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"In piazza il popolo tricolore per Scuola e Costituzione", di Mariagrazia Gerina

Stavolta il popolo che scende in piazza, a Roma e in tutta Italia, indosserà semplicemente il tricolore. «Verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni», come recita l’articolo 12 della Costituzione. Sarà lei, che già campeggiava nei cortei viola del No-B Day, la protagonista, solenne e popolare, del 12 marzo, proclamato «C-Day», giornata della Costituzione. Da leggere, da portare in piazza, da regalare, da declamare. Da difendere dalle «randellate» del presidente del Consiglio. Perché a sessantaquattro anni dalla sua promulgazione è ancora lei la difesa più forte di tutto ciò che, essenziale per la democrazia, finisce sotto attacco. A cominciare dalla scuola pubblica. E per questo sarà una ventenne, Sofia Sabatino, della Rete degli studenti, a salire per prima sul palco di piazza del Popolo. In nome dei milioni di studenti, insegnanti, assistenti scolastici, offesi, in una sola battuta, dal premier. Quale migliore riparo anche per loro della Costituzione? «Difendere la scuola pubblica e difendere la Carta costituzionale è una sola battaglia», spiega Sofia, rilanciando a tutto il popolo del 12 marzo l’appello de l’Unità. Una battaglia che parla a tutti, universale, senza colori. Ci vorrebbero Benigni o Saviano a darle voce, suggerisce a nome dei promotori Beppe Giulietti di Articolo 21. Un invito, più che un semplice auspicio. Lo sforzo è fare di quel palco, il poet’s corner della «Repubblica democratica fondata sul lavoro». Largo al “cantante-professore” Roberto Vecchioni, reduce da Sanremo, invitato a intervenire. E all’attore Neri Marcorè, volto popolarissimo del cinema e del piccolo schermo, che alla Costituzione ha già prestato voce e talento, con uno spettacolo teatrale a lei dedicato. Ci saranno Ottavia Piccolo e Monica Guerritore. E poi, silenzio. per ascoltare le parole del padre costituente Piero Calamandrei. Gli organizzatori sperano che possa essere sua nipote a introdurle alla piazza. Resteranno giù dal palco i politici che hanno aderito alla manifestazione. Tanti, tantissimi. Escluso Pdl e Lega, ci sarà tutto l’arco parlamentare e non nel corteo che, a partire dalle 14, si snoderà da piazza della Repubblica a piazza del Popolo. Dai democratici del Pd, guidati da Bersani, Bindi e Franceschini, ai finiani di Fli, con Fabio Granata e Filippo Rossi (l’adesione alla manifestazione gli è costata la chiusura di Farefuturo webmagazine). Fianco a fianco con Antonio Di Pietro, Nichi Vendola, il Prc Paolo Ferrero, il verde Bonelli. Prove di allenaza costituzionale. Non mancherà l’Api, assicura Tabacci. E anche i centristi di Casini ci stanno riflettendo. «La difesa della Costituzione è nel nostro dna, ma decideremo domani (oggi ndr)», fa sapere Lorenzo Cesa. «Tutti sono benvenuti », dice Giulietti a nome di un comitato promotore che va da Articolo 21 al Popolo Viola, daa Se non ora quando alla Cgil, dall’Usigrai all’Anpi alle Chiese Evangeliche. E nonc’è solo Roma. A Brescia, al popolo tricolore è stata negata piazza della Loggia, denuncia Sandra Bonsanti di Giustizia e Libertà: «Ce ne prenderemo un’altra”.

L’Unità 03.03.11

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“Scuola pubblica verso la protesta. E dopo gli sms, le lettere aperte”, di Paolo Gallori

Docenti, precari, studenti e genitori il 12 marzo in piazza a Roma e in tutta Italia per la scuola pubblica assieme ai movimenti in difesa della Costituzione. Intanto, dopo il minuto di silenzio nato via sms, ecco, da Nord a Sud, le missive indirizzate a Berlusconi da prof, presidi e giovani. E un invito da Napoli: “Presidente, venga a Scampia”. Mentre sul web l’iniziativa di Repubblica 1 a difesa della scuola pubblica ha superato le 60mila firme e si moltiplicano le iniziative, organizzate o del tutto spontanee, per esprimere il dissenso rispetto alla liquidazione della scuola pubblica da parte del premier Silvio Berlusconi, cresce il coordinamento per una protesta ormai pronta a tornare protagonista nelle piazze di tutta Italia. L’epicentro è individuato, nello spazio e nel tempo: Roma, 12 marzo.

E’ infatti sancita la fusione tra l’indignazione dei protagonisti della scuola pubblica con la manifestazione già prevista in quella data a difesa della Costituzione e dei suoi valori. Il 12 marzo, dunque, dietro il tricolore, si troveranno “uniti nella differenza” esponenti di partito, insegnanti e studenti, società civile, mondo sindacale e associazioni. La manifestazione è stata presentata alla Camera da Beppe Giulietti per Articolo 21, Sandra Bonsanti per Libertà e Giustizia, Silvia Bartolini del Popolo Viola e Sofia Sabbatini della Rete degli Studenti.

Si spera, spiega Giulietti, di poter contare sul sostegno e la partecipazione di artisti che dal palco raccontino a modo loro perché difendere la Costituzione e con essa il valore e la dignità della scuola pubblica. Giulietti cita Ottavia Piccolo, Monica Guerritore, Neri Marcorè e Roberto Vecchioni, proprio uno dei primi firmatari dell’appello di Repubblica. Il sogno è avere anche Roberto Benigni e Roberto Saviano.
Un grande attore di teatro, Paolo Poli, nel frattempo si è già attivato prestando la sua voce a una lettura di Pinocchio per la scuola pubblica. Un vero e proprio spot, visibile su YouTube 2 e nato per iniziativa di un gruppo di genitori di Roppolo, in provincia di Biella.

