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«"In autunno atenei bloccati" la sfida finale dei ricercatori», di Laura Montanari

Sono più di cinquemila, pronti a disertare le cattedre. I ricercatori, contro la riforma dell´università, promettono lo sciopero della didattica. «Non spetta a noi tenere i corsi, l´abbiamo fatto per trent´anni e gratis, ora basta», dicono. Un numero che cresce di settimana in settimana e che preoccupa i presidi delle facoltà e i rettori, alle prese con la programmazione del nuovo anno accademico. Se a settembre queste cifre venissero confermate, migliaia di insegnamenti potrebbero rimanere senza un prof. Contestano la riforma Gelmini che introduce la figura del ricercatore a tempo determinato, relegando chi è già dentro l´università su una specie di binario morto. Se la prendono col governo che taglia i fondi per la formazione e la ricerca. A Tor Vergata, l´11 giugno, una ventina di ricercatori ha tenuto gli esami indossando la maglietta con la scritta: «Ricercatore fuori produzione. Disponibile fino a esaurimento delle scorte». Sul tema è intervenuto anche il presidente della Crui, la conferenza dei rettori, Enrico Decleva: «Se passa la riforma bisogna prevedere piani straordinari di assunzioni, circa duemila posti all´anno …

Noi ricercatori, tra terremoto e ddl Gelmini

Egregio Presidente della Repubblica, ci permettiamo di rivolgerLe un appello conoscendo la Sua sensibilità nei confronti dei problemi riguardanti la ricerca e l’istruzione in Italia, sui quali ha più volte in occasioni pubbliche richiamato l’attenzione. Siamo dieci ricercatori della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila. L’urgenza di questo nostro gesto deriva dall’imminente approvazione di una legge che, riteniamo, costituisce per noi e per l’intera università italiana un colpo mortale. Come saprà, gran parte dei ricercatori italiani sta aderendo in questi giorni a una protesta, che ha trovato nello strumento radicale della sospensione della didattica, l’unica – dolorosa – possibilità di contrapporsi a chi, nelle sedi governative, ha rifiutato ogni forma di concertazione. Il rischio cui si va incontro è quello della soppressione di diversi corsi di laurea e della chiusura di intere facoltà. La situazione della nostra università aquilana è, nel drammatico periodo del post-terremoto, oltremodo compromessa. Le difficoltà finanziarie e logistiche seguite allo spaventoso evento del 6 aprile condannano noi e i nostri studenti a disagi enormi. Nonostante ciò, con l’apporto e la …

"La rabbia dell'Ispesl: soppressi e censurati", di Roberto Ciccarelli

La rimozione dell’appello contro la chiusura dell’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl) dal sito ufficiale dell’ente ha lasciato tra i ricercatori più di una preoccupazione. Quelli che ieri in Piazza del Popolo attendevano l’arrivo del corteo della Cgil si sentivano «soppressi e censurati». Altri ragionavano sul fatto che se fino all’8 giugno l’appello ha raccolto quasi diecimila firme, allora la soppressione di questo ente ha prodotto qualche effetto. Da qualche ora l’appello in questione può essere comunque sottoscritto sul sito ispesl.altervista.org. Unica in Europa, a parte la Svezia, l’Italia ha deciso di privarsi di un ente autonomo di ricerca commissariato da due anni perché in attesa della nomina del nuovo presidente. Il clamore di questa decisione è almeno pari all’irrisorietà del risparmio previsto. Secondo la relazione tecnica che accompagna la manovra finanziaria si tratterebbe di 426.248 euro, a fronte dei costi per la mancanza prevenzione sui luoghi di lavoro che ammontano al 3 per cento del Pil. «C’era da aspettarselo», ha detto qualcuno a mezza voce. Negli ultimi mesi in molti …

