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La riforma della Pubblica Amministrazione è di centrosinistra

Bersani al Forum PA del PD: “efficienza, ammodernamento e controllo della PA non sono in contraddizione tra loro”. Giovannelli: Smontiamo la propaganda di Brunetta che demonizza la PA. Occorre un nuovo patto tra pubblico e privato. “Nella sostanza, questo Paese non ha più un governo e per il Partito Democratico aumentano le responsabilità”, così il Pier Luigi Bersani ha iniziato il suo intervento ai lavori del forum Pubblica Amministrazione del PD “Oltre le cricche, Amministrazioni Pubblica che funzionano per il Paese”.

L’assenza del governo e la sua scarsa attenzione ai veri problemi del Paese sono stati evidenziati anche questa mattina in Parlamento dove i documenti per l’intervento in Libia presentati dalle opposizioni unite hanno ottenuto quasi duecento consensi in più di quello presentato dall’esecutivo. “Non si può presentare – ha dichiarato Bersani – un documento di 5 pagine, aggiustate qua e là solo per i problemi di una maggioranza che deve trovare i suoi equilibri. La proposta del PD è chiara e resta nei limiti della risoluzione dell’ONU. Oltre questi limiti spetta alla politica e alla diplomazia il ruolo principale ricordando però che non si può più avere Gheddafi come interlocutore”. “Anche oggi abbiamo assistito ad umiliazione del Parlamento: nella discussione sulla Libia il governo si presenta senza Berlusconi. Questo è un messaggio ambiguo agli occhi del mondo. E non ci possiamo permettere nessuna ambiguità proprio perché siamo proprio i più vicini al problema libico. Noi accettiamo di andare lì per evitare massacri sapendo però che tutto il resto non si risolve mai con le armi”.

Entrando quindi nell’argomento della riforma della Pubblica Amministrazione, Bersani ha ribadito che il documento presentato e approvato dalla Assemblea Nazionale del PD “ha visione e concretezza. Ora dico che riformare la pubblica amministrazione è di centrosinistra. La destra non risolverà mai questo problema perché in ogni annuncio di riforma di Brunetta c’è l’ostilità, il ludibrio, lo sbeffeggiamento. Noi vogliamo un Paese libero da corporazioni ma alcuni beni essenziali non devono essere lasciati al libero mercato: scuola, sanità, sicurezza e la regia di tutto questo spetta alla pubblica amministrazione, che deve dunque essere credibile”.

Tra le proposte del Pd, che Bersani ha ricordato c’è l’incompatibilità tra funzioni pubbliche e private, la trasparenza del patrimonio, la riduzione dell’elasticità dei bilanci delle società pubbliche, la riduzione dei ministeri, delle province, dei dirigenti PA. Oltre alla riduzione dei costi della politica.

“Vogliamo anche abrogare le leggi della cricca che hanno corrotto il tessuto amministrativo” ha continuato Bersani per ribadire che “efficienza, ammodernamento e controllo della PA non sono in contraddizione tra loro”.

“L’Europa fisserà un tetto di rientro dal debito e quindi va fatto subito un programma di riforme economiche, sarebbe bello presentarsi in Europa con un piano bipartisan e la ricetta è una sola: se non c’è un po’ di crescita i conti non si tengono. Fare si fa in un’impresa normale che ogni 4/5 anni rifà il suo piano industriale e controlla dove è andata e bene e dove deve agire per migliorare”.

In chiusura del suo intervento, Bersani ha voluto parlare anche del decreto sul Federalismo oggi alla Camera. “Abbiamo consegnato al governo l’ultima proposta per migliorare il testo, vediamo se l’accettano. Se lo fanno noi saremo propositivi. Così come presentato il sistema fiscale non è coerente, devono modificare il fisco comunale. Capisco le bandierine della Lega, ma così il federalismo non sta in piedi. Fermatevi e riflettete – la richiesta al Governo – così viene fuori un albero storto”.

