Latest Posts

"Ferie, rispunta la monetizzazione con il trucchetto di Natale e Pasqua", di Antimo Di Geronimo

Il divieto di monetizzazione delle ferie, valido per tutto il pubblico impiego, non si applicherà ai docenti precari. Ma solo nell’ordine della differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito fruire delle ferie. Lo prevede il comma 44, dell’articolo 3, del disegno di legge sulla stabilità, attualmente al vaglio del parlamento. La deroga deve fare i conti anche con l’incremento di 15 giorni delle ferie spettanti al personale docente. Ma la cancellazione dell’indennità, a fronte della impossibilità materiale di fruire delle ferie a causa della brevità della durata dei contratti, avrebbe ingenerato una mole impressionante di contenzioso con sicura soccombenza dell’amministrazione. E allora il governo è corso ai ripari, consentendo la monetizzazione ai supplenti sino al termine delle attività didattiche se assunti con contratto sino al 30 giugno di ciascun anno scolastico, che non hanno a disposizione giorni estivi per le ferie, e anche ai supplenti brevi e saltuari, che sono assunti per pochi giorni e, quindi, si trovano nell’impossibilità di fruire anche di un solo giorno di ferie. Ma per evitare che l’importo delle indennità potesse assumere cifre importanti, il ministero dell’economia, guidato da Vittorio Grilli, è ricorso ad uno stratagemma. La normativa contrattuale attualmente in vigore prevede, infatti, che le ferie possano essere fruite solo nei periodi di sospensione dell’attività didattica, in ciò escludendo le vacanze di Natale e di Pasqua e limitando il periodo utile alle sole vacanze estive. E quindi, per ampliare il novero dei periodi utili, comprendendo anche le vacanze di Natale e Pasqua, l’esecutivo ha stabilito che il periodo valido sia quello «della sospensione delle lezioni anziché delle attività didattiche» si legge nella relazione illustrativa del provvedimento «di modo che le sospensioni natalizia e pasquale, nonché gli eventuali ponti, e i giorni di sospensione a giugno siano validi per la fruizione delle ferie».

Ciò sarà sufficiente ad evitare esborsi cospicui per l’erario. Perché il numero di giorni che potranno essere monetizzati non supera in media quelli che venivano monetizzati prima dell’entrata in vigore del divieto «nemmeno considerando i 15 giorni di ferie in più consentiti dalla norma» sulle 24 ore di cattedra settimanali. A questo proposito, palazzo Chigi ha considerato che il personale supplente sino al termine delle attività didattiche gode di un numero di giorni di ferie su base annua pari a quelli spettanti al personale di ruolo. E cioè 32, ai quali si aggiungono i 15 previsti dalle nuove disposizioni, purché abbia compiuto almeno tre anni di servizio a qualsiasi titolo. Si tratta, quindi di 47 giorni su base annua, cioè 39,2 giorni nel periodo di dieci mesi di durata dei rispetti contratti di lavoro. Pertanto, le nuove disposizioni consentiranno al personale supplente sino al termine delle attività didattiche di monetizzare un numero di giorni di ferie pari al massimo ad 11. Comunque inferiore ai 26,7 che potevano monetizzare sino all’entrata in vigore del decreto legge 95/2012.Il ministero ha stimato, inoltre, che tale riduzione nel numero dei giorni monetizzabili, da parte dei circa 100.000 supplenti sino al termine delle attività, compensi più che ampiamente l’incremento, corrispondente alla quota parte dei 15 giorni di ferie da riconoscere in più, relativo al personale supplente breve e saltuario. A conti fatti, dunque,, sempre secondo il governo, si andrà più o meno in pari, rispetto alla situazione vigente prima dell’aumento di 15 giorni delle ferie complessivamente spettanti.

da ScuolaOggi 23.10.12

"Ferie, rispunta la monetizzazione con il trucchetto di Natale e Pasqua", di Antimo Di Geronimo

