Latest Posts

"Federalismo, pietra tombale Bersani: vadano via se non passa", di Andrea Carugati

Un pareggio che vuol dire bocciatura. Il fantasma agitato per settimane dalla Lega, e cioè il no della piccola Bicamerale al decreto sul federalismo municipale, è a un passo dall’avverarsi. Oggi si vota, poco prima dell’una. E l’infinita mediazione di Calderoli è fallita: settimane di limature, non hanno prodotto il risultato sperato dal ministro leghista, e cioè strappare almeno un’astensione alle opposizioni. Finirà, con tutta probabilità, 15 a 15. Di Pietro, corteggiatissimo, alla fine ha detto no, per non concedere aiutini al Cavaliere traballante.

IL NO DEL FINIANO BALDASSARRI
E non è servito neppure l’incontro di ieri a palazzo Grazioli con Calderoli, Berlusconi e il finiano Mario Baldassarri (l’unico di Fli in Bicamerale), per far spostare il voto del rigoroso professore, che fin dall’inizio ha fatto le pulci a un decreto definito «figlio del peggior centralismo». Ieri pomeriggio, dopo la visita dal Cavaliere, le certezze sul voto di Baldassarri scricchiolavano. Persino i “fratelli” del Terzo polo temevano un ripensamento sulla via di Arcore. E invece no. Calderoli le ha provate tutte: ha persino concesso di spostare dall’Irpef all’Iva la compartecipazione dei Comuni, come il professore finiano chiedeva da tempo. Ma lui è rimasto fermo: «Restano gli squilibri che avevamo denunciato». Con un’ultima goccia di veleno per il Carroccio: «Questo decreto non è pienamente federalista». Il Pd ha confermato il suo no annunciato da giorni, in una riunione dei gruppi parlamentari ieri sera con Bersani. Qualche dubbio tra i deputati del Nord, preoccupati che «così la Lega ci massacra». Ma il ragionamento del leader è stato chiaro: il decreto è debole, e «non è il momento di fare sconti a questa maggioranza». «Se sarà pareggio diremo a Pdl e Lega di fermarsi, non ci sono le condizioni politiche e neppure giuridiche per andare avanti», ha detto Bersani. Oggi si vota il fisco municipale anche nelle due commissioni Bilancio di Camera e Senato: mentre a palazzo Madama Pdl e Lega hanno i numeri, alla Camera dovrebbe finire in pareggio, 24 a 24. Seconda bocciatura, dunque. Martedì una deputata veneta del Pd, Simonetta Rubinato, che siede in commissione, aveva manifestato dubbi sul no. Ma, spiegano fonti Pd, «non ci saranno sorprese». IL REBUS DEI REGOLAMENTI Già, ma in caso di pareggio in Bicamerale che succede? Secondo il Pdl il governo può approvare il decreto, «possibilmente nella versione elaborata dalla Bicamerale», spiega Enrico La Loggia, presidente della commissione. Ma le opposizioni non ci stanno: «Possono approvarlo solo nella versione originale varata in agosto, senza le modifiche fatte per avere il via libera dell’Anci», dice Linda Lanzillotta dell’Api. «Altrimenti l’iter deve ricominciare daccapo». E i leghisti pensano a una exit strategy: portare il decreto nelle aule di Camera e Senato e chiedere un voto, che spiani la strada al via libera definitivo del governo. Il presidente La Loggia ha scritto a Fini e Schifani per avere una interpretazione autentica. Ma il dato politico è ormai chiaro: la Lega, che aveva minacciato sfracelli in caso di bocciatura, ha fatto retromarcia. E il D-Day che Bossi e soci avevano minacciato, oggi non ci sarà. Tutt’al più una battaglia a colpi di regolamenti e cavilli, che fanno molto “palude romana” e poco “Linea del Piave”.

L’Unità 03.02.11

"La crisi non sia alibi, si poteva fare meglio della propaganda", di Stefano Fassina

Per la prima volta da molti anni, il reddito delle famiglie italiane è caduto, in media, del 2,7%. Un dato di straordinaria gravità economica e sociale. Ancora più preoccupante considerato che, in Italia, le medie sono bugiarde. La media combina insieme condizioni diverse, anzi opposte: l’annullamento del reddito di un giovane precario, prima a 1000 euro al mese, poi senza lavoro e senza indennità di disoccupazione; la sforbiciata alla retribuzione di un operaio in cassa integrazione; l’incremento spensierato del reddito di un evasore fiscale che, grazie allo scudo-condono del ministro Tremonti, ha potuto comprare a prezzi stracciati “un’assicurazione” contro futuri accertamenti.

