"Il “metodo” Gelmini e la meritocrazia", di Luca Canali
Nel campo lessicale, e quindi anche nel più vasto territorio della lingua, è in atto una pericolosa svolta: dall’opacità di quello che i latini chiamavano sermo quotidianus (il linguaggio della vita quotidiana dello strato medio-basso della borghesia, superficialmente o per nulla acculturata), e dalla forte espressività del sermo vulgaris (sfociante nel dialetto e nel gergo dell’antica plebe o del moderno sottoproletariato), alla attuale omologante e bastarda lingua dei media (soprattutto quella della TV, apparentemente corretta, in realtà infarcita di vocaboli stranieri connessi alla tecnologia elettronica e a “modi di dire” – veri tòpoi linguistici – serializzati a tutti i livelli della società, e spesso devianti dal loro significato originario. Sezione importante di questa deriva linguistica, è quella del linguaggio, politico, scolastico e accademico, beffardamente definito “politichese”. È così che in anni recenti – e soprattutto in questi ultimi, coincidenti con la gestione Gelmini del Ministero dell’Istruzione –, è entrato nell’uso inflazionato il vocabolo “meritocrazia”, il quale correttamente inteso significherebbe “dominio del merito” e che artatamente viene inteso come “merito che deve essere premiato”. Poiché si …
