L’agonia interminabile della Seconda Repubblica ha prodotto un paradosso evidente, ma ormai sempre più stridente. Un’alternativa politica palesemente impresentabile (il centrodestra) o non ancora compiutamente spendibile (il centrosinistra) ha reso necessario il governo tecnico di Mario Monti. Per oggi, e secondo molti anche per domani. Ma mentre la credibilità personale del presidente del Consiglio si consolida, nei partiti e nel Paese crescono a dismisura l’insofferenza e l’avversione verso le politiche del suo governo.
Come si giustifica questo cortocircuito? E come si può reggere una contraddizione così forte? La spiegazione è una sola: Monti è ormai sempre più separato dalla sua Agenda. Questa operazione di “chirurgia politica” l’hanno già fatta gli italiani, con l’innato buon senso del quale nonostante tutto sono ancora provvisti. I sondaggi di questi mesi sono eloquenti. Nonostante le difficoltà della fase, Monti riscuote un tasso di fiducia che resta altissimo. L’Atlante Politico di Demos dà il premier al 55,2%, Ipr al 53, Euromedia al 43,9 e Swg al 42. Secondo Ipsos il 54% degli italiani dà un giudizio positivo sul presidente.
Tuttavia, se dal giudizio sulla persona si passa a quello sull’azione del governo il quadro cambia radicalmente. Per Demos, il 66% degli italiani boccia la manovra sull’Imu, il 66% la riforma delle pensioni, il 60% quella del mercato del lavoro. Per Ipsos, il 48% degli italiani si dichiara nettamente contrario alle misure sull’Irpef e sull’Iva varate con la legge di stabilità. L’opinione pubblica ha dunque già compiuto il «distacco»: riconosce l’alto valore di Monti, ma esprime un forte disvalore per alcune scelte adottate dal suo governo.
Bisogna dirlo con chiarezza: gli italiani hanno ragione. La cosiddetta «Agenda Monti» è un passo avanti rispetto al passato. Al premier va dato atto di aver salvato il Paese dalla bancarotta nella quale lo stava trascinando Berlusconi, con interventi dolorosi ma tempestivi (a partire dal decreto Salva-Italia del dicembre 2011). Ma non si può non vedere ciò che tutti noi vediamo e sentiamo sulla nostra pelle. Alcuni provvedimenti, per quanto doverosi, si sono dimostrati lacunosi e in qualche caso anche dannosi.
La reintroduzione dell’Imu è stata necessaria, per ridare autonomia finanziaria agli enti locali: ma la portata e la distribuzione del prelievo hanno penalizzato le famiglie meno abbienti. La riforma previdenziale è stata opportuna per mettere in sicurezza il bilancio «inter-generazionale»: ma il dramma oggettivo degli esodati è uno scandalo della democrazia, mal gestito e tuttora irrisolto. La riforma del mercato del lavoro era indispensabile, per limitare il precariato e avvicinare la disciplina dei licenziamenti agli standard del modello «socialdemocratico » tedesco: ma il compromesso raggiunto, sulle «nuove» tipologie contrattuali, sul «nuovo» articolo 18 e soprattutto sugli ammortizzatori sociali inesistenti, è del tutto insoddisfacente. La promessa di grandi multinazionali pronte a investire in Italia grazie alla maggiore «flessibilità» del sistema, si è rivelata quanto meno incauta, per non dire di peggio. Non si vedono colossi globali, in fila ai confini nazionali. In compenso, se ne vanno l’Ikea dall’Umbria e la British Gas dalla Puglia.
Infine la legge di stabilità, licenziata solo una settimana fa. Per quanto sia stato apprezzabile il tentativo
di avviare un percorso di riduzione della pressione fiscale, attraverso l’abbattimento delle prime due aliquote della curva dell’Irpef, anche questa manovra è diventata un disastroso boomerang. Non tanto per l’effetto contrario prodotto dal contemporaneo aumento di 1 punto dell’aliquota Iva, quanto per la contestuale riduzione delle franchigie sulle detrazioni e deduzioni dalla stessa imposta personale, che ha finito per azzerare del tutto il beneficio fiscale, e per trasformarlo in molti casi in un vero e proprio maleficio. Ancora una volta, a carico dei più deboli.
Se a questo si aggiungono sacrifici ulteriori e francamente odiosi (come il giro di vite sull’assistenza agli invalidi, sui contratti di fornitura nella sanità e sugli orari e gli stipendi dei docenti della scuola) e vere e proprie occasioni mancate (come le liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici locali e le norme anti-corruzione) l’elenco degli errori in «Agenda» è completo. Non è un caso se oggi il governo, pressato
da un fronte bipartisan Pd-Pdl-Udc, si vede costretto a tentare un’indecorosa marcia indietro sulla legge di stabilità, e un velleitario rilancio sul voto di scambio e la prescrizione «lunga». Ma il risultato parziale, e ormai forse finale, non cambia. La misura del rigore è colma, il piatto dell’equità e della crescita continua ad essere miseramente
vuoto.
Monti paga in parte anche colpe non sue. La prima tra tutte è il fattore di blocco rappresentato da una Coalizione che è Grande per l’aritmetica, ma non per la politica. La seconda è una squadra ministeriale non sempre all’altezza. Lo dimostrano le troppe e inaccettabili gaffe della Fornero: l’ultima di ieri, sui giovani che non devono essere «schizzinosi » nella scelta della prima occupazione, è vergognosa perché sbattuta in faccia a una nazione che ha il record europeo della disoccupazione giovanile e del precariato. E poi le opinabili fughe in avanti di Profumo, o le discutibili promesse di sviluppo di Passera. La terza è una coazione a ripetere delle tecnostrutture, che a partire dai capi di gabinetto tende a ritirare fuori dai cassetti dei rispettivi dicasteri soluzioni già viste e già scartate, piuttosto che idee nuove e mai sperimentate.
Dire questo non significa segare l’albero sul quale è seduto il Professore. Significa solo riconoscere i limiti politici e le tare genetiche di un governo che ha operato in condizioni di assoluta emergenza, interna e internazionale, che grazie all’uomo che lo guida ha comunque riportato l’Italia agli onori del mondo, ma che su alcuni punti del suo programma ha deluso le attese. Significa auspicare che la semina di questi mesi non vada perduta (soprattutto per la parte che riguarda l’ancoraggio all’Europa e agli impegni che l’Unione richiede) ma vada doverosamente integrata, rafforzata e corretta con quegli elementi di vera «economia sociale di mercato » che i tecnici non hanno saputo esprimere.
Nel contesto generale, significa uscire dal trito schematismo di una resa dei conti tra rigoristi e sviluppisti. Di una battaglia per l’egemonia tra svolte neo-keynesiane e resistenze neo-liberiste (che pure hanno oggettivamente e rovinosamente dominato il campo in questi anni). Non c’è più un modello unico da prendere e da adottare in blocco, ma soluzioni articolate e complesse da inventare e testare con coraggio e fantasia. Significa non buttare al macero la disciplina di bilancio e la fine del «deficit spending», ma ripensare i vincoli di una teorica «austerità espansiva» che in tutta Europa ha generato, insieme a una severa ortodossia finanziaria e contabile, nuova recessione e nuova disoccupazione.
Nello specifico italiano, significa fare un uso dinamico dei fondi recuperati sull’evasione, e di rimetterli nel circuito famiglie-imprese con una riforma fiscale che gravi più sulle rendite e sui patrimoni e meno sul lavoro. Significa usare i risparmi previdenziali per finanziare un dignitoso sistema di tutele a chi non ha o ha perso la propria occupazione. Significa non sfasciare l’intera riforma delle pensioni con la «clava» del ddl Damiano, ma recepire di quel testo almeno la parte che copre le decine di migliaia di persone rimaste senza pensione e senza stipendio, per effetto della chiusura delle «finestre» e del parallelo aumento dell’età pensionabile.