Un’altra politica economica avrebbe potuto attutire e redistribuire in modo meno regressivo i contraccolpi economici e sociali della crisi. Non è vero che non si poteva fare di meglio poiché «la crisi è globale e l’Italia ha il terzo debito più elevato del mondo senza essere la terza economia del mondo» come ripete la propaganda berlusconiana. Il ritornello è servito a coprire scelte politiche precise. Scelte di destra. Il controllo del bilancio pubblico era ed è inevitabile, ma i costi potevano essere minori e distribuiti in modo equo. Invece, per non intaccare le rendite da finanza, da regolazione corporativa e da evasione di preziosi bacini elettorali, le riforme sono state accantonate e si sono colpiti i lavoratori dipendenti, i giovani precari, i piccoli imprenditori, le famiglie a reddito basso e medio. Nella manovra triennale dell’estate 2008, invece di concentrare le poche risorse disponibili sulle situazioni di maggiore difficoltà (famiglie senza lavoro) e promuovere il futuro (scuola, università), si sono smantellate efficaci misure anti-evasione, si è completata l’eliminazione dell’Ici per le fasce più ricche e si è imposto un insostenibile salvataggio di Alitalia per adempiere ad una sciagurata promessa elettorale. Poi, messe al sicuro le rendite, è arrivato il conto da pagare: tagli ciechi all’istruzione e ai trasferimenti agli enti locali e raddoppio dei costi delle mense scolastiche, aumento del 25% del costo dei biglietti e degli abbonamenti per i bus e treni, impennata delle tariffe per i servizi pubblici, perdita di assistenza per tanti anziani, cancellazione delle borse di studio, prosciugamento delle risorse per la cultura, decurtazione dei fondi per la garanzia del credito alle piccole imprese. E così via. Da ultimo, il segno classista del federalismo municipale: aumenta l’addizionale comunale all’Irpef; arrivano l’imposta di soggiorno e l’imposta imposta di scopo; raddoppia l’Ici, ridefinita Imu, su immobili ad uso aziendale di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori”; arrivano le briciole per il sostegno alle famiglie in affitto, ma grandi sconti fiscali per i rentier immobiliari attraverso la cedolare secca al 21%. La Lega un tempo si definiva movimento di popolo. A forza di frequentare Arcore è stata messa al servizio di lor signori. Tuttavia, il destino dell’Italia non è segnato. È nelle nostre mani. Dobbiamo, insieme, mandare a casa il presidente del Consiglio. Per le sue notti in villa e per le sue giornate a Palazzo Chigi.