I lavori del forum sono stati aperti da Oriano Giovannelli che, prendendo spunto dal dossier di proposte PD in ambito di Unione europea, ha ricordato come occorra mettere insieme crescita, avanzo primario e controllo della spesa pubblica al centro della riforma della PA. “In questo contesto, riformare la PA non significa solo semplificazione o meno Stato e più Società ma pensare al ruolo del sistema pubblico come motore e traino della crescita. Smontiamo l’armamentario di Brunetta fatto di demonizzazione della PA. Occorre un nuovo patto tra pubblico e privato. Per questo il PD presenta un codice di responsabilità nell’assunzione degli incarichi basato su alcuni punti fermi: la buona politica deve ispirare la PA; “nomi inospettabili” che facciano davvero vedere la differenza dalla cricca; lotta alla corruzione principale battaglia da affrontare”.

A.Dra

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Napolitano ricorda i 335 martiri e l'Unità. Fosse Ardeatine, gli studenti e la memoria

Il capo dello Stato depone una corona al mausoleo per le vittime dell’eccidio nazista del ’44. Politici e scuole da Roma e province. L’Anfim: “L’Italia che amiamo”. Omaggio alle due vittime riconosciute grazie all’esame del dna. I 335 nomi scorrono in un elenco interminabile. La lettura è stata il momento più toccante della commemorazione dei martiri delle Fosse Ardeatine, avvenuta questa mattina nel memoriale. Anche perché nel giorno del 67° anniversario dell’eccidio nazista del 1944 due delle 12 vittime ignote che allora furono fucilate hanno avuto un nome. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, deponendo una corona di alloro al mausoleo, ha ricordato l’orrore: “questa vicenda delle fosse Ardeatine è forse la più emblematica della ferocia che assunse la presenza nazista in Italia”.

Alla cerimonia hanno partecipato il vicepresidente della Camera Rosy Bindi, il presidente della Regione Renata Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il parlamentare del Pd Walter Veltroni, il Generale di Corpo d’armata Mario Marioli, comandante militare della Capitale, e, in rappresentanza della Provincia, Giuseppina Maturani. La cerimonia è stata seguita anche da molti ragazzi venuti da tutto il Lazio. A loro si è rivolto il capo dello Stato con un appello alla memoria.

La cerimonia al mausoleo

“Vedo molti ragazzi dell’ultima generazione – ha detto Napolitano – che sono qui con molta serietà comprendendo bene il significato di questa cerimonia”. Il presidente ha ricordato poi che la commemorazione rientra a pieno titolo nelle celebrazioni per il 150°. “In questi 150 anni – ha detto – ci sono anche quelli terribili della seconda Guerra mondiale e questa vicenda è la più emblematica della ferocia che assunse la presenza nazista in italia”.

Fiaccole per la memoria

“Proprio oggi, 67 anni fa, in questo piazzale i martiri ardeatini videro per l’ultima volta la luce del sole. Mai interromperemo questo doveroso cammino nel ricordo”, ha commentato Rosetta Stame dell’Anfim (l’Associazione nazionale famiglie martiri) prima dell’appello delle vittime ardeatine. “Questa è la nostra storia, storie dell’Italia che amiamo di cui siamo attenti difensori. Desidero dire, non senza emozione, che da 12 caduti ignoti ora ce ne sono 10 – ha aggiunto parlando dell’identificazione di due vittime con l’analisi del Dna – Rendiamo onore ai caduti Marco Moscati e Salvatore La Rosa”.

“Ci sono tantissime scuole, non solo di Roma ma anche dei Comuni delle varie regioni italiane arricchite da un martire”, ha proseguito Stame. “Questa è l’Italia nata dai nostri padri: viva l’Italia unita, libera e democratica”, ha concluso. I ragazzi avevano tra le mani diverse bandiere bianche con il logo dei 150 anni dell’Unità d’Italia. La cerimonia, prima di concludersi con la visita alle Fosse, ha avuto una preghiera nei riti cattolico ed ebraico.

Plauso anche da parte della presidente della Regione Lazio. “C’e’ una presenza significativa dei ragazzi, – ha detto Renata Polverini – che ogni anno cresce. Credo che al di là dell’omaggio doveroso delle istituzioni, è importante che ogni anno si riesca a trasmettere ai ragazzi il messaggio affinché non accada più quello che abbiamo dovuto vedere”.

A ricordare il sacrificio delle vittime è anche il sindaco Gianni Alemanno: “la commemorazione è particolarmente significativa perché sono persone che si sono sacrificate per mantenere viva l’identità italiana anche nei momenti più bui e drammatici, combattendo per i valori più profondi della nostra democrazia e libertà”.

