente di arrestare il disfacimento della sua politica. Il ciclo ventennale inaugurato nel 1994 si chiude nell’assenza di prospettive, nell’irrilevanza delle proposte politiche e nella vergogna dei ladrocini. Di fronte a questa catastrofe “generazionale”, l’unica risorsa messa in campo è quella nostalgica, del ritorno allo spirito del 1994. L’obiettivo unificante delle anime sparse del PdL è ancora e solo quello: fermare la sinistra, impedire in ogni modo che vada al governo. Peccato che non ci sia più un Pio Pompa a disposizione per mettere in atto “iniziative disarticolanti” come ai tempi belli. Ma forse di uomini di braccio e di brasseur d’affaires ce ne sono ancora in giro, magari meno maldestri di Batman e più consapevoli di Scajola. Però non ci sono più platee disposte a mobilitarsi in negativo, al solo scopo di sbarrare la strada ad altri. Il mondo là fuori è cambiato. Lo scalpo di D’Alema lo ha già ottenuto Renzi. E le mitiche partite Iva, bastione retorico del forzaleghismo che fu, sono ormai disperse, deluse dall’insipienza governativa del centro-destra e disgustate dal malaffare dei dirigenti locali pidiellini. Se nel 2007 gli abili spin doctor della destra erano riusciti a far identificare “la casta” con i politici del centro-sinistra, ora siamo alla nemesi: la Polverini che sgomma nelle vie del centro di Roma a tutta velocità con un’ auto di servizio per andarsi a comperare le scarpe (punto debole delle donne di potere: si pensi alla collezione di Imelda Marcos) simboleggia tutta l’arroganza di questa nuova classe dirigente.
Il mondo dei format televisivi imposti come reality quotidiani, dello stile da convention anche nelle arene internazionali (dal cucù alla Merkel alla rincorsa ad Obama passando per il kapò a Martin Schultz), dell’Azienda Italia e delle tre I è crollato. Il confronto con il governo Monti è impietoso. Anche l’elettorato di centrodestra può confrontare il riconoscimento internazionale dell’attuale governo con l’isolamento nel quale prima era relegato il nostro paese, o comprendere la differenza tra un venditore e un uomo di governo guardando una conferenza stampa.
E tuttavia rimangono in circolo alcuni residui del berlusconismo, e ci vorranno anni perché il corpo politico se ne liberi: l’odio ideologico, per cui tutti quelli che stanno a sinistra
sono dei nemici; il conflitto esasperato a scontro di civiltà; il disprezzo delle regole, inutili e dannosi legacci alla spontaneità e creatività individuale; l’invocazione del popolo contro le istituzioni; l’esaltazione del leader faber e provvidenziale. Non sorprende allora che, secondo un sondaggio Swg, l’elettorato del centrodestra, privo dei suoi riferimenti tradizionali, più di ogni altro abbia in disgusto la politica e invochi un cambiamento
rivoluzionario.
Questo è il risultato di una disinibita sollecitazione dell’antipolitica e di una costante delegittimazione delle istituzioni.
Eppure il Cavaliere insiste nel proporsi come l’interprete dei moderati benché tutta la sua azione politica sia andata in senso opposto, fin dal 1994. Ora, difficilmente i suoi eredi potranno indirizzare il partito verso le sponde di una destra normale visto che due anni fa hanno respinto in blocco quell’ipotesi “cacciando” Gianfranco Fini. Inoltre sono gravati dall’incognita di una lotta per il potere all’interno del partito che si annuncia quantomeno vivace. Se veramente si svolgeranno delle primarie questa improvvisa democratizzazione della vita interna avrà un effetto dirompente (e forse salutare).
Il Cavaliere lascia in eredità una politica polarizzata, radicalizzata e inquinata, un paese economicamente e socialmente malconcio, un partito incerto e diviso. Una eredità pesante per i suoi “giovani”.
La Repubblica 25.10.12
"Per salvare gli esodati spunta la patrimoniale", di Roberto Giovannini
Non si può certo negare a Cesare Damiano – l’ex ministro del Lavoro dell’ultimo governo Prodi la virtù della costanza. O della testardaggine, se si vuole. Già da mesi protagonista della battaglia in Parlamento per difendere gli «esodati» (gli ex-lavoratori che per effetto della recente riforma delle pensioni non hanno più stipendio né pensione), poi primo firmatario di un progetto di legge «sventato» in zona cesarini dal ministro Elsa Fornero, ieri Damiano è tornato ancora una volta all’assalto. Ed è riuscito a far approvare dalla Commissione lavoro della Camera un emendamento alla legge di stabilità (la prima firma in questo caso è del presidente della Commissione Silvano Moffa, di Popolo e Territorio, ex Pdl) che amplia le garanzie per gli esodati. La proposta sottoscritta dai capigruppo di tutti i partiti, che ora dovrà essere esaminata dalla Commissione bilancio di Montecitorio, è passata con un voto all’unanimità, nonostante il «no» del governo. Al voto non ha partecipato il solo deputato del Pdl Giuliano Cazzola.
