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"È la politica la risposta alla Casta", di Pierluigi Castagnetti

Come si fa a non parlare della “casta” e dei suoi privilegi? Anticipo subito la conclusione di questo articolo: i parlamentari italiani devono decidere (attraverso gli uffici di presidenza delle due camere) di ridurre la loro indennità al di sotto della media europea. Anche negli altri paesi dell’Europa c’è la crisi, ma non si parla di questo? Non importa, noi dobbiamo farlo! Quando si chiedono sacrifici così pesanti ai pensionati e ai lavoratori, come è stato detto, chi sta meglio deve farne di più. Sacrifici. Anzi, in questo caso mi sembra non si debba parlare nemmeno di sacrifici: contenimento, riduzione, ma non sacrifici. Punto.
Ciò premesso e ciò concluso, vorrei aggiungere qualche altra considerazione. Domenica scorsa non c’è stata prima pagina di giornale che non titolasse: i parlamentari si rifiutano di tagliare i loro stipendi. Una grande testata si è limitata a un brevissimo editoriale dal titolo: «Senza vergogna». Per la verità io ne ho provata moltissima. Mi sentivo come un cittadino incolpevole sbattuto in prima pagina senza possibilità di difendersi.
Per di più la liturgia di quel giorno proponeva un testo in cui Giovanni Battista, incalzato da sacerdoti e leviti di Gerusalemme, era costretto a rispondere a domande che mi coinvolgevano personalmente: «Tu, chi sei?», «Che cosa dici di te stesso?». Che cosa dici di te stesso? Bella domanda, che dovrebbe farsi ogni persona, credente o no, in pace o in crisi di identità.
Chi siamo? Cosa facciamo, a cosa serviamo in questa situazione noi parlamentari? Siamo cittadini onesti o ladri, impegnati o oziosi, privilegiati o no? Siamo il problema, come si dice, o la soluzione per uscire dall’attuale crisi? Se fossimo il problema e non rappresentassimo il luogo della soluzione, ci sarebbe da chiedersi perché mai, sindacati, gruppi, associazioni o cittadini isolati vengono davanti alle camere a protestare o a chiedere un po’ di giustizia.
E, se fosse vero ancora che noi siamo il problema, sarebbe lecito chiedersi quale modello di democrazia hanno in testa gli ideatori di campagne tanto feroci contro i parlamentari e, dunque, il parlamento. In questa situazione io penso che abbiamo in primo luogo il dovere di controllare ogni tentazione vittimistica e ogni ritorsione polemica verso altre caste che non sono estranee a questa campagna.
Cosi come non mi sembra utile ri-documentare i passaggi attraverso i quali negli anni recenti (2006-2007-2010-2011) l’indennità e i rimborsi spese per i parlamentari hanno subito forti decurtazioni, argomenti non ascoltati. Né sarebbe utile ricordare che, dati alla mano, la indennità dei parlamentari italiani è già allineata con la media europea (questa è la vera ragione per cui la commissione Giovannini, incaricata di uno studio comparativo, non riesce a formulare una proposta di riduzione.
Del resto non sarebbe neppure necessario scomodare le ambasciate per avere riferimenti oggettivi, basterebbe ricordare che la attuale indennità dei parlamentari europei è stata già parametrata sulla media dei parlamenti nazionali).
È necessario invece prendere atto del fatto che nessun argomento riuscirà a bloccare l’ondata di fango e di rabbia che sta travolgendo il ceto parlamentare italiano. Prendere atto e procedere in tempi brevi a una riduzione volontaria che nessun paragone serio con quanto avviene negli altri parlamenti dell’Europa imporrebbe: ecco perché sostengo che dobbiamo semplicemente accettare una misura inferiore dell’indennità rispetto alla misura media europea. Il clima di sacrifici imposto alla gran parte degli italiani basta a giustificarlo.
E del resto la delegittimazione morale causata da questa legge elettorale toglie ai parlamentari titolo e autorevolezza necessari anche solo a tentare una spiegazione. Tutto ciò, peraltro, non giustifica l’inerzia politica di fronte al degrado di una democrazia che sta provando a vivere senza un parlamento con legittimità riconosciuta. Questo è il problema! Zagrebelsky e Galli Della Loggia hanno cominciato a parlarne proprio in questi giorni. Ma personalmente non credo che ci si possa limitare a esaminare il contesto e le modalità in cui è nato il governo Monti, si dovrebbe capire il perché, una volta indeboliti i cardini di un modello democratico, la soluzione del governo Monti non aveva alternative, e neppure le modalità con cui lo si è fatto nascere.
Si tratta di indagare le ragioni che hanno determinato queste condizioni, capire quali siano gli agenti e le motivazioni esterne e quali le responsabilità interne, cioè della politica. E riconoscere che il contrasto alla sciagurata legge elettorale che ha determinato il divorzio tra eletti e elettori è stato obiettivamente tardivo (già ai tempi del II governo Prodi si doveva porvi rimedio o denunciare chi lo impediva) e troppo debole.
Così come va detto che tardiva e debole è stata la risposta a questa campagna antiparlamentare da parte di chi ne aveva il dovere. La stessa assunzione di responsabilità del parlamento di fronte all’umiliazione delle sue prerogative si è rilevata inadeguata. E, oggi, siamo qui, anche per colpa nostra.
Non ci resta che pagare tutti i prezzi che si possono pagare prima che ne siamo definitivamente costretti, ma non si deve fermarsi lì. Occorre da subito mettere in campo la politica, cioè una risposta forte, capace di restituire dignità e ruolo al parlamento, cioè a quella istituzione che è “grembo” di tutte le condizioni che fanno di una democrazia una democrazia, appunto.
Debbono farlo le forze politiche pensando al dopo, a quel tempo che necessariamente succederà a questa fase di transizione e debbono farlo, anche attraverso una assunzione di responsabilità individuale, i singoli parlamentari, esercitandosi a rispondere a quelle domande difficili che richiamavo all’inizio: «Chi sei?, che cosa dici di te stesso?».