Il divieto di monetizzazione delle ferie, valido per tutto il pubblico impiego, non si applicherà ai docenti precari. Ma solo nell’ordine della differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito fruire delle ferie. Lo prevede il comma 44, dell’articolo 3, del disegno di legge sulla stabilità, attualmente al vaglio del parlamento. La deroga deve fare i conti anche con l’incremento di 15 giorni delle ferie spettanti al personale docente. Ma la cancellazione dell’indennità, a fronte della impossibilità materiale di fruire delle ferie a causa della brevità della durata dei contratti, avrebbe ingenerato una mole impressionante di contenzioso con sicura soccombenza dell’amministrazione. E allora il governo è corso ai ripari, consentendo la monetizzazione ai supplenti sino al termine delle attività didattiche se assunti con contratto sino al 30 giugno di ciascun anno scolastico, che non hanno a disposizione giorni estivi per le ferie, e anche ai supplenti brevi e saltuari, che sono assunti per pochi giorni e, quindi, si trovano nell’impossibilità di fruire anche di un solo giorno di ferie. Ma per evitare che l’importo delle indennità potesse assumere cifre importanti, il ministero dell’economia, guidato da Vittorio Grilli, è ricorso ad uno stratagemma. La normativa contrattuale attualmente in vigore prevede, infatti, che le ferie possano essere fruite solo nei periodi di sospensione dell’attività didattica, in ciò escludendo le vacanze di Natale e di Pasqua e limitando il periodo utile alle sole vacanze estive. E quindi, per ampliare il novero dei periodi utili, comprendendo anche le vacanze di Natale e Pasqua, l’esecutivo ha stabilito che il periodo valido sia quello «della sospensione delle lezioni anziché delle attività didattiche» si legge nella relazione illustrativa del provvedimento «di modo che le sospensioni natalizia e pasquale, nonché gli eventuali ponti, e i giorni di sospensione a giugno siano validi per la fruizione delle ferie».
Ciò sarà sufficiente ad evitare esborsi cospicui per l’erario. Perché il numero di giorni che potranno essere monetizzati non supera in media quelli che venivano monetizzati prima dell’entrata in vigore del divieto «nemmeno considerando i 15 giorni di ferie in più consentiti dalla norma» sulle 24 ore di cattedra settimanali. A questo proposito, palazzo Chigi ha considerato che il personale supplente sino al termine delle attività didattiche gode di un numero di giorni di ferie su base annua pari a quelli spettanti al personale di ruolo. E cioè 32, ai quali si aggiungono i 15 previsti dalle nuove disposizioni, purché abbia compiuto almeno tre anni di servizio a qualsiasi titolo. Si tratta, quindi di 47 giorni su base annua, cioè 39,2 giorni nel periodo di dieci mesi di durata dei rispetti contratti di lavoro. Pertanto, le nuove disposizioni consentiranno al personale supplente sino al termine delle attività didattiche di monetizzare un numero di giorni di ferie pari al massimo ad 11. Comunque inferiore ai 26,7 che potevano monetizzare sino all’entrata in vigore del decreto legge 95/2012.Il ministero ha stimato, inoltre, che tale riduzione nel numero dei giorni monetizzabili, da parte dei circa 100.000 supplenti sino al termine delle attività, compensi più che ampiamente l’incremento, corrispondente alla quota parte dei 15 giorni di ferie da riconoscere in più, relativo al personale supplente breve e saltuario. A conti fatti, dunque,, sempre secondo il governo, si andrà più o meno in pari, rispetto alla situazione vigente prima dell’aumento di 15 giorni delle ferie complessivamente spettanti.
da ScuolaOggi 23.10.12

