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"La valutazione si fa una e trina", di Alessandra Ricciardi

La riforma spunta nel decreto milleproroghe. La sfida ora si sposta sul regolamento attuativo. Il modello di valutazione è tutt’altro che definito. E però mentre le due sperimentazioni sulla valutazione dei docenti e delle scuole annaspano, a dispetto di dati ufficiali che parlano addirittura di una corsa degli istituti a farne parte (il modello reputazionale, secondo dati ministeriali, avrebbe raccolto circa 45 richieste, non più di 25 saranno accolte), chi valuterà è deciso: la riforma è spuntata nel Milleproroghe approvato al senato e ora è al vaglio definitivo della camera.
Firmata prima dal relatore, Lucio Malan, poi recuperata dal governo nel maxiemendamento su cui c’è stata la fiducia, nel nuovo sistema rispunta l’Indire, con il compito di documentazione e supporto all’autonomia scolastica, si riportano indietro le lancette dell’Invalsi, che si occuperà essenzialmente di fare i test sugli apprendimenti degli studenti, e poi si rinforza il corpo ispettivo, che agirà nell’ambito del ministero e che però sarà dotato di «autonomia e indipendenza». Sulla falsa riga del modello anglosassone, saranno gli ispettori a occuparsi della valutazione «delle scuole e dei dirigenti scolastici». Come? In base a modalità e standard che saranno definiti in un regolamento ministeriale che dovrebbe essere emanato entro 60 giorni. Un termine non prescrittivo e che certamente sarà superato: a causa di quelle trattative che il ministro cercherà di portare avanti con sindacati e associazioni di docenti e dirigenti per arrivare a una riforma, almeno sui contenuti, condivisa. Che eviti di dover fare i conti con la totale contrarietà di molti docenti, quella contrarietà con cui si sono scontrate le due sperimentazione sulla valutazione che ancora non sono decollate. A chi ha accusato il ministro Mariastella Gelmini di aver fatto un vero colpo di mano, approfittando della confusione parlamentare, il capo dipartimento del ministero, Giovanni Biondi, ritenuto il padre del nuovo modello, risponde: «È solo un’opera di razionalizzazione della macchina. I contenuti sono della valutazione sono ancora da decidere». Gli ispettori, che una volta esaurita la selezione in corso dovrebbero essere 250, agiranno probabilmente in una prima fase, ovvero dall’anno scolastico 2012/2013, in via sperimentale. Esamineranno le scuole alla guida di un gruppo allargato di esperti, che dovrà tenere conto dell’organizzazione delle scuole, e dunque delle capacità gestionali, sia amministrative che finanziarie, e dei rendimenti degli alunni.

«Il primo obiettivo è di stilare un piano di miglioramento», spiega Biondi, «con fondi ad hoc per sostenere le discipline e i settori in cui i ragazzi e i docenti hanno maggiori difficoltà». Dunque un processo valutativo in cui saranno strumenti intermedi Indire e Invalsi, «istituti da rinforzare, con un finanziamento ad hoc di una decina di milioni di euro». Le pagelle finali da un lato dovrebbero servire a dire di cosa ha bisogno la scuola per recuperare i gap. Ma anche a decidere i fondi per il merito, in attuazione, ricorda l’emendamento governativo, del decreto Brunetta. «Con un dpcm si è stabilito che le fasce di merito sic et sempliciter nella scuola non si applicano», aggiunge Biondi, «sarà in sede di contrattazione, nel 2013, se ci sarà l’intesa con le parti, che si delineerà lo sviluppo della carriera dei docenti. E dunque come agirà il merito nella nuova declinazione». La filosofia di base prevede che la scuola che migliora le performance ha diritto a un premio, che poi ripartirà al suo interno tra i dipendenti, «magari in base al modello reputazionale», lancia Biondi, «ma dobbiamo verificare. Le sperimentazioni in corso servono a questo. Anzi ho chiesto che, se ci sono altri modelli, li si proponga, c’è tempo anche per una terza valutazione. Ovviamente, nessuno si è fatto avanti». La data decisiva sarà dunque quella del 2013, quando ripartiranno i contratti, stoppati dalla manovra correttiva. E quando il ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, conta di concretizzare una volta per tutte il suo sistema del merito, come ricorda la circolare n. 1/2011.