da www.europaquotidiano.it

"Quelle parole che fomentano la paura", di Gianni Biondillo

Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi di grido a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso. Altri si dissoceranno dalle sue frequentazioni neonaziste: non basta essere simpatizzanti di Casa Pound per trasformarsi in un delirante giustiziere della notte.
Giustificazioni buone per tutte le stagioni. La televisione nazionale, che ha colonizzato il nostro immaginario di questi ultimi decenni, richiede spiegazioni semplici, facili da applicare nel mondo reale. Tipo quelle dei bravi cittadini torinesi che hanno trovato ovvio organizzare un pogrom in un campo rom alla notizia (falsa) di uno stupro ai danni di una minorenne. Le nostre donne le difendiamo noi. «Nostre», come se ci appartenessero. Che poi lo stupro fosse una menzogna della ragazzina per difendersi da due genitori oppressivi cambia poco.
Non era vero, è stato detto, ma non ne possiamo più dei nomadi. Curioso sillogismo. Cioè: non è che siamo razzisti, è loro che sono zingari! In pratica: non siamo interessati alla responsabilità personale, sono cose da democrazia matura. A noi interessa avere un capro espiatorio, là quando occorre.
Io, insomma, di Gianluca Casseri non so nulla. E nulla sanno neppure i fascisti della rete che già lo esaltano ad eroe nazionale. Prevedo un’impennata delle vendite delle 357 magnum, il revolver che ha stroncato la vita dei due ambulanti senegalesi.
Della tragedia di Firenze sono le parole usate per raccontarla che mi interessano. Le parole, in fondo, sono il mio mestiere. Le notizie lette sul web in tempo reale, parlavano di un «folle» che aveva sparato e ucciso due «vu’ cumprà». «Folle»… C’è molto poco di folle nel selezionare chi uccidere e chi no. Basta un semplice manuale di criminologia forense per saperlo: lo squilibrato spara a casaccio, nella folla, indistintamente. Qui Casseri ha scelto su base etnica le sue vittime. Sapeva esattamente cosa voleva dire al mondo.
E poi «vu cumprà», così, come si diceva, con quel malcelato razzismo, oltre vent’anni fa quando arrivarono i primi immigrati dall’Africa. Quasi non fossero passati questi anni, quasi fossimo ancora una «innocente» nazione di emigranti che andava trasformandosi in una di (colpevoli) immigrati. Scrivere di un folle che uccide due vu cumprà è già, intimamente, un modo di giustificarlo. Cosa avrebbero scritto i solerti giornalisti patri se un senegalese avesse sparato a due fiorentini? E quale fiaccolata capitanata dal solito politico indignato si sarebbe organizzata per dichiarare la propria insofferenza di fronte a questi stranieri che vengono qui ci rubano il lavoro, sporcano le nostre città e certo non siamo razzisti, ma, si sa stuprano le «nostre» donne?
Nominare le cose significa darle un senso. Quando diciamo, ad esempio, che l’Italia sta cambiando quasi che questo mutamento possa ancora trovare un’inversione di rotta ci raccontiamo la più patetica delle bugie. Perché non vogliamo ammettere che l’Italia è già cambiata. Da una generazione ormai. Il paesaggio antropologico è radicalmente mutato, ne prendano atto i fascistelli in pectore che propugnano la difesa di una razza inesistente. Ma soprattutto ne prenda atto la più retriva delle politiche che abbiamo avuto, miope e securitaria, che al posto di gestire il cambiamento ha fomentato col suo linguaggio da bar l’incertezza e la paura. Questo è ciò che ora raccogliamo, dopo aver seminato vento per un quarto di secolo. Tempesta.

l’Unità 14.12.11

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E i fanatici di destra in Rete inneggiano al killer-camerata di Mariagrazia Gerina

Mentre Casapound cancella gli scritti del killer, sul sito estremista Stormfront va in scena «l’orgoglio bianco». Insulti agli «allogeni», conditi di antisemitismo. E tributi a Casseri: «Ha fatto ciò che dovremmo fare tutti». Mentre Casapound ripulisce il suo «ideodromo» online dagli inteventi del killer-militante e prende le distanze: «Era solo un simpatizzante, come centinaia di persone». Sul sito «Stormfront», con sapiente gioco delle parti, va in scena l’«orgoglio bianco».
«Gianluca Casseri è dei nostri», rivendica un frequentatore del forum. Lo scrive, però, dopo aver appreso dalla rete che si tratta di un militante di Casapound. L’utente che dà per primo la notizia si firma “costantino”. Ed è lo stesso che dà l’allarme: «I Negri» altri li chiamano gli «allogeni» «stanno di nuovo cercando di assediare Firenze. Stanno organizzando un corteo per sfasciare tutto. Loro hanno coscienza di razza. E noi?». «Noi», man mano che l’informazione che Gianluca Casseri sia uno di Casapound si arricchisce di conferme, e si aggiungono dettagli sulla sua produzione «intellettuale» tratti dalla «biblioteca revisionista», fanno fioccare tributi di «Rispetto e onore». Mentre altri inneggiano agli «incidenti» esplosi «in centro»: «È la guerra etnica come aveva previsto Freda».
INSULTI ANCHE ALL’UNITÀ
In un secondo momento, si fa strada tra i commenti la tesi del complotto. In due varianti: che non sia andata come scrivono i media. E che i media, soprattutto quelli di sinistra, «aspettavano proprio che qualcuno esaltasse il suo gesto». È a quel punto che qualcuno prova persino timidamente ad affiancare ai tributi che proseguono «al camera caduto», all’«intellettuale di valore morto», una condanna del suo «gesto». Ma trova poco seguito: «Onore a lui, che come pochi ha avuto il coraggio di fare ciò che dovremmo fare tutti in massa», scrive Glemselens. «È ora che qualcuno faccia pulizia di questa immondizia negra», gli fa eco “Longobard”: «Difendere la Razza Bianca è un nostro diritto».
«Lo dicono anche i negri… non era “un pazzo”… evidentemente sanno di dare fastidio», scrive “ComplottoGiudaico”, citando la cronaca del sito dell’Unità in cui i senegalesi ribadiscono che non di follia si è trattato ma di razzismo. «All’Unità non vedevano l’ora di poter uscire dalla catacombe della storia in cui sono stati cacciati», chiosa prontamente “costantino”, preoccupato della piega che potrebbe prendere la vicenda. «Ora chiederanno le case per i boveri senegalesi», pronostica, sputando un «lurido pezzo di m…» rivolto «all’assessore fiorentino» reo di aver fatto arrivare la sua solidarietà alla comunità senegalese. Mentre loro, a fronte della stampa «giudaica» e di quella di sinistra che sui siti attacca i loro commenti razzisti, rivendicano «libertà di espressione» contro la «società multirazziale».