Nel dibattito intervengono anche gli studenti del Msac (movimento studenti di Azione cattolica), esprimendo pieno accordo con le parole del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. Il Msac respinge la “pretesa rivalità tra scuola statale e paritaria”, difende la professionalità di insegnanti, dirigenti e personale scolastico, e invita ad avere fiducia negli studenti. Perché “c’è ancora speranza se alla fina della giostra studenti e professori, uniti, insieme come solo sanno fare per le cose che contano, a dispetto di tutti i clichè che li vedono in eterno antagonismo, ricorderanno, ancora una volta e sempre con la stessa passione, che la scuola, la scuola di tutti, serve”.

Attorno alla data-fulcro del 12 marzo, il mondo della scuola pubblica muove verso una costellazione di ulteriori iniziative. Se ieri è stato il “giorno del silenzio”, un minuto di mutismo inscenato in tantissimi istituti da Nord a Sud dopo il tam tam via sms organizzato dai docenti, oggi è il giorno delle lettere aperte. Se ne contano diverse, il destinatario lo stesso: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

A Roma 3, i giovani del Surf (Scuole e Università in Rete per la Formazione) scrivono: “Nelle dichiarazioni del Presidente del Consiglio ritroviamo non solo l’ennesimo attacco alla scuola pubblica ma anche e soprattutto una concezione di essa che ci sconforta e offende gli insegnanti. Ciò che ci preoccupa è il termine utilizzato dal Presidente, “inculcare”: il compito della scuola, come quello della famiglia, non è quello di imporre un’idea, ma di formare i ragazzi in modo che elaborino un loro pensiero in autonomia e indipendenza”.

Missiva per il premier anche dalla Rete degli studenti medi del Veneto, sottoscritta già da oltre 50 rappresentanti di istituto, raccolta di firme ancora in corso. “Se la riformassimo davvero questa scuola pubblica – si legge -, pensandola come una risorsa che possa far crescere il nostro Paese, come un bene da tutelare, non come un’azienda che comporta solo dei costi, se la sostenessimo come merita, se non insultassimo di continuo i suoi insegnanti e chi ogni mattina si impegna per farla funzionare, allora la libertà delle famiglie di mandare i propri figli in una Scuola di qualità, che dia loro la possibilità di formarsi liberamente e crearsi un proprio percorso, solo allora tale libertà sarebbe realizzata”.

Da Bologna la reazione passa attraverso una lettera aperta, dal titolo “Stavolta noi ci esponiamo”, sottoscritta da ventidue presidenti dei consigli di istituto delle scuole del capoluogo e della provincia a difesa della scuola dei figli. Nel frattempo, l’assemblea delle scuole si sta mobilitando per la manifestazione del 12 marzo, anche se la protesta avrà con ogni probabilità anche un’altra data, il 17 aprile, con lo slogan “Se non ora quando: per una nuova primavera della scuola”. “Ci stiamo organizzando”, spiega Giancarlo Ambrogio Vitali, voce dell’Assemblea. “Le parole di Berlusconi vengono dopo altre migliaia di parole contro la scuola pubblica e dopo i tagli”.

Anche i presidi del bolognese si indignano. “Quello della scuola pubblica come luogo della propaganda è un argomento vecchio, arrugginito e sgangherato – dice Lamberto Montanari, dell’associazione presidi (Anp) dell’Emilia Romagna -. Ricordo che la scuola pubblica è laica, vuol dire che accoglie la pluralità di opinioni”. Al passaggio di Berlusconi sulla scuola che “inculca” Montanari reagisce: “Mi fa orrore questa parola. Noi educhiamo. Chi cerca una scuola che inculca si rivolga alle private”. Intanto, a Reggio Emilia è il Pd a lavorare a una iniziativa nazionale per il 15 marzo, per ribadire con forza la centralità della scuola, libera e aperta a tutti, nel difendere e promuovere il principio di uguaglianza, da nord a sud, nel nostro paese”, come spiega Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del partito.

Un episodio viene alla luce attraverso la denuncia da Luigi Giuseppe Villani, capogruppo del Pdl in Emilia Romagna. “Il 28 febbraio, nella scuola elementare Giuseppe Verdi di Collecchio (Parma) una insegnante di sostegno ha fatto suonare la campanella affinché tutti i presenti, insegnanti, ausiliari e anche scolari, rispettassero un minuto di silenzio per protestare contro le parole del Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi”. Villani chiede alla Giunta regionale “se intenda stigmatizzare con risolutezza presso l’Ufficio scolastico regionale quanto avvenuto”.

Da Bari 5, la lettera aperta a Berlusconi reca le firme degli insegnanti del liceo classico “Flacco”. Che, oltre a definire “schematico e manicheo” l’inquadramento in blocchi di genitori e insegnanti, gli chiedono se sarà possibile in Italia avere un futuro che non sia fatto da privilegi e precarietà. E ricordano come siano state le leggi e gli indirizzi di politica scolastica del Governo a demolire la “scuola della Repubblica”, con incalcolabili danni per il tessuto sociale e la coesione civile.

E se a Firenze sono tantissimi gli insegnanti pronti a scendere in piazza il 12 marzo, si registra la singolare manifestazione di dissenso inscenata al liceo scientifico Castelnuovo. All’esterno e all’interno dell’istituto alcuni professori hanno cartelloni di protesta contro le frasi del premier. Sulla facciata la scritta “Qui si educa non si inculca”, sulle scale interne una frase tradotta da Plutarco: “Gli studenti non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”. I cartelloni sono stati esposti all’apertura della scuola, ma presto, su ordine dei dirigenti scolastici, sono stati fatti togliere. Soprattutto per una goliardata degli studenti, che hanno cancellato una ‘c’ dalla parola “inculcare”.