da ItaliaOggi 22.02.11

"Perché Calderoli ha fermato la diretta", di Rudy Francesco Calvo

Perché Calderoli ha fermato la diretta
Nervosismo e incertezza caratterizzano il Carroccio che blocca “In mezz’ora”
Era facile prevedere che lo stop imposto al filo diretto di Radio Padania Libera con la trasmissione di Lucia Annunziata In mezz’ora avrebbe suscitato polemiche e sospetti sulla sintonia tra i vertici leghisti e la base. Eppure Roberto Calderoli ha deciso di muoversi comunque, a pochissime ore dalla messa in onda su Raitre, per bloccare l’operazione Carroccio on air. Una toppa che ha creato qualche problema, ma che ha tappato appena in tempo un buco che, se si allargasse ancora, rischierebbe di far affondare la barcarola già instabile del governo Berlusconi.
Per capire cosa sarebbe potuto andare in onda dagli schermi di Raitre bastava sintonizzarsi anche ieri sulle onde di Radio Padania, che ha riaperto puntualmente per tutta la giornata i propri microfoni ai contributi degli ascoltatori. O recuperare qualche registrazione delle trasmissioni passate. Si sarebbero potuti ascoltare paragoni azzardati tra Napolitano e Togliatti o che «i napoletani, come nel caso del presidente, sono diversi dai lombardi». Per non parlare dei ben noti giudizi sugli immigrati.
E, soprattutto, degli attacchi a un governo con «tre ex socialisti craxiani» e agli stessi vertici del Carroccio, spesso accusati di essersi “romanizzati” un po’ troppo (vedi la “sistemazione” dell’erede Renzo). Insomma, «quella trasmissione era rischiosa perché bastava estrapolare qualcosa per farci dire quello che vogliono», si spiegava ieri dagli studi dell’emittente leghista.
Resta però il senso politico dell’operazione. Per spiegarlo bisogna partire dal suo artefice, il direttore di Radio Padania Matteo Salvini, e dalle discussioni già animate a via Bellerio sulle prospettive del partito dopo Berlusconi. Se il quotidiano La Padania è considerato organo vicino a Calderoli, seppur attento a mantenere un certo equilibrio, l’emittente del Carroccio e il suo direttore rappresentano invece soprattutto l’area vicina a Maroni, il ministro dell’interno già salito solitario al Colle appena il giorno dopo il colloquio tra Napolitano, Bossi e Calderoli e che non ha partecipato al consiglio dei ministri in cui i suoi due colleghi hanno marcato la distanza dal resto del governo sulla festa nazionale del 17 marzo. Dopo l’intervista del quotidiano verde a Bersani, avallata personalmente dal Senatùr e quindi tenuta in qualche modo “sotto controllo”, un ulteriore contatto tra il mondo della sinistra (Raitre, ma anche la stessa Annunziata) e il Carroccio, per di più della sua parte maggiormente sospettata di ricercare una sponda di dialogo nel Pd, sarebbe stato un segnale pericoloso per la tenuta del governo.
A maggior ragione, se il filo diretto con la base leghista avesse amplificato in tutta Italia il malumore nei confronti dell’alleanza col Pdl. Meglio incassare prima l’unico punto del programma che interessa veramente via Bellerio per questa legislatura: «Dopo il voto sul federalismo invitiamo la Annunziata a braccia aperte», ha precisato Salvini. Allora, perfino qualsiasi parola di troppo contro Berlusconi peserebbe molto meno.
Oggi, intanto, Bossi e Calderoli presenteranno in senato il decreto sul federalismo fiscale, dopo il pareggio nella relativa bicameralina e il conseguente stop imposto da Napolitano.
Domani ci sarà il voto a palazzo Madama, mentre quello della camera è previsto solo per i primi giorni di marzo. Dopodiché, la commissione presieduta da Enrico La Loggia sarà chiamata a votare il decreto sulla fiscalità regionale. I numeri sono sempre gli stessi (quindici per la maggioranza, altrettanti per le opposizioni) e non sembrano destinati a cambiare, nonostante la nuova campagna acquisti del Cavaliere. Un nuovo stop, stavolta, potrebbe indurre la Lega a rovesciare definitivamente il tavolo.