L’Unità 14.12.11

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“Quel ragioniere dell’orrore”, di Marco Imarisio

Il ragioniere della razza pura e il giallo dell’hard disk sparito
Militante di CasaPound, aveva scritto saggi antisemiti
di Marco Imarisio. Tra il presepe dell’opera di Santa Maria del Fiore e l’imam che recita passi del Corano con la schiena attaccata al battistero del Duomo ci sono venti passi di distanza. «Allargare la distanza, separare razze e religioni, farle nemiche, solo così arriveremo al risanamento della civiltà, che è il nostro unico compito interno».
Gianluca Casseri ha lasciato dietro di sé cinque corpi sul selciato e una lunga serie di appunti privati che li annunciavano. Nell’appartamento fiorentino di via del Terzolle e nella palazzina di famiglia a Pistoia, tra cumuli di libri e biancheria sporca c’erano fogli sparsi, semplici post-it gialli riempiti da una grafia fitta che costituiscono il messaggio al mondo di un uomo che si era chiuso a esso, «alienato definitivamente dal cosmo ordinato che ci circonda». Ma la solitudine del pazzo spesso è il paravento utile a tutti per nascondere contiguità, vicinanze, consapevolezza. Sulla scrivania della casa fiorentina c’era lo schermo del computer, la sua tastiera, ma è sparito l’hard disk con la memoria, dettaglio non da poco rivelato dal Corriere Fiorentino che forse stride con la teoria della mela marcia e isolata.
C’è stato un tempo lontano in cui il bambino Gianluca si guadagnava la merenda recitando le terzine di Dante al panettiere di Cireglio, 500 anime sulle colline più alte di Pistoia, il luogo dove era nato. Sapeva la Divina Commedia a memoria e un giornale locale gli dedicò un articolo con l’ammirazione dovuta a un enfant prodige. Le promesse della gioventù non sempre si compiono, è una legge di vita e chissà quando Casseri ha cominciato la sua personale opera di alienazione che lo ha portato a pianificare un massacro in stile norvegese, nella tasca del suo K-way sporco di sangue è stata trovata una scatola con altri 24 proiettili. Aveva 14 anni quando la madre Fernanda lo sorprese a costruirsi una bomba nella sua cameretta. Ne parlò con il maresciallo della stazione locale, che le disse di tenere d’occhio quel ragazzo strano, che non parlava con nessuno ed era perso nel culto dello scrittore H. P. Lovecraft, di Tolkien e della mitologia celtica.
I muri di casa erano il perimetro del suo mondo, quando nell’estate del 2010 lasciò Cireglio per trasferirsi a Firenze non se ne accorse nessuno. Negli anni Casseri era passato dal Signore degli anelli a una elaborazione teorica che metteva insieme l’ufologia, era una presenza fissa ai congressi sugli oggetti volanti non identificati, l’esoterismo con lo studio delle rune, l’alfabeto magico dei vichinghi e soprattutto una personale cosmogonia di estrema destra. Malato grave di diabete, perennemente in lotta con la depressione, vagheggiava di se stesso come del «ribelle» di Ernst Junger, il filosofo tedesco accusato di simpatie per il nazismo. Inseguiva un vitalismo esasperato e intanto macerava la sua teoria sulla purezza della razza mescolando razzismo e antisionismo in dosi uguali. Si esibiva nella negazione dell’Olocausto, definito «una fola costruita ad arte per i poveri di spirito» e rilanciava la teoria antisemita della grande cospirazione mondiale ebraica. Nel 2008 aveva scritto insieme a Enrico Rulli La chiave del caos, un romanzo che condensava la sua passione per l’esoterismo. In calce la dedica ai maestri, «buoni o cattivi che siano», e una citazione dell’amato Junger: «Proiettili e libri hanno il loro destino».
Il solitario Casseri, che a Cireglio era ancora il «tontolone con lampi di genio», così lo ricordano nell’unico bar. «Qui nessuno lo ha mai visto con una donna, andare alla partita di calcio, fare la spesa, entrare in un bar». Eppure tutti sanno che ogni settimana andava a esercitarsi al poligono di Pescia, con la sua 357 Magnum regolarmente denunciata, la stessa con la quale ha sparato ieri. E raccontano con tono divertito del fallimento della sua unica impresa nel mondo di tutti, l’apertura di uno studio da ragioniere commercialista all’Abetone durata pochi mesi e costata molto ai parenti per chiudere la bocca ai debitori. La sua famiglia è benestante, lo zio Piero è un noto costruttore edile, l’affitto dei molti appartamenti ereditati dal padre Renzo bastava per tirare avanti, a lui e al fratello Giancarlo, ferroviere in pensione.
Ma nessuno può restare solo per sempre, attaccato a un computer e alla sua comunità virtuale, nessuno può vivere da isola, anche se adesso sono tanti quelli a cui farebbe comodo ricordare Casseri come un cane sciolto senza legami. Nella vita vera i suoi amici erano i ragazzi di CasaPound, i «fascisti del nuovo millennio», camerati per affinità elettiva che adesso cancellano i suoi scritti dal blog Ideodromo, una sorta di vetrina ideologica del gruppo, e rinnegano il suo nome, Casseri non ci risulta, non sappiamo chi è, quereliamo se lo accostate a noi. Almeno Lorenzo Berti, segretario di CasaPound Pistoia, ha l’onestà di distinguere senza rinnegare. «Non era un iscritto — dice — ma lo possiamo definire un nostro militante». Lo chiamavano spesso per fare gruppo e lui non si negava. Sabato scorso era in piazza a raccogliere firme con Equitalia, nel 2010 era diventato ufficialmente «noto alle forze di polizia» per aver occupato con gli altri di CasaPound l’edificio destinato a diventare il nuovo carcere di Pescia. Passava ore in sede ad aspettare qualcuno per parlare di filosofia, delle sue teorie tese «alla riscoperta della spiritualità dell’uomo bianco», che poi prendevano corpo in tirate razziste sulla presunta invasione islamica, «l’orda impura», alla quale erano destinati quei 24 proiettili. «A voi non vi sparo» ha detto ai poliziotti che lo avevano circondato. E sono state le sue ultime parole.
L’assassino di Firenze era un solitario ma non uno sconosciuto. Le sue idee erano note e pubblicate e la corsa a cancellarlo come fosse un refuso, una bestemmia impronunciabile, ha qualcosa di inquietante. Forse nessuno vuole condividere una sconfitta. Perché ieri in piazza del Duomo quei venti passi di distanza tra due diverse religioni non sono diventati un solco, la rabbia si è mischiata alla solidarietà. Casseri il razzista ha ucciso, ma ha perso.