L’Unità 03.02.10

"È come navigare in un mare di risorse sprecate", di Oreste Pivetta

Il lavoro negato ai giovani riguarda tutti. Un paese non dovrebbe rinunciarvi. Sacconi li rimprovera se rifiutano un lavoro manuale. Ma a chi dovrebbero rivolgersi? La stagione dei giovani appare sempre meno beata, accompagnandosi ormai diffusamente alla disoccupazione. Che un terzo degli italiani tra i quindici e i ventiquattro anni si trovi senza lavoro dovrebbe costituire un problema (o una tragedia)
trasversale politicamente e sicuramente trans generazionale: riguarda tutti, anche i vecchi, che a uno straccio di pensione sono arrivati o stanno arrivando, accantonati per far largo al nulla, più che a incalzanti schiere di neo-laureati, neo-diplomati, “neo” di qualcosa, qualunque cosa. Da un capo all’altro, dai
giovani ai vecchi nullafacenti, è come navigare in un mare di risorse sprecate. Tutto al macero: la freschezza, la vivacità, le aperture dei primi; l’esperienza, il mestiere dei secondi. Un paese, qualsiasi paese, non dovrebbe rinunciarvi, in nome del comune benessere. Invece capita e sicuramente capita in un paesaggio più cupo di quanto dica quel numero, perché sono tante le situazioni che occultano la realtà: la scuola vissuta come un parcheggio in attesa del “posto”, i carissimi master (una miriade nel rispetto della convinzione che tutto fa mercato), oppure il precariato più fragile fino al lavoro nero di baristi, fattorini, telefonisti ai call center, fino alle più fantasiose partite iva.
L’altro giorno, affisso alla vetrina di un’agenzia per il lavoro interinale, tra offerte di lavoro sempre a breve termine e sempre corredate di promesse per il rinnovo, ne ho letto uno che conteneva una proposta più surreale che scandalosa. Diceva: cercasi per pulizie in istituto bancario, zona Novate (hinterland milanese), mezz’ora al giorno, dal lunedì al venerdì, dalle ore 16 alle ore 16,30. Mi chiedo se per caso l’avviso non l’abbia letto anche il ministro Sacconi e se per caso non ne abbia tenuto conto quanto ha rivolto il suo appassionato appello ai giovani: siate umili, accontentatevi. Quando il ministro rimprovera i giovani che studiano e che rifiutano un lavoro manuale, quando accusa i genitori di diventare cattivi maestri perché impongono loro un’idea, evidentemente
poco attuale per il ministro, di promozione sociale attraverso lo studio, sembra lontano anni luce dalla realtà, una realtà tanto misera da consentire una proposta indecente di quel genere: mezz’ora al giorno per le pulizie, questo sarebbe il lavoro manuale. Peggio: il ministro ci riporta indietro, al classismo che la scuola nei suoi vari ordini esprimeva, una scuola che avviava al sapere nel rispetto del censo più che delle teste. Sacconi è così ingenuamente perbene, da non capire che in quella divisione sta la selezione tra chi arriverà al vertice dei master più costosi e chi dovrà rassegnarsi all’istruzione professionale, in una scuola mai così degradata, in una società che ha svilito i “mestieri”, esposti alla precarietà, alla fragilità. C’è una cultura di destra, nella quale si riconosce Sacconi, che ha predicato per anni la fine del lavoro operaio e che pratica ora la fine dei diritti nel lavoro operaio,
cancellando professionalità e individualità. A chi e a che cosa dovrebbe rivolgersi un giovane, che, come dicencon bella immagine il ministro, “ha l’intelligenza nelle mani”?
A Marchionne, alla Fiat, a Mediaset per un posto da velina (lavoro “manuale” anche quello), all’istituto bancario che garantisce mezz’ora al giorno di pulizie? In un paese che da anni non fa politica industriale e che deprime i giovani piuttosto che ascoltarli, come è capitato per la recente cosiddetta riforma universitaria. Almeno Zapatero, nelle criticissima Spagna, ha trova tomodo di regalare alle giovani coppie che ne hanno necessità duecento euro al mese per l’affitto. Da noi il ministro preferisce le prediche.

L’Unità 02.02.11

Nucleare, obbligatorio il parere delle Regioni", di Antonio Cianciullo

La Corte Costituzionale: bisogna tenere conto degli interessi locali. Il governo non potrà saltare il confronto con i governatori come ha fatto finora. Non si può costruire una centrale nucleare senza aver prima sentito il parere della Regione interessata. Con questo verdetto la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l´articolo 4 del decreto legislativo del 15 febbraio 2010, quello sulla localizzazione degli impianti atomici e dei depositi di scorie radioattive, accogliendo uno dei 26 ricorsi presentati da Toscana, Emilia Romagna e Puglia.
«Un adeguato meccanismo di rappresentazione» che «ragionevolmente bilanci le esigenze di buon andamento dell´azione amministrativa e gli interessi locali», si legge nella sentenza scritta dallo stesso presidente della Corte Suprema Ugo De Siervo, è «costituito dal parere obbligatorio, seppur non vincolante, della Regione stessa». Si riaccende dunque il conflitto istituzionale tra Stato e Regioni su un tema estremamente delicato perché senza consenso si rischia di paralizzare la politica energetica del paese.
Dopo lo strappo dello scorso anno, quando il governo impugnò con successo le leggi anti atomo varate da Puglia, Basilicata e Campania, lo scontro continua ma il quadro si ribalta. Il decreto del 15 febbraio modificava il secondo passaggio decisionale dell´iter per una centrale nucleare. Il primo è il vaglio tecnico: la Regione deve dare un parere sui siti proposti dall´Agenzia nucleare e in questa sede il suo giudizio è decisivo ma limitato al profilo della sicurezza. Il secondo step riguarda invece l´accettazione della centrale sul piano della politica energetica: il governo aveva deciso di saltare il parere delle singole Regioni rivolgendosi direttamente alla conferenza Stato Regioni, ma la procedura è stata ora dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale.
A questo punto Palazzo Chigi potrà andare avanti nella sua scelta pagando però il prezzo di evidenziare uno scontro che non riguarda gli schieramenti politici ma il conflitto tra governo centrale e governo locale visto che quasi tutte le Regioni si sono schierate in maniera bipartisan contro una centrale atomica sul proprio territorio. «Ci troviamo di fronte a un governo che è il più centralista nella storia d´Italia», ha sottolineato il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, rimarcando la differenza tra il federalismo dichiarato e l´avocazione delle decisioni energetiche.
Se il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, ostenta ottimismo perché è «ragionevole che la condivisione dei siti vada fatta anche in sede locale, quindi con la condivisione degli enti locali», più preoccupato appare il presidente di Assolettrica, Giuliano Zuccoli, che parla di «sindrome Nimby che ha portato il paese a essere congelato su certe attività».
«Di fatto è uno stop all´arroganza del governo», commenta il presidente dei Verdi Angelo Bonelli. ««Ad oggi nessun presidente di Regione, tranne Cota in Piemonte e Formigoni che tentenna in Lombardia, si è dichiarato disponibile ad accogliere sul proprio territorio una centrale nucleare. E varie Regioni di centro destra, compreso il Lazio, hanno votato un ordine del giorno per ufficializzare il no all´atomo».
«E´ stata eliminata un´anomalia: eravamo l´unico paese occidentale con una legge che decide la costruzione delle centrali nucleari anche contro il volere delle Regioni», ricorda Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd. «Ora diventa in salita la strada per il nucleare, una scelta che peserebbe gravemente sulle nostre bollette, visto che nessuna industria scommette sull´atomo».