da Europa Quotidiano 22.02.11

"Il sabotaggio della giustizia", di Nadia Urbinati

Il Consiglio dei ministri ha dunque approvato all´unanimità la relazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano sul ddl che contiene la riforma costituzionale della giustizia. Un decreto d´urgenza per riformare (deformandola) la nostra Costituzione in quelle parti che non convengono agli interessi giudiziari del premier. Un comitato formato da ministri ed esperti si riunirà per approfondire i contenuti del testo della riforma e, da quanto è trapelato, pare che all´ordine del giorno del comitato ci sia la proposta di intervenire sulle intercettazioni, riesumando il decreto che è fermo da mesi alla Camera dei deputati. Insomma, la strategia difensiva del presidente del Consiglio di fronte alla giustizia ordinaria consiste nell´usare le sue prerogative per sabotare la possibilità che giustizia sia fatta. Poiché ovviamente lui è l´imputato; imputato di reati penali gravi. Il copione e la regia di questo ddl sono dettati da una pratica di anticostituzionalizzazione, la cui massima è la seguente: la legge ha il compito di favorire, o non danneggiare, chi è al potere.
L´obiettivo che il governo italiano da anni persegue é costituzionalizzare l´incostituzionalitá – poiché alla Legge fondamentale Palazzo Chigi contrappone una legge funzionale al suo inquilino. Attraverso la grancassa dei media questa politica dell´anticostituzionalizzazione viene propagandata come liberale, con l´argomento cioè della difesa dei diritti; all´opposto, la divisione e il bilanciamento dei poteri sono presentati come causa di indebolimento dei diritti. Rovesciati quattrocento anni di storia politica e giuridica occidentale in un batter d´occhio e all´unanimità! Il paradosso è dei piú stridenti poiché, come sappiamo, i diritti sono reclamati e rivendicati da chi è debole contro chi è forte, da chi non ha potere contro chi ha potere. Ma l´Italia è maestra del paradosso: da noi chi ha potere si fa i suoi diritti, ritagliati per sé così da sfuggire alla legge. Il diritto come mezzo di tirannia invece che come strumento di difesa contro la tirannia – un assurdo che nemmeno Robert Filmer, l´ideologo della monarchia per diritto divino ai tempi della Rivoluzione inglese, avrebbe avuto il coraggio di teorizzare.
La politica dell´inconstituzionalizzazione di questo governo consiste nel rovesciamento della logica e della politica dei diritti fondamentali: il potente invece di piegarsi alla legge vuole stare al riparo dalla legge. Operazione retorica sorprendente, poiché l´uso del linguaggio dei diritti per seppellire i diritti è degno di un mago della sofistica. Ma l´arte del sofismo non pare sorprendere i ministri, i quali si comportano come servitori leali del loro capo: tutti a eseguire ciò che egli chiede, a elogiare ciò che egli ama. E a votare all´unanimitá. Tra loro ci sono dei laureati in legge. Sarebbe interessante sapere su quali testi di diritto costituzionale e pubblico abbiano studiato; dove abbiano appreso a interpretare il diritto come mezzo per aumentare il potere di chi ha potere. Luca Palamara, presidente dell´Anm, ha commentato la decisione unanime del Consiglio dei ministri dicendo che si tratta di «un copione già visto: ogni volta che emergono vicende giudiziarie che coinvolgono il premier, prima arrivano insulti, poi seguono iniziative legislative punitive per i magistrati». Il problema, gravissimo, è che quel copione si è visto per troppo tempo, con il pericolo evidente che sia diventato linguaggio ordinario, accettato da troppi; che l´inconstituzionalizzazione sia a tutti gli effetti una politica di ricostituzionalizzazione della nostra democrazia in chiave anti-liberale e autoritaria. E ha ragione Palamara a osservare che non è soltanto la pratica e la retorica del premier che preoccupano; ciò che preoccupa è che quella pratica e quella retorica siano accettate “senza alcuna remora”, senza un´ombra di critica da “ministri in carica, Istruzione, addirittura Esteri e persino Giustizia”. Questa assenza di distacco tra sé e il premier li fa a tutti gli effetti ministri non della Repubblica ma del presidente del Consiglio. Un altro macigno nell´opera di anticostituzionalizzazione della nostra democrazia alla quale questo governo si è dedicato con instancabile sistematicitá.