Il Corriere della Sera 14.12.11

"Ecco la prima traccia della particella di Dio", di Elena Dusi

L´ultimo latitante è alle corde. Da quasi 50 anni i fisici sono alla caccia del bosone di Higgs, unico tassello mancante del puzzle della materia a noi nota. Oggi l´ultima delle 17 particelle elementari, soprannominata “particella di Dio” ha lasciato un´impronta nel Large Hadron Collider (Lhc), l´acceleratore di particelle del Cern di Ginevra.
A trovare il segnale, considerato la pista giusta ma non ancora tanto nitido da far gridare alla scoperta, sono stati due esperimenti guidati da fisici italiani. Fabiola Gianotti è a capo di Atlas, un rivelatore di 46 metri e 7 tonnellate che osserva i frammenti di materia prodotti dalle collisioni fra i protoni spinti al 99,99% della velocità della luce in Lhc, anello sotterraneo di 27 chilometri. Compito sovrapponibile ha Cms, altra “macchina fotografica” per particelle elementari, 21 metri per 12,5 tonnellate, guidato da Guido Tonelli. I due rivelatori hanno raccolto dati segretamente l´uno dall´altro. Per essere sicuri di aver raggiunto l´Higgs, occorre infatti che i due esperimenti scattino la stessa foto segnaletica. Al lavoro ci sono 6mila fisici di oltre 100 paesi, fra cui un migliaio di italiani coordinati dall´Istituto nazionale di fisica nucleare.
«Quando Fabiola e io abbiamo aperto i computer scoprendo di avere risultati molto vicini, ci sono brillati gli occhi» racconta Tonelli. Entrambi gli esperimenti hanno osservato la possibilità di una nuova particella a un´energia di 125 Gigaelettronvolt (Gev), uno dei livelli previsti del fisico britannico Peter Higgs nel 1964. Il suo articolo all´epoca fu rifiutato proprio dalla rivista del Cern Physics Letters e venne pubblicato negli Stati Uniti.
«Oggi abbiamo ancora un margine di incertezza. Ma l´anno prossimo avremo abbastanza dati per poter completare la ricerca dell´Higgs» spiega Gianotti. Questo margine di incertezza viene misurato con l´unità di misura dei sigma. Per parlare di scoperta bisogna raggiungere i 5 sigma. Cms e Atlas sfiorano oggi i 3. «La definitiva conferma o la smentita dell´esistenza di questa particella arriverà nel 2012, già a partire dall´estate» conferma il direttore del Cern Rolf Heuer. «È come se stessimo cercando un pesce in un lago. A forza di togliere acqua per prosciugarlo, è spuntata una pinna. Se sia un pescecane o un pesce rosso però potremo dirlo fra qualche mese» spiega il direttore della ricerca del Cern Sergio Bertolucci. L´agenzia di scommesse britannica Paddy Power intanto da gennaio ha abbassato le quote sulla soperta da 12 a 1 a 3 a 1.
Per i teorici impegnati a decifrare i dati, un Higgs da 125 Gev pone più domande di quante ne soddisfi. «Per stare in piedi, il modello standard della fisica moderna avrebbe bisogno di una particella mille volte più pesante, come ordine di grandezza» spiega Luciano Maiani, uno dei padri della fisica teorica moderna, ex direttore del Cern e del Cnr. «Una soluzione potrebbe arrivarci dalla supersimmetria. Secondo questa teoria, per ogni particella a noi nota ne esiste un´altra più pesante detta supersimmetrica». Gian Francesco Giudice, fisico teorico del Cern, sostiene che «se l´Higgs fosse stato ancora più leggero, l´universo sarebbe risultato instabile, rischiando una transizione di fase capace di distruggerlo. Il valore di 125 ci fa restare in bilico sul ciglio di un burrone, ma non pone preoccupazioni immediate».

La Repubblica 14.12.11

Spettacolo, la riforma necessaria

Pubblichiamo qui di seguito l’appello al ministro per i Beni e le attività culturali, Lorenzo Ornaghi, per il varo di una legge quadro sullo spettacolo che preveda tra l’altro incentivi fiscali in favore di un settore in sofferenza. Tra i firmatari, esponenti del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo: Alessio Boni, Gabriella Carlucci, Vincenzo Cerami, Emilia De Biasi, Carla Fracci, Alessandro Haber, Gabriele Lavia, Giuseppe Pambieri, Michele Placido, Gigi Proietti, Franco Scaglia, Giulio Scarpati, Silvio Orlando.

La musica, il teatro, la danza, il circo, lo spettacolo viaggiante, gli artisti di strada attendono da decenni il varo di una riforma legislativa che riconosca in maniera irreversibile la funzione culturale, educativa, sociale, occupazionale ed economica dello spettacolo dal vivo.
L’instabilità del settore, messo a dura prova da anni di decurtazione degli stanziamenti pubblici, l’assenza di regole adeguate ai repentini mutamenti sociali, la costante precarietà del lavoro e la mancanza di politiche di welfare, la sfiducia degli operatori verso istituzioni che disconoscono il ruolo delle imprese e lo status professionale degli operatori stanno compromettendo la capacità propulsiva di quelle arti espressive che ancora oggi costituiscono il più importante strumento di veicolo della cultura e dell’identità italiana nel mondo.
Siamo convinti che l’Italia possa superare la crisi anche favorendo l’affermazione di nuovi modelli di sviluppo economico fondati sulla valorizzazione e promozione del patrimonio culturale. Con forza rivendichiamo questo ruolo, unitamente alla capacità di saper concorrere alla formazione di una coscienza etica, sociale e civile del singolo individuo e della collettività.
Insieme alle nostre famiglie, ai nostri amici, agli spettatori che ogni sera incontriamo, vogliamo renderci protagonisti di questa utopia, e riporre le nostre aspettative nel nuovo governo e nel ministro per i Beni e le Attività culturali affinché sostengano l’approvazione di quel provvedimento condiviso dalla Commissione cultura della Camera dei deputati.
L’approvazione della legge quadro costituirebbe non solo l’occasione per dotare il Paese di una moderna politica culturale, ma anche la risposta alle speranze che nei suoi contenuti riponiamo per veder finalmente riconosciuta la dignità degli sforzi, del lavoro e delle professionalità, uscendo da quello stato di incertezza e di aleatorietà che uccide l’estro, mortifica la passione, penalizza gli investimenti.
Siamo in decine di migliaia, donne, uomini, anziani, giovani, volti noti, meno noti e sconosciuti, a voler ancora resistere e scongiurare i fantasmi di un fallimento.
Abbiamo ancora bisogno del nostro futuro.