"Se i baroni difendono se stessi", di Marco Simoni

È istruttivo il dibattito scaturito dalla proposta del Pd – contenuta in un documento più articolato – di anticipare l’età del pensionamento per i professori universitari a 65 anni. Tutti gli interessati, al momento, appaiono contrari, da ultimo sull’Unità Michele Ciliberto. In fondo, perché dovremmo aspettarci qualcosa di diverso da chi porta la responsabilità collettiva della gestione dell’università italiana, scomparsa dalle graduatorie internazionali, con la più alta età media dei docenti d’Europa, un sistema che spinge migliaia (migliaia) di studiosi a cercare lavoro all’estero senza avere la capacita di attrarre praticamente nessuno studioso da altri paesi? A parte i soliti politici, utilissimi capri espiatori, sarebbe ora che anche i rappresentanti autorevoli di altre classi dirigenti italiane iniziassero a riconoscere le proprie responsabilità collettive per i destini dell’istituzione di cui fanno parte, e iniziare da esse a svolgere il proprio ragionamento. Invece, i contrari alla proposta – che non ho fatto io e quindi non sta a me difendere nella sua completezza – tipicamente non discutono nel merito, ma parlano d’altro. Ciliberto si lamenta dell’assenza di …

"Crisi e ricerca: Roma taglia, Berlino investe", di Pietro Greco

Berlino, giugno 2010. Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare sia la moneta sia la stessa economia dell’Unione europea riportando in ordine i conti pubblici, il governo tedesco di centrodestra guidato da Angela Merkel ha varato una dura manovra di bilancio. La più dura del dopoguerra: 80 miliardi di euro di tagli da qui al 2014 che incideranno molto sul welfare della Germania. Roma, giugno 2010. Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare moneta ed economia dell’Unione riportando in ordine i conti pubblici (molto meno in ordine di quelli tedeschi), il governo italiano di centrodestra (più di destra che di centro, per la verità) di Silvio Berlusconi ha varato una manovra di bilancio di portata analoga: 24,9 miliardi di euro in due anni che incideranno molto sul welfare dell’Italia. Ma le analogie tra le due manovre si fermano qui. Mentre, infatti, a Berlino la mano severa di Angela Merkel taglia 80 miliardi di welfare da qui al 2014, l’altra mano, saggia, …

"Perchè è sbagliato tagliare i fondi all'istruzione", di Giovanni Ferri

Ho avuto di recente l’occasione di partecipare a tre convegni in cui si discuteva di istruzione e sviluppo economico. Erano tutti e tre convegni internazionali ma ciascuno di essi avveniva in uno specifico contesto nazionale: la Corea del Sud, il Giappone e la Russia. Ebbene, in tutti e tre i convegni il messaggio sul legame tra istruzione e sviluppo è stato sostanzialmente convergente: nessun Paese che da povero è diventato ricco è riuscito a farlo senza, prima della (e durante la) fase di crescita accelerata, aver accresciuto di gran lunga i propri investimenti in istruzione. Gli esperti fanno notare che il problema non è solo quello di assicurare che la gente sappia leggere e scrivere – in termini tecnici, la “alfabetizzazione strumentale” – ma anche che una fetta più ampia possibile della popolazione acceda all’istruzione secondaria (scuole superiori) e terziaria (università) in modo che tanti si dotino degli strumenti – la “alfabetizzazione culturale” – per mettere a frutto il proprio ingegno al servizio suo proprio e della collettività di appartenenza. Un Paese che investe molto …

"Con la chiusura dell´Isae tagliati solo 135mila euro", di Giorgio Lonardi

Io e alcuni colleghi eravamo pronti a rinunciare allo stipendio: il risparmio sarebbe stato lo stesso. «Almeno una telefonata..». Non nasconde l´amarezza, Alberto Majocchi, presidente dell´Isae, l´Istituto di analisi economiche abolito con un tratto di penna dalla Finanziaria e posto sotto la giurisdizione del ministero dell´Economia. Professore all´Università di Pavia, collega di Tremonti («ci conosciamo da una vita») quella telefonata se l´aspettava da Giulio. Qui a Trento in occasione del Festival dell´Economia ricostruiamo con Majocchi quanto è accaduto. Il ministro voleva risparmiare, o no? «Macchè, il risparmio è solo di 135 mila euro! Avevo subito dato la disponibilità a rinunciare al mio emolumento; lo stesso avevano fatto alcuni colleghi del comitato amministrativo. In questo modo avremmo raggiunto lo stesso risultato: 135 mila euro di risparmi». Lo ammetta: vi vogliono chiudere perché le vostre analisi economiche infastidiscono il governo? «Non è possibile. Sono stato nominato dal precedente governo Berlusconi. E successivamente confermato durante il governo Prodi con voto bipartisan». Però voi fate dei sondaggi economici. Abbiamo saputo che uno dei vostri sondaggi avrebbe indispettito il ministro. …