La Repubblica 22.02.11

"La primavera dei popoli", di Bernardo Valli

Due cambiamenti, sufficienti per segnare la svolta di un´epoca, sono già intervenuti mentre le rivolte nel mondo arabo sono ancora in corso. E la repressione è sempre più sanguinosa in Libia. Il nuovo capitolo di storia non riguarda soltanto i paesi che ne sono il teatro. La zona sensibile, dall´Algeria all´Iran, rappresenta il 36 per cento della produzione mondiale di petrolio. Questo è quel che ci riguarda sul piano concreto, insieme ai rischi di guerre non soltanto civili, in una zona ricca di conflitti latenti, alle porte dell´Occidente europeo. Sul piano politico, ideologico, morale, quel che sta accadendo è inoltre destinato a sconvolgere, a rovesciare il pregiudizio occidentale sul mondo arabo musulmano. Il famoso conflitto di civiltà.
Il primo cambiamento già avvenuto è che uomini e donne rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico, e quindi rifiutano il modello del rais, onnipotente e insostituibile, dominante dall´Atlantico all´Oceano indiano per decenni. Dopo il tunisino Ben Ali e l´egiziano Mubarak, adesso traballa anche Gheddafi, caricatura dell´autocrate arabo miliardario in petrodollari, in esercizio da più di quarant´anni. Altri birilli cadranno.
Cercando di svelare i misteri che inevitabilmente annebbiano i fenomeni rivoluzionari appena esplosi, gli storici più audaci azzardano un paragone: evocano la «primavera dei popoli» del 1848, che in qualche mese sconvolse in Europa il sistema politico creato dal Congresso di Vienna. Dopo grandi sacrifici, generose esaltazioni ed enormi speranze, le rivoluzioni d´allora, verificatesi a catena, dalla Sicilia dei Borboni alla Parigi di Luigi Filippo, fallirono una dopo l´altra.
Stiamo quindi assistendo a insurrezioni popolari, al di là del Mediterraneo, destinate a fallire? Come nell´Europa dell´800 ritornarono le monarchie autoritarie o si formarono nuovi imperi, cosi potrebbero ritornare i rais di cui gli arabi si sono appena liberati o si stanno liberandoo vorrebbero liberarsi? Gli interrogativi restano. Ma forse gli storici sanno soprattutto predire il passato. I nostri sono tempi veloci. I popoli insorti hanno sotto gli occhi i modelli democratici. Le immagini, le informazioni, scavalcano le frontiere e le censure.
Il secondo cambiamento, sottolineato da Henry Laurens, storico del mondo arabo, riguarda l´immagine che gli arabi hanno di se stessi e che da noi era tanto diffusa, al punto da essere un´ossessione. Il manifestante di piazza Tahrir al Cairo o di avenue Burghiba a Tunisi, e l´oppositore al regime di Gheddafi che sacrifica la vita a Benghasi, hanno sostituito l´immagine del terrorista barbuto e fanatico.
I popoli, le cui civiltà erano state umiliate dal colonialismo, decisi a ritornare sulla scena internazionale, si riunirono a Bandung (1955), per celebrare la sovranità dei loro Stati, l´indipendenza nazionale appena conquistata, ed anche per affermare, in certi casi, le loro fedi religiose.
Lo ricorda Jean Daniel, ed io ricordo le corrispondenze di un vecchio reporter, Cesco Tomaselli, mandato nella città indonesiana dove si svolgeva la conferenza, in cui i partecipanti (tra i quali Chou En-lai, Nasser, Tito, Nkrumah, Nehru) venivano descritti, o meglio derisi, come espressioni di civiltà inferiori, scimmiottanti i veri grandi della Terra.
Poco più di mezzo secolo dopo non è più questione di nazione indipendente e di affermazione dell´identità religiosa. Il vecchio cronista, allora convinto rappresentante di una civiltà superiore, scoprirebbe adesso che i giovani tunisini, egiziani, yemeniti, marocchini e anche libici, dei quali non avevamo l´impressione di conoscere i volti, perché il loro paese sembrava incarnato soltanto da Gheddafi, e dalle sue grottesche stravaganze, rivendicano diritti individuali e libertà.
Senza esprimere esigenze religiose. Senza limitarsi a richiami nazionalisti. Esattamente come gli europei del 1848, ma anche come quelli degli Anni Quaranta, della lotta antifascista, e del 1989, dopo la caduta del Muro. La storia si è ricongiunta. Il computer e i suoi derivati hanno aperto uno spazio incontrollabile per gli sgherri del raìs e offrono strumenti comuni a civiltà sempre meno divise. Le idee corrono più facilmente. Conquistano anche i soldati, i coscritti, che dovrebbero reprimere ma che sono spesso sensibili agli slogan dei coetanei pronti a sfidare la polizia di Mubarak e di Ben Ali e gli aerei di Gheddafi.
Gli sconfitti non sono soltanto i rais, a lungo prediletti dalle potenze occidentali, in quanto guardiani dei loro popoli, pronti a combattere, a reprimere le tentazioni integraliste appena affioravano nella società. Anche le correnti estremiste dell´Islam hanno subito una disfatta, perché la sognata rivolta popolare non è stata guidata da loro. Li ha colti di sorpresa. Anzi ha investito lo stesso Iran, dove gli oppositori del governo teocratico hanno rivendicato le stesse libertà chieste a Tunisi, al Cairo, a Tripoli.
Questo ha contato nell´atteggiamento americano. Gli Stati Uniti di Barak Obama sono stati determinanti in Egitto. Questa volta la forza si è messa al servizio della giustizia. Senza l´insistente intervento di Washington i generali del Cairo non si sarebbero risolti tanto presto a sbarazzarsi del presidente, che era anche il loro comandante supremo.
Obama ha mantenuto la promessa fatta due anni fa con il discorso del Cairo, rivolto al mondo musulmano. Ha appoggiato i movimenti democratici, pur compiendo qualche contorsione diplomatica. Per non compromettere troppo la stabilità di vecchi alleati dell´America tutt´altro che democratici. Ad esempio l´Arabia Saudita, insidiata dalla rivolta sciita di Bahrein.
Anche l´Europa è stata fedele ai suoi principi condannando la repressione e pronunciandosi in favore degli oppositori in rivolta. Soltanto l´Italia di Berlusconi ha mancato all´appuntamento d´onore per un paese democratico. Se l´insurrezione libica affogherà nel sangue, il governo italiano avrà la sua parte di vergogna.

La Repubblica 22.02.11

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L´ira della Ue contro la Farnesina “Non può difendere un dittatore”, di BONANNIES