Il Corriere della Sera 14.12.11

Monti: "Non è vero che pagano i soliti la patrimoniale c´è, quella fattibile", di Francesco Bei

Stoccata al Pdl: critiche sulle liberalizzazioni da chi ha governato per tre anni. Il Professore tratta tutto il giorno con i partiti. Il Consiglio dei ministri dà l´ok sulla fiducia. Il premier cita i sondaggi: “Anche l´elettore leghista apprezza”. Oggi il decreto in aula. Alle sera, dopo sei ore di estenuanti trattative all´arma bianca con i partiti e le lobby, quando finalmente l´emendamento del governo alla manovra viene depositato in commissione Bilancio e Finanze della Camera, Mario Monti può distendersi in un sorriso. «Non è vero che pagano i soliti noti – dice ai rappresentanti del Terzo polo – e penso che anche i sindacati adesso se ne siano accorti. Abbiamo dovuto fare un´azione di forza, pesante, per dare un segnale all´esterno, fuori dall´Italia, ma adesso la manovra è equilibrata».
Il premier rivendica il lavoro fatto anche ieri notte parlando in commissione e chiarendo che l´alternativa alla medicina sarebbe «un avvitamento nella crisi del debito sovrano che porterebbe non alla recessione, ma alla distruzione del patrimonio e all´evaporazione del reddito degli italiani». E comunque «basta ai luoghi comuni», «a partire dal “pagano sempre i soliti noti”». Al contrario, «abbiamo individuato “nuovi noti”, il che ci consente di tassare meno l´impresa e il lavoro». Quanto alla patrimoniale, di fatto c´è considerando tutte le imposte sulla ricchezza immobiliare e finanziaria. Certo non quella voluta dalla sinistra e dai sindacati, quella non sarebbe stata possibile «tecnicamente» e «avremmo abbaiato, ma non morso». «Abbiamo invece introdotto – sostiene Monti – l´imposta patrimoniale possibile in questo momento storico, una cosa alla quale nessun altro comunque si era finora nemmeno avvicinato». «Equità», «equità», «equità», ripete Monti ricordando di aver salvato le pensioni basse e i redditi da lavoro. Perché anche i tecnici «hanno sentimenti e valori». Il premier rifila poi una stoccata (con garbo, com´è nel suo stile) ai parlamentari del Pdl che lo incalzano «sull´insufficienza delle liberalizzazioni». «Noi abbiamo agito in due settimane – replica Monti – e le critiche provengono da una parte politica che ha fatto parte della maggioranza di governo negli ultimi tre anni». Subito dopo ribadisce che «l´Italia ha perso involontariamente qualche quota di troppo di sovranità negli ultimi tempi perché si è messa in condizioni di debolezza».
Ma la manovra sarà approvata a tempo di record, ieri il Cdm ha autorizzato la fiducia, oggi il decreto approderà in aula. Un esito niente affatto scontato, visto che in mattinata lo stallo è ancora totale, tanto da richiedere a Monti – accompagnato da Vittorio Grilli e Piero Giarda – di condurre le trattative in prima persona, precipitandosi a Montecitorio. Blindato nel suo ufficio di fianco al Transatlantico, il premier riceve, ascolta, riscrive. Il Pdl fa catenaccio sulle farmacie, si oppone alla liberalizzazione. Tutto si blocca. C´è un problema anche sulle coperture per Imu e pensioni. Monti non molla, Grilli e Giarda si tengono in contatto con il Tesoro e la Ragioneria. «Da quando sto qua dentro – sussurra Dario Franceschini al collega Pierluigi Castagnetti – non ho mai visto un capo del governo che si trasferisce alla Camera a lavorare». È anche un segno di rispetto formale del premier “tecnico” nei confronti della politica. Un professore che sembra averci preso gusto. «Mi ha inorgoglito – confessa Monti a Bruno Tabacci – rappresentare il mio Paese in Europa. Quando in passato si parlava di me come capo del governo pensavo alla prospettiva con preoccupazione e la respingevo. Adesso invece lo considero un impegno civile e mi auguro che gli italiani comprendano che tutto quello che stiamo facendo punta in un´unica direzione: tirare l´Italia fuori dai guai». Il “civil servant” Monti fa notare che gli ultimi sondaggi indicano che persino tra gli elettori leghisti c´è «una maggioranza di favorevoli» ai suoi provvedimenti. A dimostrazione che «anche i cittadini che abitano nella parte più ricca del paese hanno capito il lavoro che abbiamo iniziato». Nonostante le bordate di Bossi. Il capo del governo aveva ieri un cruccio su tutti. Quello di essere stato messo con le spalle al muro sulle liberalizzazioni, rinviate di un anno nella prima ipotesi di emendamento del governo. «Siamo delusi» aveva sentenziato Benedetto Della Vedova, tra i principali sponsor del professore nel terzo polo. Monti punta i piedi. «Io in Europa la concorrenza l´ho respirata davvero – spiega a Giarda – e su questo non intendo farmi portare fuori strada da nessuno». Alla fine almeno sulle farmacie ma non sui taxi l´avrà vinta lui.

La Repubblica 14.12.11

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“Arriva il bonus Imu per i figli pensioni protette sotto 1405 euro Patrimoniale su fondi e titoli”, di Roberto Petrini

Sale la soglia per l´adeguamento all´inflazione: così salvati nel 2012 i tre quarti degli assegni pensionistici. Prime case, viene aggiunta una detrazione di 50 euro per ogni figlio fino a un massimo di 400 euro. Conti correnti, non si paga il bollo fino a 5 mila euro. Previdenza, sale il contributo di solidarietà sui redditi alti. Monti e la maggioranza correggono la manovra con maggiori dosi di equità. Gli emendamenti presentati ieri da governo e relatori ed esaminati in nottata oggi approderanno in aula dopo una giornata di febbrili consultazioni tra governo e partiti che sostengono l´esecutivo. Intanto ieri il consiglio dei ministri ha autorizzato il governo a porre la fiducia sul provvedimento. Dopo l´incontro con i sindacati di domenica e la lunghe trattative di ieri viene modificato il pacchetto pensioni: salvate nel 2012 dalla sterilizzazione quelle sotto i 1.400 euro (circa i tre quarti dei pensionati); eliminati gli scaloni per il 2012 per donne e uomini che solo per il prossimo anno potranno mantenere il criterio dei 35 anni di anzianità (20 per le donne) ma con 64 anni di età. Interventi all´insegna dello slogan che salva i redditi più modesti e colpisce i più ricchi: arriva la patrimoniale sulle attività finanziarie che colpirà proporzionalmente anche gli stock di ricchezza sopra 1,2 milioni con una tassa dell´1 per mille dal 2013. Cambia anche il prelievo sui capitali rientrati in Italia nel 2009 grazie allo scudo fiscale: non sarà più una tantum ma diventerà strutturale e con il pagamento del 10 per mille (che si ridurrà al 4 per mille dal 2014) si continuerà a mantenere l´anonimato. Il Fisco italiano si propone anche di dare la caccia ai redditi immobiliari e mobiliari detenuti all´estero: le case possedute in terra straniera dagli italiani pagheranno una sorta di Imu extraterritoriale.
Arriva anche la correzione dell´Imu-Ici sulla prima casa a favore dei redditi più bassi e delle famiglie numerose. La franchigia di 200 euro che continua a valere per tutti salirà fino ad un tetto di 400 euro per una famiglia che ha quattro figli (50 euro per ciascun figlio). Tra la marea di bolli e tasse in arrivo, uno viene cancellato: è quello che riguarda di estratti conto dei conti correnti bancari sotto i 5 mila euro.