La Repubblica 03.02.11

******

Nucleare, Bianchi: “Corte Costituzionale boccia arroganza Governo” di Stella Bianchi

La Corte Costituzionale fa finalmente chiarezza sulla necessità che il governo coinvolga le regioni nella decisioni riguardo all’eventuale costruzioni di una centrale nucleare.

Come al solito, il governo è federalista solo a parole e continua a dimostrare nei fatti un atteggiamento centralista fino a togliere alle Regioni il diritto di partecipare a una scelta irreversibile, come il ritorno al nucleare, che in nessuna parte del mondo viene fatta senza il consenso dei cittadini.

Sorprende la ostentata sicurezza del ministro Romani che prova a sminuire la portata della sentenza della Corte e a propagandare la necessità del ritorno al nucleare. In questo modo il governo sembra non rendersi conto che al momento nessun paese occidentale sta puntando sul nucleare. E prova a impegnare l’Italia in una scelta sbagliata, costosa, e inutile: tra centrali già autorizzate e rispetto degli obblighi comunitari l’eventuale energia nucleare risulterebbe in eccedenza rispetto al fabbisogno del Paese. In più, nei venti anni necessari a avviare concretamente una centrale nucleare con il suo carico di scorie radioattive da smaltire, l’Italia perde tempo fondamentale accumulando ulteriore ritardo nella vera sfida strategica del futuro, che è nell’efficienza energetica e nella produzione da fonti rinnovabili.

