attualità, politica italiana

"Le due sponde del Reno", di Bernardo Valli

I berlinesi dovrebbero imparare dagli assai più furbi cugini viennesi che sono riusciti a spacciare Beethoven per austriaco e Hitler per tedesco. Loro sono un po’ imbranati. In un tempo remoto li chiamavamo (che vergogna!) crucchi. Un’espressione sfrattata dai vocabolari e dai cervelli. Ma che si ripresenta nei cuori presi da irragionevoli, momentanee collere. Nell’Europa senza quasi più frontiere, su un piano più modesto ma ben più attuale, Berlino non ce la fa.
È impacciata, è troppo brusca, non riesce a correggere l’immagine di Angela Merkel presentata come una massaia spilorcia, pronta a lesinare su tutto, e riluttante a spartire la crisi dell’euro con i mediterranei in difficoltà, ritenendoli inaffidabili perché spendaccioni.
Se il comportamento dei tedeschi, arroccati in un’arroganza che è spesso scarsa capacità di comunicare, risveglia, sia pure in una versione annacquata, fantasmi ormai ridicoli; il risentimento di molti europei nei confronti della Germania, dilatato dalle passioni e dai timori accesi dalla crisi, non è solo in larga parte ingiustificato ma anche per tanti aspetti ridicolo.
Se si valutano con obiettività i motivi del dissenso di fondo tra la Germania e larga parte dei Paesi dell’eurozona, è difficile respingere l’argomento principale avanzato da Angela Merkel. Anzitutto per lei la sopravvivenza della moneta unica non è in discussione; inoltre «l’unità tedesca e l’Unione europea sono due facce della stessa medaglia» come, sempre lei, ha dichiarato di recente con i toni solenni di un sermone. Stabiliti questi due principi, la cancelliera vuole che gli europei compiano un passo avanti nell’integrazione budgetaria e politica. La logica esige infatti che le spese e i deficit di ciascun Paese utilizzatore dell’euro siano sottoposti a una sorveglianza sovrannazionale. Questa è la condizione principale perché la Germania accetti i famosi eurobond, che mutualizzerebbero i debiti. Debiti che, in sostanza, i tedeschi condividerebbero.
Angela Merkel chiede insomma più Europa. Esorta a compiere quel “salto federale“ invocato da tanti economisti e politici, convinti che esso placherebbe i mercati, frenerebbe gli attacchi ai Paesi più vulnerabili, poiché l’euro non sarebbe più la moneta di un’Unione non ben identificata, e sarebbe in grado di ricorrere a un livello superiore di responsabilità capace di ammortizzare il peso della crisi. Insomma la moneta unica avrebbe un governo, un padre, e non tanti padri litigiosi, che ne fanno in pratica qualcosa di simile a un figlio di N.N.
Nelle cronache finanziarie che dilagano su giornali e teleschermi in queste ore la posizione tedesca viene affogata in un mare di obiezioni. Angela Merkel prende tempo per sfuggire alle richieste d’emergenza; la sua proposta di più Europa assomiglia a un espediente; è un bluff; implica riforme istituzionali e quindi trasferimenti di sovranità da decidere con ampie maggioranze parlamentari o con sentenze delle varie Corti costituzionali che chiedono anni se non decenni.
È tutto vero o quasi vero. Ma è soprattutto vero che l’euro è vulnerabile soprattutto perché non è affiancato da una struttura federale, e che se quest’ultima non esiste è perché le nazioni (gloria e tragedia della storia europea), non vogliono rinunciare a ulteriori parcelle di sovranità. Un pretesto non trascurabile è che uno Stato non può affidare i propri bilanci finanziari, dai quali dipende la vita della società democratica, all’approvazione di un organismo “tecnico”, senza vere basi democratiche, quale è l’Unione. Ma, se accettata e accompagnata da un calendario preciso, l’ambiziosa proposta in questo senso (tra l’altro appena lanciata dai presidenti del Consiglio europeo, della Commissione, dell’Eurogruppo e della Banca centrale) diventerebbe un segnale destinato ad avere un effetto benefico. Essa chiede tempo per essere realizzata in pieno, e non può sostituirsi alle decisioni rapide imposte dalla crisi, e riguardanti la crescita. E tuttavia, se presa in considerazione, suonerebbe come un avvertimento, annuncerebbe che l’Europa ha capito qual è la causa di fondo della crisi in cui è immersa. Sarebbe un primo “salto
federale”.
La palla lanciata da Angela Merkel è adesso in campo francese. È la sua naturale destinazione, perché la Francia, madre dello Statonazione, è la potenza europea più riluttante (l’Inghilterra non è nella zona euro) a cedere ulteriori fette di sovranità. Pensava di dominare il progetto di integrazione, accelerarlo o frenarlo a piacere, ma il continente ha cambiato faccia e con la faccia gli equilibri. La volontà di Parigi pesa meno. François Hollande è un europeista convinto, sarebbe forse pronto a compiere il “salto federale” che la crisi suggerisce, o impone con urgenza. Ma è reticente ad aprire un nuovo cantiere della costruzione europea. È come preso da un crampo. E il suo ministro agli Affari Europei, Bernard Cazeneuve, dice che l’abbandono di sovranità chiesto dalla Germania non è il
«coeur du sujet»
, non è l’argomento principale, del prossimo vertice europeo del 28 e 29 giugno.
Il neo presidente francese non vuole farsi imporre la politica economica da una maggioranza di Paesi dell’Unione, e teme soprattutto che
si formi in patria un “fronte sovranista”, che potrebbe dividere gli stessi socialisti. Due ministri, Laurent Fabius, agli Esteri, e il già citato Cazeneuve,
entrambi in posizioni chiave per quel che riguarda la politica europea, hanno votato no al referendum del 2005 sulla Costituzione dell’Unione.
I timori di Hollande non sono infondati. Nella Francia che l’ha appena eletto l’accelerazione di un’evoluzione federale non sarebbe accolta con favore. E il secondo presidente socialista della Quinta repubblica (dopo Mitterrand, che lanciò l’euro con Kohl, padrino politico di Angela Merkel) non vuole correre rischi. Ed è un peccato, perché la sua posizione gli consentirebbe di forzare la storia. La sinistra controlla i due rami del Parlamento, tutte le regioni meno una, quasi tutte le grandi città. Non c’è un capo dell’esecutivo nel continente con tanto potere. Da lui ci si potrebbe quindi aspettare quel “salto federale” che non dissiperebbe la crisi nell’immediato, ma che darebbe fiato a un’Europa che a volte sembra boccheggiare. Stasera, alla vigilia del vertice di Bruxelles, Angela Merkel avrà un colloquio con François Hollande nel palazzo dell’Eliseo. Si può sempre sperare, sia pur con scetticismo, in una sorpresa. Da adesso possiamo comunque dire che le responsabilità pesano sulle due sponde del Reno.

La Repubblica 27.06.12