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Immobili oltre confine colpiti come seconde case

Arriva la tassa sui capitali e sugli immobili detenuti dagli italiani all´estero. A partire dal 2011 arriva un´imposta sugli immobili posseduti dagli italiani all´estero, a qualsiasi uso destinati. Sarà pari al 7,6 per mille, esattamente la stessa aliquota che sarà imposta con l´Imu sulle seconde case su tutto il territorio nazionale. L´imposta è dovuta proporzionalmente alla quota di possesso e ai mesi dell´anno nei quali si è protratto il possesso. Ma non è tutto: il governo ha anche proceduto a tassare la ricchezza finanziaria posseduta all´estero: dal 2011-2012 è infatti istituita un´imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all´estero. Sarà dell´1 per mille annuo già nel 2012, e salirà all´1,5 per mille a decorrere dal 2013.

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Corretti i sacrifici per “classe 52” e per le donne prossime a uscire

Sale da 936 e 1.400 euro la soglia al di sotto della quale l´indicizzazione delle pensioni sarà del 100 per cento. Si salvano, in questo modo, il 78 per cento delle pensioni. La norma varrà solo per il 2012, dal 2013 saranno esentate dal tagli solo le pensioni fino a 936 euro anche se fino a notte è si trattata per allargare l´esenzione dai tagli anche al 2013. Intervento “eccezionale” per salvare dallo scalone gli uomini e le donne che con il vecchio sistema sarebbero andati in pensione nel 2012 con le quote e che la nuova «linea» di 41-42 anni di contributi richiesti avrebbe costretto ad attese di 6 anni (in particolare la classe 1952). Costoro potranno andare con 35 anni (uomini) e 20 (le donne) purché abbiano 64 anni anagrafici. Dimezzata la penalizzazione per chi va in pensione a 60 o 61 anni, cioè prima dei 62 anni, con 42-41 anni di contributi: sarà dell´1% per ogni anno che manca ai 62.

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Un bollo ogni anno si parte dal 10 per mille

Cambia la tassa sui capitali che furono scudati grazie al provvedimento di Tremonti nel 2009. La prima versione prevedeva un prelievo una tantum dell´1,5 per cento sui capitali rientrati. La nuova versione invece è strutturale e pagando si continua a garantirsi l´anonimato: per il 2012 e il 2013 sui capitali scudati si applica l´aliquota del 10 per mille. Successivamente si applicherà un´imposta di bollo speciale annuale pari al 4 per mille (una sorta di tassa sull´anonimato).
Saranno gli intermediari a trattenere l´imposta dal conto del soggetto che ha effettuato l´emersione oppure ricevendo la provvista dal contribuente. I contribuenti che non pagano sono segnalati all´agenzia delle entrate che procede all´iscrizione a ruolo delle somme.

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Per molte famiglie scatterà l´esenzione dal nuovo tributo

Si scioglie il nodo del peso dell´Ici-Imu sulla prima casa e per molte famiglie, soprattutto abitanti nelle case più modeste, l´esenzione potrà essere totale. Come richiesto da più parti le detrazioni, che la prima versione della manovra stabiliva in 200 euro per tutti, indipendentemente dal reddito, vengono aumentate in relazione al numero dei figli a carico: ne beneficeranno le famiglie fino a quattro figli. L´emendamento prevede una maggiorazione della detrazione che spetta per le abitazioni principali, di 50 euro per ciascun figlio: si potrà accedere alla detrazione fino ad un massimo di 4 figli (tetto massimo totale dunque 400 euro). Per beneficiare dello sconto Ici-Imi i figli dovranno avere meno di 26 anni, la dimora abituale e la residenza anagrafica nella abitazione principale. Per quanto riguarda lo sconto-base di 200 euro, sarà ridotto a 170 euro dal 2014.

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“Taxi salvi, farmacie sul piede di guerra strada in salita per aprire alla concorrenza”, di Roberto Mania

