attualità, politica italiana

"Lega sulle barricate a difesa dei baby pensionati del Nord", di Marco Alfieri

Roma ladrona vuole i soldi dei lavoratori del Nord per tenere viva la vecchia pratica assistenzialista. Ad ogni giro ritornano, come nel gioco della roulette…», disse una sera all’Ansa Umberto Bossi, correva l’anno 2003. La riforma Maroni (2004) doveva ancora venire. Nove anni prima, nel ‘94, il Carroccio ruppe con Berlusconi proprio sulle pensioni. Le barricate leghiste sono dunque un marchio di fabbrica. Soprattutto su quelle di anzianità, tipiche del lavoro dipendente nel settore privato, diffusissimo nelle province industriali del Nord, dove migliaia di lavoratori sono entrati in fabbrica a 18-20 anni e vorrebbero continuare a pensionarsi a 58-59, dopo 40 di contributi.

Più ancora del tam tam politico è la geografia a spiegare l’ultima trincea leghista. L’Italia previdenziale è spaccata come una mela: pensioni di anzianità al Nord, con il 65% degli assegni Inps che si concentrano tra Piemonte (100 assegni ogni 1000 abitanti), Emilia Romagna (92), Lombardia (91) e Veneto (80); invalidità e assegni sociali al Sud. Di qui la battaglia a difesa di una rappresentanza sempre più nervo scoperto: una riforma previdenziale come vorrebbe Bruxelles colpirebbe quell’esercito di lavoratori padani ormai vicini all’età di uscita dal lavoro, che si vedrebbe imporre i tempi supplementari.

L’attuale crisi del Carroccio ha caratteri più profondi della faida interna «maroniani-cerchisti» proprio perché coinvolge quel blocco sociale che nel ciclo 2008- 2010 lo ha gonfiato di voti come nei primi Anni 90 dello strappo pensionistico, usandolo come taxi per denunciare il male del Nord. Per il politologo Roberto Biorcio, infatti, «la crisi economica ha colpito duramente quel bacino interclassista fatto di partite Iva e lavoro dipendente, operai, professionisti e ceto impiegatizio tipicamente nordista che imputa ad un governo a trazione leghista la scarsa protezione nella tempesta e un vuoto di riformismo».

Per capire il cortocircuito di queste ore bisogna tornare ai tre cicli elettorali leghisti. La prima ondata culmina nel ‘92, quando il partito di Bossi diventa il secondo nel Nord raccogliendo il 17,3% di consensi (8,7% nazionale con 3,4 milioni di voti). La seconda si registra nel ‘96: 10,1% nazionale con 3,7 milioni di italiani che salgono sul Carroccio, record storico. Un pieno che si sgonfierà subito: la corsa solitaria lo lascia ai margini del gioco politico e l’ingresso dell’Italia in Europa azzera le ragioni economiche della secessione. Non a caso al voto 2001 il Carroccio lascia per strada 2,3 milioni di consensi: 3,9% nazionale.

Rispetto al ‘96 crolla la preferenza operaia (dal 17 al 9% dell’intero elettorato verde), di artigiani e commercianti (dal 23 all’8%) e di impiegati e insegnanti (dal 30 al 10%), finiti tutti nell’orbita patinata del Cavaliere. La terza ondata è invece quella scoccata col voto 2008, quando la Lega passa da 1,7 milioni di consensi 2006 (4,3%) a 3 (8,3%), con il voto di imprenditori e professionisti che cresce dal 7 al 12% dell’elettorato, sdoganando il partito di Bossi nel voto di opinione dei centri urbani, quello dei lavoratori dipendenti dall’8 al 19%, degli operai dall’8 all’11% e di artigiani e commercianti dall’15 al 20%.

Cos’è successo nel biennio da giustificare un exploit che esonda dai bastioni pedemontani per mietere successi sulla via Emilia? Il Carroccio cavalca la faccia brutta della globalizzazione: l’anti islamismo e il vade retro immigrazione, la protezione della «roba» contro l’invasione cinese, le critiche alla finanza apolide. L’innesco della crisi mondiale spinge il blocco dei produttori sulla stessa barca, padroncini e salariati che rischiano di impoverirsi.

In questo frangente la Lega cresce nei territori tipici di piccola impresa ma anche nei quartieri operai delle grandi città (rubando voti a sinistra). Nel ciclo elettorale 2009-2010 consolida questa ondata, saldando dimensione economica e sociale di cui le pensioni sono uno dei simboli: imprenditori e professionisti salgono dal 12 al 14% dell’elettorato, gli operai dall’11 al 14%, impiegati e insegnanti dal 19 al 25%.

Poi il giochino si rompe. Già alle Regionali 2010 la fine dell’espansione viene nascosta dalla vittoria in Piemonte e Veneto e dall’effetto cestino sui voti Pdl. Alle amministrative 2011 viene meno anche questa finzione. Il Carroccio nelle sue capitali rivince ma crolla: alle provinciali a Treviso passa da 190 mila voti del 2010 a 98 mila! Tenere insieme promesse e risultati è impossibile nella grande crisi. Specie se i più colpiti sono proprio quei settori come legno-arredo, tessile, macchinari e apparecchiature elettriche tipici delle grandi province manifatturiere dove la Lega spopola.

Se aggiungiamo i comuni strozzati dai tagli proprio mentre il Carroccio ne governa quasi 400, le tasse che aumentano e i redditi scivolati al livello del 1999, si capisce come i miasmi leghisti siano anche figli del modo in cui il Nord resta impigliato nella crisi. Enfatizzando la crisi di rappresentanza.

