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"La resistenza di Orsi il boiardo", di Massimo Riva

Non passa ormai settimana senza che, scavando nelle sentine di Finmeccanica, la magistratura porti alla luce torbide vicende di mala gestione. Ieri è scattato l’arresto di un big dell’azienda, Paolo Pozzessere, già direttore commerciale e ora manager per i rapporti con la Russia. Al tempo stesso un avviso di apertura d’inchiesta è stato notificato all’ex-ministro Claudio Scajola, rinomato nell’Italia intera per essersi fatto comprare una casa a sua insaputa. Nel primo caso l’arresto di Pozzessere nasce dal filone d’indagine che riguarda accordi dell’impresa pubblica con il governo di Panama e che ha già portato in prigione un altro singolare trafficante, quel Valter Lavitola stretto sodale di Berlusconi e negoziatore di affari assai poco limpidi per Finmeccanica.
Nel caso di Scajola, invece, i magistrati stanno passando al vaglio accordi tangentizi con il Brasile sui quali l’ex ministro ha protestato la sua innocenza dichiarandosi pronto a farsi interrogare dai giudici anche immediatamente. Reazione apprezzabile nella speranza che, almeno questa volta, sappia dimostrare la sua estraneità senza ricorrere al risibile alibi dell’ignoranza di quel che gli succedeva sotto il naso.
I nuovi sviluppi delle indagini su affari a Panama e in Brasile allungano così la lista delle oblique vicende di Finmeccanica che di recente si è pure arricchita di un’altra melmosa pista in direzione dell’India. Non è passato nemmeno un anno da quando dal vertice di Finmeccanica è stato allontanato con gran fatica quel Pierfrancesco Guarguaglini che gestiva l’azienda come un affare di famiglia e che — con qualche eccesso di ottimismo — era stato definito come l’ultimo dei boiardi di Stato. Ebbene, il suo successore Giuseppe Orsi — forte di una sponsorizzazione politica che ha visto uniti i disinvolti leghisti con i devotissimi di Comunione e Liberazione — tutto ha fatto fuorché impegnarsi a fondo nell’indispensabile opera di ripulitura di una conduzione aziendale la quale rischia ormai di compromettere seriamente le prospettive di sopravvivenza di un’impresa fra le poche in Italia impegnate in settori industriali a tecnologia avanzata. Nei gangli vitali dell’azienda — come dimostra anche l’arresto di ieri — sono ancora all’opera, direttamente o indirettamente, personaggi legati alle peggiori gesta della buia era Guarguaglini.
Finmeccanica non è — anche se ora rischia di diventarlo — uno dei tanti carrozzoni pubblici costretti a campare da anni a spese del contribuente. Essa è ancora un’azienda valida, quotata in Borsa, presente in settori industriali di punta, che vanta un giro d’affari sui 20 miliardi di euro e offre lavoro a 75mila dipendenti nella gran parte dei casi dotati di specializzazione ad alto livello. Lasciar disperdere un simile patrimonio nella deriva della corruzione sarebbe insieme un errore politico e un crimine economico, l’uno altrettanto grave dell’altro.
Occorre a questo punto che il governo o meglio il presidente del Consiglio in prima persona vinca ogni residua titubanza — se n’è vista già fin troppa — e compia il suo dovere facendo piazza pulita dell’attuale vertice societario. Passaggio urgente e indispensabile per salvare uno degli ultimi pezzi di industria ad alta tecnologia nel paese.
Certo, la cosa più logica in simili frangenti è che Giuseppe Orsi, ormai privo della fiducia del suo azionista pubblico, si facesse spontaneamente da parte. Ma non è che il governo possa starsene con le mani in mano temendo che, in caso di licenziamento, Orsi pretenda un “bonus” da sette milioni. Un simile alibi per le esitazioni ministeriali non sta né in cielo né in terra.
Nelle società per azioni esiste in capo all’azionista il potere — nel caso di specie anche il dovere — di promuovere azione di responsabilità nei confronti di amministratori incapaci o infedeli. Un’ipotesi che a Palazzo Chigi avrebbero già dovuto prendere in considerazione con Guarguaglini e che oggi si offre come la via maestra per chiudere la partita. In fretta, però.