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Libia, il PD al Senato non ha votato la risoluzione della maggioranza

Il Partito democratico non ha votato in Senato la risoluzione sulla Libia che copriva le divisioni del centrodestra. Dichiarazione di voto di Anna Finocchiaro, capogruppo PD in Senato

Sebbene il testo abbia incluso quello presentato dal PD i senatori sono usciti dall’Aula confermando la decisione presa al termine della riunione del Coordinamento del PD , annunciata dal segretario Pier Luigi Bersani: “Non siamo interessati ad argomentazioni e correzioni di documenti che servano a coprire le miserie di una maggioranza e di un governo non sono in grado di esprimere una posizione univoca e hanno mostrato al mondo di essere in stato confusionale”.
Prima il Senato ha approvato la risoluzione del PD sulla missione in Libia, con la maggioranza che non ha partecipato alle votazioni.
La risoluzione ha ha ottenuto 127 voti favorevoli, cinque astenuti e nessun voto contrario. Pdl e e Lega non hanno preso parte al voto.
Il documento ripropone il testo approvato in modo bipartisan (con l’assenza di Lega e Idv) venerdì scorso dalle commissioni Esteri di Camera e Senato:

Il Senato della Repubblica valutata positivamente la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1973 del 17 marzo 2011; impegna il Governo: ad adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione, nello scrupoloso rispetto della risoluzione 1973 e delle relative prescrizioni; ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l’Italia partecipi attivamente con gli altri Paesi disponibili, ovvero nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui il paese è parte, alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale; a tenere costantemente informato il Parlamento.
Un testo firmato da Finocchiaro, Zanda, Latorre, Casson, Legnini, Pegorer, Gasbarri, Ceccanti, Giaretta, Incostante,Tonini, Cabras, Scanu, Pinotti, Livi Bacci, Marcenaro, Marinaro, Marini, Micheloni, Amati, Crisafulli, Del Vecchio, Negri.

Il voto è stato motivato così da Anna Finocchiaro: “L’intervento dell’Italia in Libia è necessario ed è legale. Necessario per ottenere la cessazione delle violenze, degli attacchi e degli abusi ai danni dei civili e degli oppositori politici. Oppositori politici e non fazioni ribelli come è scritto nella risoluzione della Pdl – Lega. L’intervento è legale perché assistito dalle due risoluzioni Onu. La nostra posizione è stata fin dall’inizio chiara, coerente e lineare. Da ieri abbiamo insistito, senza successo, affinché ci fosse Berlusconi in Parlamento. Ma Berlusconi rifugge l’Aula e ogni contatto e fa gaffe come quella di oggi pomeriggio quando, mentre io chiedevo di votare a favore delle dichiarazioni del Ministro Frattini, lui tuonava contro opposizione. E’ veramente grottesco. Noi abbiamo presentato la nostra risoluzione che ripropone il testo della risoluzione dell’Onu. Siamo obbligati a ripresentare questa risoluzione. Perchè, purtroppo, non è contenuta nella risoluzione del Pdl e della Lega. Siamo costretti a proporre quel testo per rafforzare il ruolo dell’Italia nelle istituzioni internazionali e anche nelle relazioni col futuro governo libico. La risoluzione della maggioranza indebolisce la posizione dell’Italia e quindi il Pd non la voterà. Non la voteremo perchè è ambigua sulle motivazioni dell’intervento. Perchè è mistificatoria del testo dell’accordo preso nel consiglio dei ministri esteri, che non prevedeva, come scrive la risoluzione della maggioranza, il blocco navale per fermare clandestini. Tant’è che il Ministro Frattini, in Aula, ha dovuto smentirla e ha chiesto si integrasse con la risoluzione del gruppo del Pd. Pdl e Lega, con questa risoluzione, rimpannucciano la maggioranza ma indeboliscono l’ l’Italia, senza assumersi la responsabilità della complessità delle questioni di oggi e del futuro. Non consentiremo che la grande questione degli asilanti e dei profughi venga trattata con i metodi con cui la Lega usa trattare le questioni dell’immigrazione. Per tutti questi motivi non votiamo la mozione della maggioranza”.