Non si tratta, brutalmente, di «rottamare» l’Agenda Monti. E chi nel Pd usa questa formula commette lo stesso errore, semantico e politico, compiuto in questi mesi e su un altro piano da Matteo Renzi. La rottamazione evoca di per sé l’idea di una «liquidazione», totale e definitiva, di un’intera esperienza politica. Così non si rende un buon servizio né al Professore, né alla sinistra, né al Paese. Comunque vadano le elezioni, nella prossima legislatura ci potrà essere ancora bisogno di Monti. Ma scrivere la nuova Agenda, salvando il buono che pure c’è in quella vecchia, spetterà alla politica. Sempre che abbia l’ambizione e la forza per farlo.
La Repubblica 23.10.12
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"La fabbrica del veleno", di Giovanni Valentini
E adesso? Che cosa diranno i signori dell’acciaio, i profeti dello sviluppo a tutti i costi, i nemici dell’ambiente e della salute collettiva di fronte all’agghiacciante rapporto dell’Istituto superiore di Sanità? Il senso della decenza — se non quello dell’etica — vorrebbe che riconoscessero i propri errori e si assumessero le loro responsabilità. I dati diffusi pubblicamente dal ministro Balduzzi non ammettono repliche. Non solo documentano il lugubre record della mortalità a Taranto e in provincia rispetto al resto della Puglia. Ma dimostrano in modo irrefutabile la correlazione fra i veleni emessi dallo stabilimento dell’Ilva e l’incidenza dei tumori nella popolazione locale, uomini, donne e bambini. Un disastro ambientale e sanitario che grida vendetta. Ma basterebbe fare un po’ di giustizia, come i magistrati di Taranto stanno cercando faticosamente di fare, almeno per fermare la catastrofe e impedire che produca altri danni, altre vittime, altre morti. Ecco, adesso, la vera emergenza.
Fin dall’inizio di questa vicenda, aperta da una coraggiosa iniziativa giudiziaria, stiamo assistendo invece a un indegno talk-show di polemiche, a un rimpallo di responsabilità, insomma a uno scaricabarile tanto ipocrita quanto inaccettabile. E sul piano personale spiace dirlo, in questa invereconda rappresentazione corale, si distingue purtroppo il ministro dell’Ambiente: lo stesso che aveva esordito evocando un impraticabile ritorno al nucleare e che ha continuato e continua a dissimulare la gravità dei dati sul disastro di Taranto, quasi spacciandola per una storia vecchia, risolta, superata. Salvo poi querelare il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, come se fosse colpevole di aver diffuso notizie false e tendenziose invece di aver denunciato una drammatica realtà.
È sempre la maledizione della diossina che, come a Seveso nel 1976, incombe su un’intera collettività: sugli operai dell’Ilva, innanzitutto, ma anche sulle loro mogli e sui loro figli, sulla popolazione di tutta una città e una provincia. Un pezzo di quel Mezzogiorno condannato a un illusorio futuro di sviluppo, nel segno di un’industrializzazione selvaggia. Ma che razza di progresso è mai quello che compromette la salute della gente, che esige il prezzo di tante vite umane? Ora il ministro Balduzzi ammette candidamente di essere rimasto «un pochino sorpreso» e confida «la sensazione che a questo punto si debba fare di più». Non bastano le malattie respiratorie e circolatorie, i tumori polmonari, quelli al fegato, al colon, alla prostata o alla vescica, per convincere il governo dei tecnici a intervenire con la massima rapidità e decisione? Si fa presto a dire che «anche rimanere senza lavoro ha poi conseguenze sullo stato della salute ». È troppo facile e comodo. Si ha quasi la “sensazione”, per usare il linguaggio ministeriale, che sia un “pochino” demagogico. E comunque, oltre che per gli operai di Taranto, il discorso dovrebbe valere per quelli dell’Alcoa, per i tanti disoccupati, cassintegrati, prepensionati, esodati, giovani e donne che, specie al Sud, cercano lavoro e non lo trovano.
L’alternativa, per l’Ilva e per tutti i casi analoghi, in un Paese civile non può essere o la borsa o la vita. L’acciaio o la salute. L’occupazione o l’avvelenamento. Quella fabbrica infernale va messa al più presto in condizioni di sicurezza, magari utilizzando gli stessi operai ai quali occorre garantire la continuità salariale. Chi inquina, paga, si diceva una volta. E chi ha inquinato, deve pagare.
La Repubblica 23.10.12
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Ilva, dati shock sulla mortalità 30% di tumori in più a Taranto “Sono causati dall’inquinamento”, di MARIO DILIBERTO
A Taranto ci si ammala il 30% in più di tumore. Peggio di quanto si potesse pensare. Fa venire i brividi il disastro sanitario e ambientale documentato dal progetto “Sentieri”, che ieri il ministro della Salute Renato Balduzzi ha illustrato qui in Puglia. Le percentuali relative a morti e malati di tumore raccontano il dramma di una città di 200mila abitanti, che convive con l’Ilva.
Quel “mostro” che dà lavoro a 12mila tute blu e sforna milioni di tonnellate di acciaio all’anno, è di nuovo sotto accusa. Il patron Emilio Riva, l’anziano industriale, è ai domiciliari per “disastro ambientale”. E il cuore della sua fabbrica è sotto sequestro, per le polveri e i fumi che secondo i pm inquinano, uccidono e fanno ammalare. L’emergenza Taranto ha trovato conferma nei dati, relativi agli anni 2003/2009, snocciolati ieri dal ministro Balduzzi. «La situazione di Taranto è indubbiamente complessa», ha detto. «Credo che sia necessario uno sforzo, anche da parte della sanità pubblica per un monitoraggio sanitario costante e un piano di prevenzione nei confronti dei lavoratori, dei bambini e di tutti, con iniziative mirate». Ma monitoraggio e prevenzione sembrano svanire quando si scorrono le percentuali. Se vivi a Taranto e sei uomo hai il 14% in più di possibilità di morire rispetto al resto della Puglia, e in particolare di morire di cancro. Percentuali che schizzano al +33% per i tumori polmonari e al dato record di +419% per i mesoteliomi pleurici. Non va meglio se sei donna. Le tarantine hanno l’8% in più di probabilità di morire rispetto alle altre pugliesi, il 13% di essere stroncate dal cancro. L’allarme si acuisce scorrendo i dati sull’incidenza dei tumori. I tarantini devono fare i conti con il 30% in più rispetto a chi vive in provincia e le donne con il 20%, con picchi del 100% per il cancro allo stomaco. Il dato più doloroso è quello dei bambini con il 20% in più di morti nel primo anno di vita. «Il progetto “Sentieri” — si legge nel rapporto — mostra incrementi significativi per tutte le cause di mortalità e malattia». Per questo ieri il primario della pediatria di Taranto, il dottor Giuseppe Merico ha denunciato «casi di cancro scoperti nei primi quattro giorni di vita. La prova — ha detto — di un danno genotossico».
Sul banco degli imputati c’è quella fabbrica al centro di una vera tempesta giudiziaria. Di lì, dicono i giudici, partono diossina e benzoapirene, veleni di produzione industriale. Il benzoapirene è un idrocarburo policiclico aromatico di cui è infarcito il pm10 che si respira ai Tamburi, il quartiere che confina con il siderurgico. «È un cancerogeno certo », spiegano dall’organizzazione mondiale della sanità. E a Taranto «il 99% di quel veleno proviene da tre reparti dell’Ilva». Quelli che i giudici hanno sequestrano e che ora vogliono spegnere.
Ma l’acciaio dell’Ilva è strategico per il Paese. E 12mila posti di lavoro non si possono buttare così. La scommessa del futuro è l’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata pochi giorni fa dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini. L’obiettivo è di rendere la fabbrica eco-compatibile, obbligando la proprietà a migliorie per miliardi di euro. L’azienda, intanto, si difende, guardando al passato quando la fabbrica si chiamava Italsider ed era di proprietà dello Stato. «I dati esposti dal Ministro Balduzzi — dicono dall’Ilva — richiedono un’attenta e approfondita analisi. Da una prima lettura emerge una fotografia che rappresenta un passato legato agli ultimi trent’anni e non certo il presente».