Non una lettera aperta, ma un semplicissimo invito viene rivolto a Berlusconi dai dirigenti scolastici di Napoli : “Venga a vivere un giorno con i professori di Scampia per vedere la passione con cui lavorano per salvare i ragazzi”. Oggi il minuto di silenzio è stato osservato dai docenti del Mazzini, nei prossimi giorni dovrebbe essere la volta del Genovesi, del Mercalli e dell’Umberto. Ma fervono i preparativi per portare la protesta in piazza. Il Coordinamento dei precari sta organizzando con i colleghi romani un sit-in nella Capitale per il 17 marzo. Gli universitari sono pronti a partecipare alla manifestazione romana del 12 marzo, mentre l’Unione degli Studenti medi pensa di organizzare a Napoli un’assemblea pubblica. Anche la Cgil è in fermento: da quando il premier ha parlato di istruzione, arrivano 150 mail di protesta al giorno. Spiega Alessandro Aienzo, segretario regionale Scuola, università e ricerca della Flc Cgil: “Manifesteremo in strada e ne parleremo alla città il 15 marzo con Susanna Camusso e Domenico Pantaleo, durante un’assemblea pubblica sulla difesa del sistema pubblico”. C’è di più. Tra il 9 e il 10 l’associazione onlus “Tutti a scuola” sfilerà nelle strade di Napoli per ricordare alla politica “che la Costituzione esiste e che la scuola pubblica aiuta anche e soprattutto le persone svantaggiate come i diversamente abili”.

Il tema è molto sentito anche a Torino , dove Tommaso De Luca, preside dell’Avogadro e presidente dell’Asapi, l’associazione delle scuole autonome piemontesi parla di “rammarico diffuso e indignazione”. De Luca spiega che alcune scuole si stanno mobilitando per approvare mozioni nei consigli di istituto in difesa della scuola pubblica, mentre si stanno muovendo anche le associazioni dei genitori. “Come presidi – aggiunge – stiamo raccogliendo manifestazioni sparse e ci stiamo mobilitando per scrivere e approvare un documento unico che sia portavoce dei motivi per i quali crediamo che i valori che abbiamo insegnato e non inculcato vengano difesi”.

La Repubblica 03.03.11

"Bondi si dimette. Forse. Chissà", di Il Polemista

Il ministro per i Beni culturali dichiara sulle pagine del Giornale la voglia di mollare. Silvio sa tutto, ci penserà lui . Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, rassegnerà “presto” le dimissioni dal governo. “Caro Silvio, tempo per tornar indietro non v’è ne più…addio ministero, addio. Addio. Ora voglio dedicarmi al ruolo di senatore e alla poesia….va bene, va bene, come vuoi tu. Domani torno al ministero!”

Dichiarando l’intenzione di dimettersi da ministro, Bondi ha davvero ha preso un abbaglio se pensava che fosse uno shock per i suoi colleghi e i suoi amici. Le dimissioni per ragioni personali e con le lacrimucce negli occhi per non essere stato consolato dalla maggioranza “puzzano di bruciato”. Anche perché è passato poco tempo dall’altro pianto ministeriale di Mara Carfagna che annunciava l’abbandono del dicastero prima di una telefonata del boss che rimetteva a posto tutto.

Cosa farà Silvio per far cambiare idea al suo poeta romantico? Si strapperà i capelli o proporrà Apicella ai Beni Culturali? O molto più semplicemente gli dirà: tu da lì non ti muovi. Punto!

“La decisione di dimettermi – ha scritto Bondi sul Giornale – è innanzitutto una piena e consapevole scelta di vita maturata in secondo luogo dalle difficoltà incontrate…posso avere fatto degli errori, ma ho realizzato delle riforme importanti e ho imposto una linea alternativa, in senso compiutamente liberale e riformatore, alla politica culturale della sinistra”. Prendiamo solo questo spunto per chiedere al signor quasi-ex-ministro “quali sono le riforme? C’è qualcuno oltre alla maggioranza parlamentare, originale e acquisita durante il mercato invernale, che sa quali siano le riforme del ministro Bondi? O una domanda ancora più facile: c’è qualche persona comune che sia soddisfatta dell’attività del ministro per i Beni culturali? Ovviamente sono esentati coloro che sono stati assunti al ministero dopo concorsi e contratti tra parenti!

Ma non tutto è perduto perché Bondi è riuscito, e finalmente, a togliersi un sassolino dalla scarpa. “Non sono stato sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo e da quei colleghi che avrebbero potuto imprimere insieme a me una svolta nel modo di concepire il rapporto tra Stato e cultura. Sostegno che è mancato nel momento in cui più mi sono trovato in difficoltà”, dopo il crollo di Pompei, quando era “più colpito dalla sinistra. Le vicende del Milleproroghe hanno ulteriormente evidenziato la mia incapacità di mantenere gli impegni che avevo preso, e nel richiedere un minimo di coerenza nell’ambito dei provvedimenti riguardanti la cultura”. Tradotto in parole molto più semplici: Tremonti non mi dà i soldi! A cosa serve promettere di migliorare la Cultura se poi non posso mantenerlo perché per Tremonti è molto più importante fare regali alla Lega che a me?

“Il presidente Berlusconi – conclude Bondi – sa anche che non sono mai stato in cerca di incarichi né di mostrine, sia politiche che ministeriali…voglio avere più tempo da dedicare alla mia famiglia…voglio svolgere bene l’incarico di senatore e che desidero più di ogni altra cosa continuare a lavorare al suo fianco per cambiare questo Paese”. Il finale è strappalacrime, manca solo “e vissero felici e contenti” ma siamo proprio sicuri che non basterà una telefonata del capo per far ricredere il bravo poeta a cantare le sue odi dal ministero della Cultura?

Questa sì che è una domanda scontata…

Il Polemista

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Per Matteo Orfini, responsabile Cultura della segreteria del PD, “è importante che il ministro Bondi abbia detto una parola definitiva annunciando le proprie dimissioni. Ed è un segno di onestà intellettuale che nel farlo abbia voluto riconoscere il proprio fallimento e l’incapacità di tener fede a quanto annunciato. La situazione del mondo della cultura è gravissima, e decine di migliaia di persone rischiano di sprofondare nella disperazione per la drammatica crisi occupazionale che i tagli produrranno. Una situazione di questa gravità va contrastata e gestita quotidianamente e
davvero non è tollerabile che per giochi politici interni alla maggioranza il ministero continui ad essere privo di guida, chissà fino a quando. Le dimissioni siano dunque immediate, e i colleghi di Bondi, invece di chiedergli un ripensamento, si assumano la loro parte di responsabilità per aver consentito un’aggressione senza precedenti alla cultura e al sapere”.