“Pier Luigi Bersani ha duramente criticato l’assenza del premier Silvio Berlusconi in Aula in Senato: “Vergognoso se il presidente del Consiglio non si presentasse in Parlamento. Chiediamo se Berlusconi intende invocare il legittimo impedimento anche in questo caso”.
Sarebbe il caso che “Berlusconi ci metta la faccia su quello che l’Italia ha da dire in una situazione così delicata”. La posizione politica del PD sulla Libia non cambia di una virgola. “La nostra linea è semplice – ha spiegato Bersani – chiara e unanimemente condivisa. Noi siamo pronti a sostenere un ruolo dell’Italia nella crisi libica entro i limiti della risoluzione Onu che prevede un intervento per bloccare i massacri e impedire a Gheddafi di bombardare il suo popolo”. “Di lì in poi – ha concluso il leader democratico – dovrà esserci spazio per un’iniziativa politica diplomatica che incoraggi una transizione rispetto alla quale Gheddafi non può essere l’interlocutore della comunità internazionale. Chiediamo che questa posizione venga approvata dal Parlamento”.Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del PD lasciando la riunione del Coordinamento spiegava: “Sosteniamo convinti la risoluzione delle Nazioni Unite ma non la gestione che la Francia ne sta facendo. E poi occorre assolutamente un’azione umanitaria”.

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"La cultura inquina", di Massimo Gramellini

Mi inchino ammirato alla perfidia del governo, che finanzia i teatri lirici aumentando il prezzo della benzina. Gli intellettuali ostili non hanno sempre detto che la cultura è il nostro petrolio? E allora si tassi il petrolio degli altri per poter continuare ad attingere a quello metaforico, prodotto dalle viscere della storia patria. «Un piccolo sacrificio che tutti gli italiani saranno lieti di fare», ha suonato il flauto Gianni Letta. Ma basta una passeggiata sul web per accorgersi che gli italiani non sono lieti per niente. Sono esterrefatti, me compreso, per la faccia tosta della politica, che chiede sempre «sacrifici» e mai ne fa. Che mette le mani nelle tasche degli italiani, ma si guarda bene dallo svuotare le proprie. I 236 milioni destinati a cultura e spettacolo (una miseria per un Paese che a cultura e spettacolo affida quel poco che resta della sua immagine nel mondo) era davvero indispensabile spillarli ai nostri carburatori?

L’accorpamento dei referendum alle elezioni amministrative di maggio avrebbe permesso, da solo, di recuperare ampiamente il maltolto. Aggiungerei al conto le auto blu e le scorte di statisti del calibro di Scilipoti. Per carità di Patria eviterò di ricordare quanto ci costi il volo di ogni Tornado sopra la Libia in fiamme (32 mila euro all’ora, comunque). Ecco, qualche testa fina starà già pensando: perché sprecare tutti quei soldi per la cultura quando ce n’è così bisogno per i bombardamenti? Che la tassa sul petrolio vada a finanziare la guerra del petrolio: resterebbe uno scippo, ma almeno uno scippo coerente.

La Stampa 24.03.11

"La cultura batte il governo", di Luca Del Fra

È la più poderosa disfatta del governo Berlusconi in
tre anni: sulla cultura tutte le richieste urgenti fatte da movimenti, sindacati, associazioni di categoria sono state accettate. Il reintegro a livello già basso dell’anno scorso degli investimenti alle attività culturali; la soppressione della tassa di un euro sui biglietti del cinema per finanziare il tax credit e shelter; le dimissioni di Sandro Bondi, che lascia con la palma di peggior ministro della storia repubblicana, già sostituito da Giancarlo Galan – vedremo se sarà un miglioramento.
Si aggiunga un nuovo regolamento per Pompei, 80 milioni di euro per i lavori di restauro e conservazione nei beni culturali, 7 milioni per gli istituti di cultura, lo sblocco delle assunzioni dei tecnici al Mibac: nel complesso erano gli obbiettivi minimi che si era posto il dipartimento cultura del Pd, che con le sue campagne ha colto nel segno. A mani vuote resta Federculture, per l’abrogazione della legge 122 non ottiene ancora nulla.
Per presentare in conferenza stampa tutto ciò come una vittoria del Governo serviva lo squisito gesuitismo di Gianni Letta, vero regista occulto dell’operazione. E, infatti, tra i fumi dell’incenso ecco la stilettata: una tassa sui carburanti non farà apprezzare la cultura in un paese come il nostro che tanto poco la ama.
L’intervento di Riccardo Muti, dopo quello di Daniel Barenboim e molte altre personalità, è stato importantissimo, ma senza le continue proteste di questi mesi non si sarebbe giunti al risultato: Berlusconi e i suoi più di tutto temono la serialità. E il messaggio stava filtrando tra la gente. I sindacati frenano gli entusiasmi e per ora “sospendono” gli scioperi, abituati alle promesse marinaresche del Governo vogliono vedere come andrà a finire. E incertezza c’era anche durante un affollatissimo flash mob dei danzatori ieri a Piazza Montecitorio, dove non si sapeva bene se festeggiare o protestare. Quei volti di giovani ballerine e ballerini dicevano che, sì, la cultura ha vinto la battaglia per non morire, gli resta da combattere quella per vivere.

