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"Mettere il Paese davanti a tutto", di Ferruccio De Bortoli

Prima il Paese. L’Italia non è la Grecia. È la settima economia al mondo, la seconda industria manifatturiera d’Europa. Ha più patrimonio che debiti. È ricca il doppio della Spagna. È perfettamente solvibile. Fine. Non merita ironie e sarcasmi. Ma il rispetto deve conquistarselo. E poi pretenderlo. Le misure che l’Europa ci chiede sono sempre state necessarie. Ora lo sono anche per gli altri, per la salvezza dell’euro. Le avessimo adottate per tempo, non correremmo il rischio di confezionarle in fretta e male. Da commissariati. Qualcuno dice: no al diktat di Bruxelles. Bene, ma non scordiamoci che: siamo un Paese fondatore dell’Unione europea; che chiediamo ogni anno 200 miliardi in prestito; che viviamo di export e moriremmo di autarchia (è già accaduto). Il resto sono chiacchiere in libertà e perniciose illusioni.

Sarà anche ingiusto, ma oggi siamo percepiti come il lato debole dell’Europa. Perché non siamo più credibili. Abbiamo annunciato per mesi provvedimenti poi smentiti o non attuati. Varato sì una manovra da 59,8 miliardi, di cui 20 però incerti, ma per la crescita, che rende sostenibile il debito, non è stato fatto finora nulla. Alesina e Giavazzi, sul Corriere , hanno proposto misure concrete. Discutiamone. Non basta una lettera d’intenti (Tremonti l’ha firmata?) per dimostrare agli altri, dopo mesi di ondeggiamenti, che facciamo finalmente sul serio. Berlusconi sembra voler sopravvivere a se stesso. Ma se non è in grado di adottare, per l’opposizione della Lega, provvedimenti seri ed equi, non solo sulle pensioni, ne tragga le conseguenze. E in fretta. Vada da Napolitano e rimetta il mandato. Esiste in Europa, piaccia o no (a noi non piace perché vi vediamo anche un pregiudizio anti-italiano) un problema legato alla persona del premier, più che al governo. E la colpa è solo sua. Il Cavaliere, con il quale la storia sarà meno ingenerosa della cronaca, è anche uomo d’azienda. Sa valutare il momento in cui è necessario mettersi da parte per salvare la sua creatura, il partito e le future sorti del centrodestra italiano. Ma prima ancora viene il Paese. Una volta tanto.

E la soluzione quale potrebbe essere? Non è semplice. Più volte, su queste colonne, si è invitato il premier a fare come Zapatero: chiedere le elezioni anticipate e dire che non si ricandiderà. L’avesse fatto, saremmo fuori dal mirino della speculazione. Come la Spagna. Oggi, davanti alla palese dissoluzione di una maggioranza, che vota la fiducia ma non governa, l’esito non potrebbe essere che quello di elezioni ravvicinate, imposte dagli eventi. Un eventuale governo Letta o Schifani, o tecnico (improbabile) di cui si parla in queste ore, si troverebbe comunque nella scomoda necessità di dare una risposta economica credibile ai mercati. E di fare scelte impopolari e costose in termini di consensi. Una proposta utile potrebbe essere quella di considerare il «pacchetto Europa» di un eventuale nuovo esecutivo come un programma bipartisan, aperto al contributo e al voto di tutti. Un’opposizione responsabile, se si trovasse al governo, non potrebbe fare diversamente su molti temi oggi in discussione. E non avrebbe più l’alibi della presenza ingombrante di Berlusconi. Ma a giudicare dalle dichiarazioni di queste ore, sembrano prevalere populismo e opportunismo. Le malattie italiane sono tante, purtroppo.

Il Corriere della Sera 26.10.11

Biennale. Ghizzoni, Galan adesso scelga il presidente in base a competenze

“Le parole arroganti pronunciate dal ministro Galan rispetto alla bocciatura della nomina di Giulio Malgara a presidente della Biennale di Venezia sono assolutamente ingiustificate. L’esito del voto suggerirebbe cautela tanto nelle dichiarazioni quanto negli atti da assumere. Evidentemente in ministro non si è posto l’obiettivo di scegliere il candidato migliore in base alle competenze per ricoprire un ruolo così prestigioso, bensì quello di gratificare personalmente la fedeltà di un amico”. Lo dice Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera.