www.partitodemocratico.it

"Minzolini modello Fede", di Stefano Balassone

Che lenza quel Minzolini. Mentre tutti sbertucciano il direttore dalla carta di credito facile perché perde ascolti, arriva il gennaio del 2011 ed ecco che, almeno rispetto allo stesso mese del 2010, li riguadagna. E con l’occasione cambia, e mica poco, l’assortimento dei fans del Tg1. Le élite se ne vanno, quasi si dimezzano (molti ne acchiappa Mentana, altri proprio hanno deciso di infischiarsene dei telegiornali).
Il ceto medio che guarda in alto e il ceto medio senza aggettivi paiono stabili mentre il ceto medio basso (gente che ha comunque un lavoro o una pensione) vacilla. In compenso il ceto basso accorre in massa fino a sfiorare il 42% degli spettatori del Tg1 (sono il 34% per il Tg5 e solo il 22% per il TgLa7). È questo il settore di pubblico (molto sud, molta sofferenza sociale, molta richiesta di aiuto dallo stato) che porta a Minzolini i numeri del successo di gennaio.
Indovinate a chi assomiglia, dopo la cura Minzolini, il pubblico del Tg1? A quello del Tg4. E non solo per la smaccata propaganda filo-Cavaliere, arrivata ieri all’ennesima intervista sdraiata. È un calcolo o un incidente di percorso? Noi pendiamo per la prima ipotesi, a costo di sembrare agiografi del retroscenista assunto, da Berlusconi, al posto che fu di Emilio Rossi. Il “razionale” potrebbe essere il seguente: 1) le élite sono quattro gatti (un italiano su dieci) e per di più hanno i soldi e il know how per schivare la tv. Aggiungi che i quartieri alti sono pieni di persone che hanno solide ragioni per essere berlusconiane e di altre che non lo saranno mai, qualsiasi cosa i tg dicano o facciano vedere; 2) anche la zona media della società (il 55% del tutto) vive in reti di relazioni e svolge mestieri che le permettono di badare al sodo, deducendo la opinione politica in funzione dell’interesse (in primis fiscale) della famiglia; 3) l’area più sensibile alla narrazione televisiva coincide con la periferia sociale e territoriale (un’area assai numerosa, pari al 35% del paese). Sono le persone per cui la casa, o semmai l’osteria, è l’unico posto in cui rifugiarsi (le donne del sud sono la componente maggioritaria, ma anche i lavoratori manuali, eccetera). Da queste parti un aumento del ticket sanitario, del biglietto dei trasporti urbani, dei generi alimentari è un vero, grave problema.
Sono gli strati sociali economicamente più lontani dalla Milano da bere, ma più vulnerabili alle sue seduzioni anche perché la qualità della loro vita, non avendo altri consumi, maggiormente dipende da quello della televisione. Alle sue seduzioni, morti i progetti di salvezza della politica e della religione, non hanno niente da contrapporre (supponiamo che i vescovi, magari con la testa un po’ troppo volta all’indietro, alludano anche a questo quando parlano di “tragedia antropologica”).
Ieri il solo Tg4 e oggi anche il Tg1 sembrano concentrati su questo mondo e se ne prendono cura un po’ come gli autori del Grande Fratello fanno con gli ospiti della casa. Del resto, anche se come capacità di consumo e quindi come raccolta pubblicitaria valgono poco, sono elettori che valgono esattamente come gli altri. Non è una novità che le élite populiste sappiano aggregare (vedi i Tories dell’Inghilterra vittoriana e il loro populismo imperialista) ampi strati del popolo che pure fa le spese dei loro privilegi. Le élite progressiste invece hanno sempre flirtato con la sinistra sociale e politica (da Gladstone a Giolitti). Minzolini e Fede sembrano saperlo molto bene e si comportano di conseguenza. Rincorrerli sul loro terreno televisivo contrapponendo sogno a sogno e gossip a gossip sarebbe tempo perso. Mentre una prateria sembra aperta a chi volesse agire sulla contraddizione degli interessi fra i “berlusconiani narrativi” e i “berlusconiani strutturali”.
Se i secondi evadono le tasse, accumulano ricchezze, sfruttano la montagna del debito pubblico per farsi pagare i soldi che prestano al paese che hanno spremuto nei decenni del dopoguerra, i primi – specialmente loro – avranno meno servizi e meno prospettive di vita. La “nuova narrazione” o riguarda questi strati o è quella vecchia, di classe, del secolo breve. È una narrazione che riguarda materie ed esistenze molto concrete, e dunque è difficile farla in televisione, dove rischia perfino di essere controproducente (ci vuol poco, ad esempio, per passare per vampiri fiscali solo perché si fa attenzione a quel che dicono Amato, Capaldo, Paganetto, Mucchetti, che, gira e rigira sostengono che senza un colossale trasferimento di ricchezza non può esserci sviluppo e quindi futuro).
Il modo giusto per parlare di “cosa conviene e cosa no” è: guardandosi negli occhi. Dunque a contatto con le persone. Roba da partiti solidi, da rappresentanti radicati nei territori e così via. Hai detto niente.

da Europa Quotidiano 03.02.11

Tremonti gela la mossa del Cavaliere "Non ci sono nuovi impegni di spesa", di Francesco Bei