“Sarebbe l’ora di finirla con le pantomime e ridare al paese un ministro dei beni culturali a tempo pieno. Per questo, Bondi non perda altro tempo e faccia la sua scelta: quello che non è accettabile è un ministro che non si reca al ministero da settimane”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la lettera con cui il ministro della Cultura, Sandro ha annunciato oggi dalle pagine di un quotidiano nazionale le sue imminenti dimissioni dal governo.

www.partitodemocratico.it

"Il Pd denuncia la stretta sulle onlus", di Marco Mobili

Una semplificazione che vale una stangata per onlus, imprese edili ed enti pubblici. Con il via libera al federalismo municipale il governo modifica profondamente l’intero impianto dell’imposta di registro, prevedendo a partire dal 2014 due sole aliquote: 9% per i trasferimenti degli immobili in genere e 2% per quelli adibiti a prima casa. Ma nel riscrivere le regole, spiega Massimo Vannucci (Pd) e componente della commissione Bilancio della Camera, il decreto, con un semplice colpo di penna cancella «tutte le esenzioni e le agevolazioni tributarie anche se previste in leggi speciali», con il risultato che il peso dell’imposta di registro, in molti casi, scende dell’8 per cento.

Basta scorrere il decreto istitutivo dell’imposta di registro (Dpr 131/86) per rendersi presto conto che, ad esempio, nel caso in cui le onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) dovessero acquistare beni per lo svolgimento della propria attività si vedranno applicare un imposta di registro del 9% sul valore del bene, rispetto all’attuale versamento in misura di 168 euro. Stesso trattamento, con stessa tariffa, per i trasferimenti di immobili acquisiti dagli enti pubblici territoriali.

L’operazione di riscrittura dell’articolo 1 della parte I della tariffa prevista dal Dpr 131/86, avrà pesanti ripercussioni anche per tutte quelle imprese edili, spiega ancora Vannucci, che hanno per oggetto esclusivo o principale dell’attività esercitata le rivendita di beni immobili. In sostanza «l’immobile acquistato da un’impresa edile e rivenduto nei tre anni, scontava un’aliquota dell’imposta di registro pari all’1% del valore. Dal 2014 la percentuale schizzerà al 9 per cento». Stesso aumento (dall’1 al 9%) per i programmi di edilizia residenziale realizzati entro cinque anni all’interno di piani urbanistici particolareggiati. Più contenuto, ma di soli due punti percentuali, l’incremento per il contribuente che fino ad oggi acquistava un immobile di interesse, storico, artistico e archeologico vincolato dallo Stato.

Il Sole 24 Ore 03.03.11

"Se l´istruzione per tutti diventa un bersaglio", di Stefano Rodotà

In pubblico, con toni veementi (esagitati?), il Presidente del Consiglio è andato all´attacco della scuola pubblica come luogo di cattivi maestri, dalla quale a buon diritto genitori liberi e pensosi vogliono tenere lontani i figli. Non è una novità. Per raccattare voti, Berlusconi non va mai troppo per il sottile. Ma una scuola allo stremo avrebbe meritato ben altra attenzione da parte del Presidente del Consiglio e della sua sempre fedele ministra dell´Istruzione (così ne avrebbe scritto Damon Runyon). Se una parola doveva venire, questa doveva essere di riconoscenza e rispetto per chi, in condizioni personali e ambientali sempre più difficili, svolge l´essenziale funzione della trasmissione del sapere e della formazione dei giovani. E anche di rispetto per gli studenti, ridotti nelle sue parole ad oggetti docilmente manipolabili, e che invece hanno mostrato di essere tutt´altro che inclini all´indottrinamento, di possedere sapere critico. Ma è proprio il sapere critico che inquieta, che turba il disegno di una scuola tutta e solo votata alla “formazione al settore produttivo”(queste le larghe vedute del Governo).
La scuola pubblica è un´altra cosa. Le sue ragioni sono oggi persino più forti di quelle che indussero i costituenti ad attribuirle valore fondativo, a costruirla come una istituzione affidata alle cure e agli obblighi della Repubblica, come ben risulta dalla severa lezione di diritto costituzionale impartita da Salvatore Settis all´inconsapevole ministra (Repubblica, 1° marzo). Le nostre società sono divenute più complesse, plurali nella loro composizione, attraversate da conflitti. Hanno per ciò bisogno di spazi pubblici dove le persone diverse possano incontrarsi, dialogare. Di fronte all´altro, infatti, non è più sufficiente la tolleranza. Oggi servono soprattutto riconoscimento, accettazione, inclusione. E per questo non bastano le buone parole, peraltro rare, i propositi virtuosi. Sono indispensabili istituzioni capaci di produrre le condizioni personali e sociali del riconoscimento.
Di queste istituzioni, di questi spazi aperti, la scuola pubblica è la prima e la più importante. Il mettere sullo stesso piano scuola pubblica e scuole paritarie annuncia il passaggio ad un sistema che produce scuole di “appartenenza” – cattoliche o musulmane, leghiste o meridionalizzate, per élites o per diseredati – e avvia un tempo in cui non è la libertà di ciascuno ad essere esaltata, ma nel quale il riconoscimento reciproco è sostituito dall´esasperazione della propria identità, il confronto dalla distanza dall´altro. Chiuso ciascuno nel proprio ghetto, tutti preparati a contrapporsi ferocemente l´un l´altro. Si rischia così una società nella quale nessuno è educato alla conoscenza degli altri, ma solo dei propri simili. Dove, dunque, il dialogo tra diversi diviene impossibile o superfluo, dove non solo la soglia della tolleranza si abbassa drammaticamente, ma si perde pure la possibilità di essere educati alla ricerca di dati comuni, che sono poi quelli che consentono di superare gli egoismi e di individuare interessi generali. Solo una scuola pubblica può trasformare la molteplicità in ricchezza.
Con espressione felice, Piero Calamandrei aveva parlato della scuola pubblica come “organo costituzionale”. Proprio queste parole ci aiutano a cogliere un altro aspetto sconcertante dell´intervento del Presidente del Consiglio. Un organo costituzionale delegittima un altro organo costituzionale. Pure questa non è una novità. Non v´è più nulla nelle istituzioni che Berlusconi pensi che meriti d´essere rispettato, fuori di se stesso. Nel momento in cui la scuola viene indicata al disprezzo dei cittadini come luogo dove si “inculca” qualcosa, ecco costruita la premessa per giustificare il suo abbandono materiale, il taglio delle risorse, la mortificazione di chi lavora lì dentro – docenti e studenti. E, al tempo stesso, si dà nuovo fondamento al “dirottamento” dei fondi pubblici verso le scuole private.
Uso questa parola non per riaprire qui, come pure sarebbe doveroso, la questione della legittimità del finanziamento pubblico alla scuola privata, ma per porre un altro problema. Essendo indiscutibile l´obbligo dello Stato di istituire “scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33 della Costituzione), nel momento in cui le risorse disponibili si riducono, quella chiarissima prescrizione costituzionale deve essere almeno intesa come criterio per la distribuzione delle risorse disponibili, sì che ai privati si dovrebbe arrivare solo dopo aver soddisfatto le esigenze del pubblico.
Si perde, altrimenti, proprio la qualità di organo costituzionale della scuola pubblica, il suo essere luogo di produzione della conoscenza, dunque di una delle precondizioni della stessa democrazia. Ma l´innegabile natura costituzionale della scuola pubblica, improponibile per una scuola privata che può esserci o non esserci, è specificata dal fatto che di essa la Costituzione parla subito dopo aver detto che «l´arte e la scienza sono libere e libero ne è l´insegnamento». Alla scuola pubblica si deve guardare come al luogo del sapere libero e disinteressato, che è la forma del sapere che costruisce il cittadino. Se l´attenzione, invece, è sempre più rivolta al “settore produttivo”, si ha di vista una formazione tutta strumentale, fatalmente riduttiva, persino inadeguata a quelle esigenze di flessibilità culturale che oggi accompagnano qualsiasi lavoro.