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Biennale. Pd, Galan riveda la scelta di nominare Malgara

“Il ministro Galan ha poco da essere soddisfatto dopo la bocciatura, da parte della commissione Cultura, della nomina di Giulio Malgara a presidente della Biennale di Venezia. Questo voto dimostra che sarebbe opportuno coinvolgere anche le istituzioni locali e nazionali prima di calare dall’alto le nomine. Il presidente della Biennale, manifestazione di prestigio internazionale, non può essere trattato alla stregua di un qualsiasi direttore marketing, figura che può essere individuata all’interno del Cda; e questo al di là della persona di Malgara. Galan adesso ripensi la sua scelta. Sconcerta, poi, il voltafaccia della Lega Nord che prima ha dato parere negativo e oggi ha votato a favore; ma si sa, sono tempi di trattative…”.

Lo dice Emilia De Biasi, deputata del Pd in commissione Cultura della Camera.

«Un governo di tutti o meglio il voto subito», intervista a Rosy Bindi di Vladimiro Frulletti

Primo questo Governo deve andare a casa, «perché oramai è ovvio che il problema non
può diventare la soluzione». Poi o un governo con dentro tutti, dalla Lega all’Idv, di responsabilità nazionale nazionale per salvare l’Italia e magari rifare la legge elettorale. O meglio andare al voto. La vicepresidente della Camera Rosy Bindi ha fretta. Deve andare a presiedere la seduta di un’Aula dentro cui rimbalzano le notizie di un esecutivo oramai in rotta.
Presidente, il governo è in caduta libera, almeno dal punto di vista politico. È un governo che in pratica non c’è più. Ma rischia di trascinare con sé anche l’Italia. Come se ne esce?
«La via maestra sono le dimissioni del governo e le successive decisioni da parte del Presidente della Repubblica. Perché con questo governo non è più possibile procedere. Non ci sono più le condizioni per fare le scelte che servono all’Italia, che l’Europa ci chiede.Ormai è evidente che il governo è parte della crisi non può essere certo la soluzione della crisi».
Le riforme che servono al Paese, su questo concordano sia Bersani che Casini le potrà fare solo un nuovo governo. Il punto è: come ci si può arrivare?
«Per quanto ci riguarda le strade praticabili dopo le dimissioni di Berlusconi sono soltanto due. La prima, quella che chiediamo da un anno, da quando si è aperta la crisi dentro la maggioranza, è di un governo che potremo chiamare di responsabilità nazionale. Costruito da una personalità scelta dal Presidente della Repubblica che goda di prestigio soprattutto in
Europa dove vorremmo evitare di continuare a prendere schiaffi e sorrisetti. Un governo sostenuto da tutte forze politiche che rappresenti unachiara discontinuità nei confronti dell’attuale, e del quale tutti ci assumiamo insieme la responsabilità».
Quando lei chiede un governo sostenuto da tutte le forze politiche ci mette dentro tutti anche la Lega?
«Ci metto dentro tutti, anche la Lega. Non c’è dubbio. Ma se non c’è questa ipotesi, l’unica strada perseguibile sono le elezioni. Le dimissioni di Berlusconi per noi sarebbero un passo avanti, ma non sosterremmo mai un governo che ricompatti l’attuale maggioranza, magari costruito intorno a Letta o altre personalità del centrodestra. Né siamo disponibili a un esecutivo nel quale qualcuno ci chieda di andare a rimpiazzare i voti della Lega.
E siamo altrettanto indisponibili al governo del ribaltone. Insomma l’unica strada possibile sono o governo sostenuto da tutti o le elezioni».
L’ipotesi di un governo di tutti però sembra più un’ipotesi di scuola che una possibilità concreta. Come si fa a mettere assieme la Lega, l’Idv, etc.?
«In un governo di responsabilità nazionale non ci sarebbero né i ministri di Berlusconi e neppure esponenti di altri partiti. Sono esecutivi che contano sul sostegno di tutte le
forze politiche, perché tutti sono consapevoli che bisogna fare alcune grandi scelte per far uscire il Paese da questo disastro. Un governo di questo tipo potrebbe anche approvare
una nuova legge elettorale e magari e portarci al voto se possibile anche prima della scadenza della legislatura».
Ma se questo non succede?
«Se non è praticabile questa ipotesi noi chiediamo le elezioni. Se loro sono in grado di fare un’altra cosa, la facciano.Ma è il governo loro, non il nostro. E ritengo che su questa posizione non ci sia solo il Pd, ma anche il Terzo Polo».
Secondo lei anche Casini e Fini sarebbero per il governo di tutti?
«Secondo me sì, anche loro. Insomma saremmo tutti soddisfatti di vedere Berlusconi che fa un passo indietro, però se si tratta di formare un nuovo governo allora l’unico credibile in questa fase sarebbe quello di responsabilità nazionale di tutti. Altrimenti si va al voto».
Che mi pare la soluzione, almeno per il Pd, più percorribile. O no?
«Se ci sono le condizioni di un governo di responsabilità nazionale, che per primi abbiamo chiesto, siamo pronti a assumerci le responsabilità perché capiamo la gravità della situazione
e vorremmo anche una nuova legge elettorale.Nonci tiriamo indietro, certo vediamo la difficoltà di questa strada. Ma nessuno pensi che si tratti di una nostra debolezza. Noi siamo pronti alle elezioni».
In caso di elezioni con chi dovrebbe allearsi il Pd?
«Stiamo lavorando a una ipotesi politica che ci consenta di presentarci agli elettori con un’alleanza larga. Sostanzialmente il campo politico delle opposizioni di oggi. Un’alleanza fra progressisti e moderati che, pur consapevole delle differenze, si presenti con chiarezza dicendo: l’Italia ha bisogno di queste 10 scelte fondamentali, noi siamo pronti a compierle insieme e vi chiediamo la fiducia per ricostruire il Paese».
Un’alleanza da Vendola a Fini?
«Non si tratta di banalizzare con le solite figurine. Dobbiamo unire progressisti e moderati per ricostruire l’Italia».
Chiamparino su l’Unità avverte che costruire alleanze non significa inseguire un giorno Vendola, uno Di Pietro, uno Casini, ma aggregare forze su un proprio programma.
«Ha ragione, e infatti il Pd si sta facendo carico della costruzione di questa alleanza. Il nostro programma ce lo abbiamo, ma non lo possiamo imporre agli altri. Va cercata cioè un’intesa su un messaggio da presentare insieme a tutti gli italiani ».

