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Rifiuti Campania: l'Europa smonta il miracolo di Berlusconi

Il Parlamento Europeo approva una Risoluzione congiunta che chiede all’Italia di fare luce sulla crisi rifiuti in Campania e di rispettare le normative Ue.
Il Parlamento europeo ha preso una posizione chiara, “approvando a larga maggioranza una risoluzione che chiede all’Italia di fare piena luce sui tempi e sulle modalità di superamento della crisi rifiuti in Campania”. Il testo è stato presentato congiuntamente dalle sinistre e dai liberal democratici (S&D, GUE/NGL, ALDE, Verts/ALE), mentre sono stati respinti tutti i 17 emendamenti presentati da 40 deputati del Ppe ed in particolare, da tutti gli italiani del Pdl. La Risoluzione è passata con 374 voti a favore, 208 contrari e 38 astenuti.

Questi i punti più importanti della risoluzione approvata dal PE

• Si “deplora la precedente decisione di aprire discariche in aree protette all’interno del parco nazionale del Vesuvio, come a Terzigno” e “non sia accetta qualsiasi altro progetto di ampliamento di queste discariche”.

• La Risoluzione chiede “il blocco dei fondi Ue per la Campania (145,5 milioni di euro) fino a quando la Regione non avrà un piano adeguato ed effettivamente conforme alle norme Ue”. Fondi stabiliti dalla Corte di Giustizia con una sentenza del 4 marzo 2010.

• Per quanto riguarda la pesante multa cui l’Italia andrebbe incontro se non ottemperasse le richieste di Bruxelles, il Parlamento europeo ”invita la Commissione a monitorare gli sviluppi e a sfruttare i propri poteri, anche intentando una nuova azione che chieda sanzioni pecuniarie (articolo 260 del TFUE), facendo sì che le discariche esistenti rispettino la legislazione Ue”.

• La risoluzione ricorda che l’emergenza rifiuti riguarda anche il Lazio, la Calabria e la Sicilia. Inoltre sottolinea che “i progressi compiuti nella riduzione dei rifiuti e nel riciclaggio dei rifiuti domestici sono stati minimi e che rifiuti domestici e di altro tipo continuano ad essere portati nelle discariche indiscriminatamente, talvolta a quanto sembra mescolati a vari tipi di rifiuti industriali”.

• Nei suoi passaggi più politici il testo della risoluzione comune, frutto del lavoro di cucitura svolto dal Pd di fronte ai testi inizialmente presentati dai Verdi e dalla Sinistra radicale (Gue), osserva che ”le misure straordinarie sono state’controproducenti e teme che l’opacità da parte delle autorità pubbliche abbia favorito una maggiore presenza di gruppi di criminalità organizzata, anziché ridurla e quindi chiede alle diverse autorità di assicurare un livello di trasparenza molto maggiore”.

Durante le dichiarazioni di voto, l’eurodeputata olandese Judith Merkies (S&D), prima firmataria della risoluzione, ha chiesto un voto favorevole spiegando che: “l’intenzione del testo è quella di mandare un messaggio politico forte”; “l’Italia, come tutti gli altri Paesi, deve necessariamente rispettare le normative Ue”; che “gli emendamenti presentati dal Ppe non sostenendo questa tesi rischiano di annacquare questo messaggio”.

Gli eurodeputati del Pd Andrea Cozzolino e Mario Pirillo hanno spiegato come si sia giunti alla Risoluzione comune. “Abbiamo lavorato con spirito costruttivo perché non prevalesse un intento punitivo, che pure in tanti auspicavano, ma perché si ponesse l’accento sulla necessità del pieno rispetto della legalità europea e della definizione di un percorso che porti presto allo sblocco dei fondi attualmente congelati per la sentenza della Corte europea”.

“Registriamo che purtroppo la delegazione del Pdl – hanno chiarito i due europarlamentari – insistendo sull’elogio dell’azione del governo, si é ritrovata totalmente isolata all’interno del suo stesso gruppo, rimediando non solo la bocciatura di tutti gli emendamenti proposti, inclusi quelli potenzialmente utili, ma anche una vasta adesione del PPE alla risoluzione congiunta, elaborata dal gruppo dei Socialisti e Democratici con il contributo decisivo della delegazione italiana”.

Stella Bianchi della Segreteria del Partito Democratico, Responsabile Ambiente ha sottolineato come “ancora una volta l’emergenza campana è ancora ben lontana dall’essere risolta. E questo è ribadito anche da Bruxelles, dove è stato inferto un altro colpo al tanto sbandierato miracolo di Berlusconi sui rifiuti in Campania. Insomma, una bocciatura netta delle misure straordinarie assunte dal governo Berlusconi e la conferma che i fondi europei saranno liberati solo se il piano di gestione dei rifiuti sarà effettivamente conforme alle norme comunitarie”. Ha detto Bianchi: “Nel decreto fatto approvare dal governo non c’è la soluzione a questi problemi e intanto, i rifiuti sono ancora nelle strade della provincia e stanno aumentando anche in quelle di Napoli con il rischio concreto che l’emergenza esploda di nuovo con forza a breve, a meno che Provincia e Regione non individuino con urgenza siti in cui sversare in sicurezza. E’ ora di cambiare pagina”.

Enzo Amendola, Segretario regionale del Pd Campania, dopo l’appello lanciato alla Provincia di Napoli dall’assessore all’Igiene urbana del Comune di Napoli, che ha lamentato ridarti nello scarico a causa della saturazione degli impianti, ha rilasciato nuove dichiarazioni. “Ci preoccupano le parole di Paolo Giacomelli -ha detto Amendola -. Le istituzioni che per legge hanno le competenze, la Provincia di Napoli e la Regione Campania, inizino da subito a lavorare per riportare la gestione dello smaltimento nel ciclo ordinario. Non bastano più le promesse e i bluff del Premier Silvio Berlusconi e del centrodestra”.

Sta ora al governo e alla Regione Campania rispettare gli impegni assunti con l’Europa, svelando e approvando in tempi brevi un piano rifiuti credibile e ben definito, piuttosto che litigare sulla responsabilità della nuova crisi, che ha dei dati allarmanti riguardo la gran quantità di rifiuti che si sta accumulando, si parla nuovamente di tonnellate. Quindi la spazzatura c’è e resta per strada.