La Repubblica 03.03.11

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“Per chi suona la campanella”, di Marco Lodoli

Ci sono i diplomifici a pagamento dove basta pagare la retta per non essere mai bocciati. E poi gli istituti di élite dove dovrebbe formarsi la classe dirigente e dove più che la conoscenza contano le conoscenze. La scuola pubblica vacilla sotto le bastonate del governo, sotto le radiazioni mortali delle televisioni e dei nuovi valori dominanti, disprezzata e vilipesa dal primo che passa e dal primo ministro. I professori sono piuttosto vecchi e giovani non ne arrivano, graverebbero troppo sul deficit; anche gli edifici spesso sono malridotti, sistemarli sarebbe un altro costo impossibile; i programmi spesso sono astrusi, frutto di tanti anni di astrattismi furibondi; i ragazzi sono confusi, a volte addirittura maleducati, imparano poco, pensano ad altro o a niente.
Eppure se vogliamo che l´Italia abbia un futuro, dobbiamo tenerci stretta questa scuola così malridotta e cominciare ad amarla di nuovo e di più, dobbiamo investire denaro e energie nell´unico laboratorio culturale che il paese possiede. Certo, ci sono le scuole private, e sono tante: ma vogliamo vederle un po´ più da vicino, vogliamo entrarci? Appena laureato ho lavorato alcuni anni in diplomifici preoccupati di una sola cosa: la retta mensile. Non c´era problema didattico o disciplinare che non potesse venir spianato da un assegno. Ricordo anche il volto attonito del gestore della mia prima scuola quando si rese conto che avevo rimandato in storia il rampollo di una nobile famiglia: «Ma quelli pagano, pagano! Lo capisci o no? Quelli ci mantengono a tutti quanti, anche a te che vuoi fare l´eroe! I soldi nella tua busta paga ce li mettono loro, è chiaro?». E gli studenti questo lo sanno benissimo, questi principi vengono loro inculcati – per usare un verbo alla moda – concordemente dai genitori e dalla scuola. Sanno di andare avanti spinti dal soffio di una mazzetta frusciante di banconote: do ut des, pagare moneta vedere cammello, tanto dal ministero non arriva nessuno a controllare.
L´educazione si snoda attorno a un solo comandamento: i ricchi se la cavano sempre, anche quelli decerebrati. Poi ci sono le scuole private d´elite, e anche queste stanno aumentando perché fanno promesse importanti. Qui non si tratta più di salvare i mentecatti, qui si tratta di preparare il club dei migliori. “Non conta la conoscenza, contano le conoscenze” questo è lo slogan implicito delle nuove scuole private, quelle con gli stemmi, i nomi inglesi, le divise stirate e inamidate. Qui ci si iscrive in una loggia che durerà nel tempo: ci si scambiano indirizzi, visite, week-end, sorelle e fratelli, qui si cementa la nuova classe dirigente. A volte c´è una spolveratina di cattolicesimo, zucchero a velo, ma di sicuro in nessun luogo al mondo le parole di Gesù valgono meno che qui: amore, fratellanza, carità sono solo carta da parati. Qui i cammelli passano in fila e al trotto nella cruna dell´ago. Le rette si aggirano attorno ai mille euro al mese proprio per fare selezione, per tenere fuori i miserabili. Quali valori sociali vengono inculcati nelle tenere menti dei vari Jacopo e Coralla? Non perdete tempo nella commiserazione, fate finta che tutto vada bene e andate avanti, il mondo vi aspetta!
Per tenere insieme la società c´è solo la scuola pubblica. È commovente vedere come i ragazzi italiani e i ragazzi che in Italia sono arrivati da lontano riescono a stare bene insieme, a capirsi, a spiegarsi, quanta solidarietà c´è tra tutti quanti, quanti discorsi crescono insieme e si intrecciano al futuro. Bisogna solo rendere la nostra scuola più bella, perché sia il fondamento di una società giusta: bisogna credere in questi ragazzi, proteggerli, farli crescere bene, anche se non hanno mille euro al mese da spendere.