"Professori, il ministro ci ripensi o il PD dia battaglia", di Luigi Berlinguer

I professori italiani guadagnano 1.200 euro al mese ad inizio carriera. Dopo nove anni conseguono un primo scatto di circa 80 euro. Dall’ultimo rapporto Ocse emerge che gli stipendi degli insegnanti in Europa sono aumentati, in termini reali, del 7%. In Italia sono diminuiti dell’1%. Gli scatti biennali sono fermi e, sempre in questi ultimi anni, sono stati tagliati molti posti di insegnamento. Contemporaneamente è aumentato il carico di lavoro per ciascun docente (con il disagio, per molti, di svolgere lezioni in più istituti). Da ultimo molti insegnanti di ruolo hanno perso la cattedra e sono diventati sovrannumerari. Alcuni andranno a fare gli insegnanti di sostegno. Ho citato alcuni elementi di forte criticità che evidenziano l’enorme disagio di una categoria. Le norme contenute nella legge di stabilità vanno a collocarsi in questo clima di altissima tensione che si intreccia con un profondo stato di frustrazione. Le attuali 18 ore settimanali di lezione frontale sono già un lavoro molto pesante (anche all’estero, laddove esistano, sono più o meno le stesse). Non è un caso che il lavoro docente sia stato considerato, dopo anni di discussioni, lavoro usurante. L’aumento delle ore di lezionefrontale da 18 a 24, come ora ipotizzato, non è pertanto sopportabile. Aggiungo un’altra considerazione di merito: nell’organizzazione arcaica del sistema didattico italiano, col predominio della lezionefrontale(dalla cattedra ai banchi) oggi abbandonata in tutti i Paesi evoluti, tale aggravio di lavoro (per di più senza miseri aumenti retributivi, anzi) non sarà tollerato. L’aumento dell’attività frontale prima che gli insegnanti danneggia la scuola. Eppure ci sono centinaia di straordinarie iniziative innovative nelle scuole che, dal basso, stanno cambiando la didattica in assenza del cambiamento dell’impianto educativo di cui pure tanto necessita l’Italia. Numerosi docenti che, nonostante il clima appena descritto, si sono rimboccati le maniche e hanno prodotto esempi straordinari di innovazione e qualità educativa (ne discuteremo a breve a Firenze in un seminario nazionale di www.educationduepuntozero.it). Il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, consapevole della gravità della situazione, ha affermato che i parlamentari del Pd voteranno contro quella proposta. E senza il voto del Pd quella proposta in Parlamento non passerà. So che il ministro Profumo, annunciando la possibilità di cambiare la norma, ha dato mandato ai tecnici del ministero di studiare l’ipotesi di spostare la ricerca dei risparmi dal costo del corpo docente a capitoli di spesa capaci, attraverso una revisione selettiva, di eliminare sprechi amministrativi. Personalmente mi sento di fare un appello alle autorità di governo affinché annuncino subito di accettare tali cambiamenti e al Pd di svolgere un’azione parlamentare risoluta per cancellare la norma. Il messaggio alle scuole deve arrivare chiaro come quello lanciato da Obama: se da un aereo troppo carico si deve buttare giù qualcosa di pesante per mantenere la rotta, l’unica certezza è quella che non si può gettar via: il motore.