La Repubblica 24.10.12
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“Il sistema dieci per cento”, di CARLO BONINI
Il tempo giudiziario dell’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi è scaduto. L’ingresso del suo senior advisor Paolo Pozzessere nel carcere di Poggioreale lo chiude definitivamente in una tenaglia istruttoria che aveva cominciato a stringersi a novembre 2011. PROPRIO nelle settimane in cui lui vinceva la partita per la successione a Guarguaglini e Lorenzo Borgogni, il Gran Visir della holding caduto nella polvere, cominciava con la Procura di Napoli una collaborazione che di Orsi sarebbe stata la tomba. Ieri, mentre il titolo precipitava in borsa (-3%), l’ufficialità raccontava il manager «sereno e al lavoro come sempre», «convinto» che il silenzio di Palazzo Chigi sia il segnale di un credito non ancora esaurito. Mentre due comunicati (uno della holding, l’altro di Fincantieri) ribadivano il Gruppo e le sue controllate «estraneo a qualsiasi episodio di corruzione ». La storia, a ben vedere, è un’altra. E di sereno ha ben poco.
IL TRASFERIMENTO IN ALENIA
La conoscono bene Orsi (ora scaricato anche da Maroni: «Non sta a me dire se mandarlo via») e, come documentano le carte napo-letane, anche Pozzessere. Il 14 ottobre, dieci giorni fa, l’ex direttore commerciale della holding, in procinto di lasciare l’Italia per Mosca, dove Orsi lo vuole plenipotenziario del Gruppo, discute al telefono di quanto le indagini abbia reso greve l’aria. Pozzessere – annotano i carabinieri che lo ascoltano – ha da poco incontrato Guarguaglini, che è stato appena sentito dai pm napoletani sulla commessa brasiliana di Fincantieri e «con il suo interlocutore comincia a discutere di Orsi». Dice: «Ho saputo da Roberto Maglioni (vicepresidente della holding con delega al Personale ndr.) che stanno cercando di spostarlo in Alenia Aeronautica per farlo uscire da Finmeccanica e che la cosa a lui va bene».
CONVITATO DI PIETRA
La confidenza telefonica suona tutt’altro che come una millanteria. Perché appunto, come lo stesso Pozzessere immagina (anche se solo in parte, evidentemente) la partita finale su Finmeccanica sta davvero per cominciare. E le tre questioni giudiziarie che la definiscono, pure divise per competenza tra le Procure di Napoli (le commesse a Panama e in Brasile, come pure quella sfumata in Indonesia), Busto Arsizio (la fornitura per 560 milioni di euro di 12 elicotteri al governo Indiano), Roma (le asserite consulenze di favore alla ex moglie del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, per le quali il ministro avrebbe dovuto essere sentito in questi giorni dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, se non fosse stato che a rinviare la testimonianza è stata la sua morte improvvisa) vedono al centro del canovaccio sempre uno stesso convitato di pietra. Giuseppe Orsi. Ora come ex ad di Agusta. Ora come ad di Finmeccanica. Sempre e comunque custode di un Sistema ereditato dalla stagione Guarguaglini.