In Europa l´hanno ribattezzata «la schizofrenia di Rue Froissart». È l´ultimo ritrovato della diplomazia berlusconiana: all´ingresso nelle riunioni comunitarie (le auto delle delegazioni entrano appunto da Rue Froissart, sul lato del palazzo del Consiglio) il politico italiano di turno fa dichiarazioni benevolenti verso il dittatore sotto accusa.
Poi, in riunione, vota con gli altri un comunicato di condanna. È già successo all´ultimo vertice europeo, quando Berlusconi, arrivando alla riunione, ha cantato le lodi di Mubarak, per poi approvare una risoluzione di condanna delle repressioni ordite dal raìs egiziano. Era successo in precedenza, quando avevamo difeso il dittatore bielorusso Lukashenko, salvo poi appoggiare le sanzioni Ue alla Bielorussia.
È successo puntualmente anche ieri, con la Libia. Il ministro degli Esteri Frattini, subito dopo l´ingresso da Rue Froissart, ha difeso le ragioni della «riconciliazione» in un Paese dilaniato dalla guerra civile. «Spero che in Libia si avvii una riconciliazione nazionale che porti ad una Costituzione libica, come proposto da Seif al-Islam (il figlio di Gheddafi a capo della repressione, ndr)». Sempre prima di entrare nella sala del Consiglio, il ministro degli Esteri italiano ha messo in guardia l´Europa contro ogni tentativo di interferire negli affari libici: «Non dobbiamo dare l´impressione sbagliata di volere interferire, di volere esportare la nostra democrazia. Dobbiamo aiutare, dobbiamo sostenere la riconciliazione pacifica: questa è la strada», ha spiegato ai giornalisti mentre l´aviazione del Colonnello bombardava i manifestanti. Ma poi, uscito dalla riunione, ha spiegato di condividere pienamente il comunicato finale che «condanna la repressione in corso contro i manifestanti», chiede «l´immediata fine dell´uso della forza» e difende «le legittime aspirazioni e le richieste di riforme del popolo libico», che devono essere soddisfatte «attraverso un dialogo aperto e inclusivo che porti ad un futuro costruttivo per il Paese e per il popolo». Insomma, se non si chiede esplicitamente l´allontanamento di Gheddafi, poco ci manca.
Quali siano le ragioni che spingono il governo berlusconiano a questo tipo di sdoppiamento, è cosa che a Bruxelles stentano a capire. Forse perché non hanno potuto apprezzare fino in fondo quanto sia consustanziale al berlusconismo la “politica dell´annuncio”, che consacra la dicotomia tra fatti e parole.
Forse perché non hanno (ancora) letto l´editoriale di Roger Cohen sul New York Times, che racconta come «Berlusconi scimmiotta i modi dei despoti arabi confondendo se stesso con la Nazione». Ma ormai la «schizofrenia di Rue Froissart» è diventata uno dei divertissements dei diplomatici europei, sempre pronti a sorridere dell´Italia.
Per essere onesti, questa volta Frattini qualche debole tentativo di difendere «l´amico Gheddafi» lo ha fatto anche nel corso della riunione, spalleggiato solo dal collega maltese. Del resto anche Berlusconi all´ultimo vertice, durante la colazione di lavoro, si era speso in una imbarazzante quanto inutile eulogia di Mubarak.
Questa volta, il nostro ministro degli Esteri ha dovuto battersi contro britannici e tedeschi, che volevano rendere ancora più duro ed esplicito il comunicato finale. Il ministro degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, si era spinto fino a chiedere il varo di sanzioni immediate contro il governo libico. Ma alla fine i “falchi” non l´hanno spuntata. «Oggi dobbiamo parlare di dialogo nazionale di riconciliazione – ha spiegato soddisfatto il ministro italiano – non creare le condizioni per un nuovo scontro con decine di migliaia di cittadini europei che vivono in Libia».
Ma anche la delegazione italiana ha dovuto inghiottire qualche rospo. Una proposta, avanzata dal ministro maltese e sostenuta dall´Italia, voleva inserire nel comunicato finale una frase in cui l´Unione europea «riconosce pienamente i diritti sovrani della Libia e la sua integrità territoriale». L´idea, nonostante le premesse di Frattini sulla non interferenza, era forse quella di sottolineare il pericolo di una spaccatura del Paese tra la parte orientale e quella occidentale. Ma molti ministri hanno fatto osservare che, come ha spiegato il belga Steven Vanackere, «riconoscere la piena sovranità dei libici in questo momento equivale a legittimare il massacro dei dimostranti come un affare di politica interna su cui non si può interferire».
Di fronte a questa obiezione, Italia e Malta hanno dovuto rinunciare alla loro richiesta. Ma non importa. «Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto. Anche il comunicato finale parla della necessità di una riconciliazione nazionale». Nel comunicato finale, però, la parola «riconciliazione», tanto cara all´Italia, proprio non compare. Si deve essere persa in Rue Froissart.

La Repubblica 22.02.11

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“Il silenzio colpevole dell’Italia”, di LUCIA ANNUNZIATA

Italia, se ci sei batti un colpo. Mentre ieri a Tripoli le fiamme divoravano edifici pubblici, i valori in Borsa di petrolio e gas cadevano a picco, e aerei e navi portavano via in fretta e furia cittadini stranieri dalla Libia, un tam-tam internazionale, da Bruxelles alla Bbc, al New York Times, ad Al Jazeera, alle rappresentanze diplomatiche europee, ha scaricato su di noi questa affermazione. Sulle tv straniere (ma qualcuno guarda qualcosa che non sia Rai e Mediaset a Palazzo Chigi?) passano e ripassano le immagini degli abbracci fra il nostro premier e Gheddafi, in tutte le loro molte performances: con o senza contorno di guardie del corpo femminili, con o senza mantelli berberi. Richiamata, per una volta, alla sua non lontanissima grandezza, al suo ex destino imperiale, l’Italia è sollecitata da tutta la comunità internazionale perché eserciti, come ogni potenza europea, le responsabilità acquisite nelle nazioni che una volta ha dominato.

Il terremoto che attraversa il Medio Oriente e il Nord Africa ha già infatti coinvolto Francia, Inghilterra, Stati Uniti. L’Italia invece è rimasta a guardare e nemmeno ora che attraverso la Libia il ciclone ci investe direttamente riesce a parlare.