L’Unità 26.10.11

Damiano: “Lo scalone Maroni è stato limato per evitare una situazione di ingiustizia”, di R.GI.

Lo “scalone” non è stato cancellato, ma addolcito in “gradini”, e l’età di pensionamento reale sta salendo. Pensare che quella riforma sia la causa dei problemi pensionistici d’Italia è ridicolo, e Sacconi lo sa».
Cesare Damiano, lei come ministro del Lavoro di Prodi riformò lo «scalone» Maroni. Il suo successore, Maurizio Sacconi, accusa: quella riforma ci è costata 10 miliardi, e oggi l’Italia sarebbe a posto.

«Sacconi dice una sciocchezza. Il costo relativo alla rettifica dello “scalone” nell’arco di ben dieci anni, tra il 2008 e il 2017 – è di 7,5 miliardi. Lo dice la Ragioneria. Gli altri 2,5 miliardi servivano per le pensioni dei lavori usuranti, misura attuata con tre anni di ritardo da questo governo. Quel costo peraltro era pienamente compensato da tagli interni al sistema pensionistico: razionalizzazione degli enti, aumento dell’aliquota dei parasubordinati, blocco della scala mobile delle pensioni “ricche”, taglio dei fondi speciali. Tutte misure compensate, frutto di un accordo con Cgil-Cisl-Uil e Confindustria».

Ma senza la sua riforma, quei miliardi non li avremmo spesi…

«Senza questa correzione dolce, avremmo avuto una situazione di ingiustizia determinata dal salto improvviso (in una notte!) dell’età per andare in anzianità da 57 a 60 anni. E il risparmio sarebbe stato modesto».

Oggi però l’Europa esige riforme strutturali. Se il Pd governasse, cosa sareste disposti a fare?