L’Unità 23.10.12

"Professori, il ministro ci ripensi o il PD dia battaglia", di Luigi Berlinguer

I professori italiani guadagnano 1.200 euro al mese ad inizio carriera. Dopo nove anni conseguono un primo scatto di circa 80 euro. Dall’ultimo rapporto Ocse emerge che gli stipendi degli insegnanti in Europa sono aumentati, in termini reali, del 7%. In Italia sono diminuiti dell’1%. Gli scatti biennali sono fermi e, sempre in questi ultimi anni, sono stati tagliati molti posti di insegnamento. Contemporaneamente è aumentato il carico di lavoro per ciascun docente (con il disagio, per molti, di svolgere lezioni in più istituti). Da ultimo molti insegnanti di ruolo hanno perso la cattedra e sono diventati sovrannumerari. Alcuni andranno a fare gli insegnanti di sostegno. Ho citato alcuni elementi di forte criticità che evidenziano l’enorme disagio di una categoria. Le norme contenute nella legge di stabilità vanno a collocarsi in questo clima di altissima tensione che si intreccia con un profondo stato di frustrazione. Le attuali 18 ore settimanali di lezione frontale sono già un lavoro molto pesante (anche all’estero, laddove esistano, sono più o meno le stesse). Non è un caso che il lavoro docente sia stato considerato, dopo anni di discussioni, lavoro usurante. L’aumento delle ore di lezionefrontale da 18 a 24, come ora ipotizzato, non è pertanto sopportabile. Aggiungo un’altra considerazione di merito: nell’organizzazione arcaica del sistema didattico italiano, col predominio della lezionefrontale(dalla cattedra ai banchi) oggi abbandonata in tutti i Paesi evoluti, tale aggravio di lavoro (per di più senza miseri aumenti retributivi, anzi) non sarà tollerato. L’aumento dell’attività frontale prima che gli insegnanti danneggia la scuola. Eppure ci sono centinaia di straordinarie iniziative innovative nelle scuole che, dal basso, stanno cambiando la didattica in assenza del cambiamento dell’impianto educativo di cui pure tanto necessita l’Italia. Numerosi docenti che, nonostante il clima appena descritto, si sono rimboccati le maniche e hanno prodotto esempi straordinari di innovazione e qualità educativa (ne discuteremo a breve a Firenze in un seminario nazionale di www.educationduepuntozero.it). Il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, consapevole della gravità della situazione, ha affermato che i parlamentari del Pd voteranno contro quella proposta. E senza il voto del Pd quella proposta in Parlamento non passerà. So che il ministro Profumo, annunciando la possibilità di cambiare la norma, ha dato mandato ai tecnici del ministero di studiare l’ipotesi di spostare la ricerca dei risparmi dal costo del corpo docente a capitoli di spesa capaci, attraverso una revisione selettiva, di eliminare sprechi amministrativi. Personalmente mi sento di fare un appello alle autorità di governo affinché annuncino subito di accettare tali cambiamenti e al Pd di svolgere un’azione parlamentare risoluta per cancellare la norma. Il messaggio alle scuole deve arrivare chiaro come quello lanciato da Obama: se da un aereo troppo carico si deve buttare giù qualcosa di pesante per mantenere la rotta, l’unica certezza è quella che non si può gettar via: il motore.
L’Unità 23.10.12