Un silenzio che non è stato rotto dall’intervento di ieri sera del premier, apparso debole nella sua inspiegata contraddittorietà rispetto alle posizioni di solo pochi giorni fa. Né da quello del nostro ministro degli Esteri, la cui posizione, partita con una richiesta di non ingerenza all’Ue perché la «democrazia non si esporta» (ma è lo stesso ministro che la voleva esportare in Iraq solo qualche anno fa?), si è allineata solo alla fine alle critiche europee a Gheddafi. L’andamento ondivago del nostro governo, in una giornata drammatica, ha reso solo più evidente la nostra inadeguatezza al ruolo che dovremmo e potremmo ricoprire e che in parte paghiamo caro in termini di militari e investimenti in varie zone del mondo.

Questa inadeguatezza non nasce oggi, lo sappiamo. Come del resto sappiamo che in queste settimane, dall’inizio della rivolta egiziana, ci siamo rivelati assenti anche nella nostra più naturale e più efficace area di intervento. Quel che finora non sapevamo è invece quanto ostinata e convinta è la nostra indifferenza alla sempre più rapida marginalizzazione che il nostro Paese vive anche dentro l’Europa. Viene in mente, tanto per fare un esempio, un episodio proprio di queste settimane. Dal 4 al 6 febbraio si è riunita l’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, uno degli appuntamenti più rilevanti delle relazioni estere, dove si incontrano in modo informale tutti i protagonisti della politica internazionale. Caduta nel pieno dello sconvolgimento mediorientale, la Conferenza è divenuta occasione di nuovi impegni e nuove riflessioni: Hillary Clinton vi ha pronunciato un intervento considerato ora la nuova piattaforma degli Usa sul mondo arabo, e Cameron vi ha portato la sua già famosa riflessione sul fallimento del multiculturalismo. A Monaco erano presenti la Russia, l’Onu, la Merkel, Ban Ki-moon, il segretario della Nato Rasmussen e il presidente Sarkozy. Ma nel programma di interventi non c’era l’Italia e nessuno lì se ne è sorpreso; né – e questo è più grave – se ne è sorpreso nessuno in Italia.

Questa sorta di rassegnata indifferenza allo sminuirsi del nostro ruolo è sicuramente il frutto più avvelenato di una politica di un governo che appare del tutto avviluppato su sé stesso. Ma nemmeno l’opposizione ha mostrato particolare energia o passione per le vicende che avvengono sotto i nostri piedi nel Nord Africa – nonostante il rapporto con il mondo arabo (vedi il Libano) sia stato sempre un po’ il fiore all’occhiello dei governi di centro sinistra.

Una indifferenza bipartisan, potremmo dunque definirla, che è il miglior sintomo del punto di non ritorno cui è arrivata la nostra crisi nazionale. Il rapporto con Gheddafi e la Libia non è solo, come oggi preferirebbe sostenere qualcuno nell’opposizione, da imputare a Berlusconi. Il premier lo ha caratterizzato e appesantito dai suoi soliti personalismi e opacità, ma la Libia è un partner commerciale che tutti i nostri governi hanno coltivato nel tempo. Basta qui ricordare il ruolo avuto da Romano Prodi nel riportare il leader libico nella comunità internazionale, dopo gli anni di scontro diretto con gli Usa. In Libia abbiamo uomini e denaro, e dalla Libia dipendiamo, per energia, per scambi commerciali, e per investimenti reciproci. La caduta di Gheddafi rischia di essere una caduta di sistema anche per noi.

Per tutto questo, alla fine, sul Medioriente, l’Italia tace. Decidere che fare in questa gigantesca crisi richiede infatti conoscenza, visione, coraggio, progetto e una forte convinzione bipartisan del nostro Paese. Esattamente tutte le condizioni che, mai come in questo momento, ci mancano.

Solo che il silenzio non può durare a lungo. L’orologio ha cominciato il conto alla rovescia di Gheddafi. Delle tante ripetitive, e inutili, richieste di conta parlamentare, l’unica cui ci piacerebbe davvero assistere in questo momento è proprio sulla Libia e il Medioriente. Per vedere il governo e il Parlamento assumersi, in nome del Paese, una responsabilità immediata, trasparente, e pubblica.

La Stampa 22.02.11

Sondaggio: Bersani batte centrodestra 36 a 29

Pier Luigi Bersani batte 36 a 29 Silvio Berlusconi nei sondaggi elettorali di Mannheimer. Durante la registrazione di Porta a Porta di stasera Renato Mannheimer presenta le ultime rilevazioni basate sull’ipotesi che centrosinistra e terzo polo si presentino separati alle elezioni.

Se si votasse ora il centrosinistra guidato da Bersani prenderebbe il 36 % dei consensi e Berlusconi il 29. Questo accadrebbe il terzo polo fosse guidato da Casini al quale andrebbe il 15 % dei consensi. Con Fini invece i terzisti prenderebbero solo l’11 %, mentre il centrosinistra guidato da Bersani avrebbe il 39 % e il centrodestra guidato da Berlusconi solo il 30. Mannehimer commenta che «È la prima volta da mesi che il centrosinistra dimostra di avere delle possibilità».

Peraltro, come candidato premier Bersani sarebbe più forte di Rosy Bindi. L’ipotesi di un centrosinistra guidato dalla vicepresidente della Camera è gradita al 34 % degli elettori. In questo caso il centrodestra di Berlusconi prenderebbe il 29 % mentre il terzo polo a guida Casini avrebbe il 17.

