cultura

"La cultura batte il governo", di Luca Del Fra

È la più poderosa disfatta del governo Berlusconi in
tre anni: sulla cultura tutte le richieste urgenti fatte da movimenti, sindacati, associazioni di categoria sono state accettate. Il reintegro a livello già basso dell’anno scorso degli investimenti alle attività culturali; la soppressione della tassa di un euro sui biglietti del cinema per finanziare il tax credit e shelter; le dimissioni di Sandro Bondi, che lascia con la palma di peggior ministro della storia repubblicana, già sostituito da Giancarlo Galan – vedremo se sarà un miglioramento.
Si aggiunga un nuovo regolamento per Pompei, 80 milioni di euro per i lavori di restauro e conservazione nei beni culturali, 7 milioni per gli istituti di cultura, lo sblocco delle assunzioni dei tecnici al Mibac: nel complesso erano gli obbiettivi minimi che si era posto il dipartimento cultura del Pd, che con le sue campagne ha colto nel segno. A mani vuote resta Federculture, per l’abrogazione della legge 122 non ottiene ancora nulla.
Per presentare in conferenza stampa tutto ciò come una vittoria del Governo serviva lo squisito gesuitismo di Gianni Letta, vero regista occulto dell’operazione. E, infatti, tra i fumi dell’incenso ecco la stilettata: una tassa sui carburanti non farà apprezzare la cultura in un paese come il nostro che tanto poco la ama.
L’intervento di Riccardo Muti, dopo quello di Daniel Barenboim e molte altre personalità, è stato importantissimo, ma senza le continue proteste di questi mesi non si sarebbe giunti al risultato: Berlusconi e i suoi più di tutto temono la serialità. E il messaggio stava filtrando tra la gente. I sindacati frenano gli entusiasmi e per ora “sospendono” gli scioperi, abituati alle promesse marinaresche del Governo vogliono vedere come andrà a finire. E incertezza c’era anche durante un affollatissimo flash mob dei danzatori ieri a Piazza Montecitorio, dove non si sapeva bene se festeggiare o protestare. Quei volti di giovani ballerine e ballerini dicevano che, sì, la cultura ha vinto la battaglia per non morire, gli resta da combattere quella per vivere.

L’Unità 24.03.11

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“Tassa sulla benzina per i fondi alla Cultura Galan: mai più tagli”, di Paolo Conti