L’emendamento sostanzialmente recupera il progetto di legge Damiano, «bonificato» però dalla norma (si dice ideata a suo tempo proprio da Fornero) che consentiva a tutti i lavoratori di andare in pensione anche a soli 57 anni di età e 35 di contributi, sia pure con una penalizzazione. Rimane la sostanza: in pratica vengono «salvaguardati» nel biennio 2013/14 tutti coloro che sono rimasti senza stipendio e senza pensione per effetto della riforma pensionistica. In particolare, l’emendamento istituisce e regolamenta un «fondo per gli esodati», alimentato da risorse già individuate con precedenti decreti (circa 9 miliardi) e con i 100 milioni di euro stanziati dal governo nella legge di stabilità. E soprattutto da una nuova tassa a carico dei redditi più alti: verrà varato infatti un «contributo di solidarietà» del 3% che colpirà tutti i redditi e le pensioni per la parte che supera i 150mila euro annui. Secondo i calcoli di Damiano e della Commissione lavoro, l’operazione costerà per il 2013 e il 2014 circa 3 miliardi. I deputati hanno previsto anche una clausola di salvaguardia, vale a dire l’aumento delle accise sulle sigarette già potenzialmente previsto dal Salva-Italia qualora le risorse previste risultassero insufficienti.
Il governo non ha espresso parere negativo per ragioni di merito, almeno in apparenza: il “no” all’emendamento del viceministro al Welfare Michel Martone, disatteso dai deputati, è stato motivato da obiezioni sulla copertura finanziaria. Adesso la norma dovrà essere sottoposta all’esame della commissione Bilancio che tra una decina di giorni inizierà a votare gli emendamenti.
Soddisfattissimo il commento di Damiano. «Confido che questo emendamento vada buon fine. Grazie alle nuove norme – dice l’ex-ministro e sindacalista – vengono salvaguardati tutti i lavoratori licenziati nel 2011. Questa positiva scelta sottolinea la volontà unitaria dei partiti di maggioranza e opposizione di considerare il tema dei lavoratori rimasti senza reddito come una delle priorità da affrontare e risolvere nella legge di stabilità». Per Silvano Moffa, «ci siamo mossi nel solco indicato dal governo e non abbiamo fatto altro che delimitare meglio il perimetro del fondo». Molto positivi i commenti delle organizzazioni sindacali. «La Commissione lavoro della Camera ha fatto un ottimo lavoro, a dimostrazione che quando si ascolta e si interloquisce, le soluzioni ai problemi si possono trovare», osserva Vera Lamonica, segretario confederale della Cgil.
«Il governo, che ha creato il problema degli esodati – insiste il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti – raccolga le indicazioni del Parlamento». «In questa delicata fase della vita economica del Paese è giusto chiedere a chi ha di più un piccolo sacrificio a beneficio di chi si trova a vivere una condizione di maggiore disagio», commenta Maurizio Petriccioli, segretario confederale Cisl. «Meglio tardi che mai, resta comunque il dubbio che l’idea si sarebbe potuta manifestare prima e con maggiore attenzione per tutti», sottolinea il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella
La Stampa 25.10.12
"Il manifesto finale del re senza trono", di Filippo Ceccarelli
Dopo di lui il diluvio, altro che primarie. La lunga nota di ieri pomeriggio annuncia infatti la caduta dell’impero berlusconiano. O almeno il suo inizio formale che, come tutte le capitolazioni lungamente attese e tutti i poteri che alla fine colano a picco, si presenta al tempo stesso solenne, malinconica e sgangheratissima. Si va sul classico: stavolta è davvero la fine di un sogno. Che poi da diversi anni questo assai magnificato sogno fosse diventato un incubo per lo stesso Berlusconi, di sicuro per i suoi più cari, è una questione che oggi lascia un po’ il tempo che trova. Comunque è il congedo, senza metterci la faccia, come orribilmente si dice, ma in questo caso è impossibile dirlo senza pensare alle immagini lontane e soffuse della discesa in campo, quella fatale videocassetta, la scrivania, la libreria, le foto di famiglia, quell’accenno di riporto sulla testa, quel sorriso così efficace: «L’Italia è il paese che amo». Sono ormai 18 anni. «Per amore dell’Italia» inizia quel comunicato scritto anche bene, ma certo piuttosto lontano dallo stile e dal format, con scrivania e bandierina, per mesi e mesi inflitto ad alcuni mai troppo bene identificati Promotori della libertà.