La Repubblica 23.10.12
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“I numeri della vita e della morte”, di Alberto Orioli
Si alzano le mani di fronte ai dati della morte. Soprattutto se prende le sembianze dei tumori neonatali. Non c’è statistica, non c’è soglia, non c’è serie storica. Solo pietà. Ma non bisogna alzare le mani, impotenti, sui numeri della vita.
E la più grande acciaieria d’Europa è vita, è sviluppo, è ricchezza.
Saranno i tecnici a disquisire se il periodo 2003-2009 preso in esame dalla ricerca riproduce le situazioni ambientali esistenti oggi o se nel frattempo gli interventi già realizzati hanno indotto miglioramenti. O, peggio, se il quadro sia, in questi anni, peggiorato. Resta, per l’opinone pubblica italiana e non solo tarantina o pugliese, il tema di fondo: bisogna chiudere? Bisogna abbandonare la produzione siderurgia di Taranto, 15mila occupati?
«No, bisogna sconfiggere il cancro senza sconfiggere il lavoro» resta comunque la risposta più saggia, sia per chi abbia a cuore l’interesse ambientale, sia per chi non voglia perdere l’opportunità manifatturiera. Anche perchè Taranto significa Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi in una Italia che, tra l’altro, sta perdendo le sue roccaforti ferrose, da Piombino a Terni, un tempo fucine della rivoluzione industriale del boom economico. Se il dibattito viene spogliato della carica ideologica e divisiva che ha assunto con il passare delle settimane, resta solo la necessità che uno sforzo eccezionale – locale, regionale, nazionale ed europeo – porti quel sito ad adattare i propri standard di produzione alle condizioni di eco-sostenibilità. Non è un rabbioso ordine di chiusura immediata che può salvare il compromesso tragico tra difesa della vita e difesa del lavoro; non è di consolazione l’utopia che al posto di quell’acciaio si possano immaginare, nell’immediato, attività terziarie o turistiche che compensino la quantità di lavoratori oggi impegnati in una delle più grandi città-d’acciaio d’Europa. Nè è sensata l’idea di chi, con cinismo, propone di ridurre la produzione per delocalizzarne la gran parte (per esportare quelle morti che vorremmo evitare da noi?).
Il compromesso è scritto nell’Autorizzazione integrata ambientale deciso dal ministro Corrado Clini. Per l’azienda è un programma impegnativo, prova ne sia la richiesta di modificare le quote di produzione considerate troppo basse. Ma la riconversione a tappe forzate dell’impianto diventato dei Riva e parzialmente riadattato, dopo aver inquinato per decenni come fabbrica di Stato, deve passare da quei vincoli: l’Ilva contesta l’anticipo di un anno (al 2014) della chiusura dell’altoforno 5, cuore strategico dell’impianto; chiede distanze di rispetto inferiori a quelle stabilite nell’Aia per il posizionamento dei parchi minerali, pena la perdita di un intero sito di stoccaggio; ritiene troppo brevi i due mesi per l’ok ai lavori e i tre anni per l’esecuzione delle nuove coperture anti-polveri; considera difficile avviare entro tre mesi i lavori per costruire edifici chiusi per lo staccaggio dei materiali pulvirulenti. Insomma, quell’Aia non è una passeggiata per l’impresa. Ma è uno sforzo supplementare ineludibile.
Altrimenti resta l’alternativa dell’abbandono e delle desertificazione industriale o cercata o indotta. Ma non sarebbe la soluzione giusta. La vera sfida, anche per far invertire il corso di quei terrificanti risultati clinici, è trasformare il sito siderurgico nel primo impianto riconvertito a produzioni eco-compatibili. Un programma che coinvolga tutti in uno sforzo organizzativo e finanziario corale, dalla città all’Europa. Sarà il modo per garantire il lavoro e per sconfiggere quelle morti inaccettabili.
Il Sole 24 Ore 23.10.12
"La fabbrica del veleno", di Giovanni Valentini
E adesso? Che cosa diranno i signori dell’acciaio, i profeti dello sviluppo a tutti i costi, i nemici dell’ambiente e della salute collettiva di fronte all’agghiacciante rapporto dell’Istituto superiore di Sanità? Il senso della decenza — se non quello dell’etica — vorrebbe che riconoscessero i propri errori e si assumessero le loro responsabilità. I dati diffusi pubblicamente dal ministro Balduzzi non ammettono repliche. Non solo documentano il lugubre record della mortalità a Taranto e in provincia rispetto al resto della Puglia. Ma dimostrano in modo irrefutabile la correlazione fra i veleni emessi dallo stabilimento dell’Ilva e l’incidenza dei tumori nella popolazione locale, uomini, donne e bambini. Un disastro ambientale e sanitario che grida vendetta. Ma basterebbe fare un po’ di giustizia, come i magistrati di Taranto stanno cercando faticosamente di fare, almeno per fermare la catastrofe e impedire che produca altri danni, altre vittime, altre morti. Ecco, adesso, la vera emergenza.
Fin dall’inizio di questa vicenda, aperta da una coraggiosa iniziativa giudiziaria, stiamo assistendo invece a un indegno talk-show di polemiche, a un rimpallo di responsabilità, insomma a uno scaricabarile tanto ipocrita quanto inaccettabile. E sul piano personale spiace dirlo, in questa invereconda rappresentazione corale, si distingue purtroppo il ministro dell’Ambiente: lo stesso che aveva esordito evocando un impraticabile ritorno al nucleare e che ha continuato e continua a dissimulare la gravità dei dati sul disastro di Taranto, quasi spacciandola per una storia vecchia, risolta, superata. Salvo poi querelare il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, come se fosse colpevole di aver diffuso notizie false e tendenziose invece di aver denunciato una drammatica realtà.
È sempre la maledizione della diossina che, come a Seveso nel 1976, incombe su un’intera collettività: sugli operai dell’Ilva, innanzitutto, ma anche sulle loro mogli e sui loro figli, sulla popolazione di tutta una città e una provincia. Un pezzo di quel Mezzogiorno condannato a un illusorio futuro di sviluppo, nel segno di un’industrializzazione selvaggia. Ma che razza di progresso è mai quello che compromette la salute della gente, che esige il prezzo di tante vite umane? Ora il ministro Balduzzi ammette candidamente di essere rimasto «un pochino sorpreso» e confida «la sensazione che a questo punto si debba fare di più». Non bastano le malattie respiratorie e circolatorie, i tumori polmonari, quelli al fegato, al colon, alla prostata o alla vescica, per convincere il governo dei tecnici a intervenire con la massima rapidità e decisione? Si fa presto a dire che «anche rimanere senza lavoro ha poi conseguenze sullo stato della salute ». È troppo facile e comodo. Si ha quasi la “sensazione”, per usare il linguaggio ministeriale, che sia un “pochino” demagogico. E comunque, oltre che per gli operai di Taranto, il discorso dovrebbe valere per quelli dell’Alcoa, per i tanti disoccupati, cassintegrati, prepensionati, esodati, giovani e donne che, specie al Sud, cercano lavoro e non lo trovano.
L’alternativa, per l’Ilva e per tutti i casi analoghi, in un Paese civile non può essere o la borsa o la vita. L’acciaio o la salute. L’occupazione o l’avvelenamento. Quella fabbrica infernale va messa al più presto in condizioni di sicurezza, magari utilizzando gli stessi operai ai quali occorre garantire la continuità salariale. Chi inquina, paga, si diceva una volta. E chi ha inquinato, deve pagare.
La Repubblica 23.10.12
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Ilva, dati shock sulla mortalità 30% di tumori in più a Taranto “Sono causati dall’inquinamento”, di MARIO DILIBERTO
A Taranto ci si ammala il 30% in più di tumore. Peggio di quanto si potesse pensare. Fa venire i brividi il disastro sanitario e ambientale documentato dal progetto “Sentieri”, che ieri il ministro della Salute Renato Balduzzi ha illustrato qui in Puglia. Le percentuali relative a morti e malati di tumore raccontano il dramma di una città di 200mila abitanti, che convive con l’Ilva.