"Il ministro e quella visione arcaica dell'educazione", di Benedetto Vertecchi

E’ probabile che nulla fosse più lontano dalle intenzioni di chi reca la responsabilità del sistema scolastico dell’idea di aprire un dibattito sullo stato della scuola e sulla necessità di una sua riforma (o di una refondation del’école, come in questi mesi si usa dire in Francia). Eppure, è ciò che è accaduto, tanto da far apparire irreale il ripiegamento sulla questione dell’aumento dell’orario settimanale di lavoro nelle secondarie dalle 24 ore annunciate alle 18 ore consuete. Non si può, dopo aver sollecitato un punto così sensibile com’è quello dell’organizzazione del lavoro far finta di niente. Niente è come prima. L’incauta sortita sull’orario di lavoro ha sollecitato, implicitamente, gli insegnanti a riflettere su ciò che fanno prima, durante e dopo le 18 ore che costituiscono il loro impegno formalmente riconosciuto. Non si venga a dire che solo una parte degli insegnanti impegna un tempo aggiuntivo considerevole per essere in condizione di svolgere in modo adeguato l’attività didattica. Sarebbe il solito argomento sulla base del quale si apprezza, anche in modo enfatico, qualche caso specialmente virtuoso per criticare più pesantemente i comportamenti difformi. Il fatto è che quando si deve riflettere sui problemi di un gruppo professionale che conta molte centinaia di migliaia di addetti non ci si può limitare a considerare i casi estremi, nel bene e nel male, ma occorre capire quali siano le condizioni normali di lavoro della grande maggioranza degli insegnanti, le difficoltà che incontrano, il disagio che deriva dallo sbiadimento o dalla perdita di quei simboli sociali che in altri momenti hanno, almeno in parte, compensato la modestia delle retribuzioni. La proposta di aumentare di un terzo l’orario di lavoro, al di là degli aspetti strettamente sindacali, lascia emergere una sostanziale incomprensione non solo del lavoro degli insegnanti, ma del progressivo complicarsi della funzione educativa della scuola. Chi pensa che le risorse destinate all’educazione siano eccessive, e che riducendone l’ammontare sia possibile migliorarne la finalizzazione, mostra di avere come riferimento un modello arcaico di scuola, quello che nei paesi industrializzati ha caratterizzato la fase, generalmente superata, dell’espansione quantitativa dei sistemi d’istruzione. È proprio di un modello arcaico della scolarizzazione pensare a un’utilizzazione del personale centrata sull’orario delle lezioni. Da un lato (quello degli allievi) si è proceduto alla riduzione del tempo educativo, dall’altro (dalla parte degli insegnati) si è pensato di prolungare l’orario di servizio. L’organizzazione delle scuole si è ridotta a una semplice questione contabile, quella di far corrispondere il numero complessivo di ore di lavoro degli insegnanti al numero di ore occorrente per assicurare a ciascuna classe le lezioni previste. Quello che viene affermato è una sorta di minimalismo educativo che si cerca di nascondere sotto le fumisterie ideologiche della cosiddetta meritocrazia. Ma nessuno dei campioni della meritocrazia si è mai preoccupato di spiegare per quale ragione i rampolli delle classi favorite fruiscano generalmente (per esempio, in America, nel Regno Unito, ora anche in Cina) di un’educazione scolastica che si distende fra il mattino e il pomeriggio e che solo in parte consiste in lezioni, o in quel che oggi corrisponde ad esse, mentre per il resto è costituita da esperienze volte a consolidare ciò che si è appreso, a riflettere sul rapporto tra l’apprendimento e la natura, tra il pensiero e l’azione, tra l’individuo e la società. Agli insegnanti si chiede non solo di trasferire repertori di conoscenze, ma di contribuire in modo sostanziale a qualificare le esperienze che si effettuano nel tempo di funzionamento delle scuole. Il fatto che ai nostri insegnanti sia stato prospettato con una gelida norma legislativa il passaggio da 18 a 24 ore, in assenza di un disegno volto a trasformare i modi dell’educazione scolastica, è un segnale estremamente negativo: si può pensare a un sostanziale disimpegno per quel che riguarda la scuola pubblica, alla quale accede la gran parte degli allievi, per lasciare spazio, come è avvenuto in paesi come quelli prima menzionati, a scuole d’élite. Gli insegnanti subirebbero quanto gli allievi un tale disimpegno, in termini di ulteriore impoverimento della loro immagine professionale e sociale. Si capisce quindi perché il rifiuto delle 24 ore sia stato corale, e perché si sia aperto uno spazio di dibattito che investe non solo questioni contrattuali, ma di riassetto dell’intero sistema educativo.