Tutte le rilevazioni sono al netto degli astenuti e degli indecisi. Mannheimer ha rilevato anche l’ipotesi di una ‘santa alleanza’, che prenderebbe il 48 % dei voti ai quali il centrodestra di Berlusconi risponderebbe con il 43 %. In questa ipotesi, Grillo avrebbe il 6 %.

Nella registrazione della serata il sindaco di Firenze Matteo Renzi trova conferma della propria posizione: «Si vede per la prima volta che senza fare ammucchiate c’è la possibilità di vincere le elezioni e questo sconfessa la linea di chi vuole rincorrere Casini o Bossi». Dall’altro fronte il ministro della giustizia Angelino Alfano non manifesta pessimismo: «Cosa poteva succederci di peggio di quello che è successo? Eppure siamo ancora lì a governare. E poi mancano ancora due anni al voto, e facendo le cose che stiamo facendo, mettendo al primo punto l’economia, abbiamo buone chance di vincere ancora». Anche se chi vive sulla propria pelle la situazione economica, non ha motivo di gioire molto né di accorgersi dei presunti benefici dell’azione di governo.

da unita.it

Si allarga lo scandalo dell'Affittopoli a Milano

Martina: “Siamo all’epilogo di una decennale cattiva gestione del patrimonio pubblico. Serve subito e senza tentennamenti un commissariamento dei vertici del Pio Albergo Trivulzio”. È arrivata affittopoli a Milano. La gestione del patrimonio pubblico meneghino è al centro di uno scandalo senza precedenti dopo la scoperta di affitti low cost al Pio Albergo Trivulzio, al Policlinico e al Redaelli. La macchia d’olio si sta allargando sempre di più e non è ancora prevedibile fino a che punto possa coinvolgere Vip o meno che hanno potuto usufruire di tanti benefici e sconti.

Negli cinque ultimi anni circa quaranta immobili pubblici sono stati venduti a privati dal Pio Albergo Trivulzio dopo una serie di aste andate deserte al fine di portare ad un notevole ribasso della quotazione rispetto alla valutazione iniziale dell’Agenzia del Territorio.

I giornali si stanno sbizzarrendo (ovviamente Libero e Il Giornale in testa) nel toto-nomi dei beneficiari ma quello che più importa è che a far parte del gioco, l’interesse è stato trasversale.

“La vicenda affittopoli – ha dichiarato Maurizio Martina, Segretario PD Lombardia – ha dichiarato è l’epilogo di una decennale cattiva gestione del patrimonio pubblico. Serve subito e senza tentennamenti un commissariamento dei vertici del Pat. I responsabili dell’amministrazione devono andarsene immediatamente. E chi ha governato il Comune di Milano negli ultimi vent’anni deve assumersi le proprie responsabilità: alla politica spettavano i controlli e questi non ci sono stati.

Il Pd è impegnato in una battaglia all’insegna della trasparenza totale perché enti come il Trivulzio devono tornare ad essere punti di riferimento per questa città”.

www.partitodemocratico.it

"Dal decreto milleproroghe sparisce l’emendamento su Pompei", di Salvo Sapio

Pompei nelle mani del peggior dilettantismo politico: la maggioranza, in pieno delirio confusionale, riesce per l’ennesima volta a lasciare il sito nel più completo abbandono. Niente stanziamenti adesso perché, secondo il governo, i fondi potrebbero essere erogati in maniera più compiuta «tra uno o due mesi attraverso un altro provvedimento, che potrebbe essere anche un decreto legge». A spiegarlo è il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro che argomenta così la decisione del governo: «Pur essendo l’emendamento su Pompei di fondamentale importanza per il sito, l’esecutivo ha deciso di ritirarlo per non stravolgere, come è accaduto in passato, la natura del decreto milleproroghe che, come si evince dal nome, dovrebbe contenere solo proroghe». Ufficiale comunque «l’intenzione di ripresentarlo» con l’inserimento di nuove norme che «daranno la possibilità alla Soprintendenza di Pompei di arginare il sistema burocratico, che appesantisce l’azione dei soprintendenti, dandole maggiori poteri per quanto riguarda spese, appalti e cantieri. Nonostante il blocco del turn over del pubblico impiego, la Soprintendenza avrà la possibilità di assumere nuovo personale.

Teniamo presente – ha concluso Giro – che gli scavi di Pompei avrebbero bisogno di almeno una trentina di archeologi». «Si tratta di una bocciatura tecnica e non politica» aggiunge il senatore del Pdl Lucio Malan, relatore dell’emendamento su Pompei. E aggiunge: «Se avessimo saputo della bocciatura avremmo evitato di presentarlo». Infine un riferimento a possibili finanziatori privati: «Se si facesse vivo qualche sponsor il governo sarebbe legittimato a fare un decreto ad hoc che ne consentisse l’immediato coinvolgimento». E ora, da dove si ricomincia? «Bisogna chiederlo al ministro Bondi» conclude il senatore del Pdl. Sempre per il fronte Pdl va registrata la posizione della senatrice Diana De Feo: «Il problema di Pompei non è assolutamente legato ai fondi. I soldi che il sito incassa dalle visite non solo gli bastano ma addirittura gli avanzano, visto che il Tesoro ha ritirato dalle casse degli scavi 70 milioni di euro, perché non erano stati spesi. Decine di architetti e ingegneri dell’università di Napoli sono poi pronti a mettere gratuitamente a disposizione le loro capacità per studiare a fondo la situazione».