La Stampa 25.10.11

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“Pensioni, torna lo scalone di Maroni”, di Roberto Giovannini

A seconda dei momenti il barometro indica una tendenza verso l’accordo o verso la rottura, eppure i tecnici dei ministeri coinvolti nella partita delle pensioni ipotesi concrete di modifica del sistema delle pensioni di anzianità le hanno già messe nero su bianco. E a sentire i più ottimisti tra i protagonisti del negoziato, il muro frapposto da Umberto Bossi è tutt’altro che insormontabile. Anche perché, a parte l’arma del diktat di Bruxelles, Sarkozy e Merkel, ieri Berlusconi e Tremonti hanno utilizzato un’altra leva per premere sul Carroccio: «nel 2004 – questo è il ragionamento – proprio l’allora ministro del Welfare, il leghista Roberto Maroni, varò lo “scalone” sulle pensioni di anzianità. Se lo riproponiamo adesso, come fate a dire di no?».

E in effetti una tra le ipotesi più accreditate per una possibile intesa nell’Esecutivo è proprio una sorta di riproposizione del provvedimento di Bobo Maroni. Con qualche importante modifica, però. Una misura che in pratica non solo innalzerebbe a 62 anni l’età minima per andare in pensione di anzianità, ma imporrebbe anche un minimo di 40 anni di età contributiva. La legge Maroni, oltre a prevedere lo «scalone» (ovvero il passaggio improvviso nella notte tra il 31 dicembre 2007 e il 1 gennaio del 2008 dell’età minima per la pensione anticipata da 57 a 60 anni), comportava l’ulteriore innalzamento del requisito a 61 anni nel 2010 e a 62 nel 2014 (per i lavoratori dipendenti, un anno in più per gli autonomi).

Poi, nel 2006, le elezioni vennero vinte dal centrosinistra. E il nuovo ministro del Lavoro Cesare Damiano dopo una lunga trattativa con i sindacati nel 2007 cancellò lo «scalone». Con la riforma Prodi-Damiano per andare in pensione di anzianità serviranno 61 anni nel 2013, anche se con «quota 97» (la quota è la somma tra età anagrafica e contributiva) ci vogliono almeno 36 anni di contributi versati. La possibile mediazione, che potrebbe portare risparmi ingenti, anche di un miliardo di euro l’anno, avrebbe due passaggi dunque.

Primo, imporre ai possibili pensionati un’età minima di 62 anni sin dal 2012 (anziché dal 2014). Secondo, stabilire (non subito) un requisito minimo di contribuzione di 40 anni. Oggi chi ha 40 anni di lavoro alle spalle può andare in pensione a qualsiasi età, e dunque anche con meno di 60 anni. E non si tratta di poca gente: circa due terzi delle pensioni di anzianità liquidate dall’Inps riguardano italiani che hanno raggiunto la soglia dei 40 anni di attività lavorativa (magari col recupero degli anni di militare o dell’università). Si tenga conto che dopo le strette varate da Tremonti, chi conquista il diritto alla pensione di anzianità prima di cominciare a incassare l’assegno comunque ha di fronte l’ostacolo della cosiddetta «finestra mobile», ovvero 12 mesi (se dipendente) o 18 (se lavoratore autonomo).

Infine, c’è il meccanismo dell’adeguamento dell’età legata all’aspettativa di vita. Bisogna ricordare che se la «mediazione» emersa in serata perdesse il secondo elemento – ovvero il requisito minimo dei 40 anni – gli effetti economici sarebbero soltanto simbolici, visto che in questo caso ci sarebbe solo una modesta accelerazione del requisito anagrafico. Altre ipotesi alternative prevedono sempre per le pensioni di anzianità il passaggio dall’attuale quota 96 a quota 100 entro il 2015. Oppure, si potrebbe lasciare inalterato l’attuale meccanismo, con quota 96, ma inserendo penalizzazioni (ovvero un taglio dell’assegno, variabile ovviamente) per chi va in pensione prima dei 65 anni dell’età dell’assegno di vecchiaia. Berlusconi sembra invece aver praticamente alzato bandiera bianca sul possibile giro di vite sulle pensioni di vecchiaia.

Domenica sera il Cavaliere aveva ipotizzato di innalzare l’età minima per la pensione «normale» a 67 anni (oggi è 65) sia pure gradualmente; su questo il niet della Lega si è rivelato insormontabile. Impossibile anche un’accelerazione della parificazione tra uomini e donne: a 65 anni arriveranno soltanto nel 2026, e partendo dal 2014. Niente da fare anche sull’estensione del metodo contributivo pro rata (oggi chi ha cominciato a lavorare prima della riforma Dini ha un metodo di calcolo della pensione più favorevole). E stesso discorso sull’accelerazione delle misure sull’aspettativa di vita, il cui avvio resterà fissato al 2013.

La Stampa 25.10.11

1 Commento

  1. prima di continuare a colpire le pensioni di anzianità dei lavoratori devono eliminare i vitalizi dei parlamentari,da ora ,subito e non forse tra alcuni anni,con la scusa delle garanzie costituzionali,devono eliminare le auto blu,devono eliminare i contributi elettorali dei partiti,devono eliminare gli enti inutili, devono eliminare i contributi ai giornali ecc . ecc..

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