Ancora dodici mesi per il varo definitivo della riforma degli ordini professionali Nasce l´Authority dei trasporti, che vigilerà su treni, autostrade e autotrasporto. Il ministero della Salute deciderà quali medicinali di “fascia C” saranno venduti anche nelle parafarmacie. Ma le misure “superstiti” partiranno ugualmente dal 1 gennaio 2012: i relatori cancellano il rinvio al 2013. Si salvano i tassisti e forse anche i farmacisti. Per ora. Perché sulle liberalizzazioni si consumano battaglie feroci e, quasi sempre, non vincono né la concorrenza né i consumatori, bensì le lobby trasversali. Per questo non è mai detta l´ultima parola. Il governo ha deciso di tenere duro sull´estensione della vendita nelle parafarmacie e nei supermercati dei medicinali di fascia C con obbligo di ricetta ma non rimborsati dallo Stato (dagli antinfiammatori al viagra), anche se i due relatori al decreto “Salva Italia” avevano proposto un rinvio al 2013. «Non torniamo indietro», ha detto il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ma nella notte il ministro per i rapporti del parlamento, Piero Giarda, ha presentato un emendamento che nei fatti annacqua la possibilità di vendere la gran parte dei medicinali in fascia fuori dalle farmacie. La modifica, non concordata con il Pd ma con l´appoggio del Pdl, lascia al ministero della Salute e all´Aifa la competenza di definire per quali medicinali non cambierà nulla e per quali ci saranno più canali di vendita, venendo incontro ad una delle proposte di Federfarma, che per ora conferma l´ipotesi di una serrata, probabilmente lunedì prossimo. Critico il presidente del Forum delle farmacie non convenzionate (parafarmacie) Giuseppe Scioscia: «Un fatto gravissimo così si mortifica la funzione del farmacista fuori dalle farmacie tradizionali, ci lasceranno poche “molecole”».
Invece esultano i tassisti insieme a quei politici – come il sindaco di Roma, Gianni Alemanno – che al consenso della corporazione devono un pezzo della propria elezione. Per la mini-liberalizzazione dei taxi se ne riparlerà nel 2013. Difficile però che succeda qualcosa a ridosso delle prossime elezioni. È la strada tortuosa, piena di inciampi e compromessi, delle liberalizzazioni contro le corporazioni. Per la riforma degli ordini professionali (se ne discute ormai da decenni), per esempio, ci sono ancora a disposizione dodici mesi. Troppi. Mentre vanno avanti le liberalizzazioni nel settore dei trasporti, con la nascita di un´Authority (le competenze potrebbero anche essere attribuite all´Antitrust) che vigilerà sui treni (dal prossimo anno arriverà la concorrenza di Ntv alle Fs sull´alta velocità) ma anche sulle autostrade e l´autotrasporto.
La rimonta in extremisdei farmacisti
Mario Monti da Commissario europeo sconfisse un gigante monopolista come Microsoft, ora sta facendo i conti con gli agguerritissimi farmacisti d´Italia. Che – comprando pagine di pubblicità sui giornali – hanno parlato di «follia». Ma si potranno aprire anche più farmacie: una ogni 4 mila abitanti. Fine del numero chiuso, insomma, delle farmacie che si ereditano dai propri avi. Esclusi da questo tourbillon solo i centri con meno di 15 mila dipendenti per difendere le farmacie rurali. Secondo i farmacisti sarebbero a rischio 18 mila posti di lavoro. Le associazioni dei parafarmacisti, al contrario, stimano 8 mila nuove assunzioni e risparmi per i consumatori di circa 200 milioni di euro. Perché la liberalizzazione nel settore delle farmacie ha già creato lavoro (8 mila posti) e una riduzione dei prezzi. Ha scritto l´attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, quando era presidente dell´Antitrust: «Nelle parafarmacie si spende l´8,3 per cento in meno per le medicine da banco rispetto alle farmacie».
La lobby in Parlamento
I colpi di coda in Parlamento comunque non si possono mai escludere: 73 parlamentari del Pdl, Terzo Polo e Io sud avevano scritto a Monti perché rivedesse il provvedimento. Primo firmatario il senatore del Pdl, Luigi D´Ambrosio Lettieri, farmacista e presidente dell´Ordine dei farmacisti di Bari. No comment.
I taxi cari e potenti
Liberalizzazione rinviata per i taxi. C´era il rischio che i 60 mila tassisti bloccassero le città a Natale. La norma prevedeva che un tassista potesse lavorare in tutte le città. L´interpretazione autentica spiegava che in realtà poteva andare da una città a un´altra con un altro passeggero al ritorno. Slitta tutto, comunque. «Per ora stiamo tranquilli», ha commentato Lorenzo Bittarelli, capo dei potenti tassisti della Capitale tra i più cari al mondo.

La Repubblica 14.12.11

"Svolta contro le doppie indennità. Ma tanta calma sui costi della politica", di Gian Antonio Stella

«Se c’era solo da arza’ ‘a bbenzina ce tenevamo Pomicino». Prima che qualcuno faccia su di lui la battuta che Francesco Storace dedicò al governo simil-tecnico di Lamberto Dini (delegato alle faccende rognose con la diffida a occuparsi d’altro) è bene che Mario Monti prenda il toro per le corna. Perché se pensa di poterla spuntare con la pazienza e la saggezza, passo passo, rischia di essere rosolato allo spiedo dai professionisti dello status quo. Finché, fatte le cose elettoralmente più antipatiche, gli diranno: «Grazie professore…».
Ma come: non aveva esordito alla Camera, nel ruolo di premier, parlando di una situazione gravissima, di un compito «difficilissimo» («sennò ho il sospetto che non mi troverei qui oggi»), di «tempi ristrettissimi»? Non aveva spiegato che «di fronte ai sacrifici che dovranno essere richiesti ai cittadini, sono ineludibili interventi volti a contenere i costi di funzionamento degli organi elettivi»? Non aveva dichiarato indispensabile, da subito, «stimolare la concorrenza, con particolare riferimento al riordino della disciplina delle professioni» e alle «tariffe minime»?
Dirà: «Non mettetemi troppa fretta, ho appena iniziato». Giusto. Il guaio è che la nostra storia dimostra che anche quando (quasi sempre per disperazione) si verificano condizioni in qualche modo «magiche» per una vera svolta, questi momenti durano poco. Pochissimo. Un attimo, e sono già alle spalle. Se certe cose non le fai subito, addio. E non basta prendere (lodevolmente) il treno invece che un volo blu per tornare da Roma a Milano come ha fatto il «Prof.» per prolungare una luna di miele con gli italiani che appare, purtroppo, parzialmente compromessa.
Come si è mosso, su certe cose, è stato subito stoppato dalla sollevazione di permalosi conflitti di competenza. Per dirla alla romana, gli hanno ricordato: «Nun je spetta». L’adeguamento ai parametri europei degli stipendi, delle diarie, dei rimborsi dei parlamentari? «Nun je spetta». La riduzione delle spese correnti del Parlamento che sugli affitti delle dependance spende oggi 41 volte più che trent’anni fa? «Nun je spetta». Il contenimento di certe megalomanie spendaccione delle Regioni? «Nun je spetta».
La riforma degli Ordini professionali? Rinviata. Nonostante lo stesso Monti, avesse denunciato l’anno scorso sul Corriere che «non si tratta di tenaci fiammelle rivendicative fuori tempo» ma di «corposi interessi privilegiati che, pur di non lasciar toccare le loro rendite, manovrano un polo contro l’altro: veri beneficiari del bipolarismo italiano!».
La timida liberalizzazione sul fronte dei taxi? Rinviata, sotto la minaccia di una rivolta dei tassinari tra gli applausi del sindaco di Roma Gianni Alemanno, la cui elezione era stata salutata da un tripudio di gioia degli autisti.
La modesta liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C? Resistenze fortissime. Come sul versante di una serie di liberalizzazioni per i negozi (orari, distanza dall’uno all’altro, licenze…) per le quali una misteriosa manina aveva cercato di infilare uno slittamento al 31 dicembre 2012, come se la crisi internazionale e le difficoltà dell’euro fossero banali complicazioni congiunturali.
Per non dire del tentativo di smistare le competenze delle Province alle Regioni e ai Comuni così da svuotarle nella prospettiva che il Parlamento, dopo il tormentone, si decida a eliminarle. Non l’avesse mai fatto! Il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione ha mandato una lettera alla Corte dei Conti denunciando il rischio di un «drammatico impatto», di un «caos istituzionale», di «conseguenze drammatiche», di un «blocco totale degli investimenti», di norme «palesemente anticostituzionali» e via così… Toni che non si sentivano dai tempi del «Profeta Emman» che per il 14 luglio 1960 annunciò l’Apocalisse e il diluvio universale e l’arrivo delle Locuste dell’Abisso…
Certo, è difficile cambiare. Complicato. Faticoso. Ma se non ora, quando? Ed è per questo che, davanti ai rischi che il premier resti impantanato tra i veti delle lobby, le incrostazioni clientelari, la pigrizia delle burocrazie, non si può che salutare con sollievo l’annuncio di una svolta che, se portata davvero a termine, sarebbe davvero importante. E cioè non solo il ripristino di un tetto per le retribuzioni dei grandi manager pubblici fissato sul parametro massimo dello stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione. Ma soprattutto la regola che i magistrati ordinari, amministrativi, militari e contabili, nonché gli avvocati e i procuratori dello Stato chiamati a lavorare nelle authority o al governo come capi di gabinetto o degli uffici legislativi «conservando il trattamento economico riconosciuto dall’amministrazione di appartenenza anche se fuori ruolo e in aspettativa» non possono «ricevere a titolo di retribuzione o di indennità per l’incarico ricoperto, o anche soltanto per il rimborso delle spese, più del 25% dell’ammontare complessivo del trattamento economico percepito». Traduzione: basta con l’accumulo delle paghe. Una rivoluzione vera. Invocata da tempo. Resta una sola curiosità: questo piccolo mondo di potentissimi funzionari accetterà di fare buon viso a cattivo gioco?