Quel “mostro” che dà lavoro a 12mila tute blu e sforna milioni di tonnellate di acciaio all’anno, è di nuovo sotto accusa. Il patron Emilio Riva, l’anziano industriale, è ai domiciliari per “disastro ambientale”. E il cuore della sua fabbrica è sotto sequestro, per le polveri e i fumi che secondo i pm inquinano, uccidono e fanno ammalare. L’emergenza Taranto ha trovato conferma nei dati, relativi agli anni 2003/2009, snocciolati ieri dal ministro Balduzzi. «La situazione di Taranto è indubbiamente complessa», ha detto. «Credo che sia necessario uno sforzo, anche da parte della sanità pubblica per un monitoraggio sanitario costante e un piano di prevenzione nei confronti dei lavoratori, dei bambini e di tutti, con iniziative mirate». Ma monitoraggio e prevenzione sembrano svanire quando si scorrono le percentuali. Se vivi a Taranto e sei uomo hai il 14% in più di possibilità di morire rispetto al resto della Puglia, e in particolare di morire di cancro. Percentuali che schizzano al +33% per i tumori polmonari e al dato record di +419% per i mesoteliomi pleurici. Non va meglio se sei donna. Le tarantine hanno l’8% in più di probabilità di morire rispetto alle altre pugliesi, il 13% di essere stroncate dal cancro. L’allarme si acuisce scorrendo i dati sull’incidenza dei tumori. I tarantini devono fare i conti con il 30% in più rispetto a chi vive in provincia e le donne con il 20%, con picchi del 100% per il cancro allo stomaco. Il dato più doloroso è quello dei bambini con il 20% in più di morti nel primo anno di vita. «Il progetto “Sentieri” — si legge nel rapporto — mostra incrementi significativi per tutte le cause di mortalità e malattia». Per questo ieri il primario della pediatria di Taranto, il dottor Giuseppe Merico ha denunciato «casi di cancro scoperti nei primi quattro giorni di vita. La prova — ha detto — di un danno genotossico».
Sul banco degli imputati c’è quella fabbrica al centro di una vera tempesta giudiziaria. Di lì, dicono i giudici, partono diossina e benzoapirene, veleni di produzione industriale. Il benzoapirene è un idrocarburo policiclico aromatico di cui è infarcito il pm10 che si respira ai Tamburi, il quartiere che confina con il siderurgico. «È un cancerogeno certo », spiegano dall’organizzazione mondiale della sanità. E a Taranto «il 99% di quel veleno proviene da tre reparti dell’Ilva». Quelli che i giudici hanno sequestrano e che ora vogliono spegnere.
Ma l’acciaio dell’Ilva è strategico per il Paese. E 12mila posti di lavoro non si possono buttare così. La scommessa del futuro è l’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata pochi giorni fa dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini. L’obiettivo è di rendere la fabbrica eco-compatibile, obbligando la proprietà a migliorie per miliardi di euro. L’azienda, intanto, si difende, guardando al passato quando la fabbrica si chiamava Italsider ed era di proprietà dello Stato. «I dati esposti dal Ministro Balduzzi — dicono dall’Ilva — richiedono un’attenta e approfondita analisi. Da una prima lettura emerge una fotografia che rappresenta un passato legato agli ultimi trent’anni e non certo il presente».
La Repubblica 23.10.12
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“I numeri della vita e della morte”, di Alberto Orioli
Si alzano le mani di fronte ai dati della morte. Soprattutto se prende le sembianze dei tumori neonatali. Non c’è statistica, non c’è soglia, non c’è serie storica. Solo pietà. Ma non bisogna alzare le mani, impotenti, sui numeri della vita.
E la più grande acciaieria d’Europa è vita, è sviluppo, è ricchezza.
Saranno i tecnici a disquisire se il periodo 2003-2009 preso in esame dalla ricerca riproduce le situazioni ambientali esistenti oggi o se nel frattempo gli interventi già realizzati hanno indotto miglioramenti. O, peggio, se il quadro sia, in questi anni, peggiorato. Resta, per l’opinone pubblica italiana e non solo tarantina o pugliese, il tema di fondo: bisogna chiudere? Bisogna abbandonare la produzione siderurgia di Taranto, 15mila occupati?
«No, bisogna sconfiggere il cancro senza sconfiggere il lavoro» resta comunque la risposta più saggia, sia per chi abbia a cuore l’interesse ambientale, sia per chi non voglia perdere l’opportunità manifatturiera. Anche perchè Taranto significa Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi in una Italia che, tra l’altro, sta perdendo le sue roccaforti ferrose, da Piombino a Terni, un tempo fucine della rivoluzione industriale del boom economico. Se il dibattito viene spogliato della carica ideologica e divisiva che ha assunto con il passare delle settimane, resta solo la necessità che uno sforzo eccezionale – locale, regionale, nazionale ed europeo – porti quel sito ad adattare i propri standard di produzione alle condizioni di eco-sostenibilità. Non è un rabbioso ordine di chiusura immediata che può salvare il compromesso tragico tra difesa della vita e difesa del lavoro; non è di consolazione l’utopia che al posto di quell’acciaio si possano immaginare, nell’immediato, attività terziarie o turistiche che compensino la quantità di lavoratori oggi impegnati in una delle più grandi città-d’acciaio d’Europa. Nè è sensata l’idea di chi, con cinismo, propone di ridurre la produzione per delocalizzarne la gran parte (per esportare quelle morti che vorremmo evitare da noi?).
Il compromesso è scritto nell’Autorizzazione integrata ambientale deciso dal ministro Corrado Clini. Per l’azienda è un programma impegnativo, prova ne sia la richiesta di modificare le quote di produzione considerate troppo basse. Ma la riconversione a tappe forzate dell’impianto diventato dei Riva e parzialmente riadattato, dopo aver inquinato per decenni come fabbrica di Stato, deve passare da quei vincoli: l’Ilva contesta l’anticipo di un anno (al 2014) della chiusura dell’altoforno 5, cuore strategico dell’impianto; chiede distanze di rispetto inferiori a quelle stabilite nell’Aia per il posizionamento dei parchi minerali, pena la perdita di un intero sito di stoccaggio; ritiene troppo brevi i due mesi per l’ok ai lavori e i tre anni per l’esecuzione delle nuove coperture anti-polveri; considera difficile avviare entro tre mesi i lavori per costruire edifici chiusi per lo staccaggio dei materiali pulvirulenti. Insomma, quell’Aia non è una passeggiata per l’impresa. Ma è uno sforzo supplementare ineludibile.
Altrimenti resta l’alternativa dell’abbandono e delle desertificazione industriale o cercata o indotta. Ma non sarebbe la soluzione giusta. La vera sfida, anche per far invertire il corso di quei terrificanti risultati clinici, è trasformare il sito siderurgico nel primo impianto riconvertito a produzioni eco-compatibili. Un programma che coinvolga tutti in uno sforzo organizzativo e finanziario corale, dalla città all’Europa. Sarà il modo per garantire il lavoro e per sconfiggere quelle morti inaccettabili.
Il Sole 24 Ore 23.10.12
Non passerà. Tanti motivi per dire 'no' alle 24 ore
Domande e risposta (e una scheda tecnica) sulla norma che prevede l’aumento dell’orario di lavoro degli insegnanti: è falso che i docenti italiani lavorino meno dei loro colleghi europei, è vero che la scuola italiana è ancora ferita dai disastrosi tagli del governo Berlusconi. Ora basta: l’istruzione è il futuro del Paese. Nella Legge di Stabilità è contenuta una norma che prevede l’aumento dell’orario frontale (cioè le lezioni in classe) degli insegnanti delle scuole medie inferiori e medie superiori da 18 a 24 ore settimanali. Questo provvedimento non è accettabile per una serie di ragioni che cercheremo di spiegare in questo articolo.