LA STECCA PARA
Se le accuse nei confronti di Orsi e del Gruppo sono fondate e le fonti di prova si dimostreranno solide, da qualunque parte la si prenda – India, Panama, Brasile, Indonesia e, le indagini ce lo diranno, Russia – la faccenda è infatti apparecchiata sempre con un stesso format. La holding con le sue controllate è inesauribile tasca della Politica, che ne facilita le commesse in cambio di un robusto ritorno (le “zucchine” per dirla con Franco Bonferroni, ex senatore Udc ed ex consigliere di amministrazione di Finmeccanica nominato dal Tesoro, travolto dalle inchieste e non ancora sostituito) sotto forma di commissioni. Mediamente un 10 per cento da dividere con “stecca para”: 5 per cento ai governi esteri; 5 per cento ai “politici”, siano dei faccendieri nel cuore del premier come Lavitola, o ministri della Repubblica come Claudio Scajola. O, ancora, senatori Pdl come Esteban Caselli, eletto nella circoscrizione estera Sud-America, interessato a mediare una commessa di elicotteri in Indonesia (che pure non si chiuderà) e rassicurato da Pozzessere proprio sulla percentuale del “ritorno” («tra il 5 e il 10 percento»). Del resto, i numeri – per come ricostruiti negli atti – non tradiscono. Per il Brasile, la commessa da 5 miliardi, contempla una provvigione da 550 milioni da dividere in parti gemelle e prevede che, alla fine, qualche centinaio di migliaia di euro prendano la strada di Scajola e del suo entourage. Per Panama, la fornitura di 180 milioni ne ha in pancia 18 da dividere tra Lavitola e il Presidente Ricardo Martinelli. Nel caso dell’India, gli elicotteri Agusta valgono 560 milioni, le commissioni sono di 51 e la metà dovrebbe andarsene tra mediatori (Guido Ralph Haschke, arrestato e scarcerato in Svizzera la scorsa settimana, Carlo Gerosa e Cristian Mitchell), funzionari indiani e padrini politici (la Lega e Cl, a dire di Borgogni).
RICORRENZE E TELEFONATE
Sono faccende che Orsi poteva ignorare? È un fatto che, in questa storia, ci siano una curiosa ricorrenza e una significativa telefonata. Antica la prima. Più recente la seconda. La ricorrenza è del marzo 2002, quando Scajola, allora ministro dell’Interno, annulla una gara aperta per l’acquisto di elicotteri a vantaggio di una trattativa privata che vedrà prescelta proprio Agusta (Orsi ne era allora direttore commerciale) con una commessa da 350 milioni di euro, che per altro costerà al nostro Paese un risarcimento alla concorrente americana Md Helicopters da 1 milione e mezzo di euro. La telefonata, invece, è del 21 agosto 2011. Lavitola sollecita a Pozzessere la consegna al presidente panamense Martinelli di un elicottero da 8 milioni, quale anticipo di una tangente da 30. Pozzessere risponde così: «Che cazzo devo fare io? Più che dirlo a Orsi e Guarguaglini, che cazzo devo fa’? Agusta credo che un elicottero glielo possa dare rapidamente, soprattutto se si mette di mezzo il capo. Il capo, dico».
La Repubblica 24.10.12
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L’accusa del dirigente «Il ministro chiedeva l’11% di 5 miliardi», di Fiorenza Sarzanini
Una percentuale di «ritorno» pari all’11 per cento dell’appalto che in realtà nasconde il pagamento di tangenti a politici e faccendieri. Affari conclusi o avviati in quattro Stati grazie ai buoni rapporti dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei suoi uomini più fidati come l’ex ministro e coordinatore del Pdl Claudio Scajola. Sono i verbali di Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle Relazioni istituzionali di Finmeccanica, a svelare ai pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock i retroscena delle commesse internazionali trattate in India, a Panama, in Indonesia e in Russia. Ma non solo. Perché l’ordinanza di arresto per il manager Paolo Pozzessere svela la presenza di altri testimoni preziosi, come il direttore generale di Fincantieri Giuseppe Bono e come lo stesso ex presidente e amministratore delegato della holding specializzata in sistemi di Difesa Pierfrancesco Guarguaglini, ascoltato dai magistrati come testimone.
«Vogliono l’11 per cento»
È il 10 novembre quando Borgogni viene interrogato sulla trattativa avviata da Fincantieri e Finmeccanica per la fornitura di 11 fregate militari al governo brasiliano che si era improvvisamente arenata. «Il canale tra l’Italia e il Brasile era rappresentato dall’onorevole Claudio Scajola e dal parlamentare napoletano Massimo Nicolucci e ciò perché Scajola era molto legato al ministro della Difesa brasiliano Jobin. Preciso che, anche se all’epoca Scajola era ministro dello Sviluppo economico il suo dicastero non aveva nulla a che fare con l’affare della fornitura delle fregate. Paolo Pozzessere, che curò i rapporti tra Fincantieri e Finmeccanica, mi disse di aver appreso dal dottor Giuseppe Bono (direttore generale di Fincantieri) che in cambio delle illustrate agevolazioni era stato pattuito un “ritorno” — che avrebbe dovuto pagare la stessa Fincantieri quale contratto di agenzia — dell’ammontare dell’11 per cento dell’affare complessivo pari per la sola Fincantieri a 2,5 miliardi di euro. Tale cifra di “ritorno” percentuale — secondo quanto riferitomi da Pozzessere — doveva essere parzialmente destinata tra Scajola e Nicolucci da una parte e Jobin dall’altra».