Argomentazioni opposte arrivano dal dal Pd che, attraverso Vincenzo Vita (vicepresidente della commissione Cultura al Senato) annuncia che, dopo il ritiro dell’emendamento deciso dal governo, «sarà il Partito democratico a presentare in Parlamento un disegno di legge per la conservazione e la valorizzazione del sito archeologico». Lo stesso Vita, tra l’altro, ha anche dichiarato di non credere all’intenzione del governo di riproporre il provvedimento tra un paio di mesi, e di vedere «nella decisione del suo ritiro dal milleproroghe solo la conferma della totale assenza di una politica culturale negli atti e nelle scelte dell’esecutivo». Stessa linea che arriva dai sindacati. «Quella che sembrava una emergenza nazionale si legge in una nota della Uil – si è invece rivelata una ennesima boutade. Questo significa che ancora non esiste un piano per Pompei». Infine la Cgil Campania che, in una nota, esprime «contrarietà alla posizione espressa dal presidente della Regione circa l’orientamento che il sito di Pompei debba essere gestito più dai privati che dal pubblico».

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«Milleproroghe scandaloso. Solo favori, l’economia è ferma», di Bianca Di Giovanni

Il decreto arriva in Aula senza l’esame delle Commissioni: fatto senza precedenti. Una miriade di micro-misure che non affrontano i problemi strutturali del Paese. Non solo un «Parlamento svuotato», o «ridotto alla paralisi»,ma anche un Paese «dimenticato, dove non si affrontano i veri problemi, quelli di sistema, gli appuntamenti determinanti con l’Europa, la questione del debito», ma si va avanti «con provvedimenti omnibus privi di una visione» e soprattutto ci si concentra sui problemi personali del premier.
«Giustizia, corte costituzionale, processo breve: a questo pensa il consiglio dei ministri, mentre la crisi morde le famiglie, i precari, i più poveri. Credo che non ci sia un precedente simile nel resto del mondo».
Interviene così Michele Ventura, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, alla vigilia della settimana in cui il Milleproroghe «sbarca» in Aula senza essere stato esaminato in Commissione.
Anche questo un fatto senza precedenti. «Così come è senza precedenti il fatto che abbiano annunciato la fiducia in Aula ancora prima di conoscere il numero degli emendamenti. Oppure il fatto che per evitare il voto nelle commissioni (dove i numeri sono in favore delle opposizioni) sia stata la maggioranza a fare ostruzionismo, con il risultato che non è stato dato mandato al relatore per l’Aula. Insomma, il testo arriva in Aula senza esame».
A questo punto che margini ci sono per la battaglia in Aula?
«Abbiamo deciso insieme a tutte le opposizioni di illustrare in modo ampio le nostre posizioni durante la discussione generale, stessa cosa per le dichiarazioni di voto e per l’illustrazione degli ordini del giorno. Immagino che la fiducia venga posta martedì per essere votata giovedì, e che si arrivi al voto finale tra venerdì e sabato. In ogni caso non possiamo accettare uno svuotamento di questo genere del Parlamento» Questa«grande alleanza»che vi unisce contro il Milleproroghe può considerarsi come una prova di quella ipotizzata a livello politico?
«L’alleanza tra tutte le opposizioni ci sarà sia in questa settimana sul Milleproroghe, sia in quella successiva sul decreto sul federalismo municipale.
A livello parlamentare c’è una visione comune. Di qui a parlare di un’alleanza politica ce ne corre, perché giocano altri fattori».
In questo decreto compaiono più tasse (si pensi all’euro in più per il cinema), più poltrone per Roma, un condono per la Campania. Cosa hanno detto i leghisti, che tra l’altro hanno anche il presidente della commissione Bilancio?
«Non hanno detto assolutamente nulla, anche perché hanno evitato di entrare nel merito. Poi non dimentichiamo che la Lega qui ha infilato le quote latte: non poteva certo alzare la voce».
Insomma, si affronta la crisi con micromisure.
È questo che contestate?
«Contestiamo il fatto che in un provvedimento che contiene tutto e di più (anche perché si è eliminata la Finanziaria), non ci sia nulla sulle grandi questioni del Paese. Ad esempio sul Patto di stabilità, sui precari delle Università, con molti atenei, anche di prestigio, che rischiano di andare in tilt, così come sui lavoratori a termine di altre amministrazioni pubbliche. Per non parlare del Fus e dei lavoratori dello spettacolo. Non c’è una visione strategica. La destra non ha in testa il fatto che bisogna affrontare le scadenze europeee, rilanciare la crescita, pensare alle grandi infrastrutture. Ha in testa altro, specie i problemi personali di Berlusconi».
In tutto questo cosa fa il Pd?
«Il Pd vuole far capire al Paese che le priorità sono altre, modificare l’agenda, invertire la situazione.
Questo stato di cose ha provocato stagnazione e un Paese senza futuro. Noi dobbiamo far sapere che sono
possibili formule alternative, stabilendo altre priorità».

L’Unità 21.02.11