Molti cittadini non si rendono bene conto di quel che potrebbe significare per la scuola italiana una norma di tal fatta. Cerchiamo di spiegare perché il PD non voterà la legge di stabilità e perché è importante la mobilitazione di tutti, non solo del mondo della scuola.
Aumentare le ore di lavoro migliora la qualità della scuola?
NO, NON MIGLIORA IN ALCUN MODO LA QUALITÀ’ DELLA SCUOLA e non avrà nessuna ricaduta positiva sugli studenti. Anzi porterà solo ripercussioni negative sulla qualità della didattica. Dietro questa proposta, infatti, non vi è alcun progetto o idea per migliorare, rilanciare o innovare la scuola italiana. Quello che e certo e che si tratta solo dell’ennesimo taglio alle risorse destinate all’istruzione.
E’ vero che i docenti italiani lavorano poco, meno che in altri paesi europei?
NON E’ VERO. CON QUESTA NORMA SI FA PASSARE UN MESSAGGIO SBAGLIATO E OFFENSIVO rispetto alla professionalità del nostro corpo docente, lasciando intendere che il lavoro di un insegnante si esaurisca nel corso delle lezioni frontali in classe, quando invece il contratto attuale prevede che per le attività funzionali alla didattica (lezioni da preparare, correzione compiti in classe, incontri con i genitori, partecipazione agli organi collegiali, aggiornamento professionale, etc.) un insegnante dedichi non meno di una ventina di ore alla settimana. Dunque raggiungiamo una media non inferiore alle 35 ore di lavoro settimanali. In piena media europea.
Se passasse questa norma, diminuirebbero i posti di lavoro?
SI’, AVREMO UNA PEGGIORE QUALITÀ’ DELLA SCUOLA E MENO POSTI DI LAVORO. L’approvazione di una simile norma determinerebbe l’immediato peggioramento della didattica di cui farebbero le spese gli studenti e i docenti. L’aumento delle ore di lezione frontale, infatti, costringerebbe gli insegnanti a lavorare su più classi aumentando in modo irragionevole il numero degli alunni da seguire e tagliando decine di migliaia di posti di lavoro. In questo modo si potrebbe produrre un triplice drammatico effetto: insegnanti di ruolo in sovrannumero, drastica riduzione di opportunità per i precari e per quelli che faranno il concorso appena bandito sperando di ottenere un posto che non ci sarà più. Tutto questo a stipendio invariato, che già oggi è il più basso d’Europa. Nei dati Ocse pubblicati a settembre emerge un confronto impietoso tra le retribuzioni dei nostri docenti e quelle degli altri paesi appartenenti a questa organizzazione. Se si osserva la dinamica nello scorso decennio, ci sono paesi che hanno aumentato anche del 50% gli stipendi degli insegnanti mentre negli ultimi anni il salario reale dei docenti italiani è diminuito di un punto percentuale.
E’ vero che la scuola italiana ha già subito tagli disastrosi negli anni passati?
SI’, E’ VERO. LA SCUOLA NEGLI ULTIMI ANNI HA GIA’SUBITO TAGLI INTOLLERABILI OPERATI DAL GOVERNO BERLUSCONI a partire dalla legge 133 del 2008 con cui, nel solo triennio 2009-2011, sono stati fatti tagli per circa 8 miliardi di euro che hanno colpito proprio il personale della scuola (87 mila insegnanti e 44 mila personale ATA in meno rispetto al 2008). Sono diminuite le ore di scuola mentre sono aumentati gli alunni per classe a fronte di una riduzione delle classi e dei plessi scolastici. Tremonti e Gelmini sono intervenuti con l’accetta con scelte sciagurate che hanno avuto come unico obiettivo quello di fare cassa sulla pelle degli alunni, del personale della scuola e delle famiglie.
Il problema della scuola italiana è nelle poche ore di lavoro degli insegnanti?
IL PROBLEMA NUMERO UNO DELLA SCUOLA ITALIANA E’ LA MANCANZA DI INVESTIMENTI. Gli ultimi dati OCSE, in questo senso, scattano una fotografia sconfortante. L’Italia è il fanalino di coda negli investimenti per la scuola: la percentuale della spesa pubblica italiana destinata all’istruzione è calata rispetto al 2008 ed è ora molto inferiore alla media OCSE. Complici i tagli apportati negli ultimi anni, la nostra spesa per l’istruzione in rapporto al PIL è scivolata al penultimo posto tra i paesi industrializzati. Per queste ragioni il governo Monti, nei primi giorni del suo mandato, si era impegnato affinché questa gravissima lacuna fosse colmata, affermando che l’istruzione rappresenta il volano di crescita per il paese e che non è immaginabile pensare di sostenere lo sviluppo senza investire in istruzione. Le ultime scelte del governo sono in evidente contraddizione con queste affermazioni.
Per tutte queste ragioni il Pd si oppone alla norma sull’orario degli insegnanti contenute nella Legge di Stabilità ed è impegnato in Parlamento perché siano cancellate.
E’ vero che la legge di stabilità è già passata al vaglio delle commissioni parlamentari?
NO, NON E’ VERO. Cerchiamo di fare chiarezza. Innanzi tutto la commissione Bilancio non ha ancora cominciato a discutere nel merito delle norme della legge di stabilità, per cui immaginare che non ci sia uno stralcio della norma sull’orario, è fantasia. La relazione sarà fatta mercoledì prossimo, e gli emendamenti -che sono lo strumento per poter arrivare allo stralcio- si presentano entro il 31 ottobre.
La norma sarà esaminata anche in Commissione Cultura e Istruzione e il Pd non voterà, come detto e ripetuto, ha già dichiarato che non voterà altri tagli sulla pelle degli insegnanti.
Il Pd difende la scuola pubblica?
Il PD difende e difenderà sempre la scuola pubblica. La nostra è una storia recentissima: siamo nati appena 4 anni fa, ma abbiamo fatto del sistema pubblico di istruzione uno degli assi portanti del nostro programma, perché nel dna di coloro che hanno fondato il PD, c’è questo. Lo abbiamo scritto almeno in una decina di articoli, pubblicati negli ultimi giorni in questo sito: questa legge di stabilità non la voteremo. Non la voteremo non per una difesa corporativa, non perché molti di noi sono insegnanti o perché abbiamo molti docenti in parlamento (come altre forze hanno molti avvocati…), ma perché pensiamo questa legge apra una ferita nella democrazia italiana, e metta a rischio, in particolare, il valore la forza e perfino la bellezza dell’articolo 3 della Costituzione.
Cosa dirà e cosa farà il PD in concreto?
FATTI E PAROLE. Le nostre “parole” sono le nostre ripetute dichiarazioni, i nostri “fatti” sono gli emendamenti per cambiare la norma e l’arma del voto che è l’arma della democrazia: senza ‘se’ e senza ‘ma’, diciamo NO a una norma pericolosa e ingiusta.
Ma perché il Pd non fa cadere il governo?
Vogliamo, come la stragrande maggioranza degli italiani responsabili, che si arrivi alla scadenza naturale del mandato, perché una crisi politica in questi giorni significherebbe precipitare nel baratro e questa volta senza uscita, non la Grecia ma l’Argentina, o peggio Weimar, senza più stipendi statali e senza più pensioni. Ma abbiamo anche detto che questo senso di responsabilità non può essere scambiato per un lasciapassare su tutto, e la responsabilità deve essere di tutti, a cominciare dal governo. Quindi a Monti e a Profumo abbiamo chiesto un ragionevole passo indietro. La scuola e gli insegnanti il loro ‘contributo di generosità’ lo hanno già dato. Ora tocca ad altri. In questo momento, siamo convinti che questo NO rappresenti il senso di responsabilità per il futuro del Paese.
www.partitodemocratico.it
Per ulteriori approfondimenti, ecco una Scheda Tecnica preparata dal gruppo PD della VII Commissione della Camera dei Deputati:
SCHEDA TECNICA
Legge stabilità e insegnanti medi: tagli di risorse e personale a regime e nel primo anno (2013)
Come descriveremo in seguito, la legge di stabilità porterà l’orario di lavoro degli insegnanti medi da circa 35 a circa 46 ore settimanali a stipendio invariato. A parte i profili di diritto del lavoro e incostituzionalità che lo impedirebbero (per cambiare orario di lavoro agli insegnanti, contrattualizzati, occorre rifare il contratto all’ARAN), esaminiamo qui gli effetti di questa operazione. NB qui e nel seguito “insegnanti medi” sta per “insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado”.