«Basta con la cultura vista come Cenerentola della politica italiana. Tutto questo deve finire altrimenti sarà veramente una vergogna inaccettabile per il Paese» . Giancarlo Galan è appena entrato al ministero per i Beni culturali. Le idee sembrano chiare: «Le decisioni sugli strumenti economici per tutelare il paesaggio e il patrimonio culturale, sui fondi per i musei e le mostre, per il cinema e il teatro, per gli enti lirici e le orchestre, per le istituzioni culturali, per le biblioteche, per tutto ciò che incarna la nostra identità nazionale, l’identità della Patria come ha detto qualcuno, agli occhi del mondo non possono essere prese dal solo ministro dell’Economia perché ha i cordoni della borsa. Scelte così importanti devono coinvolgere governo e Parlamento, anche con un confronto aperto con le forze dell’opposizione» . Il messaggio a Giulio Tremonti sembra molto chiaro. Galan ricorda che «durante il quindicennio trascorso alla presidenza della regione Veneto mi sono continuamente occupato di due grandi enti lirici come Fenice e Arena e di una eccellenza come la Biennale di Venezia, il cui prestigio è intatto nonostante le difficoltà che vivono tutte le istituzioni culturali. Ora dovrò capire come stanno le cose al ministero, incontrerò tutti i direttori generali. Oggi sono arrivate buone notizie col reintegro del Fus. Ma tutto questo non può, non deve arrivare dopo lo sciopero di quel teatro o dopo le proteste di quel gruppo di attori. Occorre che il sistema politico italiano riconosca strutturalmente l’importanza fondamentale della cultura. Abbiamo poco tempo a disposizione e vorrei essere messo nelle condizioni di lavorare bene. Avrò come bussola l’operato di grandi ministri come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey» . Galan approda al ministero mentre rientrano (lo ha annunciato il sottosegretario Gianni Letta) quasi tutti i fondi tagliati da Tremonti e che avevano portato agli scioperi del settore e alle dimissioni di Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio Superiore. Con un piccolo aumento delle accise sulla benzina (1-2 centesimi al litro, ha detto Letta) il ministero potrà contare su 236 milioni di euro annui: 149 milioni per il Fondo Unico dello Spettacolo, 80 milioni per la tutela e il recupero del patrimonio storico-artistico, 7 milioni agli istituti culturali. Sempre ricorrendo alle accise, viene abolito l’aumento di un euro per i biglietti al cinema. Soddisfatto Gianni Letta: «Un aumento così forte faceva giustamente nascere il timore che interrompesse il flusso di crescita, o rappresentare un messaggio negativo» . — per Pompei viene adottato un piano straordinario di manutenzione potenziando i poteri di tutela della Soprintendenza e anche gli organici. Verrà inviata una task-force di archeologi, architetti e operai specializzati per gli interventi più urgenti. Infine, questione essenziale per gli organici del dicastero, vengono sbloccate le assunzioni di archeologi attraverso l’utilizzo delle graduatorie degli idonei. Il pacchetto è l’ultimo provvedimento che porterà la firma di Sandro Bondi. Nelle ultime settimane, stando alle ricostruzioni (per esempio quella della Uil-Beni culturali) il ruolo di Gianni Letta è stato fondamentale. Proprio Letta, giocando di sponda col capo di gabinetto di Bondi, Salvo Nastasi, è riuscito a «convincere» Tremonti e a individuare un meccanismo (le accise sulla benzina) che consentirà di non rimettere mano alla Finanziaria e, contemporaneamente, a non ridurre il dicastero a una scuola vuota priva di fondi e incapace di tutelare il patrimonio storico artistico italiano. In più, col sistema delle accise, il finanziamento sarà stabile e non suscettibile di tagli nelle leggi finanziarie. Fondamentale, per sbloccare tutto, è stato l’intervento del maestro Riccardo Muti al teatro dell’Opera. La sera del 17 marzo, in pieno accordo col sovrintendente Catello De Martino, dopo la rappresentazione del «Nabucco» ha esposto uno striscione contro i tagli davanti al presidente Giorgio Napolitano e a Silvio Berlusconi. Un incontro tra Muti, Tremonti e il sindaco Alemanno (presidente dell’Opera) ha definitivamente convinto il ministro dell’Economia sull’importanza di ripensare l’intero comparto dei finanziamenti alla cultura.

Il Corriere della Sera 24.03.11

1 Commento

  1. Galan: “Troppi due festival. Per il cinema c’è solo Venezia”, di Paolo Festuccia
    Intervista a Giancarlo Galan, il nuovo ministro dei Beni culturali. Il ministro della Cultura: «La priorità resta Pompei»

    Tra i fogli nella cartellina del ministero in via del Collegio romano sono appuntate le cifre del nuovo corso. Giancarlo Galan, neoministro per i Beni e le attività culturali, le ha riviste voce per voce. Poi, al primo giorno di insediamento, ha chiamato a sé tutti i dirigenti del dicastero e ha segnalato gli obiettivi da raggiungere. «Non c’è troppo tempo, bisogna correre, uscire dalla fase delle lamentele per costruire qualcosa di nuovo», spiega Galan che aggiunge: «Per arginare l’emergenza, in molti casi, oltre ai denari servono le idee. Le seconde, talvolta sono assai più importanti».

    Vero, ma non sempre bastano. Ci vogliono soldi per cantare messe. Ne sa qualcosa anche il suo predecessore: troppi tagli, tantissime contestazioni, non crede?
    «Sono basilari, specialmente, per un ministero come questo. Ma nel caso Bondi ci sono state troppe e ingiuste polemiche».