Alleghiamo il testo integrale della Risoluzione congiunta sui rifiuti approvata al PE

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Le notti di Arcore e la notte italiana", di Gustavo Zagrebelsky

Perché siamo qui? Che cosa abbiamo da dire, da chiedere? Niente e tutto. Niente per ciascuno di noi, tutto per tutti. Non siamo qui nemmeno come appartenenti a questo o quel partito, a questo o quel sindacato, a questa o quella associazione. Ciò che chiediamo, lo chiediamo come cittadini. Chi è qui presente non rappresenta che se stesso. Per questo, il nostro è un incontro altamente politico, come tutte le volte in cui, nei casi straordinari della vita democratica, tacciono le differenze e le appartenenze particolari e parlano le ragioni che accomunano i nudi cittadini, interessati alle sorti non mie o tue, ma comuni a tutti. Non siamo qui, perciò, per sostenere interessi di parte. Ma non siamo affatto contro i partiti. Anzi, ci rivolgiamo a loro, di maggioranza e di opposizione, affinché raccolgano il malessere che sale sempre più forte da un Paese in cui il disgusto cresce nei confronti di chi e di come governa; affinché i cittadini possano rispecchiarsi in chi li rappresenta e sia rinsaldato il rapporto di democrazia tra i primi e i secondi, un rapporto che oggi visibilmente è molto allentato.
Nulla abbiamo da chiedere per noi. Non chiediamo né posti, né danaro. Non siamo sul mercato. È corruzione delle istituzioni l´elargizione di posti in cambio di fedeltà.
corruzione delle persone l´elargizione di danaro in cambio di sottomissione e servizi. Crediamo nella politica di persone libere, non asservite, mosse dalle proprie idee e non da meschini interessi personali per i quali si sacrifica la dignità al carro del potente che distribuisce vantaggi e protezione. Anzi, chiediamo che cessi questo sistema di corruzione delle coscienze e di avvilimento della democrazia, un sistema che ha invaso la vita pubblica e l´ha squalificata agli occhi dei cittadini, come regime delle clientele. I cittadini che ne sono fuori e vogliono restarne fuori chiedono diritti e non favori, legalità e non connivenze, sicurezza e non protezione. Non accettano doversi legare a nessuno per ottenere quello che è dovuto. Vogliono, in una parola, essere cittadini, non clienti e non ne possono più di vedersi scavalcati, nella politica, negli affari, nelle professioni, nelle Università, nelle gerarchie delle burocrazie pubbliche, a ogni livello, dal dirigente all´usciere, non da chi merita di più, ma da chi gode di maggiori appoggi e tutele.
Chiediamoci, in questo quadro, perché le notti di Arcore – non parlo di reati, perché per ora è un capitolo di ipotesi ancora da verificare – sono esplose come una bomba nel dibattito politico, pur in un Paese non puritano come il nostro, dove in fatto di morale sessuale si è sempre stati molto tolleranti, soprattutto rispetto ai potenti. Dicono che il moralismo deve restare fuori della politica, che ognuno a casa propria deve poter fare quel che gli aggrada (sempre che non violi il codice penale), che il pettegolezzo non deve mescolarsi con gli affari pubblici. È vero, ma non è questo il caso. Se si trattasse soltanto della forza compulsiva e irresistibile del richiamo sessuale nell´età del tramonto della vita, non avremmo nulla da dire. Forse deploreremmo, ma non giudicheremmo per non dover poi essere, eventualmente, noi stessi giudicati. Proveremmo semmai, probabilmente, compassione e magari perfino simpatia per questa prova di senile, fragile e ridicola condizione di umana solitudine. Ma non avremmo nulla da dire dal punto di vista politico.
Ma la verità non si lascia dipingere in questi termini. La domanda non è se piace o no lo stile di vita di una persona ricca e potente che passa le sue notti come sappiamo. Questa potrebbe essere una domanda che mette in campo categorie morali. La domanda, molto semplicemente, è invece: ci piace o no essere governati da quella persona. E questa è una domanda politica.
La risposta dipende dalla constatazione che tra le mura di residenze principesche, per quanto sappiamo, viene messo in scena, una scena in miniatura, esattamente ciò che avviene sul grande palcoscenico della politica nazionale. Le notti di Arcore assurgono a simbolo facilmente riconoscibile, in versione postribolare, di una realtà più vasta che ci riguarda tutti. È un simbolo che ci mostra in sintesi i caratteri ripugnanti di un certo modo di concepire i rapporti tra le persone, nello scambio tra chi può dare e chi può ottenere. È lo stesso modo che impera e nelle stanze d´una certa villa privata e in certi palazzi del potere. Questo, credo, è ciò che preoccupa da un lato, indigna dall´altro.
Non troviamo forse qui (nella villa) e là (nel Paese), gli stessi ingredienti? Innanzitutto, un´enorme disponibilità discrezionale di mezzi – danaro e posti – per cambiare l´esistenza degli altri attraverso l´elargizione di favori: qui, buste paga in nero, bigiotteria, promozioni in impensabili ruoli politici distribuiti come se fossero proprietà privata; là, finanziamenti, commesse, protezioni, carriere nelle istituzioni costituzionali (la legge elettorale attuale sembra fatta apposta per questo), nell´amministrazione pubblica, nelle aziende controllate. Dall´altra parte, troviamo la disponibilità a offrire se stessi, sapendo che la mano che offre può in qualunque momento ritrarsi o colpirti se vieni meno ai patti. Cambia la materia che sei disposto a dare in riconoscenza al potente: qui, corpi e sesso; là, voti, delibere, pressioni, corruzione. Ma il meccanismo è lo stesso: benefici e protezione in cambio di prove di sottomissione e fedeltà, cioè di prostituzione. Ed è un meccanismo omnipervasivo che supera la distinzione tra pubblico e privato, perché funziona ogni volta che hai qualcosa da offrire che piaccia a chi ha i mezzi per acquisirlo.
Qui e là questo sistema alimenta un mondo contiguo fatto di gente alla ricerca di chi “ci sta” e possa piacere a quello che è stato brillantemente definito “l´utilizzatore finale”: lenoni e faccendieri, gli uni per selezionare e reclutare corpi da concorsi di bellezza e luoghi di malaffare e organizzarne il flusso, gli altri per sondare disponibilità e acquisire fedeltà nei luoghi delle istituzioni dove possono essere utili. Analogo, poi, è il rapporto che si instaura tra i partecipanti a questi giri del potere. Poiché la legge uguale per tutti sarebbe incompatibile con un tal modo di concepire il potere, i rapporti di connivenza, molto spesso, anzi quasi sempre, si basano sull´illegalità e, a loro volta, la producono. Tutti cascano così nelle mani l´uno dell´altro e il giro si avviluppa nella reciprocità dei ricatti. Così, chi se ne è messo a capo è destinato, prima o poi, a diventare succubo, a trasformarsi in una vuota maschera che parla, vuole, magari fa la faccia feroce ma in nome altrui, il suo unico interesse riducendosi progressivamente a non essere rovinato dai sodali. A quel punto, è pronto a tutto.
Ritorniamo all´inizio. Non chiediamo nulla per noi ma tutto per tutti. Il “tutto per tutti” è lo stato di diritto e l´uguaglianza di fronte alla legge; il rispetto delle istituzioni e della dignità delle persone, soprattutto quelle più esposte ai soprusi dei prepotenti: le donne, i lavoratori a rischio del posto di lavoro, gli immigrati che noi bolliamo come “clandestini”; la disciplina e l´onore di chi ricopre cariche di governo; l´autonomia della politica dall´ipoteca del denaro e dell´interesse privato nell´uso dei poteri pubblici; l´indipendenza dei poteri di garanzia e controllo; l´equità sociale; la liberazione dall´oppressione delle clientele. Un elenco penoso di doglianze e un vastissimo programma di ricostruzione che è precisamente ciò che sta scritto a chiare lettere e per esteso nella Costituzione: la Costituzione che per questa ragione è diventata segno di divisione tra opposte concezioni della politica.
La richiesta di dimissioni del Presidente del Consiglio non è accanimento contro una persona. Sappiamo bene che la concezione del potere ch´egli rappresenta ha, nella nostra società, radici lontane e profonde, di natura perfino antropologica, e che perciò ha buone possibilità di sopravvivergli in quelli che si preparano a raccoglierne la successione, per il momento in cui si sentiranno pronti ad abbandonarlo. Ma sappiamo anche che, per ora, quel sistema di potere è incarnato, e in modo eminente, proprio da lui. Onde è da lui che occorre incominciare, non per fermarsi a lui ma per guardare oltre, al sistema di potere che l´ha espresso e di cui egli è, finché gli sarà possibile, l´interprete più in vista.