Il Corriere della Sera 14.12.11

"Dalla manovra un'occasione per la politica", di Irene Tinagli

Nonostante la durezza della manovra e i malumori che ha sollevato, molti italiani continuano ad avere fiducia in questo governo. Forse perché erano stanchi di urla, liti e insulti, o di sudare freddo ad ogni meeting internazionale per il timore di essere derisi e di essere irrilevanti in decisioni chiave. Molti italiani hanno avvertito e apprezzato questo cambiamento. Ma attenzione: questo nuovo stile non è scontato né garantito per il futuro. Continuano a riemergere i segnali di quei pezzi di vecchia politica sguaiata e corporativa che ci hanno portato fin sull’orlo del baratro, e che non si rassegnano a rinunce e all’oblio. L’ultima vicenda del taglio delle indennità è solo un piccolo sintomo. E’ vero, come ricordano molti parlamentari, che c’è un vizio procedurale. Ma è anche vero, e non sfugge all’occhio del cittadino, che questo Parlamento si è ritrovato a mettersi in discussione e accelerare certe procedure solo quando costretto dall’opinione pubblica, ovvero dopo 4 anni dall’inizio della crisi e dopo manovre durissime che hanno pesato moltissimo sui cittadini. E anche se molti parlamentari da tempo si mostrano disponibili e anzi desiderosi di eliminare privilegi e aumentare rigore e trasparenza nella politica, quello che più colpisce i cittadini non sono i silenzi di quei parlamentari che accettano i tagli, ma le proteste scomposte di quelli più recalcitranti, la prontezza con cui questi sanno fare muro quando si tratta di mettersi in gioco. Ma a ben vedere i tentativi di autoproteggersi di alcuni politici non si limitano a benefit o vitalizi, e sono più sottili e profondi. A molti cittadini non sarà sfuggito il modo in cui molti di questi parlamentari, con la complicità di giornalisti e conduttori cresciuti a suon di risse politiche e incapaci di farne a meno, stanno tornando ad imperversare nei giornali, trasmissioni radio o tv con toni e argomenti da campagna elettorale. E così Bossi riparte con la Padania, Calderoli lancia il modello cecoslovacco, e Scilipoti, forse in crisi di astinenza da attenzioni, insulta gratuitamente la collega Paola Concia e con lei tutti i cittadini omosessuali, equiparandoli a delinquenti, usando questo attacco per rilanciare a modo suo il classico tema elettorale della famiglia.

La veritè è che molti politici sono pronti a supportare il governo Monti quel tanto che basta per non fare default nei prossimi mesi, ma prontissimi ad azzannarlo appena vedono la possibilità di rimettersi in sella e ricominciare come prima. Per questo, dopo aver portato l’Italia sull’orlo del baratro, adesso si riscoprono tutti paladini dell’interesse dei cittadini (o quantomeno dei propri elettori). Perché più che guardare all’Europa e ai debiti, stanno puntando alle prossime elezioni. Non tutti i politici, certo. Ma quel numero sufficiente ad indignare e spaventare molti italiani. Perché l’incubo che comincia a farsi strada tra chi si è accorto di questi giochi è: e dopo? Cosa succederà quando, sperabilmente, avremo salvato l’Italia dal default e dovremo tornare a votare con le stesse regole, gli stessi partiti e gli stessi nomi imposti di prima? Cosa sarà veramente cambiato? Altro che «Terza Repubblica»…

E allora vale forse la pena tentare di lanciare un appello a tutti quei politici e parlamentari che con serietà e dedizione hanno servito e continuano a servire il loro Paese. Anziché soccombere a quella parte di politica vecchia e corporativa, premete più che potete per aiutare il Paese ad uscire da questa crisi in modo serio. E fatelo non solo contribuendo a varare in tempi rapidi le necessarie manovre e riforme economiche, ma approfittando di questo tempo per rimettere in discussione anche i vostri partiti, il loro modo di fare politica, di selezionare e premiare candidati e dirigenti, proponendo finalmente al Paese qualcosa di veramente nuovo, nei modi, nelle idee e nelle competenze. E magari approfittandone anche per mettere sul tavolo una seria riforma elettorale che dia finalmente ai cittadini la facoltà di scegliere i propri rappresentanti parlamentari. Una riforma di cui non parla più nessuno, ma che potrebbe essere, se fatta bene, un buono strumento di rinnovamento. Un modo per restituire ai cittadini, cui tanto è stato tolto, la possibilità di sentirsi parte attiva della vita politica del Paese. Non avrete nulla da temere. La maggioranza dei cittadini sa riconoscere chi, tra i loro rappresentanti, ha lavorato con serietà e chi invece ha saputo solo destreggiarsi tra demogogie, insulti e opportunismi. Dategli fiducia e restituite loro dignità politica, così come loro la stanno dando oggi al proprio Paese, accettando sacrifici anche molto duri per un futuro e un’Italia migliori.

La Stampa 14.12.11