In ogni caso addio. Si possono addirittura immaginare gli istanti che l’hanno preceduto:
«Ma sì, adesso va bene» avrà detto l’ex premier dopo aver dato un’ultima scorsa a quel fatale testo che Giulianone Ferrara gli avrà plausibilmente preparato per l’occasione, proprio lui che nel 1994 aveva scritto il primo discorso di presentazione del governo Berlusconi in Parlamento e che un paio di settimane orsono, sul Foglio, si era spinto a battezzare «il tramonto di Berlusconia».
Nella prima metà della sua semi apocrifa nota ricorrono diversi frammenti e gorgoglii dell’immaginario di Arcore: l’«entrata in campo» e le metafore calcistiche, l’Elogio della follia di Erasmo, il corpo del Capo con i suoi muscoli «ancora buoni e un po’ di testa» – laddove difficilmente il non sempre ironico Cavaliere avrebbe usato una formula così sospettamente riduttiva delle sue qualità mentali. E altrettanto vale a proposito del passaggio sui «vizi». Ma pazienza.
Del Sogno o dei sogni, di cui da sempre si nutre l’ideologia pubblicitaria, s’è detto; così come non stupisce, dopo quello che è andato in scena nei palazzi privati del potere dalla primavera del 2001, la formula secondo cui in Italia, restata pur sempre una Repubblica, in realtà «si regna». Mentre la più decisa e ribalda concessione alla corrente megalomane del berlusconismo suona quella che, a proposito di una non chiarissima riforma «populista», messa polemicamente ma inspiegabilmente tra virgolette, la designa: «La più importante nella storia dei centocinquant’anni dell’unità del paese», bùm.
Ma ogni conato interpretativo del testo adesso è nulla dinanzi al trono che va inesorabilmente rovesciandosi, insieme al baldacchino e a tutte le suppellettili della sovranità. Che interesse riveste il futuro nome e il destino del Pdl? Chi tradirà per primo? Quando comincia la resa dei conti? Per quanto tempo ancora il fedele Bondi avrà la voglia e la forza per alzare al cielo il suo lamento sul «frettoloso benservito a una per-
sona a cui tutti noi dobbiamo tutto?».
Verrà il tempo in cui gli storici tireranno le somme. Ma intanto ci si può accontentare di tanti, di troppi piccoli segni che prefigurano il crollo e lo riempiono di atterrita meraviglia. La vendita di villa La Certosa, i fiori finti e non più freschi nella reggia di Arcore, la cambusa interdetta ai collaboratori, dalle parti di via dell’Umiltà è venuto giù anche un cornicione, sotto il palazzo del Pdl nel week-end è fiorito un suk di ambulanti clandestini.
È tutto un mondo che se ne va. Mara Carfagna si è dolorosamente separata, la rossa Brambilla ha problemi con il canile del suo paese, Nicole Minetti è in uscita dalla regione, De Laurentis non produce più cinepanettoni, Miss Italia recupera il costume intero, Sara Tommasi è sulla via della conversione, Lele Mora ha perso cinquanta chili e coltiva piante da giardino, Ruby è mamma, Noemi ha mutato aspetto, l’avvocato Ghedini minaccia azioni legali contro l’Ape Regina, Lavitola è in carcere, Bisignani ha patteggiato, don Verzè è morto, Ligresti è nelle peste, Fede fonda movimenti a sfondo senile, Signorini loda il Papa e la sobrietà.