La Repubblica 04.02.11

"Le riforme sono impossibili in questo clima", di Luigi La Spina

La coincidenza temporale è stata significativa. I due voti con cui ieri il Parlamento, prima, ha negato l’approvazione del decreto sul federalismo e, poi, ha respinto la richiesta di perquisire l’ufficio di uno dei tesorieri di Berlusconi hanno illuminato, con la massima chiarezza, la situazione in cui si trova la politica italiana. Da un lato, una fondamentale riforma, destinata a modificare radicalmente la struttura istituzionale del nostro Paese, a incidere sulle condizioni di vita degli italiani e sulle loro finanze, parte, se davvero riuscirà a partire, male, senza l’ampio consenso che sarebbe stato necessario. Dall’altro, i ripetuti tentativi dell’opposizione di sconfiggere, in aula alla Camera, la maggioranza si scontrano puntualmente con numeri risicati, sì, ma compatti e persino leggermente in aumento.

Quella coincidenza, peraltro, non è solo temporale, ma politica. Dimostra, infatti, come siano indissolubilmente intrecciate questioni legate al futuro dell’Italia, al suo sviluppo economico, alla sua coesione sociale e nazionale, e problemi legati alla figura del suo premier, Silvio Berlusconi.

Perché i rappresentanti della Lega e del Pdl, alla cosiddetta «Bicameralina» che doveva approvare il parere sul federalismo, hanno disperatamente cercato di modificare il testo proposto dal governo, pur di ottenere l’assenso di qualche parlamentare dello schieramento avverso. Senza troppo badare alla coerenza dell’intento federalista e alle conseguenze degli emendamenti proposti dall’opposizione. Con il risultato, del resto, di non raggiungere l’obiettivo sperato. Mentre il leader del Pd, Bersani, ha dichiarato, senza troppi giri di parole, la sua disponibilità ad approvare il federalismo se il presidente del Consiglio si dimettesse.

E’ vero che la condizione di precarietà e di confusione in cui versano il Parlamento e il Paese è dovuta anche a errori tattici evidenti nella strategia delle forze che sostengono il governo. Se il cosiddetto «lodo Alfano» fosse stato proposto in forme più accettabili e con legge costituzionale, forse Berlusconi, oggi, sarebbe già protetto dalle conseguenze delle sue vicende giudiziarie. E se, per il federalismo, non si fosse ricorso alla costituzione di una commissione «Bicamerale», nome che evoca già infausti ricordi di analoghi fallimenti, la strada di questa riforma sarebbe stata più agevole.

A questo punto, Bossi ha tutto l’interesse a rivendicare, nei confronti dei suoi elettori, una mezza vittoria invece che a dover ammettere una mezza sconfitta. Così si spiega la sua insistenza, ieri sera, nel chiedere a Berlusconi il varo immediato di un decreto legislativo sul federalismo, nonostante le perplessità politiche del Quirinale e quelle giuridico-parlamentari di alcuni costituzionalisti. Così si capisce come i margini di trattativa con la Lega del presidente del Consiglio, se vuole salvare il suo governo, siano ridottissimi e possano arrivare anche all’azzardato tentativo di cambiare la composizione di quella «Bicameralina», con le ovvie conseguenze di inasprire i già tesi rapporti tra i presidenti delle due Camere.