«L’Europa ci chiede giustamente di far quadrare i conti e fare riforme. Ma non possiamo per questo seguire la strada del governo Berlusconi: taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, licenziabilità dei lavoratori in un mercato già iperflessibile e a rischio shock, distruzione dello Stato sociale. Bossi fa la voce grossa sulla difesa delle pensioni, ma sotto il suo governo le ha duramente saccheggiate per fare cassa. Si pensi all’età pensionabile delle donne, alle “finestre mobili”, al taglio della scala mobile delle pensioni medie, l’aggancio alle aspettative di vita. Hanno sconquassato il sistema. E non dicano che tagliare le pensioni ai padri, o licenziare i padri, serve ai figli. I soldi finiscono nella cassa».

E dunque, che fareste?

«Un altro taglio delle pensioni è sbagliato. Noi del Pd vogliamo che ogni giorno di lavoro alimenti la futura pensione. Che si torni alla flessibilità dell’uscita verso la pensione, come diceva la legge Dini. In una forchetta tra i 62 e i 70 anni si scelga liberamente; chi va prima prenderà di meno, chi aspetta avrà di più. E se i lavoratori con la pensione calcolata con le vecchie regole vogliono andare in pensione, entrino nel nuovo sistema accettando un disincentivo».

Giù le mani dalle pensioni.

«C’è la patrimoniale, la lotta all’evasione, la tassa sulle transazioni finanziarie».

Dunque Bossi fa bene a opporsi…

«Fa propaganda: difende solo le pensioni d’anzianità. Su quelle di vecchiaia pare voler accettare un altro giro di vite. Oggi si va a 65 anni, poi 66 per la finestra, poi 67 con l’aggancio alle aspettative di vita. Ma questi lavoratori, in pensione, ce li vogliamo mandare, prima o poi?» Tuttavia molti esponenti del Pd la pensano diversamente. Renzi vuole abolire le pensioni di anzianità. Letta è d’accordo all’innalzamento dell’età per quelle di vecchiaia.

«Io non sono d’accordo con Renzi e con Letta. Penso che nel nostro partito si dovrà fare una discussione che porti, come sempre, a una sintesi».

L’Unità 26.10.11

"La coerenza negoziabile", di Luigi La Spina

In politica fare previsioni è sempre azzardato. Ma rispondere alla domanda che tutti si fanno, in queste ore, è davvero impossibile. Perché l’esistenza del governo è appesa non solo al filo della difficilissima intesa con la Lega sulle pensioni, ma alla credibilità delle promesse contenute nella lettera che il premier, oggi, si porta in tasca per presentarla al nuovo vertice europeo.Se l’accordo, o il mezzo accordo, proclamato ieri sera porterà solo aggiustamenti minimali e poco incisivi al nostro sistema previdenziale, la reazione dei nostri partner stranieri e, soprattutto, quella dei mercati finanziari potrebbe sopraffare il desiderio della coppia Berlusconi-Bossi di evitare, in questo momento, le elezioni anticipate.

C’è un’unica scienza, invece, in grado di prevedere il futuro, almeno quello prossimo, con sufficiente attendibilità: la demografia. Una disciplina del tutto trascurata dai nostri politici, perché ha due caratteristiche molto scomode. Non consente quella flessibilità d’interpretazione che aiuta a giustificare le tesi più disparate e, soprattutto, le giravolte più spericolate. Ma ha un difetto, poi, davvero imperdonabile: si occupa, appunto, del futuro. Un tempo che proprio non interessa quella politica così ossessivamente preoccupata del consenso che si raccoglie oggi, non della gratitudine che si otterrà domani.

Ecco perché è spesso sulle pensioni che i governi si spaccano o rischiano di spaccarsi e perché, su questo argomento, la confusione delle idee e, soprattutto, la contraddizione delle parole è sempre al massimo. Eppure, la negletta demografia parla con un linguaggio che tutti capiscono e che si può riassumere in pochi dati. In Italia stanno andando in pensione le classi più numerose, quelle del «baby boom» scoppiato dal dopoguerra alla fine degli Anni 60. Il nostro Paese ha, tra quelli più sviluppati, un solo record, quello degli anni in cui si gode la pensione. Un risultato ottenuto da quasi due primati, quello della fine precoce del periodo di lavoro e quello della più lunga aspettativa di vita. Gli italiani, in media, usufruiscono della pensione per 23 anni; le italiane addirittura per 27.