L’Unità 24.03.11

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“Tassa sulla benzina per i fondi alla Cultura Galan: mai più tagli”, di Paolo Conti

«Basta con la cultura vista come Cenerentola della politica italiana. Tutto questo deve finire altrimenti sarà veramente una vergogna inaccettabile per il Paese» . Giancarlo Galan è appena entrato al ministero per i Beni culturali. Le idee sembrano chiare: «Le decisioni sugli strumenti economici per tutelare il paesaggio e il patrimonio culturale, sui fondi per i musei e le mostre, per il cinema e il teatro, per gli enti lirici e le orchestre, per le istituzioni culturali, per le biblioteche, per tutto ciò che incarna la nostra identità nazionale, l’identità della Patria come ha detto qualcuno, agli occhi del mondo non possono essere prese dal solo ministro dell’Economia perché ha i cordoni della borsa. Scelte così importanti devono coinvolgere governo e Parlamento, anche con un confronto aperto con le forze dell’opposizione» . Il messaggio a Giulio Tremonti sembra molto chiaro. Galan ricorda che «durante il quindicennio trascorso alla presidenza della regione Veneto mi sono continuamente occupato di due grandi enti lirici come Fenice e Arena e di una eccellenza come la Biennale di Venezia, il cui prestigio è intatto nonostante le difficoltà che vivono tutte le istituzioni culturali. Ora dovrò capire come stanno le cose al ministero, incontrerò tutti i direttori generali. Oggi sono arrivate buone notizie col reintegro del Fus. Ma tutto questo non può, non deve arrivare dopo lo sciopero di quel teatro o dopo le proteste di quel gruppo di attori. Occorre che il sistema politico italiano riconosca strutturalmente l’importanza fondamentale della cultura. Abbiamo poco tempo a disposizione e vorrei essere messo nelle condizioni di lavorare bene. Avrò come bussola l’operato di grandi ministri come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey» . Galan approda al ministero mentre rientrano (lo ha annunciato il sottosegretario Gianni Letta) quasi tutti i fondi tagliati da Tremonti e che avevano portato agli scioperi del settore e alle dimissioni di Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio Superiore. Con un piccolo aumento delle accise sulla benzina (1-2 centesimi al litro, ha detto Letta) il ministero potrà contare su 236 milioni di euro annui: 149 milioni per il Fondo Unico dello Spettacolo, 80 milioni per la tutela e il recupero del patrimonio storico-artistico, 7 milioni agli istituti culturali. Sempre ricorrendo alle accise, viene abolito l’aumento di un euro per i biglietti al cinema. Soddisfatto Gianni Letta: «Un aumento così forte faceva giustamente nascere il timore che interrompesse il flusso di crescita, o rappresentare un messaggio negativo» . — per Pompei viene adottato un piano straordinario di manutenzione potenziando i poteri di tutela della Soprintendenza e anche gli organici. Verrà inviata una task-force di archeologi, architetti e operai specializzati per gli interventi più urgenti. Infine, questione essenziale per gli organici del dicastero, vengono sbloccate le assunzioni di archeologi attraverso l’utilizzo delle graduatorie degli idonei. Il pacchetto è l’ultimo provvedimento che porterà la firma di Sandro Bondi. Nelle ultime settimane, stando alle ricostruzioni (per esempio quella della Uil-Beni culturali) il ruolo di Gianni Letta è stato fondamentale. Proprio Letta, giocando di sponda col capo di gabinetto di Bondi, Salvo Nastasi, è riuscito a «convincere» Tremonti e a individuare un meccanismo (le accise sulla benzina) che consentirà di non rimettere mano alla Finanziaria e, contemporaneamente, a non ridurre il dicastero a una scuola vuota priva di fondi e incapace di tutelare il patrimonio storico artistico italiano. In più, col sistema delle accise, il finanziamento sarà stabile e non suscettibile di tagli nelle leggi finanziarie. Fondamentale, per sbloccare tutto, è stato l’intervento del maestro Riccardo Muti al teatro dell’Opera. La sera del 17 marzo, in pieno accordo col sovrintendente Catello De Martino, dopo la rappresentazione del «Nabucco» ha esposto uno striscione contro i tagli davanti al presidente Giorgio Napolitano e a Silvio Berlusconi. Un incontro tra Muti, Tremonti e il sindaco Alemanno (presidente dell’Opera) ha definitivamente convinto il ministro dell’Economia sull’importanza di ripensare l’intero comparto dei finanziamenti alla cultura.