Al di là del pallottoliere in Parlamento, degli errori strategici e delle furbizie tattiche, dei rapporti tra Berlusconi e i magistrati, la domanda fondamentale, però, è un’altra: in questo clima politico e sociale si può davvero discutere delle virtù e dei difetti del federalismo, valutare le conseguenze sul carico fiscale che graverà sui cittadini, giudicare se sia davvero a rischio la solidarietà nazionale o se questi timori siano solo spettri strumentali per avversarlo? Quando una riforma di tale portata può dipendere dalle confessioni di una ragazza ospite a villa Macherio o da uno scambio indebito tra la sua approvazione e la scomparsa di Berlusconi dalla presidenza del Consiglio.

Non è solo il federalismo, e già basterebbe, a essere condizionato impropriamente dalla situazione politico-parlamentar-mediatica nel nostro Paese. L’ipotesi delle elezioni stravolge il significato di altri importanti provvedimenti, quelli sull’economia. Così, la proposta di una patrimoniale per ridurre il debito pubblico, maldestramente e masochisticamente avanzata da alcuni rappresentanti della sinistra, finisce per fornire un formidabile assist alla propaganda pre-elettorale di Berlusconi. Un aiuto, peraltro, di cui la bravura mediatica del premier non avrebbe bisogno, essendo largamente sufficiente per prevalere in qualsiasi dibattito televisivo. Ma anche le nuove proposte del presidente del Consiglio, sul tema dell’economia, vengono del tutto subordinate all’eventualità di un imminente voto. Sia per le sbrigative reazioni dei suoi oppositori, sia per l’evidente velleità di chi, in un periodo del genere, pensa che la principale preoccupazione di imprenditori, lavoratori e cittadini italiani sia la modifica dell’articolo 41 della Costituzione. Tra poco più di un mese si celebrerà la festa per i 150 anni dell’unità italiana. Davvero si poteva sperare in un clima migliore.

La Stampa 04.02.11

Camera dei Deputati. L'aula rinvia gli atti alla Procura di Milano: intervento di Dario Franceschini

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, mi rivolgo a lei anche se, come al solito, non è in quest’Aula, ma segue il dibattito daltelevisore del suo ufficio perché prova un certo disagio ad ascoltare le parole di chi la critica pubblicamente (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Mi voglio, però, rivolgere a lei e parlare oggi di politica, non di indagini perché le indagini sono compito della magistratura, è l’accertamento dei reati, e non per fare moralismo perché sappiamo di non avere i titoli per farlo e perché gli italiani si sono già fatti un’idea per conto loro sugli stili di vita e sulle serate del Presidente del Consiglio.
Soltanto di due aspetti dobbiamo parlare perché sono oggetto del voto di quest’Aula. Lei ha spinto la sua maggioranza, con il voto della Giunta per le autorizzazioni, a negare la perquisizione in alcuni uffici. Basterebbe questo per farci un’idea. Lei si proclama innocente e perseguitato e, allora, sappia che una persona innocente ed onesta non ricorre a stratagemmi ed a trucchi, ma, di fronte alle forze dell’ordine ed ai magistrati, li prega di entrare in casa sua perché non ha nulla da nascondere (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori) e, anzi, vuole che la perquisizione dimostri che è innocente e vittima di una persecuzione giudiziaria e si difende, in questo modo, dalle accuse infamanti che gli sono rivolte. E la seconda cosa è questo tentativo maldestro di stabilire che la competenza è del Tribunale dei ministri; basterebbe dire che non è competenza della Camera stabilire il livello giurisdizionale che deve occuparsi di un reato.
Ma perché tanta testardaggine ? Gli italiani che ci ascoltano lo devono sapere: per una semplice differenza, perché contro un parlamentare, cioè l’onorevole Berlusconi, si può andare a processo senza
autorizzazione a procedere di quest’Aula, contro un Ministro, invece, davanti al Tribunale dei ministri, si può procedere soltanto con l’autorizzazione di quest’Aula.
E questo è l’ultimo trucco (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori): lei vuole usare un’altra volta la sua maggioranza per sottrarsi alla giustizia italiana. Fa così da 17 anni. Quell’elenco è vergognoso e lei va in televisione a dire che è sempre stato assolto. Basta con questa fandonia ! Le leggi vergogna: le rogatorie internazionali, il falso in bilancio, la legge Cirami, il lodo Schifani, il lodo Alfano, la legge Cirielli, il legittimo impedimento, il condono. Vi danno fastidio queste cose (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà) e quelle ancora in cantiere come il processo breve e le intercettazioni.
Un elenco che fa rabbrividire, un elenco di schiaffi in faccia agli italiani, al principio dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia). Questa volta, per sottrarsi al suo giudice naturale, è caduto davvero nel ridicolo. Dopo aver detto per giorni, lei e le persone a lei vicine, che non aveva mai detto che questa ragazza era nipote del presidente egiziano, per andare nelle competenze ministeriali è arrivato a dire, ad affermare, a far sostenere negli atti, che lei credeva davvero fosse la nipote del Presidente Mubarak e che, addirittura, ne ha parlato con lui. Capisco che, in questi giorni, il presidente egiziano non abbia tempo per smentire questa affermazione, ma voglio crederle e, allora, le do un consiglio per il futuro: se le capiterà, per dovere istituzionale naturalmente, un’altra volta di dover chiamare una questura per fare rilasciare la nipote di un Capo di Stato straniero, magari mandi un ambasciatore a prenderla e la faccia dormire in ambasciata (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia), non mandi una ragazza che, dopo poche ore, la riconsegna ad una prostituta brasiliana, perché lo zio potrebbe prenderla abbastanza male questa cosa.
Lei ha esposto il nostro Paese al ridicolo di fronte al mondo con queste vicende tragiche e comiche allo stesso tempo. Lei espone il suo Paese a dei rischi se lei è ricattabile da delle ragazze. È legittimo immaginare che vi siano poteri interni ed esterni che hanno un pochino di organizzazione in più, che possono anche loro ricattarla nell’esercizio delle sue funzioni ?
Lei blocca il Parlamento, blocca il Governo, perché tutto è concentrato su di lei mentre l’economia italiana è alla deriva.
Mentre nel Paese ci sono persone, imprese che aspettano risposte ai loro problemi drammatici prima che sia troppo tardi noi ci occupiamo di altro; mentre il Mediterraneo è in fiamme, noi siamo lì in mezzo,
la diplomazia italiana è totalmente assente e il Presidente del Consiglio non se ne occupa e lei soprattutto fa pagare agli italiani i costi di tutto questo suo lavorare. In un mondo globale sappiamo bene quanto costa la credibilità di uno Stato, quanto conta nei mercati la credibilità di chi guida quello Stato. E allora il differenziale, lo spread tra gli interessi italiani e sul debito tedesco, quel differenziale che è circa 27 miliardi all’anno, quanta parte di quei 27 miliardi pagati dagli italiani è dovuta alla sua perdita di credibilità internazionale, al crollo dell’immagine del nostro Paese nel mondo ? Sì perché lei mette davanti a tutto la sua persona, qualsiasi altro leader di fronte al disfarsi della sua maggioranza, di fronte all’impossibilità di governare si sarebbe fatto da parte almeno per salvare il suo partito, almeno per salvare la sua coalizione passando la mano a qualcun altro del suo campo. Invece lei non lo fa: ha trascinato anche il federalismo dentro questa logica perché tutto diventa un braccio di ferro. Voglio provare a credere che lei sia sceso in campo come ama dire non per altri motivi ma perché voleva fare il bene del suo Paese. Allora sappia che adesso lei sta facendo del male all’Italia e che l’unico atto che può fare per il bene del suo Paese adesso è dimettersi e consentire al nostro Paese, alla politica di tornare ad un normale confronto tra maggioranza e opposizione, tra avversari che finalmente possono trovare le intese sui problemi del Paese anche a cominciare dal federalismo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori, Unione di Centro e Misto-Alleanza per l’Italia).
Qualsiasi persona, qualsiasi coalizione che verrà dopo di lei troverà montagne di macerie e non parlo soltanto di macerie economiche, istituzionali o legislative, purtroppo parlo anche di macerie di valori.Chi ha un ruolo pubblico, chi guida uno Stato con le sue parole, con i suoi comportamenti indica dei modelli sociali, anche inconsapevolmente indica al proprio Paese gerarchie di valori. È per questo che deve cercare e ha il dovere di dare l’esempio. L’Italia nella sua storia si è sempre basata su valori positivi e valori condivisi al di là delle distinzioni tra laici e cattolici, delle stesse distinzione tra destra e sinistra: la solidarietà, l’accoglienza, l’uguaglianza, i talenti, la famiglia, le comunità, la straordinaria forza, la straordinaria autorità morale delle donne italiane che la dimostreranno il 13 di questo mese in piazza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia). Tutto è stato travolto dal messaggio e da un modello che lei ha incarnato, dalla gerarchia di valori che le sue televisioni hanno diffuso: contano solo i soldi e conta solo il potere, conta soltanto la notorietà che si può raggiungere a qualsiasi costo perché consentono di comprarsi tutto. Queste sono le gerarchie sociali che lei ha rovesciato, queste sono le macerie che lei lascia alla fine inesorabile del suo percorso politico, ma gli italiani anche nella loro storia recente hanno dimostrato tante volte di saper ricostruire sulle macerie, ricostruire con fatica, con sudore, con orgoglio ma anche con la rabbia civile dentro. Noi saremo con loro, noi saremo con l’Italia che vuole ricominciare (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro, Italia dei Valori e Misto- Alleanza per l’Italia – Congratulazioni – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