Il ministro blocca anche le richieste del Terzo polo sul federalismo. Berlusconi punta su interventi già licenziati nei mesi scorsi: piano-casa e Sud
Il leader del Pdl: “È un progetto che ci serve per andare avanti e per affrontare le urne”. Stavolta non c´è stato nemmeno bisogno di alzare la voce. Tremonti, nei quaranta minuti scarsi di faccia a faccia a Palazzo Grazioli, ha gelato gli entusiasmi del premier sulla «grande frustata al cavallo» sussurrando poche parole. Ma definitive: «Silvio, quale sia la situazione lo sai. Se non ci sono nuovi impegni di spesa per me va tutto bene, fai quello che ritieni e ti darò una mano». Se vuoi fare un po´ di rumore va benissimo, questo il ragionamento, ma soldi non ce ne sono. E del resto, come gli ha spiegato Tremonti anche ieri, il compito del governo «non è quello di fare Pil, semmai di realizzare le regole più efficaci che muovano il Pil».
Insomma, non c´è niente da fare, nonostante le proteste del Cavaliere: «Giulio, su questo provvedimento mi ci gioco la faccia e ci serve anche per le elezioni». Quanto la speranza di un ammorbidimento del rigore tremontiano fosse infondata, Berlusconi aveva già potuto sperimentarlo poche ore prima. A palazzo Grazioli era infatti salito il finiano Mario Baldassarri, il cui voto è deciso per spostare gli equilibri nella commissione che oggi dovrà votare il federalismo municipale. L´economista di Fli batte e ribatte su tre modifiche al decreto, garantendo il proprio sì in caso di aperture. Il premier ascolta e annuisce, le proposte – l´emendamento sulla cedolare, l´Imo prima casa e il fondo per gli inquilini – gli sembrano tutte «dettate dal buon senso» e accoglibili. «Meglio però se chiamiamo Tremonti e sentiamo cosa ne pensa lui», conclude prudentemente il premier. Che tosto si fa passare l´interessato al telefono. La risposta del ministro dell´Economia, dopo qualche momento di imbarazzato silenzio, lascia di stucco il Cavaliere. «Ma siete matti? Questi emendamenti ci costerebbero miliardi di euro! Mi dispiace, non se ne parla». Clic.
Cosa resta del piano Berlusconi? Al ministero dell´Economia giurano che resta tutto in piedi, che le cose che vuole il presidente del Consiglio si faranno. Ma nel senso che si tratta di provvedimenti già approvati, detti e ridetti. «Senza alcun nuovo impegno di spesa», appunto. Il piano Casa è quello già approvato, non ci sono novità. L´intenzione del premier è varare delle linee guida per indicare alle regioni la strada da percorrere. Una pressing sui governatori – che saranno convocati a palazzo Chigi – per dare attuazione a quanto stabilito. Il piano Sud è già stato varato a novembre 2010 dal Cipe. Da allora ci sta lavorando il ministro Raffaele Fitto, che anche in questi giorni prosegue nei suoi incontri per monitorare tutte le risorse disponibili. Con lo sblocco dei piani regionali relativi ai fondi Fas si arriva intorno ai 24 miliardi. Aggiungendo i fondi strutturali europei si toccherebbe quota 100 miliardi. Infine l´articolo 41 della Costituzione, quella sorta di passe-partout per la libera impresa. Tremonti non ha detto no, avendolo annunciato egli stesso per primo e avendone scritto 13 anni fa nel libro «lo Stato criminogeno». Non proprio una primizia, dunque. Così il governo si avvia martedì a rimettere sul tavolo le stesse carte già uscite dal mazzo. Un´operazione che serve a coprire mediaticamente «la botta» in arrivo dalla procura di Milano, con la richiesta di processo immediato. Una decisione che verrà presa probabilmente martedì, lo stesso giorno del Consiglio dei ministri. Inoltre il piano Sud per Berlusconi dovrà fare da «contraltare» politico al federalismo imposto dalla Lega, raddrizzando l´immagine di un governo che non si occupa del Mezzogiorno. E non a caso ieri il Cavaliere ha discusso a lungo dei provvedimenti per il Sud con il siciliano Saverio Romano, leader del Pid, in predicato per entrare nel governo.
Con queste munizioni nel caricatore il premier si appresta a difendersi nel fortino di palazzo Chigi, in attesa degli sviluppi giudiziari. «State tranquilli – ha detto ai deputati che lo sono andati a trovare ieri – perché io resterò al governo per altri due anni e quattro mesi. Questa ondata di fango non mi ferma». Puntando all´allargamento della maggioranza, il Cavaliere pensa anche ai nuovi sottosegretari. L´ultima trovata è di crearne uno nuovo di zecca, «per l´emergenza rifiuti in Italia»: il sottosegretario alla munnezza. Intanto lo stesso Berlusconi ha svelato chi sarà nominato tra gli 11. Due sera fa, a una festa, ha incoronato Anna Maria Bernini: «Anna, vieni e cantaci una canzone. Dobbiamo festeggiare il tuo ingresso al governo».