Primo punto: a regime (dal 2015) questo forte aumento di orario a stipendio invariato produce (cfir. tabelle legge stabilità) risparmi per 721.3 milioni di euro l’anno: 385.7 in meno per insegnanti medi curricolari, 328.6 in meno per insegnanti medi di sostegno, cui si aggiunge un altro piccolo risparmio che non c’entra di 7 milioni euro l’anno per l’abolizione dei distacchi. Totale: 721.3 milioni di euro in meno all’anno, che equivalgono ad una diminuzione di circa 26mila unità nell’organico della scuola media. Combinati ai mancati pensionamenti per effetto della legge Fornero ciò implica che la scuola non assumerà nuovi insegnanti ancora per molti anni: niente ingressi in ruolo né per precari né per giovani laureati, né per concorso né per scorrimento dalle graduatorie, in barba alle frequenti dichiarazioni del Ministro in proposito. Anche i vincitori del primo concorso appena avviato non avranno posto!
Secondo punto: nella legge di stabilità è previsto, a regime, che più di metà di questi risparmi (484.5 milioni euro) siano versati in un fondo di valorizzazione dell’istruzione scolastica. Ai fini del bilancio dello stato si tratterebbe insomma di un’inutile strage di insegnanti: solo un terzo dei “morti” produce un risparmio netto a regime di 236.8 milioni di euro l’anno, mentre i rimanenti due terzi produrrebbero nuovi fondi per il Miur. Qualcuno potrebbe dire: beh, c’è almeno un vantaggio per la scuola. Ma a parte che solo un padrone delle ferriere aumenterebbe unilateralmente ai propri lavoratori l’orario di lavoro di 10 ore a salario invariato per il benefico scopo di investire di più nell’azienda, s’impone una nota storica sul bilancio a regime. Anche la legge 133/2008 prevedeva che un terzo del risparmio ottenuto con i tagli delle varie “riforme” Gelmini, pari a circa un miliardo l’anno, ritornasse al Miur per la “valorizzazione dell’istruzione scolastica”. I conti (fatti allora da Grilli per conto di Tremonti) e le previsioni della Gelmini sull’adesione al maestro unico risultarono però errati e, anche a causa di altri imprevisti (sentenza Consulta su sostegno, scatti stipendiali cancellati e una tantum restituiti nel 2010, rimborso parziale debiti scuole), quel miliardo di risparmio non è mai stato pienamene ottenuto e quanto ottenuto non è mai stato usato per la “valorizzazione dell’istruzione scolastica”. Prova ne sia che nel regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione della scuola (agosto 2012) non si fa più alcun cenno a quel fondo, che, se non fosse scomparso, ne sarebbe il naturale polmone.
Terzo punto: l’operazione appena descritta (aumento orario a stipendio invariato) per il primo anno di applicazione (2013) implica circa un terzo di risparmi (240.4 milioni euro l’anno) rispetto al valore a regime, per ovvi motivi legati allo sfasamento fra anno fiscale e anno scolastico. Ora:
1. La Spending Review (votata MOLTO a malincuore) imponeva per il 2013 minor spesa scolastica per ca. 180 milioni, quindi dei 240 milioni risparmiati con questo abracadabra ne avanzano ben 60, molto probabilmente aggiunti al fondo di valorizzazione del 2014. Solo una mente malata poteva però, sulla base di un risparmio obbligato di 180 milioni per il 2013, partorire un provvedimento da 720 milioni l’anno basato su un brutale aumento di orario di lavoro a stipendio invariato di personale già massacrato da Berlusconi, facendo nuovamente balenare un ricupero parziale verso una non meglio precisata valorizzazione dell’istruzione scolastica: film già visto, crudele beffa, nessuna valorizzazione, compensazione di gravi errori contabili.
2. Per gli insegnanti medi europei, l’orario di insegnamento in classe è in media inferiore alle nostre 18 ore settimanali (inoltre nella maggioranza dei Paesi l’ora di lezione ha durata convenzionale compresa fra 40 e 55 minuti), mentre lo stipendio, anche rapportato al potere d’acquisto dei diversi paesi, è superiore a quello italiano (http://www.indire.it/eurydice/content/index.php?action=read_pubblicazioni)
Va pure ricordato che questo provvedimento arriva:
3. dopo che la spesa Miur “si è ridotta nell’ultimo triennio di 3.5 miliardi, di cui 2.2 nella scuola e quasi 1 nell’università” ovvero “negli ultimi quattro anni la popolazione scolastica è aumentata lievemente, mentre gli organici di fatto, al netto del sostegno, si sono ridotti di oltre 80.000 unità (-12%) e il personale ATA di oltre 40.000 (-20%)” (pag. 28, rapporto Giarda Spending Review, vedi http://www.governo.it/GovernoInforma/spending_review/documenti/Revisione_spesa_pubblica_20120508.pdf).
4. dopo il non-pagamento degli scatti di anzianità del 2011
5. dopo le pensioni sfumate per molti insegnanti per via della riforma Fornero
Nemmeno la Gelmini aveva osato tanto! Questo provvedimento è stupido, iniquo, irricevibile: incendierà le scuole e impedirà qualsiasi riforma della professionalità docente anche al prossimo Governo.
Incredibile aumento da 35 a 46 ore settimanali di lavoro a stipendio invariato
Per gli insegnanti della scuola secondaria (medie e superiori) il contratto nazionale in vigore articola esplicitamente gli obblighi di lavoro in attività di insegnamento in classe (18 ore alla settimana) e attività funzionali all’insegnamento. In che cosa consistono e quante ore prendono queste ultime?
• La parte principale di queste attività funzionali all’insegnamento consiste in adempimenti individuali (preparazione delle lezioni e delle esercitazioni, correzione degli elaborati, rapporti dell’insegnante con le famiglie) e collegiali (scrutini, esami) per i quali non è quantificato un tempo di lavoro preciso, ma si tratta di un tempo che ammonta a molte ore settimanali. Per fare un esempio chi insegna inglese ha 6 classi, ciascuna con 3 ore di insegnamento in classe alla settimana, per un totale di almeno 150 alunni (quando va bene): oltre alla preparazione delle lezioni ogni mese gli toccano 6 prove da inventare, almeno 150 compiti da correggere e un centinaio di genitori da incontrare. Ci vorrà almeno un pomeriggio al mese (fra invenzione e correzione) per ogni compito in classe, e un altro paio di pomeriggi al mese per il ricevimento dei genitori di tutte le classi. Fanno 8 pomeriggi al mese, cioè 40 ore al mese, ovvero 10 ore alla settimana. Per preparare le lezioni, vogliamo prevedere almeno un quarto d’ora per ogni lezione? Spesso ci vuole molto più tempo, ma anche cosi vengono circa 5 ore alla settimana. In tutto non meno di 15 ore esplicitamente previste, benché non quantificate, dal contratto di lavoro. Perché non quantificate? Perché, a seconda delle materie insegnate, si possono avere un po’ più o un po’ meno classi rispetto all’esempio fatto: quella indicata è la stima minima per un caso medio.
• Sono inoltre esplicitamente previste dal contratto altre attività funzionali all’insegnamento (partecipazione a collegio docenti, consigli di classe, dipartimenti, programmazione didattica, verifiche, informazione delle famiglie etc), per le quali è previso un tetto di 80 ore annue, pari a circa 2 ore a settimana.