L’Unità 23.10.12

"Il ministro e quella visione arcaica dell'educazione", di Benedetto Vertecchi

E’ probabile che nulla fosse più lontano dalle intenzioni di chi reca la responsabilità del sistema scolastico dell’idea di aprire un dibattito sullo stato della scuola e sulla necessità di una sua riforma (o di una refondation del’école, come in questi mesi si usa dire in Francia). Eppure, è ciò che è accaduto, tanto da far apparire irreale il ripiegamento sulla questione dell’aumento dell’orario settimanale di lavoro nelle secondarie dalle 24 ore annunciate alle 18 ore consuete. Non si può, dopo aver sollecitato un punto così sensibile com’è quello dell’organizzazione del lavoro far finta di niente. Niente è come prima. L’incauta sortita sull’orario di lavoro ha sollecitato, implicitamente, gli insegnanti a riflettere su ciò che fanno prima, durante e dopo le 18 ore che costituiscono il loro impegno formalmente riconosciuto. Non si venga a dire che solo una parte degli insegnanti impegna un tempo aggiuntivo considerevole per essere in condizione di svolgere in modo adeguato l’attività didattica. Sarebbe il solito argomento sulla base del quale si apprezza, anche in modo enfatico, qualche caso specialmente virtuoso per criticare più pesantemente i comportamenti difformi. Il fatto è che quando si deve riflettere sui problemi di un gruppo professionale che conta molte centinaia di migliaia di addetti non ci si può limitare a considerare i casi estremi, nel bene e nel male, ma occorre capire quali siano le condizioni normali di lavoro della grande maggioranza degli insegnanti, le difficoltà che incontrano, il disagio che deriva dallo sbiadimento o dalla perdita di quei simboli sociali che in altri momenti hanno, almeno in parte, compensato la modestia delle retribuzioni. La proposta di aumentare di un terzo l’orario di lavoro, al di là degli aspetti strettamente sindacali, lascia emergere una sostanziale incomprensione non solo del lavoro degli insegnanti, ma del progressivo complicarsi della funzione educativa della scuola. Chi pensa che le risorse destinate all’educazione siano eccessive, e che riducendone l’ammontare sia possibile migliorarne la finalizzazione, mostra di avere come riferimento un modello arcaico di scuola, quello che nei paesi industrializzati ha caratterizzato la fase, generalmente superata, dell’espansione quantitativa dei sistemi d’istruzione. È proprio di un modello arcaico della scolarizzazione pensare a un’utilizzazione del personale centrata sull’orario delle lezioni. Da un lato (quello degli allievi) si è proceduto alla riduzione del tempo educativo, dall’altro (dalla parte degli insegnati) si è pensato di prolungare l’orario di servizio. L’organizzazione delle scuole si è ridotta a una semplice questione contabile, quella di far corrispondere il numero complessivo di ore di lavoro degli insegnanti al numero di ore occorrente per assicurare a ciascuna classe le lezioni previste. Quello che viene affermato è una sorta di minimalismo educativo che si cerca di nascondere sotto le fumisterie ideologiche della cosiddetta meritocrazia. Ma nessuno dei campioni della meritocrazia si è mai preoccupato di spiegare per quale ragione i rampolli delle classi favorite fruiscano generalmente (per esempio, in America, nel Regno Unito, ora anche in Cina) di un’educazione scolastica che si distende fra il mattino e il pomeriggio e che solo in parte consiste in lezioni, o in quel che oggi corrisponde ad esse, mentre per il resto è costituita da esperienze volte a consolidare ciò che si è appreso, a riflettere sul rapporto tra l’apprendimento e la natura, tra il pensiero e l’azione, tra l’individuo e la società. Agli insegnanti si chiede non solo di trasferire repertori di conoscenze, ma di contribuire in modo sostanziale a qualificare le esperienze che si effettuano nel tempo di funzionamento delle scuole. Il fatto che ai nostri insegnanti sia stato prospettato con una gelida norma legislativa il passaggio da 18 a 24 ore, in assenza di un disegno volto a trasformare i modi dell’educazione scolastica, è un segnale estremamente negativo: si può pensare a un sostanziale disimpegno per quel che riguarda la scuola pubblica, alla quale accede la gran parte degli allievi, per lasciare spazio, come è avvenuto in paesi come quelli prima menzionati, a scuole d’élite. Gli insegnanti subirebbero quanto gli allievi un tale disimpegno, in termini di ulteriore impoverimento della loro immagine professionale e sociale. Si capisce quindi perché il rifiuto delle 24 ore sia stato corale, e perché si sia aperto uno spazio di dibattito che investe non solo questioni contrattuali, ma di riassetto dell’intero sistema educativo.
L’Unità 23.10.12