Il manager svela anche il coinvolgimento dei vertici di Finmeccanica: «In una fase immediatamente successiva appresi sia da Pozzessere sia dall’allora amministratore delegato Pierfrancesco Guarguaglini — evidentemente messo a parte da Pozzessere — che era stata chiesta anche a noi di Finmeccanica la stessa percentuale di “ritorno” dell’11 per cento della nostra parte in affari (pari anch’essa a 2,5 miliardi di euro). Al riguardo Guarguaglini mi disse di aver detto a Pozzessere che la percentuale massima di “ritorno” che lui era disposto a pagare era quella del 3 per cento. Come ho detto tale percentuale doveva essere pagata sia da Fincantieri, sia da Finmeccanica tramite la stipula di un contratto di agenzia in Brasile in capo a un agente evidentemente indicato dal ministro Jobin. Non so se Finmeccanica ha già stipulato tale contratto. Credo che Fincantieri l’abbia sicuramente stipulato. Almeno così mi è stato detto».
Berlusconi e l’Indonesia
Il 7 luglio 2011 Pozzessere, che non sa di avere il telefono sotto controllo, viene chiamato da Silvio Berlusconi.
Berlusconi: Senti sono qui con il nostro professore, il senatore Esteban Caselli che mi porta una lettera del signor James Sesliki che è il chairman della “Iached Limited”, una società che dice di avere la possibilità di una vendita di aerei da trasporto fabbricati da voi per seicento milioni di dollari all’aeronautica militare indonesiana.
Pozzessere: Sì, esiste questa possibilità. È vero. È una cosa complessa…
Berlusconi: Ecco questo signore dice che può organizzare una riunione a Giakarta con il nuovo capo dell’aeronautica indonesiana e un emissario italiano di alto livello… Dice che è veramente fondamentale che questa vendita non contempli alcun elemento di agenti locali perché nel caso contrario è inevitabile che in Indonesia possano nascere degli scandali che pregiudicherebbero il contratto… io sono in grado di garantire la vendita libera da interferenze». Berlusconi fissa dunque l’appuntamento.
L’11 novembre Pozzessere viene interrogato come testimone per chiarire che cosa avvenne dopo questa telefonata. E dichiara: «Dopo qualche giorno mi chiamò il senatore Caselli (è uno dei senatori eletti all’estero, ndr) mi disse che mi avrebbe presentato tale Tsatsiky, che era l’uomo che poteva aiutarci nella trattativa. Caselli fissò quindi un appuntamento con Tsatsiky nel mio ufficio e io convocai anche Giordo, amministratore delegato di Alenia. Caselli però mi richiamò e dette disdetta dicendo che Tsatsiky non gli aveva fornito sufficienti credenziali. Dopo un po’ di tempo un mio collega responsabile di Finmeccanica a Londra, Alberto De Benedictis, mi disse di aver incontrato Tsatsiky il quale gli aveva detto che il senatore Caselli gli aveva chiesto dei soldi per farlo incontrare con me e per avere un mandato di agenzia da Finmeccanica, o meglio da Alenia. La cosa mi lasciò molto perplesso ma non avevo voglia di avvertire dell’accaduto Berlusconi e quindi dissi al “suo uomo” Valter Lavitola di raccontarglielo, dicendogli che ero molto seccato».
Anche Giuseppe Bono assegna al faccendiere questo ruolo quando racconta di essere andato a palazzo Grazioli per l’affare delle fregate dopo che Lavitola gli aveva chiesto «un compenso per l’attività svolta nella firma degli accordi e Berlusconi mi disse che lui era il suo fiduciario per il Brasile».
Il Corriere della Sera 24.10.12