www.camera.it

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“L’AMACA” di MICHELE SERRA

Dunque. La Camera dei deputati del vostro e mio Paese ha votato, a maggioranza, a favore della seguente tesi: Silvio Berlusconi telefonò alla Questura di Milano perché effettivamente convinto che la minorenne marocchina ivi trattenuta fosse la nipote di Mubarak, e di conseguenza era “preoccupato di tutelare le relazioni internazionali” (sono le parole testuali dell´onorevole Maurizio Paniz, del Pdl).
Le ipotesi interpretative, secondo logica, sono due e due soltanto. Prima ipotesi: 315 deputati della Repubblica hanno avallato con il loro voto questa ricostruzione perché convinti che sia vera. Ne consegue che considerano il (loro) presidente del Consiglio uno scemo totale, così sprovvisto di discernimento da poter credere che una delle signorine prezzolate conosciute a Arcore fosse la nipote di un capo di Stato, e avendolo saputo, per giunta, di averla ugualmente scritturata per i suoi festini. Secondo caso: i 315 deputati hanno sottoscritto questa esilarante storiella sapendo perfettamente che è una balla. Ma preferiscono sottoscrivere il falso piuttosto che ammettere che il (loro) presidente del Consiglio possa finire davanti ai giudici per una malinconica faccenda di prostituzione minorile. Dopo il voto vittorioso, parecchi nella maggioranza ridevano. Di che cosa è difficile dire, visto che con il loro voto hanno certificato di essere o dei sostenitori di un cretino, o dei pubblici mentitori.

La Repubblica 05.02.11

I brutti voti del ministro Gelmini

Appunti in ordine sparso per ragionare sui disastri del governo Berlusconi: dai tagli indiscriminati a risorse e personale, alle scuole meno sicure di quelle albanesi, dal tempo pieno che non c’è al flop sulla valutazione degli insegnanti (a cura di F. Puglisi e G. Belfiori)
pubblicato il 3 febbraio 2011 , 86 letture

TAGLI PER FARE A FETTINE LA SCUOLA PUBBLICA
I tagli sono stati pesanti e indiscriminati, nulla è stato fatto per la “qualità del sistema scolastico”. Le risorse non sono state reinvestite per la formazione degli insegnanti, per la ricerca didattica o la dotazione tecnologica. Solo perdita di posti di lavoro, taglio drastico del tempo scuola, del tempo pieno, degli insegnanti di sostegno e di quelli tecnico pratici che facevano funzionare i laboratori, accorpamento e classi sovraffollate oltre ogni limite di legge.
Il Ministro dice che ha aumentato il tempo pieno del 2,5%, ma non è vero: ciò che mette nel suo conto è un tempo lungo a maestro prevalente (‘rottamazione’ dei team didattici), senza compresenze, utili per migliorare l’apprendimento, aiutare i bambini più deboli a non restare indietro e anche per superare quel modello di ‘didattica frontale’ inadeguato per la generazione dei “nativi digitali”.