La Repubblica 03.03.11

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“Così è cresciuto il nostro paese”, di Miriam Maffai

Fu il centrosinistra degli inizi a portare l´età dell´obbligo a quattordici anni, aprendo così a tutti gli strati sociali la possibilità di accedere agli studi superiori, dai licei fino all´università. Alla fine, a ripensarci adesso, non fu poi così male la nostra scuola ai tempi della cosidetta Prima Repubblica, quando al ministero di Viale Trastevere, comandarono quasi senza interruzione dal 1946 al 1997 uomini della Dc, da Gonella a Gui a Misasi fino a Rosa Russo Iervolino. Qualche battaglia, e non delle meno importanti, è stata vinta. Non fu poi così male la nostra scuola negli anni della Prima Repubblica se, grazie all´impegno dei nostri maestri e delle nostre maestre, si riuscì ad abbattere il tasso di analfabetismo che nel 1951 in Italia era ancora del 14% (con punte del 25% in Puglia e Sicilia e del 32% in Calabria) e si riuscì moltiplicare il numero degli studenti della scuola media che nel 1951 non arrivavano, in tutta Italia, a un milione e venti anni dopo sfioravano i tre milioni.
Non sarà stato merito dei vari ministri democristiani, ma grazie all´impegno dei suoi insegnanti, la nostra scuola pur nelle dure condizioni di quei tempi ha accompagnato e promosso, forse senza programmarla, la crescita del nostro paese. Eravamo allora un paese in movimento, nel quale erano possibili sogni e speranze. Penso alle centinaia di migliaia di contadini meridionali semianalfabeti che, emigrati a Milano o Torino, indicati spregiativamente come “marocchini”, sognavano per i propri figli un futuro da operai. Ed erano migliaia gli operai di Torino o Milano che sognavano per i propri figli un futuro da tecnico o da ingegnere. Solo sogni? No, non furono solo sogni: quello che chiamiamo “ascensore sociale” bene o male per un certo periodo ha funzionato, anche grazie all´impegno ed alla fatica dei nostri insegnanti.
Una spinta decisiva in questo senso venne dalla prima vera riforma della scuola che, ereditata dal precedente regime, prevedeva dopo i cinque anni di elementare due percorsi alternativi: da una parte una scuola media con il latino per i ragazzi (e le ragazze) che si ripromettevano di proseguire gli studi fino all´Università. Gli altri potevano, volendo, frequentare un avviamento professionale o, ancora meglio, dare una mano a bottega o nei campi. Va ascritto a merito del primo centrosinistra, presieduto da Amintore Fanfani, avere cancellato per sempre quello che era stato definito un “marchio dei poveri al bivio dei dieci anni” istituendo una scuola media unica obbligatoria per tutti fino ai 14 anni. E senza il latino. Aspramente discussa e contestata la riforma avrebbe aperto a ceti che ne erano stati fino a quel momento esclusi le porte dell´istruzione superiore, fino, eventualmente, all´Università. Al ministero di Viale Trastevere c´era sempre un democristiano, naturalmente. Era Luigi Gui, un veneto personalmente assai poco proclive alle riforme, ma il clima politico era cambiato e la riforma, fortemente voluta e quasi imposta dai socialisti e dal loro uomo di punta, Tristano Codignola, alla fine nel dicembre del 1962 sarà approvata. Qualcuno definì quella riforma un miracolo.
Poi, nel corso degli anni fu la volta di altri provvedimenti, più o meno ambiziosi e condivisi, destinati a suscitare dibattiti e proteste. Nel corso dei quali mi vien fatto di pensare che bisognerebbe ascoltare di più le voci di coloro che nella scuola lavorano, gli eredi di quei maestri e quelle maestre che ai tempi della Prima Repubblica sconfissero l´analfabetismo e avviarono quell´ascensore sociale di cui oggi sentiamo la mancanza.

La Repubblica 03.03.11

"Il pericolo è un altro Kosovo", di Marta Dassù

La discussione italiana sulla Libia appare sempre un po’ fuori tempo. Siamo partiti troppo lenti, sperando nello status quo. Si è detto che Gheddafi non era come Mubarak: infatti non lo è, è ben peggiore. Ci siamo poi concentrati sul cosiddetto esodo biblico dal Maghreb: e finalmente cominciamo a preoccuparci delle sue conseguenze umanitarie. Infine, mentre c’è aria di guerra civile e sono state firmate le prime sanzioni dell’Onu, abbiamo aperto un «grande dibattito» sul Trattato bilaterale italo-libico: un Trattato che non avrebbe dovuto essere firmato e che è stato ormai superato dagli eventi (qualunque sia l’artificio giuridico per sospenderne l’applicazione).

Insomma, stiamo perdendo di vista il punto cruciale. Il punto cruciale è che Gheddafi non sta mollando e non lo farà. Del resto, la prospettiva del ricorso al Tribunale internazionale rende più difficile di prima una via di uscita negoziata (esilio?) col raiss di Tripolitania. Nel frattempo, la Libia è spezzata in due: la Cirenaica da una parte, con il governo provvisorio di Bengasi, e Tripoli dall’altra. In mezzo, quei millecinquecento chilometri di costa sabbiosa su cui avrebbe dovuto essere costruita la famosa autostrada finanziata dall’Italia. E ai lati una folla di rifugiati, che preme verso la Tunisia e in parte verso l’Egitto. Una bomba umanitaria in piena regola, che si somma alle morti già avvenute con la repressione interna.