    Senta, il risultato però è che lei è riuscito ad avere i fondi, l’ex ministro nonostante avesse battuto cassa ha ottenuto poco o nulla. Come ha fatto?
    «In verità Bondi ha molti meriti. Così come li ha Gianni Letta sul Fus. Sono stati loro a insistere con il Tesoro affinché i tagli fossero colmati. Certo, anche io sono intervenuto. L’ho fatto nel momento più aspro della polemica, quando tutti scendevano in piazza. Del resto dopo essere stato presidente del Veneto, una delle regioni più significative per il Paese, non foss’altro per Venezia e la presenza di due enti lirici e due fondazioni, non potevo non ritenere che tagliare o negare i fondi per lo spettacolo fosse un fatto grave. Si può scegliere di finanziare Verona e non Venezia? E’ possibile tagliare risorse alla Fenice, dove simbolicamente è passata tutta la grande cultura musicale del risorgimento nell’anniversario dell’Unita d’Italia? No, non si poteva proprio».

    Ma stava accadendo, con artisti e lavoratori dello spettacolo in piazza, pronti allo sciopero. E lei senza questi fondi avrebbe mai accettato di sostituire Bondi?
    «Sì, perché era un mio antico sogno. Chi cresce tra Padova e Venezia non può non avere l’ambizione di lavorare per quel ministero. Un luogo che ha conosciuto Benedetto Croce, il primo a parlare di tutela e difesa del paesaggio. Eppoi, i soldi non sono fondamentali. Certo, sono importanti ma per governare occorrono idee e progetti. Dunque: poche illusioni, poco ottimismo ma tanto entusiasmo».

    Quale sarà il suo primo atto?
    «Affrontare l’emergenza partendo da Pompei. Ma bisogna essere chiari: in quel sito c’è anche un degrado sociale oltre che culturale. Ora ci sono le risorse (80 milioni per la manutenzione dei beni) e le impiegheremo. Così come ci occuperemo della area archeologica di Roma. Ho letto le riflessioni del professor Carandini: a lui, ai suoi colleghi e agli storici dobbiamo lo sviluppo e la conoscenza della storia di Roma».

    Con Carandini, dunque, il dialogo riparte?
    «Ci ho già parlato. Così come ho incontrato i dirigenti del ministero. Vedrò altre personalità, ma non per piaggeria. Per ridare dignità al lavoro, un ministro non può mettersi in ginocchio né con i colleghi né con altri. Basta lamentazioni: il governo deve farsi carico del patrimonio italiano, ma senza pianti».

    L’opposizione accusa il governo di vivere alla giornata e per di più con una maggioranza tenuta insieme dalle poltrone…
    «Negare le difficoltà è inutile. Sono sotto gli occhi di tutti e ciò che può fare il governo è tornare ad agire così come ha dimostrato di saper fare nell’affrontare la crisi economica internazionale. Un fatto è certo: lavorare perché come si dice a Roma le chiacchiere stanno a zero».

    Già, Roma. Chi la spunterà, ora che lei da ministro si occuperà anche del cinema italiano, tra il Festival di Venezia e quello della Capitale?
    «Sono stato il primo io a sostenere che i due Festival così come erano concepiti fossero in concorrenza tra loro. E ricordo che dissi: esiste un festival del cinema a Parigi? In Germania? in Svizzera? No, esiste a Cannes, a Berlino, a Locarno. E Venezia è il Festival del cinema più antico del mondo. Certo, sarebbe ridicolo dire a Roma di non occuparsi di cinema, visto che è la patria di quel mondo… ma farne uno in concorrenza lo troverei a dir poco stravagante. Anche perché, visti i fondi a disposizione si rischia di indebolire entrambi le manifestazioni».

    Scommetterà, dunque, tutte le sue carte in Laguna?
    «Quando prima parlavo di priorità, aggiungerei all’emergenza Pompei, la realizzazione del nuovo palazzo del cinema di Venezia. Se non facciamo quell’opera passeremo dalla seria A alla serie C».

    E lei pensa di farcela?
    «Si, sono un uomo politico fortunato. E’ stato così anche al ministero dell’Agricoltura, dove i risultati del settore sono cresciuti. E sono certo che andrà così anche ai Beni culturali».

    da La Stampa

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