L’articolo 64 della legge 133 prevede complessivamente il taglio di 132 mila posti di lavoro nel triennio.

I dati della ragioneria dello Stato di dicembre 2010 indicano che la scuola pubblica è stata la più penalizzata tra i settori della Pubblica amministrazione, con l’86% dei tagli complessivi dei dipendenti dello Stato.

SCUOLA DELL’INFANZIA NEL DIMENTICATOIO
Con la scusa che non è scuola dell’obbligo, la Gelmini se ne disinteressa e non concede insegnanti per l’apertura di nuove sezioni di scuola dell’infanzia in quelle regioni in cui la popolazione scolastica è in crescita. Risultato le liste d’attesa dei bambini nella scuola dell’infanzia crescono in modo esponenziale.
La Regione Toscana ha dovuto investire 4 milioni di euro per aprire le 96 sezioni di scuola dell’infanzia che il ministero non ha concesso, per non lasciare i bambini a casa. In Campania ci sono 15.000 bambini dai 3 ai 5 anni in attesa di un posto a scuola (poi ci chiediamo dove nascono i divari nell’apprendimento degli studenti!).
I problemi maggiori sono, ovviamente, per le donne che lavorano. Ma l’idea della Gelmini è in linea perfetta con quella che Berlusconi ha della condizione femminile: le donne o sono miti massaie da chiudere in casa o sono esuberanti ragazzine con cui ballare il bunga bunga.

precari_stanca.jpgPRECARI E GIOVANI NEOLAUREATI
Un giovane che si laurea oggi sa che non potrà mai fare l’insegnante. Un precario che lavora da 20 anni nella scuola pubblica sa che non sarà mai assunto. Questa è la situazione determinata dalla politica dell’asse Gelmini-Tremonti.
Il governo Prodi previde nella Finanziaria 2007 l’assunzione di 150 mila insegnanti. Il governo Berlusconi ha bloccato le assunzioni e avviato la politica dei tagli.
La scuola non reggerà l’urto della terza tranche di tagli di personale che l’attende nell’anno scolastico 2011-2012. Si tratta di altri 20 mila docenti e 14 mila collaboratori senza il contributo dei quali non sarà possibile rispondere alle domande di tempo pieno, garantire il sostegno agli studenti con disabilità o il funzionamento dei laboratori.

Eppure i soldi ci sono. Per questo il PD chiede al ministro Gelmini, al governo e alla maggioranza un atto di responsabilità, votando gli emendamenti presentati dai senatori del Partito Democratico al decreto “Milleproroghe”, che bloccano i tagli e al tempo stesso stabilizzano i precari che ricoprono i posti vacanti, inclusi i docenti di sostegno.
Non ci sono spese in più, poiché lo Stato già ora paga, a coloro che hanno contratti annuali, la disoccupazione e le ferie non godute. Assumerli comporterebbe nessuna spesa aggiuntiva, ma innumerevoli vantaggi, non solo in termini di bilancio, ma di continuità didattica e quindi di qualità complessiva del sistema pubblico di istruzione.

FLOP DELLA VALUTAZIONE
L’ennesimo scivolone del ministro è avvenuto sulla valutazione degli insegnanti, uno strumento indispensabile per valorizzare i punti di forza e per rimediare a quelli di debolezza. La proposta dal ministro è stata bocciata dalle scuole italiane: in pratica, non si trovano scuole disposte ad aderire alla sperimentazione e ora pare che il ministro voglia ricorrere a un decreto legge per imporre ciò che non è le è riuscito di far passare col convincimento, e cioè un modello di valutazione confuso, dove si premiano gli insegnanti in base alla ‘reputazione’(chi sarà il valutatore, Lele Mora?) senza alcun confronto col mondo della scuola, con le parti sociali, con tutte le forze politiche.
Manca per aderire spontaneamente alla sperimentazione proposta dal Ministero, quella costruzione di un rapporto di fiducia con il mondo della scuola. Come fidarsi di un Governo che ha sempre e solo definito gli insegnanti “fannulloni”?

SICUREZZA DEGLI EDIFICI SCOLASTICI
A ottobre 2010 l’Ordine dei Geologi denunciò come ben 28.000 scuole in Italia fossero da mettere in sicurezza. E non è una sorpresa, visto che l’Italia ha meno scuole a norma dell’Albania.
Ma i soldi ci sono? Sì, ma sono spariti. E’ emblematica la storia del piano avviato con la delibera CIPE del 6 marzo 2009 n. 3 che aveva assegnato, al “Fondo Infrastrutture” 1 miliardo di euro per la messa in sicurezza delle scuole. In base a tale delibera, entro il 6 agosto 2009 il governo avrebbe dovuto presentare il programma per la messa in sicurezza da un miliardo di euro. Di questo Piano fino a questo momento risultano impegnati:
226,4 milioni assegnati all’ Abruzzo
358, 4 assegnati al piano deliberato dal CIPE nel maggio 2010 con la delibera n.32 (tali fondi sono ancora in via di trasferimento dal Ministero dell’economia a quello delle Infrastrutture)
manca ogni notizia sui restanti 426 milioni di euro.

“CLASSI POLLAIO”
Nei giorni scorsi il Tar del Lazio ha accolto la class action del Codacons e ha bocciato le classi ‘pollaio’ da 35-40 alunni. Ha ordinato a Gelmini e Tremonti di approvare entro 120 giorni il Piano dell’edilizia scolastica. Infine, ha previsto la possibilità per le famiglie di chiedere un risarcimento di 2.500 euro in relazione “al danno esistenziale subìto”. Le “classi pollaio” sono soprattutto nelle scuole superiori. Il ministro ha dato la colpa alle scelte dei genitori che vogliono mandare i figli tutti negli stessi indirizzi di studio! I ragazzi vivono in condizioni indecenti e fuori ogni norma di sicurezza.