Dal calcolo approssimativo fatto per un esempio medio, l’insegnamento dell’inglese, si ottengono non meno di 35 ore settimanali (18+15+2) ma, per quanto appena detto, dovrebbe essere chiaro che a seconda dell’insegnamento e del numero di alunni per classe possono diventare anche di più.
A questo punto è importante osservare che
• l’aumento di orario previsto dalla legge di stabilità per le attività di insegnamento in classe (da 18 a 24 ore alla settimana) è finalizzato a ridurre il numero degli insegnanti in servizio e pertanto (proseguendo l’esempio) il nostro insegnante di inglese avrebbe 8 classi anziché 6; ciò implica 200 alunni anziché 150 e quindi anche le 15 ore di attività funzionali all’insegnamento diventano 20; l’orario settimanale medio di lavoro effettivo arriverebbe a non meno di 46 ore settimanali (24+20+2)
• gli insegnanti sono contrattualizzati: senza tornare all’ARAN e rinnovare il contratto una legge ordinaria o finanziaria non può cambiare il loro contratto di lavoro aumentando unilateralmente l’orario di lavoro, meno che mai da 35 a 46 ore settimanali!
Ultima osservazione in ordine di tempo, non di importanza: il PD ritiene urgente, e un anno fa ha discusso in un Forum, una riforma complessiva della professionalità docente anche quanto a tempi e modalità di servizio; ma proprio questo sopruso la renderà impossibile, sia in questa legislatura che nella prossima.
Legge stabilità: Ghizzoni, su scuola Renzi è fuori tema
Norma su insegnanti ci porta lontano dall’Europa. “Sulla scuola Renzi è fuori tema. – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera dei Deputati – È inutile sventolare il merito, argomento su cui il Pd si è espresso favorevolmente in numerose occasioni ricordando però la necessità di legarlo all’inclusione, quando si parla della norma introdotta nella legge di stabilità sull’aumento dell’orario di insegnamento frontale a stipendio invariato. Per “restituire valore sociale agli insegnanti” è necessario partire dal rilancio della professione, riconsegnando dignità ai docenti, e non abbandonarsi al pregiudizio che il lavoro si esaurisca nel corso delle lezioni in classe. Quando Bersani, insieme ai deputati del Pd presenti in commissione Cultura, chiede una modifica della norma non è per tatticismo, come vorrebbe far credere il sindaco di Firenze, ma perché il Partito democratico – spiega la presidente Ghizzoni – è impegnato in progetti di rinnovamento sulla scuola che partono dalla consapevolezza di cosa significhi insegnare e che puntano sulla qualità dell’istruzione. Basterebbe leggere i documenti prodotti in questi mesi. Mi meraviglia, invece, che proprio Renzi non guardi all’Europa, lui che ne ha fatto una delle tre parole chiave per la sfida di rinnovamento per il Paese: per gli insegnanti europei l’orario in classe è in media inferiore alle nostre 18 ore settimanali, mentre lo stipendio è superiore a quello italiano. La norma contenuta nel Disegno di Legge di stabilità, se non modificata – conclude Ghizzoni – ci porterebbe lontanissimo da quell’Europa tanto invocata a parole.”
“Ma D’Alema e Veltroni vanno ringraziati, non rottamati hanno battuto il Cavaliere”, di Umberto Rosso
«Adesso che, con grande intelligenza politica, Veltroni e D’Alema hanno compiuto il passo indietro, vorrei che il nostro popolo, il nostro elettorato, gli dicesse: grazie per quel che avete fatto. E invece sembra che siano quasi colpevoli, responsabili. Ma di che cosa? Qual è l’accusa? La loro generazione politica, quella dal ‘95 ad oggi, non ha fallito. Tutt’altro».
Un’accorata difesa, onorevole Franceschini. Ma non vede proprio limiti e errori nella lunga stagione segnata da Veltroni e D’Alema?
«Ma è ovvio che di errori ne sono stati commessi. La lista è lunga, la conosco bene e del resto la sento ricordare ogni giorno. Quel che non sento invece è il riconoscimento in positivo, il dar merito di ciò che hanno rappresentato, fino all’epilogo: se abbiamo fronteggiato negli anni e poi sconfitto Berlusconi, in Parlamento, senza scenari da Caimano che pure molti temevano, è stato grazie a questa generazione. Tutta. Veltroni, D’Alema, Prodi, Parisi, Castagnetti, Fassino, Marini Rutelli…».
Una difesa d’ufficio dei politici del centrosinistra?
«Ecco, temevo di incorrere in questo rischio. E confesso che mi era stata sconsigliata un’intervista che, di questi tempi, va pericolosamente controcorrente, Ma sento il dovere politico, morale di reagire ad un clima di intolleranza, al trattamento che stanno subendo due persone che hanno fatto la storia del centrosinistra, con ruoli decisivi nel governo e nei partiti. Mi rivolgo ai nostri elettori. Attenzione a non scambiare rinnovamento e rottamazione, a non confondere la giusta, generazionale necessità di ricambio con l’aggressione e il disconoscimento dei meriti».
Pensa che Veltroni e D’Alema dovrebbero fare marcia indietro nell’addio al Parlamento?
«Non dico questo, la scelta è fatta. Dico che dobbiamo rivendicare con orgoglio le tante cose importati che ci hanno consegnato. I leader del centrosinistra hanno combattuto quasi a mani nude contro Berlusconi, ovvero la più potente, ricca, feroce macchina del consenso in Europa. Nessun altro leader europeo avrebbe vinto in quelle condizioni. E in nessun altro paese i capi riformisti hanno dovuto fare i conti, come noi in Italia, con lo strapotere mediatico di Berlusconi ».
Però la legge sul conflitto di interessi il centrosinistra al governo non l’ha varata.
«Vero, è uno di quegli errori di cui dicevo prima, il rimprovero che sento rivolgerci più spesso. Ma in ogni caso non sarebbe stata la legge a tagliare le unghie al dominio berlusconiano. E, ciò nonostante, per due volte, grazie alla generazione di Veltroni e D’Alema, il Cavaliere è stato sconfitto, prima con l’Ulivo e poi con l’Unione. Pare che molti, ora, se ne siano dimenticati».
Governi autoaffondati però dai contrasti interni.
«Certo, la litigiosità, il grande guaio del centrosinistra. Ma i contrasti fra Blair e Gordon Brown mica hanno oscurato la stagione del New Labour e quelli fra Obama e la Clinton i meriti dei democratici. Però con quei nostri governi di centrosinistra l’Italia entrò nell’euro e cominciò il risanamento economico. Pagine straordinariamente positive che però vengono come rimosse e cancellate».
E come leader di partito?
«Promossi. In quindici anni, quella generazione politica ha guidato in porto un’operazione storica, riunendo in un’unica coalizione tutte le anime riformiste del Novecento: il battesimo prima dell’Ulivo e poi del Pd. Una svolta decisiva. E in cui Veltroni e D’Alema hanno poi avuto anche dei meriti specifici, personali».
Quali?
«Da Massimo D’Alema è arrivata la spinta fondamentale nel consegnare a Prodi la guida della coalizione nel ‘95, con la nascita dell’Ulivo e quindi la conquista del governo, scalzando Berlusconi. E Veltroni ha fatto nascere il Pd e lo ha portato al 33 per cento. Non dimentichiamolo. E con un po’ di orgoglio collettivo del nostro popolo ripensiamo a quanta strada abbiamo compiuto. Senza accuse, recriminazioni. Perché quella di Walter e Massimo non è stata affatto una stagione politica da rottamare, ma da rivendicare. Il tempo e la storia lo dimostreranno».