La Repubblica 03.02.11

"Un museo è meglio di Google", di Francesco Bonomi

Aiuto! Aiuto! Nessuno andrà più nei musei!, potrebbe venir voglia di dire dopo aver sentito che Google metterà in rete più di mille immagini, tanto per cominciare, dei capolavori dell’arte esposti nei grandi musei del mondo ad altissima definizione.
Viene da pensare a quando fu possibile cominciare a vedere i film a casa con il videoregistratore. Nessuno andrà più al cinema si disse. Ma non fu così. Quindi la gente continuerà ad andare nei musei? Sicuramente sì. Lo dice anzi proprio in una sua dichiarazione Nelson Mattos, capo della divisione di ricerca di Google Art Project, i capolavori in rete. Mates dice: «La prima volta in un grande museo ci sono stato quando studiavo all’estero: ricordo ancora l’emozione di gironzolare per quelle sale».

Ecco, l’emozione di quel gironzolare, anche se il computer ci prova in tutti modi, non potrà mai essere sostituita dalla tecnologia. Così come le sensazioni di trovarsi in una sala buia in mezzo a tanta altra gente a condividere l’emozione del grande schermo cinematografico non sono mai state sostituite da nessun Vhs, dvd o film scaricato dal computer. Nessun sistema acustico super digitalizzato e perfetto potrà mai sostituire l’emozione di ascoltare un’opera a teatro.

Così come, senza voler fare troppo i colti, nessuno schermo al plasma, per quanto grande sia, potrà sostituire l’emozione di essere allo stadio a tifare per la propria squadra o sulle gradinate di Wimbledon durante la finale tra Federer e Nadal. La tecnologia è fantastica e sicuramente cambia il nostro modo di guardare la realtà, ma tuttavia non riesce a mutare il modo in cui ci emozioniamo nella realtà. Perché l’emozione è anche una questione di scala. Possiamo ammirare le più belle fotografie del Grand Canyon o del Cervino, ma quando siamo lì la maestosità del paesaggio produce un’emozione irripetibile. Possiamo osservare ogni cretto, ogni pennellata, ogni piccola linea di un famoso dipinto, ma esserci fisicamente davanti è un’altra cosa. Davanti alla grandissima bellissima tela di Paolo Veronese «La cena in casa Levi» all’Accademia di Venezia, l’emozione è ben diversa che vederla sullo schermo di un computer, anche se magari lì si possono vedere dettagli che ad occhio nudo ci sfuggono.

Vale la stessa cosa anche per opere piccole come le tele di Vermeer. In questo caso l’intimità dell’opera può essere goduta solo trovandosela davanti. I dettagli non sono di solito quello che gli artisti vogliono darci. L’artista, grande o piccolo che sia, vuole comunicarci nel modo più immediato possibile una sua emozione, un suo pensiero. E’ il romanzo nel suo insieme che ci appassiona, non le sue parole prese singolarmente, anche se poi un linguista potrà analizzarle una per una. Così per un quadro. Non è la singola pennellata, ma l’insieme delle sue pennellate che lo rendono forte, emozionante, bello o brutto a seconda dei gusti e delle intenzioni dell’autore.

Google potrà farci entrare sotto il colore di un quadro anche attraverso le più piccole crepe, come quel film dove i personaggi, rimpiccioliti, viaggiavano dentro il corpo umano. Ma come loro non potevano esplorare pensieri e idee della persona dentro la quale stavano viaggiando, così anche noi non potremo mai avere attraverso l’immagine digitale quell’esperienza unica che solo «gironzolando» fra le sale di un museo potremo avere, consentendoci d’imbatterci in capolavori che pensavamo di stra-conoscere attraverso le loro riproduzioni, ma che una volta che ce li troviamo davanti in carne e ossa, come un famoso attore che incontriamo al bar, capiamo essere qualcosa, se non di completamente diverso, sicuramente di molto più profondo e unico, o forse magari ne rimarremo delusi aspettandoci invece quel qualcosa di più che la tecnologia, forse con troppo zelo, aveva svelato e che invece, nella mente dell’artista, doveva rimanere nascosto.

La Stampa 03.02.11