RAPPORTO ALUNNI/DOCENTI
La Gelmini gioca con i numeri e dice che abbiamo il più alto numero di insegnanti in Europa rispetto al numero di studenti: in Italia il rapporto è più alto perché i docenti di sostegno, indispensabili a seguire i bambini e ragazzi diversamente abili, sono conteggiati come dipendenti del Ministero dell’Istruzione, mentre in altri paesi europei il personale che segue tali alunni è a carico di altri ministeri o enti. Inoltre, nel resto d’Europa non esistono gli insegnanti di religione cattolica, che in Italia sono inclusi nel conto quando si vuol parlare di un numero troppo alto di docenti.

AUTONOMIA CANCELLATA DAL MINISTRO PIU’ CENTRALISTA DELLA STORIA
L’autonomia scolastica istituita da noi 10 anni fa dovrebbe essere il perno del sistema scolastico, ma di fronte al ministro più accentratore della storia, di fronte a un ministro che ha svuotato le casse scolastiche (non dà alle scuole neanche i soldi per la manutenzione o la carta igienica), e ha accentrato qualsiasi scelta a Roma. Di fronte a un ministro che sforna circolari e ordini a ritmo del Minculpop, è ovvio che di “autonomia” ne rimane ben poca. Non a caso Gelmini tiene chiusa nel cassetto la bozza di accordo sul Titolo V in tema di federalismo scolastico che prevede il passaggio di competenze e risorse degli Uffici Scolastici Regionali dal governo centrale alle regioni. Dare stabilità di risorse umane e finanziarie alle scuole autonome, significa fare un grande investimento nell’innovazione didattica. Unico modo per dimezzare il tasso di dispersione scolastica e alzare i livelli di apprendimento degli studenti.

meridione_d_italia.jpgDIVARI NORD-SUD
Il fenomeno dell’abbandono scolastico nel 2009 coinvolge ancora il 23 per cento dei giovani che vivono nel sud Italia e il 16,5 per cento dei coetanei del Centro-Nord. In Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, almeno un giovane su quattro non porta a termine il proprio percorso scolastico dopo la licenza media. Secondo gli indicatori Ocse-Pisa 2006 gli studenti nati nel Nord Italia nascono con un vantaggio di ben 68 punti nelle competenze. Indipendentemente dalle proprie capacità e dalla propria volontà quindi, uno studente dell’Italia meridionale parte con uno svantaggio. Il Governo non investe un euro per colmare i divari.
Serve un piano straordinario per la formazione degli insegnanti, la qualificazione degli edifici scolastici, l’apertura di asili nido e scuole dell’infanzia, il tempo pieno.

(testo curato da Francesca Puglisi, Responsabile Scuola della segreteria nazionale PD, in collaborazione con Giovanni Belfiori, coordinatore Dipartimento Scuola PD)

www.partitodemocratico.it

"Lo Stato del pareggio", di Ilvo Diamanti

Il voto della Commissione Bicamerale sul federalismo municipale è esemplare. Raffigura, meglio di molte altre immagini e analisi, lo Stato della politica. Della nostra democrazia. Del nostro Stato. Il “pareggio”, infatti, non significa equilibrio. Al contrario. Il Parlamento, in questo caso, appare davvero rappresentativo di quel che avviene nella società e sul territorio. Di ciò che siamo davvero: un Paese diviso. E sospeso: incapace di seguire un percorso chiaro e con-diviso.

Il pareggio, infatti, è frutto di una frattura politica profonda tra una maggioranza presunta e un’opposizione, a sua volta, incapace di “imporsi”. Ma in grado, comunque, di “opporre” il suo voto, o meglio, il suo “veto” di fronte a questioni determinanti, dal punto di vista simbolico, prima ancora che pratico. Visto che, sinceramente, è difficile definire cosa sarebbe uscito, cosa uscirebbe da questo provvedimento (se comunque proseguisse fino in fondo il suo iter). Passato attraverso mille incontri, mille negoziati, mille modifiche e mille emendamenti. Depurato, precisato e complicato da “milleproproghe”. È difficile sapere cosa ne uscirebbe – ne uscirà – davvero.

Di certo, ha un significato – appunto – simbolico importante. Il Federalismo – senza altri aggettivi. È la bandiera brandita dalla Lega. Per indicare la direzione e la missione politica che persegue. Per dimostrare a tutti
– e agli elettori padani prima di tutti gli altri – che la Lega c’è. E, a differenza di altri, degli stessi alleati, dello stesso Premier, non si limita a dire, ma fa. Oltre alle parole: i fatti. Anche se, per ora e per molto tempo ancora, si tratterebbe comunque e ancora di “parole”. Visto che sarebbe stato – sarà – efficace e operativo solo fra alcuni anni. Il pareggio, però, rende vane anche le parole. E ribadisce “fatti” molto evidenti. Il primo, ripeto ancora una volta: siamo un Paese diviso, governato (?) da una maggioranza che non è in grado di decidere e, comunque, di imporre le proprie scelte. Perché, in fondo, anch’essa, nel Paese, è divisa. Se la Lega è il Nord, il PdL è il Centro-Sud.

In secondo luogo, il pareggio significa che nessuno ha vinto e nessuno ha perso. Semmai, che hanno perso tutti. Anzitutto e soprattutto, il PdL e Berlusconi, che si confermano in-decisi a tutto. La Lega, che, in Parlamento, non è in grado di portare a termine neppure un simulacro di federalismo. Ma anche l’opposizione di Centro e di Centrosinistra, unita, comunque, nell’opporsi. Ma non quando si tratta di “imporsi”, intorno a un progetto (un soggetto, un leader) comune. Così, questo Paese diviso, si specchia e si riproduce in un Parlamento diviso: come la politica, la società, il territorio. È lo Stato del Pareggio. Dove tutte le sfide che contano finiscono in parità. Cioè, con un nulla di fatto. Oggi, in Commissione Bilaterale: quindici a quindici. Ma, in effetti, si tratta di zero a zero. Sommati, i due punteggi e i due progetti si elidono reciprocamente. Con un solo risultato.
Zero.

da www.repubblica.it

Federalismo bocciato. Bersani: "Bossi e Berlusconi si fermino"

La Commissione Bicamerale respinge il testo sul federalismo. Il voto di pareggio (15 a 15) boccia un decreto sconclusionato. Bersani: “Adesso ci si fermi, non ci sono condizioni né giuridiche ne politiche per andare avanti. Berlusconi e Bossi prendano atto della situazione”. Zoggia: “Bocciato perché sbagliato, testo senza né capo ne coda”. “Adesso ci si fermi, non ci sono condizioni né giuridiche ne politiche per andare avanti. Berlusconi e Bossi prendano atto della situazione. Si creino condizione politiche nuove per un nuovo federalismo”. Così Pier Luigi Bersani ha commentato la bocciatura del decreto sul federalismo municipale. Il voto in Commissione Bicamerale sul federalismo municipale è finito 15 a 15. Un pareggio che secondo il regolamento della Camera presuppone un respingimento del parere al testo.