Uno stallo del genere, con tutti i pericoli che si porta dietro, era prevedibile. Il comportamento di Gheddafi non è poi molto diverso da quello di Milosevic, altro dittatore amico dell’Italia e che alla fine (1999) abbiamo bombardato, assieme agli impianti di Telecom a Belgrado. Il punto è che la gestione internazionale della crisi libica rischia di entrare in una spirale molto simile: dalle sanzioni economiche ai corridoi umanitari, fino ai bombardamenti militari. Siamo preparati a un esito del genere? La sensazione, guardando agli interventi occidentali degli ultimi due decenni, è che questo tipo di guerre moderne nascano appunto così: come guerre non dichiarate e forse neanche volute, ma che diventano inevitabili come ultimo anello di una catena di azioni-reazioni. Quale Paese in prima linea, molto più esposto di altri, l’Italia ha interesse a evitare che la risposta internazionale alla crisi libica ricalchi le stesse dinamiche. Perché l’esito sarebbe già scritto: finiremo per bombardare Tripoli.

Se americani ed europei decidessero di colpire sedi e strumenti del potere di Gheddafi, come si comincia a chiedere da Bengasi, le implicazioni sarebbero almeno tre. Primo: diventeremmo alleati di una parte in conflitto, così come lo diventammo a suo tempo dei guerriglieri kosovari-albanesi. E’ una scelta politica che siamo intenzionati a compiere? Non è facile rispondere, anche perché non è chiaro, in realtà, come sia composta la galassia assai frammentata dell’opposizione cirenaica. Secondo: l’appoggio cinese e russo alla prima risoluzione dell’Onu è stato essenziale; ma è escluso che Pechino (e forse Mosca) possano votare a favore di un’azione militare, che sarebbe quindi essenzialmente americana ed europea. Dopo aver bombardato, gli occidentali sarebbero comunque oggetto del risentimento della popolazione locale: la gratitudine dei popoli liberati è merce rara.

Terzo: l’uso della forza nei conflitti interni agli Stati non si esaurisce con il primo intervento. Crea anzi le premesse di una lunga presenza, militare e politica, trasformando nei fatti la «responsabilità di proteggere» – ossia un intervento motivato da ragioni umanitarie – in un semi-protettorato. A dodici anni dall’intervento in Kosovo siamo sempre lì, con i nostri soldati e i nostri soldi. E’ un onere che l’Italia e l’Europa sono pronte ad assumersi, in Libia?

Vista l’importanza di queste conseguenze, tentare prima strade diverse è ragionevole – ammesso che la violenza contro il popolo libico non torni a crescere rapidamente. Una parte della diaspora libica, ad esempio, sostiene che nella cerchia ristretta del Colonnello esistano ancora interlocutori possibili, pronti a fare uscire di scena Gheddafi e ad avviare trattative con il governo provvisorio. Un golpe interno, con appoggi internazionali, sarebbe in ogni caso preferibile – almeno come modo per liberarsi del raiss di Tripoli – a un intervento esterno. Nel frattempo, l’Italia dovrà comunque rafforzare gli sforzi umanitari, cercando di garantirsi un appoggio più concreto dell’Europa. Dovrà anche vagliare, con Stati Uniti e Lega Araba (che ha aperto all’Unione africana), l’opzione di una «no fly zone»: non come primo passo verso bombardamenti militari su più larga scala, ma per evitarli, impedendo una repressione tale da costringere a un vero e proprio intervento militare.

In conclusione: i costi e le implicazioni delle decisioni che stiamo prendendo devono essere chiari. Troppo spesso, di fronte alle crisi passate, l’Italia è stata trascinata – a volte nella giusta direzione, a volte meno – dalla spirale degli eventi. In questo caso l’Italia, viste le sue responsabilità particolari di fronte alla Libia, potrà tentare di influire sulle scelte collettive. Ricordando il punto sostanziale: a lungo termine, l’unica vera condizione per la stabilità della Libia è che sia retta dalla propria gente, invece che dai dittatori locali o dalle vecchie potenze coloniali.

La Stampa 03.03.11

Fiducia sul federalismo: Intervento di Pier Luigi Bersani

Signor Presidente, cari colleghi, siamo al quarantaquattresimo voto di fiducia in due anni e mezzo (Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania): credo che, in due anni e mezzo, il Governo non sia quarantaquattro volte più forte, semmai, è altrettante volte più debole. Credo che l’umiliazione del Parlamento non ci dia un Governo più forte e credo che il voto di fiducia, anche stavolta, sia il termometro di una debolezza.
Cari colleghi e cari colleghi della Lega, chiariamo subito un punto: il concetto stesso di federalismo fiscale, lo abbiamo introdotto noi e lo abbiamo messo in Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Siamo interessati a fare il federalismo fiscale. Dunque, se lo si fa, e lo si fa per bene, noi votiamo a favore; se non lo si fa, e si fa un pasticcio, noi votiamo contro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Ebbene, questo decreto sul federalismo municipale, al di là delle vostre favole, è un pasticcio: noi voteremo contro tale decreto e contro la questione di fiducia.
Vi dico perché è un pasticcio. Primo: l’anno scorso, avete fatto un taglio micidiale agli enti locali, che non sono in condizione di garantire i servizi. Con questo decreto, dite loro: se volete mantenere i servizi dell’anno scorso, vi lasciamo mettere nuove tasse. Voi mettete le mani nelle tasche dei cittadini per procura (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). Secondo: non si parli di autonomia fiscale. Il grosso di questa manovra è costituito, invece che da trasferimenti, da compartecipazioni: se non è zuppa, è pan bagnato. Terzo: voi con questo decreto – non negatelo – introducete una patrimoniale sulle piccole imprese, che pagheranno il doppio dell’ICI che pagano adesso (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), per tacere altre cosucce, come il trasferimento di proprietà di immobili, per esempio, per le ONLUS (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Vedrete ad una ad una queste cose.
Voi avete sostanzialmente alleggerito la rendita e caricato su imprese e lavoro: il contrario della nostra proposta. Quindi, siamo in una situazione, con questo decreto, in cui mettiamo più tasse di quelle che c’erano prima e abbiamo meno federalismo di quel che c’era prima (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Con questo, credo di aver chiarito la posizione. Adesso, vorrei passare un attimo alla politica e voglio chiedermi: con questo passaggio e con quello che annunciate sulle regioni, state facendo deragliare una grande riforma, perché per fare una grande riforma ci vuole un filo logico, e il filo logico di una riforma federalista è il seguente. Primo: decidere quali sono i livelli essenziali di servizi e di prestazioni che i comuni devono dare in tutta Italia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Secondo: fare in modo che i costi di quei servizi e di quelle prestazioni siano più o meno uguali in tutta Italia, in modo che nessuno faccia il furbo e ci marci. Terzo: sulla base di questi due punti, organizzare il finanziamento e l’autonomia fiscale, prevedendo meccanismi di perequazione e di equilibrio per non fare ingiustizie fra comuni e comuni. E non si tratta solo di nord e sud, ma di comuni nord-nord e sud-sud.
Non c’è niente di niente di tutto questo, non c’è filo logico. E non venitemi a dire che noi siamo per il Bengodi e che non teniamo conto delle risorse: prima si fa il filo logico e, poi, si realizza con i soldi che ci sono. Noi non pensiamo al Bengodi: voi avete venduto il Bengodi, quando avete parlato di federalismo.