"Salvate Monti dalla sua agenda", di Massimo Giannini

L’agonia interminabile della Seconda Repubblica ha prodotto un paradosso evidente, ma ormai sempre più stridente. Un’alternativa politica palesemente impresentabile (il centrodestra) o non ancora compiutamente spendibile (il centrosinistra) ha reso necessario il governo tecnico di Mario Monti. Per oggi, e secondo molti anche per domani. Ma mentre la credibilità personale del presidente del Consiglio si consolida, nei partiti e nel Paese crescono a dismisura l’insofferenza e l’avversione verso le politiche del suo governo.
Come si giustifica questo cortocircuito? E come si può reggere una contraddizione così forte? La spiegazione è una sola: Monti è ormai sempre più separato dalla sua Agenda. Questa operazione di “chirurgia politica” l’hanno già fatta gli italiani, con l’innato buon senso del quale nonostante tutto sono ancora provvisti. I sondaggi di questi mesi sono eloquenti. Nonostante le difficoltà della fase, Monti riscuote un tasso di fiducia che resta altissimo. L’Atlante Politico di Demos dà il premier al 55,2%, Ipr al 53, Euromedia al 43,9 e Swg al 42. Secondo Ipsos il 54% degli italiani dà un giudizio positivo sul presidente.
Tuttavia, se dal giudizio sulla persona si passa a quello sull’azione del governo il quadro cambia radicalmente. Per Demos, il 66% degli italiani boccia la manovra sull’Imu, il 66% la riforma delle pensioni, il 60% quella del mercato del lavoro. Per Ipsos, il 48% degli italiani si dichiara nettamente contrario alle misure sull’Irpef e sull’Iva varate con la legge di stabilità. L’opinione pubblica ha dunque già compiuto il «distacco»: riconosce l’alto valore di Monti, ma esprime un forte disvalore per alcune scelte adottate dal suo governo.
Bisogna dirlo con chiarezza: gli italiani hanno ragione. La cosiddetta «Agenda Monti» è un passo avanti rispetto al passato. Al premier va dato atto di aver salvato il Paese dalla bancarotta nella quale lo stava trascinando Berlusconi, con interventi dolorosi ma tempestivi (a partire dal decreto Salva-Italia del dicembre 2011). Ma non si può non vedere ciò che tutti noi vediamo e sentiamo sulla nostra pelle. Alcuni provvedimenti, per quanto doverosi, si sono dimostrati lacunosi e in qualche caso anche dannosi.
La reintroduzione dell’Imu è stata necessaria, per ridare autonomia finanziaria agli enti locali: ma la portata e la distribuzione del prelievo hanno penalizzato le famiglie meno abbienti. La riforma previdenziale è stata opportuna per mettere in sicurezza il bilancio «inter-generazionale»: ma il dramma oggettivo degli esodati è uno scandalo della democrazia, mal gestito e tuttora irrisolto. La riforma del mercato del lavoro era indispensabile, per limitare il precariato e avvicinare la disciplina dei licenziamenti agli standard del modello «socialdemocratico » tedesco: ma il compromesso raggiunto, sulle «nuove» tipologie contrattuali, sul «nuovo» articolo 18 e soprattutto sugli ammortizzatori sociali inesistenti, è del tutto insoddisfacente. La promessa di grandi multinazionali pronte a investire in Italia grazie alla maggiore «flessibilità» del sistema, si è rivelata quanto meno incauta, per non dire di peggio. Non si vedono colossi globali, in fila ai confini nazionali. In compenso, se ne vanno l’Ikea dall’Umbria e la British Gas dalla Puglia.
Infine la legge di stabilità, licenziata solo una settimana fa. Per quanto sia stato apprezzabile il tentativo
di avviare un percorso di riduzione della pressione fiscale, attraverso l’abbattimento delle prime due aliquote della curva dell’Irpef, anche questa manovra è diventata un disastroso boomerang. Non tanto per l’effetto contrario prodotto dal contemporaneo aumento di 1 punto dell’aliquota Iva, quanto per la contestuale riduzione delle franchigie sulle detrazioni e deduzioni dalla stessa imposta personale, che ha finito per azzerare del tutto il beneficio fiscale, e per trasformarlo in molti casi in un vero e proprio maleficio. Ancora una volta, a carico dei più deboli.