Il Corriere della Sera 24.03.11

Gambro, Pd “parzialmente soddisfatto” della risposta del governo

La replica dei parlamentari modenesi all’intervento in Aula del sottosegretario Ravetto: “Verificheremo la reale volontà dell’azienda che già in passato ha disatteso gli accordi”. I quattro deputati modenesi del Pd si dichiarano “parzialmente soddisfatti” della risposta data questa mattina in aula dal sottosegretario Ravetto alla loro interrogazione sulla Gambro di Medolla. Dopo aver ripercorso la vicenda dell’azienda, che ha manifestato l’intenzione di trasferire parte della produzione in altri Paesi, il sottosegretario Ravetto ha annunciato che nei prossimi giorni il piano industriale della Gambro verrà presentato alle organizzazioni sindacali. Successivamente verrà riconvocato il tavolo al ministero dello Sviluppo economico.

Gli on. Ghizzoni, Miglioli, Levi e Santagata, nella loro replica, valutano positivamente l’avvio di un confronto nazionale e la disponibilità della Gambro a presentare un piano industriale che però – sottolineano i parlamentari modenesi – è solo “un primo passo, parziale e interlocutorio, verso una soluzione che assicuri il rilancio dell’azienda e il mantenimento degli attuali livelli d’occupazione. Tenuto conto che non si tratta di un’azienda in crisi e la scelta di delocalizzare sembra orientata unicamente ad abbattere ulteriormente i costi di produzione”.

“Ora – concludono i deputati Pd – vedremo quali saranno gli esiti dell’incontro con i sindacati e, comunque, verificheremo la reale volontà dell’azienda di dare risposta alle istanze dei lavoratori, delle istituzioni locali e della Regione, visto che già in passato la Gambro ha sottoscritto accordi che poi ha disatteso”.

"Esami spostati, lauree in forse, più tasse. L'effetto-Gelmini è il caos negli atenei", di Manuel Massimo

Non solo il blocco per l’organizzazione di didattica e ricerca. La riforma sta producendo disagi e ostacoli enormi per gli studenti che vedono cambiare all’improvviso i loro percorsi di studio. O, soprattutto, si trovano in assenza di certezze. Segnalate casi e disfunzioni. Allarmi e proteste ormai non si contano: le funzioni della ricerca (tutte), la chiamate di progettisti, associati e docenti sono bloccate. La legge – e si sapeva – ha bisogno di molteplici decreti che il governo dimentica. La Legge Gelmini, varata con l’intento di “mettere ordine” negli atenei, sta producendo situazioni caotiche fin dalla sua entrata in vigore, ormai due mesi fa. Sono gli effetti macroscopici che abbiamo raccontato nella prima puntata di questa inchiesta.
Ma non si tratta di fisiologici “effetti collaterali”: l’Effetto-Gelmini sta colpendo i gangli del sistema universitario omettendo di dare risposte certe, coperture di spesa e soluzioni pratiche per i mille problemi con cui devono confrontarsi ogni giorno studenti, docenti e tutte le altre figure che animano il variegato microcosmo universitario. Le disfunzioni riguardano molteplici aspetti della vita tra le mura accademiche: lo testimoniano le centinaia di segnalazioni che quotidianamente riceve il nostro sito, le migliaia di discussioni aperte sui forum della Rete, le innumerevoli iniziative promosse “dal basso” – praticamente in ogni ateneo e in tutte le facoltà – per portare a conoscenza situazioni locali di “disagio” rispetto a un progetto di “riordino” del sistema universitario che sta producendo invece un “blocco forzato”, soprattutto per l’assenza di linee-guida da seguire e per la mancanza di un disegno veramente organico di riforma.