Qui si va alla cieca, si va di fretta: si mette la fiducia e si tira avanti. Vi abbiamo chiesto un po’ di tempo, ma avete rifiutato in modo arrogante, e adesso vedo che con le regioni concedete qualche mese. Perché andate così alla svelta su una riforma che, lo abbiamo scritto tutti, si applicherà in 7 anni? Se va bene, perché in Spagna hanno impiegato 15 anni a farla. Perché correte così? Ve lo dico io: perché la Lega sente che i tempi stringono, e vuole portare a casa la bandierina, comunque sia. Berlusconi sente che i tempi stringono, ha bisogno di sopravvivere, di farsi dare qualche voto per i suoi processi e vi lascia sventolare la bandierina (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Non più tardi di ieri voi avete firmato la lettera al Presidente Fini su una procedura che si propone di fermare i processi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Attenzione, perché al nord, un commerciante, un artigiano o un cittadino che viene accusato di prostituzione di minore va a processo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Non è questione di moralismo, non è questione di puritanesimo, ma è uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Voi ci state facendo perdere la faccia davanti al mondo! In un mondo dove un politico di primo livello, in Germania, si dimette per aver copiato una tesi di laurea. È questo il mondo! Voi ci portate in un altro mondo, in un mondo che non c’è (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)!
Voi state uccidendo gli anticorpi dello spirito civico di questo Paese, e senza anticorpi e senza spirito civico questo Paese non va da nessuna parte (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Io vi parlo diritto, come parla la nostra gente, che è uguale. La nostra gente del popolo parla diritto e io vi parlo diritto, e vi dico: cara Lega, non venite a raccontare che voi reggete Berlusconi per fare il federalismo (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Ve l’ho detto fuori di qui e ve lo dico qui, a partire da quel che pensiamo anche noi: federalismo che unisce, federalismo solidale. Noi vi garantiamo che il processo federalista va avanti anche in diverse condizioni politiche. Se volete reggere il moccolo al miliardario, se volete mettere il carroccio a servizio dell’imperatore non trovate le scuse del federalismo, che non c’entra niente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!
Voi e noi, da posizioni alternative, da posizioni conflittuali, rivendichiamo entrambi di avere radici autonomistiche profonde, nel DNA. Le nostre sono diverse dalle vostre, e vi dico dove sono diverse: voi volete colorare i comuni tutti di verde, mentre per noi il colore del comune è quello del suo gonfalone. L’autonomia la si serve, non la si usa (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Non a caso, otto anni su dieci avete governato e i comuni non sono mai stati messi peggio. Ditemi: cosa avete inventato di politica locale, fuori dalle ronde, che si sono perse nel bosco?
Noi ci crediamo. Crediamo che questo Paese ha realizzato i servizi a partire dalle realtà locali: per gli anziani, i bambini, le attività artigianali, l’urbanistica e la sanità pubblica; tutto è stato inventato a livello locale. Oggi, qui da noi, in Italia, se si facesse una legge per togliere gli incroci semaforici, non succederebbe niente per vent’anni, ma basta che un comune realizzi una rotonda che funziona e la fanno tutti.
Possiamo fare un federalismo fatto bene, per il nord e per il sud, che sono tutti sulla stessa barca. Possiamo farlo. Attenzione, fermatevi (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà), fermatevi! Fermatevi, perché se no questa riforma deraglia.
Se vorrete andare avanti scambiando il guscio vuoto di questa riforma con la sopravvivenza di Berlusconi noi andremo a dirlo in tutti i posti e voi pagherete il tradimento del federalismo (Prolungati applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Congratulazioni – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!

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“Effetto Gelmini” sull’università

Terza e ultima tappa del viaggio nel mondo della scuola e dell’università organizzato dal circolo Pd di San Possidonio in collaborazione con i Giovani Democratici della bassa Modenese. Venerdì 4 marzo alle ore 21,00 presso il centro sociale La Bastia a San Possidonio si parlerà del futuro dell’università e delle proposte del Pd per il rilancio dei nostri atenei. Parteciperanno all’incontro l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura alla Camera dei Deputati; Marina Vignola, consigliera provinciale Pd e ricercatrice dell’Università di Modena e Reggio; Paolo Bignardi, rappresentante del Consiglio di facoltà dell’università di Modena e Reggio.

I primi due incontri hanno affrontato il tema della riforma Gelmini e dei suoi effetti sulla scuola dell’obbligo e sulla scuola secondaria di secondo grado. Al centro dell’incontro di venerdì saranno invece gli effetti dei provvedimenti del governo sull’università.

“Sarà l’occasione – dice Federica Steffanini, segretaria del circolo Pd di San Possidonio – per fare il punto su una questione centrale non solo pert il Pd ma per il futuro del Paese, anche alla luce delle ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio e alle non-smentite del nostro ministro all’istruzione”.