Con un mercato del lavoro che registra un’alta percentuale di disoccupazione giovanile e una spesso lunga precarietà, le vie d’uscita, se non si vogliono tagli drastici agli incassi mensili dei pensionati, sono solo due: o si alza l’età in cui si smette di lavorare o ci si deve augurare un’epidemia che colpisca gli anziani del nostro Paese in maniera micidiale. Le altre nazioni europee, scartando evidentemente la seconda strada, hanno già provveduto a imboccare la prima.

I motivi per cui, in Italia, si fa così fatica ad accettare la scontata conseguenza di quanto ci dice la demografiasono altrettanto semplici. Sindacati e politici difendono i loro iscritti e i loro sostenitori. I primi hanno ormai una maggioranza composta da pensionati o pensionandi e rappresentano soprattutto coloro che lavorano in aziende mediograndi,con contratti a tempo indeterminato. I secondi non hanno nessun interesse ad accaparrarsi il consenso delle future generazioni. Per capirlo non serve la matematica, basta l’aritmetica: i giovani, rispetto agli anziani o ai quasi anziani, sono pochi e non conviene barattare il suffragio dei tanti che desiderano smettere il più presto possibile di lavorare con i consensi, labili e futuribili, di elettori che, magari, non saranno più chiamati a votare per loro.

Gli effetti politici di questa realtà sono evidenti nella confusione, nella demagogia, nelle contraddizioni dei principali protagonisti della nostra classe politica. Cominciamo dalla Lega, anche perché l’attualità giornalistica dello scontro nella maggioranza l’impone. C’era un suo ministro, nel 2004, che non era un omonimo di Roberto Maroni, ma era proprio lui, l’attuale capo del dicastero dell’Interno, che firmò una legge sul cosiddetto «scalone» pensionistico. Prevedeva l’immediato e drastico (di ben 3 anni) innalzamento dell’età per smettere di lavorare. Ma quella legge, sostenuta e varata con convinzione dall’allora ministro del Welfare, sempre lui, Roberto Maroni, fu abrogata, tre anni dopo, dal centrosinistra arrivato al governo. Se quel provvedimento fosse stato attuato, non avremmo risolto, magari, tutti i nostri problemi previdenziali, ma sicuramente saremmo molto più avanti sulla strada per risolverli.

E’ perlomeno curioso che, oggi, sia lo stesso Maroni ad affiancarsi a Bossi nella resistenza fermissima a «toccare le pensioni». Come sorprende la disponibilità del Pd, ora, ad accettare la drastica cura che ci chiede l’Europa sul tema, visto il passato atteggiamento di quel partito, determinante per ottenere la cancellazione di una legge che andava proprio incontro a quelle esigenze. E’ proprio vero che la coerenza, in politica, è una virtù, per usare un lessico vaticanesco, del tutto «negoziabile». Dipende dalla posizione parlamentare, in maggioranza o all’opposizione, non dal merito della questione a cui si è di fronte. Tanto alle capriole si trova sempre una giustificazione.

La Stampa 26.10.11

Fassina, pensioni: la scusa della Lega

La lega difende parametri pensionistici che ha già approvato. Dica chiaramente il motivo del disaccordo e lasci in pace gli operai, che ha già penalizzato con la manovra economica. “E’ evidente che la Lega sta utilizzando la scusa di ulteriori interventi sulle pensioni per tentare di staccare la spina al governo Berlusconi. Qualcuno dovrebbe ricordare al ministro Bossi che la Lega ha giá approvato l’innalzamento dell’etá pensionabile a 67 anni, sia per gli uomini che per le donne, come ha giá approvato l’innalzamento dei requisiti per il pensionamento di anzianitá, sostanzialmente in linea con la Germania.

