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"Molise, un voto due letture", di Rudy Francesco Calvo

Il Pd discute della sconfitta elettorale: c’è chi parla di débâcle e chi di avanzata. I numeri si possono interpretare, ma fino a un certo punto. Paolo Di Laura Frattura, candidato del centrosinistra alla presidenza della regione Molise, ha preso 87.637 voti, pari al 46,15 per cento. Ha sfiorato la vittoria, fermandosi a soli 1.500 voti dal governatore riconfermato Michele Iorio e raggranellando quasi 15mila preferenze in più rispetto alla coalizione che lo ha sostenuto.
Ma rispetto a Roberto Ruta, candidato nel 2006, ha “guadagnato” solo lo 0,29 per cento, pur perdendo in termini assoluti oltre 7mila voti. Segno che l’astensionismo ha colpito anche il centrosinistra.
Guardando invece ai voti di lista, il Pd rimane al di sotto del 10 per cento (17.735 preferenze), ben lontano dai numeri delle politiche del 2008 (35.330, pari al 17,9 per cento) e dalla somma di Ds e Margherita alle regionali precedenti (46.577, 23,3 per cento).
Un risultato solo in parte compensato da due liste civiche ([email protected] e Partecipazione democratica) che insieme raccolgono il 10,5 per cento dei consensi, ma che non possono essere certo ricondotti interamente all’alveo del Pd: la prima, ad esempio, pur avendo al proprio interno candidati interni alle file dem, aveva in bella vista nel proprio simbolo il logo dell’Api e vicino ai rutelliani è il candidato che è stato eletto in consiglio regionale. D’altra parte, utilizzando la stessa logica, Pdl e cespugli “affini” supererebbero di slancio il 40 per cento.
Sotto accusa, i Democratici mettono subito i grillini. Il 5,6 per cento racimolato dal candidato del Movimento 5 stelle, in effetti, è stato determinante e Pier Luigi Bersani stigmatizza l’esito a cui ha portato: «C’è Cota in Piemonte e Iorio in Molise, non mi sembra un gran risultato per i grillini». E comunque, ci tiene a sottolineare, «si può sempre intercettare meglio, ma francamente non mi aspettavo questo risultato, ci siamo andati vicino».
Il segretario dem è convinto che l’antipolitica rimanga l’avversario da combattere e con lui è d’accordo tutta la maggioranza del partito, compreso il capogruppo e leader di AreaDem, Dario Franceschini. D’altra parte, anche gli ultimi sondaggi dimostrano la difficoltà del Pd e, dall’altra parte, la crescita del partito dell’astensionismo e del M5s. La scelta, giovedì e venerdì scorso, di uscire dall’aula di Montecitorio mentre parlava Berlusconi e di votare solo all’ultimo momento la sfiducia al governo voleva essere proprio un segnale per distinguersi dalla maggioranza, per evitare la tanto temuta accusa del “siete tutti uguali”.
Dentro il Pd, però, quello molisano rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare, pur trattandosi di un test certamente ridotto. Il primo a chiedere «una riflessione approfondita e non reticente degli organismi dirigenti del partito» è il veltroniano Giorgio Tonini.
Dentro MoDem, però, non è l’unica voce critica. Lo stesso ex segretario, ieri alla buvette di Montecitorio, alla parola “Molise” si limitava a scuotere la testa. «Perché molti cittadini lasciano il voto al centrosinistra e al Pd e si rifugiano nell’astensionismo e nel voto di protesta?», si chiede Walter Verini.
E Marco Minniti allarga la riflessione: «In molte realtà del sud ormai siamo un partito a una cifra. Stiamo perdendo il contatto con una parte del paese».
In discussione c’è anche la politica delle alleanze dei dem, a partire dalla “fotografia” di Vasto: «Il centrosinistra senza l’accordo con l’Udc non vince – ammonisce Beppe Fioroni, riferendosi all’intesa tra Iorio e i centristi – e soprattutto non rassicura gli elettori sulle proprie capacità di governo futuro». Di opinione diversa è Massimo D’Alema, secondo il quale «in fondo è andata bene».
E liquida così le critiche: «Io presiedo una fondazione, faccio analisi e non mi interessa cosa dicono Fioroni, Verini e Tonini».

da Europa Quotidiano 19.10.11