Se a questo si aggiungono sacrifici ulteriori e francamente odiosi (come il giro di vite sull’assistenza agli invalidi, sui contratti di fornitura nella sanità e sugli orari e gli stipendi dei docenti della scuola) e vere e proprie occasioni mancate (come le liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici locali e le norme anti-corruzione) l’elenco degli errori in «Agenda» è completo. Non è un caso se oggi il governo, pressato
da un fronte bipartisan Pd-Pdl-Udc, si vede costretto a tentare un’indecorosa marcia indietro sulla legge di stabilità, e un velleitario rilancio sul voto di scambio e la prescrizione «lunga». Ma il risultato parziale, e ormai forse finale, non cambia. La misura del rigore è colma, il piatto dell’equità e della crescita continua ad essere miseramente
vuoto.
Monti paga in parte anche colpe non sue. La prima tra tutte è il fattore di blocco rappresentato da una Coalizione che è Grande per l’aritmetica, ma non per la politica. La seconda è una squadra ministeriale non sempre all’altezza. Lo dimostrano le troppe e inaccettabili gaffe della Fornero: l’ultima di ieri, sui giovani che non devono essere «schizzinosi » nella scelta della prima occupazione, è vergognosa perché sbattuta in faccia a una nazione che ha il record europeo della disoccupazione giovanile e del precariato. E poi le opinabili fughe in avanti di Profumo, o le discutibili promesse di sviluppo di Passera. La terza è una coazione a ripetere delle tecnostrutture, che a partire dai capi di gabinetto tende a ritirare fuori dai cassetti dei rispettivi dicasteri soluzioni già viste e già scartate, piuttosto che idee nuove e mai sperimentate.
Dire questo non significa segare l’albero sul quale è seduto il Professore. Significa solo riconoscere i limiti politici e le tare genetiche di un governo che ha operato in condizioni di assoluta emergenza, interna e internazionale, che grazie all’uomo che lo guida ha comunque riportato l’Italia agli onori del mondo, ma che su alcuni punti del suo programma ha deluso le attese. Significa auspicare che la semina di questi mesi non vada perduta (soprattutto per la parte che riguarda l’ancoraggio all’Europa e agli impegni che l’Unione richiede) ma vada doverosamente integrata, rafforzata e corretta con quegli elementi di vera «economia sociale di mercato » che i tecnici non hanno saputo esprimere.
Nel contesto generale, significa uscire dal trito schematismo di una resa dei conti tra rigoristi e sviluppisti. Di una battaglia per l’egemonia tra svolte neo-keynesiane e resistenze neo-liberiste (che pure hanno oggettivamente e rovinosamente dominato il campo in questi anni). Non c’è più un modello unico da prendere e da adottare in blocco, ma soluzioni articolate e complesse da inventare e testare con coraggio e fantasia. Significa non buttare al macero la disciplina di bilancio e la fine del «deficit spending», ma ripensare i vincoli di una teorica «austerità espansiva» che in tutta Europa ha generato, insieme a una severa ortodossia finanziaria e contabile, nuova recessione e nuova disoccupazione.
Nello specifico italiano, significa fare un uso dinamico dei fondi recuperati sull’evasione, e di rimetterli nel circuito famiglie-imprese con una riforma fiscale che gravi più sulle rendite e sui patrimoni e meno sul lavoro. Significa usare i risparmi previdenziali per finanziare un dignitoso sistema di tutele a chi non ha o ha perso la propria occupazione. Significa non sfasciare l’intera riforma delle pensioni con la «clava» del ddl Damiano, ma recepire di quel testo almeno la parte che copre le decine di migliaia di persone rimaste senza pensione e senza stipendio, per effetto della chiusura delle «finestre» e del parallelo aumento dell’età pensionabile.
Non si tratta, brutalmente, di «rottamare» l’Agenda Monti. E chi nel Pd usa questa formula commette lo stesso errore, semantico e politico, compiuto in questi mesi e su un altro piano da Matteo Renzi. La rottamazione evoca di per sé l’idea di una «liquidazione», totale e definitiva, di un’intera esperienza politica. Così non si rende un buon servizio né al Professore, né alla sinistra, né al Paese. Comunque vadano le elezioni, nella prossima legislatura ci potrà essere ancora bisogno di Monti. Ma scrivere la nuova Agenda, salvando il buono che pure c’è in quella vecchia, spetterà alla politica. Sempre che abbia l’ambizione e la forza per farlo.

La Repubblica 23.10.12