Sono microspie di qualcosa che sta cedendo. Irrilevanti e rivelatorie al tempo stesso. Sull’ultimo Chi l’ex fidanzata del Batman, a nome Samantha Weruska Reali, si è fatta ritrarre con le borse di lusso -Chanel, Vuitton, Gucci – che ha ricevuto dal suo Francone. Ma quel che fa pensare, della didascalia, è: «Sono pronta a restituirle». A chi è difficile dire, ma fra teste di maiali e arresti di spin doctor, impicci di Formigoni e degradi di Polverini, qualcosa sta evidentemente rovesciandosi nel suo contrario. Hanno chiesto ad Apicella quale canzone potrebbe accompagnare la fine della favola, anche la sua, e lui anche con garbo ha ricordato che ce n’è una che s’intitola: «Momento amaro». Amaro e comico insieme, come ogni
finis regni che si rispetti, è ripensare alla lacrimuccia di Berlusconi a una festa estiva di compleanno di una deputata, che al momento delle candeline aveva chiesto di far partire l’inno di Forza Italia. Drammatica e buffa è la scena di Ferragosto in cui il Cavaliere, festeggiato in Sardegna da un ristretto, ma neanche troppo gruppo di amici, prova davanti a loro per due volte, come notano crudeli le cronache, il discorso della ri-discesa in campo.
E la caduta mentre fa jogging, nascosta per tre giorni, e l’interminabile spiegazione del fisioterapista che assicura che tutto va bene, tutto è a posto, non è successo nulla; e poi a un certo punto Berlusconi vola anche in Africa, da Briatore, che a suo tempo al telefono con Santanché parlando del suo futuro ospite si metteva le mani nei capelli dicendone di cotte e di crude, ma in quell’ambiente le cose vanno in questo modo parecchio strano.
Al concerto romano dei Radiohead, il gruppo ha voluto dedicare a Berlusconi una canzone, «Daily Mail», su gossip e potere, ma non era un cortese omaggio; e all’estero i francesi, i tedeschi, Obama non hanno perso occasione di preoccuparsi di un eventuale ritorno. Mentre qui infuriava la grottesca saga battesimale su «Italia pulita », figurarsi, no, «Bella Italia», o forse «Grande Italia», che però sarebbe meglio «Magica Italia», che probabilmente era il nome di una pizzeria frequentata da Feltri. E a ripensarci con il senno di poi salutava, ciao ciao, con la manina, Berlusconi, a settembre, i crocieristi del Giornale, gratificandoli di aneddoti di ormai remotissima gioventù, venditore di elettrodomestici, intrattenitore e cantante confidenziale sulle navi, aitante e fascinoso costruttore, storie gloriose, ma vecchie come il cucco.
Non c’è caduta che non ispiri sconquassata tenerezza e triste sollievo liberatorio. Di solito l’imperatore cede con l’illusione che non appaia il cedimento. Ma sotto sotto non ce la faceva più. Lui ha resistito oltre ogni limite. Sembra un paradosso, ma è addirittura un riconoscimento.
La Repubblica 25.10.12
Legge stabilità: Ghizzoni, bene dietrofront su scuola
Commissione presenterà emendamento per scongiurare ripensamenti. “Apprezzo il dietrofront del Governo sulla norma che incrementa di 6 ore settimanali il lavoro dei docenti, ma, ancora oggi, ci troviamo a lavorare su un testo che è quello consegnatoci dal consiglio dei Ministri, pertanto proseguiremo il nostro lavoro in commissione per scongiurare ogni ripensamento da parte dell’esecutivo. – così Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, e relatrice della Legge di Stabilità commenta le dichiarazioni del sottosegretario Rossi Doria in merito all’articolo che riguarda l’innalzamento a 24 ore dell’orario di lezione in classe per gli insegnanti delle scuole medie e superiori – E’ una norma che, se applicata, avrà effetti peggiorativi non solo sulla qualità della didattica, ma anche sui livelli occupazionali, e sulla quale la relazione presentata in Commissione evidenzia tutti gli aspetti di criticità formale e sostanziale. Per questo stiamo lavorando – annuncia la presidente Ghizzoni – per presentare nella Commissione competente e nella Commissione Bilancio un emendamento sul quale possano convergere tutte le forze, di maggioranza e opposizione, e che preveda l’abrogazione della norma.
Il tema del lavoro degli insegnanti – conclude Ghizzoni – non può essere affrontato all’interno di una legge di stabilità e attraverso l’innalzamento di un terzo dell’orario di lavoro frontale, ma garantendo una prospettiva culturale e politica, alla quale il Parlamento e la commissione che presiedo non si sottrarranno.”
Scuola: Rossi-Doria, pericolo 24 ore scongiurato
“Il pericolo è scongiurato, però adesso bisogna lavorare in parlamento con tutte le forze politiche per trovare l’alternativa per reperire i 183 milioni di euro per il 2013. Si toglieranno quelle spese che danno fastidio al nostro sistema”. Così il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi-Doria, ai microfoni di Agorà, ha confermato il dietrofront del governo sulla decisione di incrementare da 18 a 24 ore settimanali l’orario di lavoro per i docenti delle scuole medie e superiori.