L’Italia arriverá al pensionamento a 67 anni prima di quasi tutti gli altri Paesi europei, 10 anni prima della Germania.
L’on Bossi non si faccia scudo degli operai del Nord per provare a smarcarsi dalla zavorra Berlusconi.
La Lega, insieme a Sacconi e Tremonti, ha giá pesantemente colpito gli operai con il collegato lavoro, con l’art 8 della manovra di Ferragosto, con i brutali tagli ai servizi sociali delle regioni, province e comuni”.

www.partitodemocratica.it

Il governo degli annunci è nel caos, l’Italia è appesa

Da Napolitano, parole sagge e opportune: “Compiere tutte le scelte necessarie per rendere più credibile il nostro impegno ad abbattere il debito e a rilanciare la crescita economica”. Letta: “l’Italia deve rispondere in modo adeguato alle richieste europee”. Dopo il nulla di fatto del Consiglio dei ministri di ieri sera, il caos sembra prevalere all’interno dell’esecutivo, che non regge più sotto la pressione dei ricatti e dei veti interni. Infatti mancano ormai 24 ore alla scadenza dell’ultimatum dell’Unione europea, al quale sembra che Berlusconi voglia rispondere con una dichiarazione di intenti e non con un provvedimento varato dal Consiglio dei Ministri.

“Il governo – ha dichiarato Antonio Misiani, tesoriere e deputato del PD – come si è visto bene durante la giornata di ieri, con un susseguirsi di vertici e cene inconcludenti, non è più in grado di fare nulla, figuriamoci quello che serve davvero all’Italia per ripartire. La verità è che non sono minimamente in grado di fare in 3 giorni quello che non hanno fatto in 3 anni. La sorte dell’Italia – ha concluso – non può restare appesa ai problemi personali di Berlusconi e Bossi”.

“Se il governo non riesce a rispondere alle richieste dell’Ue, si apra in Parlamento una fase nuova in cui ognuno si assuma le sue responsabilità – ha affermato Enrico letta, Vicesegretario del PD – noi siamo pronti a fare la nostra parte”.

E anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ritenuto opportuno rilasciare oggi una lunga dichiarazione nella quale ancora una volta esorta il governo a “compiere tutte le scelte necessarie per rendere più credibile il nostro impegno ad abbattere il debito e a rilanciare la crescita economica, in modo che gli annunci diventino decisioni”.
“Sono sagge e opportune le parole contenute nell’odierno appello del presidente della Repubblica – ha commentato Letta – l’Italia deve rispondere in modo adeguato alle richieste europee”.

Riportiamo di seguito la dichiarazione del Presidente Napolitano

“Parlando domani al Collegio d’Europa di Bruges, ribadirò il profondo, convinto attaccamento dell’Italia alla storica conquista dell’Euro e alla causa dell’unità europea. Questo, e nessun altro, è il punto di riferimento e di forza anche per il nostro paese di fronte alla crisi che oggi colpisce finanziariamente e minaccia economicamente l’intero continente.
Inopportune e sgradevoli espressioni pubbliche – a margine di incontri istituzionali tra i capi di governo – di scarsa fiducia negli impegni assunti dall’Italia, non possono farci perdere di vista la sostanza delle questioni e delle sfide che abbiamo davanti. Gli sforzi già avviati e gli elementi positivi della nostra situazione sono stati certamente già illustrati a Bruxelles. Ma dobbiamo compiere tutte le scelte necessarie per ridurre il rischio a cui sono esposti nei mercati finanziari i titoli del nostro debito pubblico, rendere più credibile il nostro impegno ad abbattere tale debito e a rilanciare la crescita economica.
Nessuno minaccia l’indipendenza del nostro Paese o è in grado di avanzare pretese da commissario. Ma da 60 anni abbiamo scelto – secondo l’articolo 11 della Costituzione e traendone grandissimi benefici – di accettare limitazioni alla nostra sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati : e lo abbiamo fatto per costruire un’Europa unita, delegando le istituzioni della Comunità e quindi dell’Unione a parlare a nome dei governi e dei popoli europei.
Siamo, oggi più che mai, nella stessa barca in un mare in tempesta. Ciascun paese deve fare la sua parte e dobbiamo garantirci reciprocamente l’indispensabile solidarietà. Per l’Italia è il momento di definire – in materia di sviluppo e di riforme strutturali – le “nuove decisioni di grande importanza” annunciate ieri nella dichiarazione ufficiale del Presidente del Consiglio”.

www.partitodemocratico.it