La Repubblica 22.10.12
"Commissari nel 2013. Pronto il decreto sulle nuove Province. Niente deroghe. Aboliti 36 enti", di Lorenzo Salvia
Niente da fare per Benevento, che invocava la «storia del territorio sannita», e nemmeno per Rovigo, che sul piatto metteva la «peculiarità del Polesine». Giorni contati per Treviso, troppo piccola di appena 23 chilometri quadrati, e per Terni, che pur di sopravvivere aveva suggerito il trasloco a qualche Comune dalla vicina Perugia. La nuova cartina delle Province italiane è agli ultimi ritocchi: arriverà con un decreto legge all’esame del primo Consiglio dei ministri di novembre.
Una mappa che mette insieme le proposte che stanno arrivando in queste ore dalle Regioni. E che respinge le tante richieste di deroga, applicando senza sconti le regole fissate con la legge sulla spending review : le Province che hanno meno di 350 mila abitanti o un’estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati dovranno essere accorpate con quelle vicine. Considerando solo le Regioni a Statuto ordinario, le Province scenderanno da 86 a 50, comprese le dieci Città metropolitane. Quelle tagliate saranno trentasei, alle quali bisogna aggiungere un’altra decina di cancellazioni nelle Regioni a statuto speciale, che però hanno sei mesi di tempo per adeguarsi e decideranno loro come farlo. Le uniche che potrebbero essere recuperate sono Sondrio e Belluno. Per il resto palla avanti e pedalare.
«Non possiamo pensare che una riforma importante come questa — dice il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi — possa venir meno solo per delle resistenza localistiche». Anzi. Per mettere al sicuro il risultato ed evitare la tentazione del dietrofront, vedi campagna elettorale e nuovo governo, il decreto prevede un processo a tappe forzate. Dalla fine di giugno del 2013 tutte le Province, anche quelle che non si vedranno toccare i confini, saranno guidate da un commissario. Toccherà a lui curare la transizione verso il nuovo regime. Un’accelerazione non da poco perché la legge sulla spending review lasciava intendere che sarebbero andate a scadenza naturale, mentre nelle Città metropolitane il processo sarebbe dovuto partire all’inizio del 2014. Resta da decidere solo se il commissario sarà esterno, nominato dal prefetto, o se il ruolo verrà affidato al presidente uscente della Provincia.
Più probabile la seconda ipotesi perché, nei limiti del possibile, si andrà incontro alle richieste del territorio. È il caso della Basilicata. La Regione avrà una sola Provincia ma vorrebbe spostarne la sede a Matera, lasciando invece a Potenza gli uffici regionali. Si può fare. Pronti al confronto anche sugli uffici periferici dello Stato, come le questure o le prefetture. Il decreto dice che ci sarà una «consultazione del governo con il territorio» in modo da spalmare la presenza dello Stato. Per capire: se la nuova Provincia di Modena e Reggio Emilia avrà la sede politica a Modena, la questura o la motorizzazione potrebbero andare invece a Reggio. Cosa succederà ai dipendenti? «Nell’immediato — dice il ministro — non ci sarà una contrazione del personale ma ci potrebbe essere uno spostamento fisico. Naturalmente i criteri di quest’operazione andranno studiati con un esame congiunto insieme ai sindacati».
Una modifica riguarderà anche il nuovo sistema elettorale, quel meccanismo di secondo livello con i consiglieri eletti non più dai cittadini ma dai consiglieri comunali sul quale a giorni si pronuncerà la Corte costituzionale. La sostanza non cambierà ma i voti saranno ponderati per evitare che, all’interno dei nuovi consigli provinciali, i Comuni piccoli pesino come quelli grandi. Ci siamo, insomma. «Qualche intoppo può sempre arrivare — dice Patroni Griffi — ma faremo di tutto per superarlo». E non finisce qui. «Bisognerà andare avanti riflettendo sia sulle dimensioni delle Regioni sia sul numero dei Comuni: sono 8 mila, troppi, e la metà ha meno di 5 mila abitanti». Un altro decreto, sulle macro Regioni e le fusioni dei Comuni? «Per carità, tocca a chi ci sarà nella prossima legislatura».
Il Corriere della Sera 22.10.12
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Le Province si difendono con una guerra di cavilli. Entro domani le proposte di riordino, di Antonello Cherchi, Giuseppe Latour, Francesco Nariello
Riordino con deroga per le province. La voglia di cancellare le amministrazioni che non rientrano nei parametri fissati dal Governo (2.500 chilometri quadrati e almeno 300mila abitanti) è poca e quasi tutte le regioni sono a caccia di scorciatoie. I giochi sono praticamente fatti. Entro domani le quindici amministrazioni regionali a statuto ordinario devono inviare a Palazzo Chigi le proposte di riorganizzazione del loro territorio. Dopodiché la palla passerà nelle mani dell’Esecutivo, che deve disegnare la nuova geografia.
Compito che si prospetta assai complicato, perché le ipotesi di riordino che stanno per arrivare sul tavolo di Palazzo Chigi hanno, in gran parte dei casi, cercato di aggirare i paletti fissati dal Governo. Solo l’Emilia Romagna e la Liguria hanno, infatti, definito una proposta che rispetta le indicazioni dell’Esecutivo. È pur vero che diverse amministrazioni decideranno all’ultimo momento, tra oggi e domani, ma la prospettiva appare ormai delineata: salvare il salvabile attraverso la richiesta di deroghe. La lista delle eccezioni da Nord a Sud è lunghissima. A conti fatti, più della metà delle regioni manderà – a meno di aggiustamenti dell’ultimo minuto – una proposta che non si attiene alle regole.
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Il record delle deroghe richieste appartiene alla Lombardia. Qui, l’ipotesi presentata dal Cal già prevedeva tre eccezioni (Monza-Brianza, Sondrio e Mantova). Ma la giunta, con una delibera che sarà formalizzata oggi, chiederà di lasciare invariato l’attuale assetto, invocando, di fatto, otto deroghe per mantenere in vita le province fuori parametri. In attesa dell’esito del ricorso che la Lombardia ha presentato alla Corte costituzionale. Il fronte giuridico, però, finora non ha arriso alle amministrazioni, che si sono ritrovate sconfitte davanti al Tar. Nei giorni scorsi, infatti, il tribunale amministrativo del Lazio ha respinto la richiesta di sospensiva, avanzata da alcune province, della delibera con cui il Governo a fissato i criteri del riordino.
Insomma, le si tenta tutte perché niente cambi. Come in Veneto, che avrebbe dovuto cancellare quattro province – Rovigo, Belluno, Padova e Treviso – e invece alla fine si è deciso di mantenere gli attuali confini. Lasciando così la “patata bollente” al Governo. Una situazione che assomiglia a quella del Lazio. Dove anche la presidente Polverini ha deciso di impugnare davanti alla Consulta la norma che impone la riorganizzazione. E, per coerenza con questa scelta, non presenterà alcun piano di riassetto. La strada, d’altra parte, risulta obbligata: due grandi province – con l’accorpamento di Viterbo a Rieti e Latina a Frosinone – e la città metropolitana di Roma.
Magmatica la situazione pure in Toscana, dove le amministrazioni da tagliare erano addirittura nove, con il Cal che è faticosamente arrivato ad avanzare due ipotesi, le quali prevedono rispettivamente, quattro o cinque province più Firenze. Tutto però è rimandato alla decisione che il Consiglio prenderà oggi.
Per completare il quadro delle eccezioni restano altri cinque casi, dove le soluzioni individuate sono spesso fantasiose. La Basilicata chiede, in prima istanza, di lasciare tutto com’è oppure, in subordine, di formare la “provincia unica di Lucania”, con Matera capoluogo di provincia e Potenza capoluogo di regione. L’Umbria propone di trasferire alcuni comuni da Perugia a Terni. La Campania di salvare Benevento per ragioni storico-culturali. Il Molise di barattare la sopravvivenza di Isernia con una riforma degli enti sub-regionali. E le Marche sperano di mantenere Macerata, a cui mancano poche migliaia di abitanti rispetto a quanto chiesto dal Governo.
Il Sole 24 Ore 22.10.12