Razionalizzazione o tagli? Uno dei cavalli di battaglia della Legge Gelmini – che il ministro ripete spesso come un vero e proprio “mantra” – è stato quello della “lotta agli sprechi”: “Con la Riforma dell’Università ci sarà una razionalizzazione delle risorse”. All’atto pratico questa dichiarazione di buonsenso si traduce in determinate azioni che il Miur metterà in atto fin dal prossimo anno accademico: l’accorpamento e/o la cancellazione di corsi di laurea per mere ragioni di budget d’ateneo, mettendo totalmente in secondo piano la didattica e la ricerca.

Accorpamenti e cancellazioni. L’antipasto è stato servito a fine febbraio con l’annuncio del “progetto pilota” di riorganizzazione dei sette atenei campani: il “contenimento del numero dei corsi di studio per evitare inutili sovrapposizioni” ha portato alla soppressione di trentaquattro corsi e all’eliminazione di sei sedi decentrate, tra cui quella della facoltà di Giurisprudenza di Nola (città natale del filosofo Giordano Bruno e sede di Tribunale) che attualmente conta 7 mila iscritti. Ma il piatto forte di questa “razionalizzazione” arriverà scaglionato nei prossimi anni: a Bologna (il più antico ateneo d’Europa) entro il 2013 le attuali ventitré facoltà dovrebbero diventare dodici, o ridursi addirittura soltanto a cinque attraverso maxi-accorpamenti eterogenei per rispettare i rigidi dettami della Legge. Su questa scia, a Catania la facoltà di Lingue finirà inglobata in Lettere e Filosofia. E così via.

Senza appello. La contrazione degli appelli d’esame è una situazione comune a tutte le facoltà e va a “colpire” soprattutto chi si è iscritto con un vecchio ordinamento ormai “in scadenza”. La politica di concentrazione dei momenti di verifica sta portando a situazioni di disagio in moltissime facoltà: chi di regola aveva 5 appelli ordinari e 2 appelli straordinari per tutte le materie si è ritrovato quest’anno con un appello ordinario in meno e con l’impossibilità di sostenere esami in quelli straordinari, riservati a fuoricorso e ripetenti. Queste regole stanno generando un circolo vizioso: in questo modo, infatti, è molto più facile andare fuoricorso o essere ripetenti perché non si ha la possibilità di rimediare “in corso” a eventuali battute d’arresto.

Ricerca solo per pochi. La Legge Gelmini, all’articolo 18 comma 5, prevede che solo alcune figure possano svolgere progetti di ricerca e partecipare ai gruppi che se ne occupano. Restano fuori – come denuncia il Coordinamento Precari dell’Università – gli assegnisti e chi non è “strutturato”. Ma, come sottolinea Link – Coordinamento Nazionale Universitario, questa situazione tocca anche gli studenti delle lauree triennali che potranno portare avanti soltanto lavori compilativi per la tesi: chi sta svolgendo progetti di ricerca e tesi sperimentali non ha più la copertura legale per farlo e rischia di essere allontanato dai laboratori ed escluso dai gruppi di ricerca. E così: “La riforma che dovrebbe avvicinare gli studenti al mondo del lavoro, in realtà impedisce loro di fare un’esperienza reale di ricerca sperimentale fin dai primi tre anni di università”.

Tassati e tartassati. “L’aumento delle tasse è una extrema ratio che non vogliamo prendere in considerazione”. Il ministro Mariastella Gelmini rassicura gli studenti, eppure alcuni atenei hanno già cominciato a ritoccare verso l’alto la retta annuale. Ad esempio il 15 febbraio il Senato Accademico dell’Università di Tor Vergata ha deliberato un aumento indiscriminato delle tasse universitarie per tutti gli studenti nella misura del 13%, indipendentemente dalla condizione economica in cui versano. E questa non sarebbe una conseguenza diretta dell’entrata in vigore della Riforma Gelmini? Ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che le “riforme a costo zero”, specie in un settore delicato e complesso come quello accademico, non esistono e non possono funzionare: un ateneo, proprio come una macchina, ha bisogno di carburante (cioè risorse) per funzionare e di continua manutenzione degli ingranaggi per restare in carreggiata ed evitare di andare in panne.

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