“Un vero federalismo – ha continuato Bersani – è necessario e possibile. Quello che e’ stato respinto era un pasticcio. Adesso, ci si fermi. Non ci sono le condizioni ne’ giuridiche, ne’ politiche per andare avanti”.

”Berlusconi e Bossi – ha concluso il segretario del Pd – prendano atto della situazione. Si creino condizioni politiche nuove e si rifletta finalmente sulle proposte di un partito come il Pd, che ha le più forti e vere radici autonomiste”.

Gli scenari politici rimangono davvero incerti vista l’incoerenza della maggioranza tra dichiarazioni e azioni. La Lega fino a poche ore fa assicurava la sua posizione di belligeranza in caso di bocciatura del decreto. Ora l’atteggiamento di Bossi si riassume con un semplice “vedremo”, molto differente dal “se non ci sarà una maggioranza politica il rischio delle elezioni è concreto”. Silvio Berlusconi, ancorato alla poltrona, ha ribadito un sordo “il governo procederà lo stesso visto che la legge lo consente”.

“Secondo noi non si può andare avanti lo stesso”. Così il capogruppo del Pd in commissione Bicamerale per il federalismo fiscale Walter Vitali ha replicato all’ipotesi di una forzatura da parte del governo, nonostante il parere negativo.

Vitali ha ribadito quanto aveva proposto durante le dichiarazioni di voto sul provvedimento. ”Il parere – aveva detto – verrà respinto anziché procedere in modo insensato sul testo che non ha i consensi necessari: ci si fermi e si discuta in Commissione il prossimo decreto sulla fiscalità regionale e provinciale, sarebbe un atto di saggezza”.
Lo stop lo chiede anche il responsabile Enti Locali nella segreteria PD, Davide Zoggia: “Sarebbe uno strappo gravissimo se il governo volesse andare avanti, si tratterebbe di un atto di forza inaccettabile. Il giudizio della bicamerale è tecnico e politico. Il provvedimento è stato bocciato perché questo federalismo non raggiunge i suoi obiettivi principali, non assicura l’autonomia degli enti locali, non innesca meccanismi virtuosi, non trasferisce competenze e soprattutto agisce con meccanismi che determinano un incremento delle tasse e gravi sperequazioni territoriali. E’ chiaro che questo governo è al capolinea e che non riuscirà mai a fare nessuna riforma sia essa federale o di altra natura. Si apra quindi la crisi. Il federalismo come sa bene la Lega è una riforma importante per il paese. Noi siamo disponibili a lavorare per dare forma e sostanza necessarie per farne un riforma che assicuri crescita ed autonomia. Chi vuole dimostrazioni muscolari è interessato solo alla sua sopravvivenza. Così non si va da nessuna parte. Se invece si scelgono gli interlocutori giusti si può operare per un vero cambiamento”.

Molto duro il commento di Sergio D’Antoni, vicepresidente della commissione Finanze della Camera e responsabile dell’organizzazione sul territorio del Pd: “Via questo obbrobrio leghista dal Parlamento e via Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. E’ una riforma pasticciata, antisociale e disgregante, che avrebbe aumentato le tasse e allentato i cardini dell’unità nazionale la bocciatura in bicamerale sancisce la fine di questo obbrobrio che ora deve essere completamente riscritto, secondo i principi contenuti nella legge 42. Ma il voto di oggi suggella anche e soprattutto una pesantissima sconfitta politica per il governo Berlusconi, che non ha più numeri né credibilità per fare alcuna riforma e sta condannando alla paralisi l’Italia”.

“Da oggi il cavaliere ha un motivo in più per levare le tende e premettere che nel paese si apra una nuova stagione politica”, ha concluso D’Antoni.

“Speravamo in un federalismo municipale serio, fatto di autonomia e responsabilità” ha dichiarato Antonio Misiani, componente Pd in Commissione Bilancio. “Purtroppo, nonostante l’approccio dialogante del ministro Calderoli e l’approvazione di alcune modifiche, in bicamerale siamo stati costretti a bloccare un decreto pessimo, che toglie soldi ai comuni e aumenta le tasse sulle famiglie e le imprese. Con questo federalismo municipale, infatti, verrebbero confermati i pesantissimi tagli dei trasferimenti, l’autonomia tributaria fino al 2014 rimarrebbe una chimera e le tasse aumenterebbero da subito per lavoratori e pensionati (con lo sblocco delle addizionali IRPEF) e dal 2014 per le imprese e gli enti non commerciali (l’aliquota della nuova Imposta municipale è fissata – con una probabile sottostima – al 7,6 per mille, contro l’attuale 6,4 per mille di aliquota media ICI). Ci sarebbe un forte sgravio per i proprietari di immobili affittati, ma senza alcun beneficio per gli inquilini. Una redistribuzione socialmente iniqua. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che la principale imposta comunale (l’IMU) graverebbe in prevalenza su soggetti non residenti nel comune che la riscuote, alla faccia della responsabilizzazione degli amministratori locali, il quadro è completo ed è negativo. Ora il Governo tragga le conseguenze politiche del voto in
bicamerale e si fermi, evitando inutili forzature. All’Italia non servono pasticci, ma riforme incisive e coraggiose”.

”Si e’ dimostrato che il governo non ha la maggioranza per approvare il federalismo. Ora il governo apra la crisi”. Lo ha dichiarato Francesco Boccia, deputato del Pd, lasciando Palazzo San Macuto al termine del voto sul federalismo municipale.

A.Dra

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