Per il sottosegretario, anche l’ipotesi di portare le ore a 21 anziché 24 “è stata esclusa con una nota ufficiale del ministero”.
Rossi-Doria ha poi precisato che i fondi richiesti alla scuola dalla legge di stabilità verranno reperiti senza toccare il capitolo ‘personale’: “la ratio di questo cambiamento annunciato dal governo e dal Ministro va nella direzione di non toccare le questioni riguardanti l’organico”.
Ansa 24.10.12
"Spezzare il Pd è un delitto politico", di Cristoforo Boni
Quando si passa alle vie legali non è mai buon segno. E’ vero che la litigiosità cresce un po’ ovunque. Ma è inutile addolcire la pillola: c’è un linguaggio demolitorio, un’aggressività dei toni unita, un vittimismo esasperato, un’implicita delegittimazione in alcune parole d’ordine che spinge le primarie in zona di pericolo. Sarebbe bene darsi una regolata. A meno che qualcuno non abbia davvero intenzione di provocare una rottura postuma. C’era un tempo in cui si diceva tutto il bene possibile delle primarie. Che avrebbero portato consensi ed entusiasmo, senza alcuna controindicazione. Le primarie sono un segno distintivo del Pd, della sua idea di democrazia e anche del suo desiderio di cambiamento del sistema politico: ma le primarie contengono rischi. E in talune occasione hanno prodotto sconfitte e lacerazioni. Bisogna dunque tenere la guardia alta. E mantenere un certo grado di coesione tra i competitori: la condivisione minima riguarda proprio la responsabilità dell’impresa.
Se oggi c’è tanta attenzione sulle primarie, questa è dovuta certamente al fatto che il Pd è il solo «partito» rimasto in campo. Crediamo che sia dovuta anche alla grande domanda di partecipazione, diffusa tra i cittadini di ogni orientamento. Questa è indubbiamente una grande opportunità per il centrosinistra. Ma è anche la leva per operazioni ostili al Pd. Non c’è dubbio che tanti soggetti esterni oggi progettano incursioni (anche solo mediatiche) per allargare le divisioni interne fino a decretare una incompatibilità politica. Condividere la responsabilità dell’impresa vuol dire condurre la sfida senza introdurre tossine tali da trasformare l’avversario interno in avversario integrale. Vuol dire sfruttare la simpatia esterna senza assecondare il disegno di chi, non potendo più sperare in una rivitalizzazione del centrodestra prima delle elezioni, scommette tutto su una scomposizione del Pd (dopo le primarie, o dopo le successive secondarie).
La questione riguarda il destino stesso del Pd. Va oltre le primarie di oggi, e va anche oltre Bersani e Renzi. Attenzione: le primarie sono state concepite dal segretario del Pd come una prova di coraggio e di umiltà verso una società inquieta e delusa, che chiedeva al maggior partito e al suo gruppo dirigente di rimettersi in discussione, di rischiare. Non tutti erano convinti che le primarie fossero la strada giusta. Ma tutti sapevano bene che il Pd doveva lanciare un segnale coerente con quella «riscossa civica» che sta chiedendo al Paese. Il problema è l’entità del rischio. Non si rischia solo una sconfitta. La politica è fatta di vittorie e di sconfitte, e anche chi sta all’opposizione è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità verso il Paese.
Nel rischio, stavolta, c’è il futuro del Pd. Che è sopravvissuto a tre sconfitte elettorali (caso unico nella storia repubblicana per un partito nato da una fusione). Ma che ora deve riuscire a mantenere la propria unità nella previsione di una possibile vittoria. Rompere il Pd sarebbe semplicemente un delitto. Non è vero che la sinistra si libererebbe di un equivoco e i liberal acquisterebbero una centralità fin qui negata. È vero invece che salterebbe in aria la sola robusta alternativa al fallimento della destra italiana e dei conservatori europei. E sarebbero più deboli, molto più deboli sia le ragioni della sinistra che quelle dei cattolici democratici e di chi pensa che in Europa sia giunto il tempo di una svolta. Brinderebbero i soliti noti: quelli che applaudono Grillo come hanno applaudito Berlusconi, e che magari sperano che dalle primarie del Pd esca banalmente la conferma del «governo tecnico».
L’Unità 24.10.12
