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"E sul Tg1 va in onda l´intervista brezneviana", di Sebastiano Messina

C´era una volta il videomessaggio a reti unificate, con librerie di scena e telecamere velate. Oggi anche Berlusconi s´è adeguato ai tempi: gli bastano quattro minuti all´apertura del Tg1.Un Tg1 al cui confronto il mitico telegiornale Vremia dell´era brezneviana brilla ormai per indipendenza, autonomia e spirito critico. Chi ha visto ieri sera l´edizione delle 20 ha assistito a un evento scientificamente rilevante, una mutazione genetica in diretta televisiva: il videomessaggio con intervistatore embedded.
Nel pieno di una tempesta che sta squassando la sua maggioranza, mettendo in pericolo il passaggio del federalismo fiscale e la stessa sopravvivenza del governo, nel bel mezzo di una bufera giudiziaria che vede il presidente del Consiglio indagato per reati infamanti, nel cuore di uno scandalo senza precedenti sugli eccessi imbarazzanti della sua vita privata, il principale telegiornale del servizio pubblico ottiene una «intervista esclusiva» con Berlusconi, la mette in cima al suo menù dell´ora di cena, la annuncia con toni emozionati nei titoli di testa, e poi cosa gli va a domandare l´intervistatore presidenziale? La verità sui cinque milioni promessi a Ruby, già «nipote di Mubarak» prima della rivolta del Cairo? La sua versione sul giro di denaro e di regali alle disponibili signorine del residence Olgettina? La sua linea di difesa al processo che lo aspetta a Milano? Macché. Il telegiornalista Renzulli, evidentemente appena tornato da un lungo viaggio nel pianeta Papalla, gli fa i complimenti per i brillantissimi risultati ottenuti dal governo italiano nel contenimento dei conti pubblici, la cui eco – ci informa con un sussurro zelante – si è ormai diffusa in tutta l´Europa.
Dopodiché indossa la maglia della mezzala di complemento e invece di fargli non diciamo delle contestazioni, ma anche solo delle garbate domande, fa partire verso il premier uno dietro l´altro dei passaggi sotto rete, degli assist imbarazzanti a porta vuota, fino a raggiungere l´apice con un quesito con risposta incorporata: «Dietro il no dell´opposizione, secondo lei, aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che per risolvere i nodi della nostra economia punta sempre sulla scorciatoia dell´aumento della pressione fiscale?».
A una simile domanda, perfetta nella sua efficacia propagandistica, il presidente del Consiglio avrebbe potuto limitarsi a rispondere, annuendo con soddisfazione: «È proprio così, amico mio, vedo che lei ha capito tutto». E invece, nel generoso intento di corroborare con parole sue la tesi così splendidamente esposta dallo sparring partner speditogli dall´amico Minzolini, Berlusconi ci ha spiegato che lui sta facendo i conti con un debito pubblico che «dal 1980 al 1992», è stato moltiplicato «otto volte» dai governi di allora, «con i comunisti in primo piano». Ed è stato a questo punto che è venuta a galla la classe, l´eleganza, lo stile del buon Renzulli. Un altro gli avrebbe domandato: scusi, sta parlando dei governi dei suoi amici socialisti e democristiani, quando il Pci stava all´opposizione? E invece lui, che è un artista dell´intervista senza domande, non ha voluto inquinare quel momento con un´obiezione, un «ma» o un sopracciglio inarcato. E ha infiocchettato con il suo sorriso rassicurante il pacco regalo del videomessaggio presidenziale, che il «direttorissimo» s´è incaricato di consegnarci giusto in tempo per l´ora di cena.

La Repubblica 03.02.11

"Famiglie, indietro tutta. Reddito diminuito del 2,7%", di Marco Ventimiglia

Il 2009 è periodo recentissimo,ma presi dalle incombenze quotidiane si finisce spesso per dimenticare qualche cosa di importante. Ed allora, di fronte alle cifre mostrate ieri dall’Istat che lo certificano come un anno infausto dell’economia nazionale, sarà bene riportare alla mente il volto che, in quel 2009, esibiva Silvio Berlusconi. Non è una gran fatica, perché si tratta esattamente della stessa faccia che va in onda adesso per negare l’esistenza delle notti di Arcore, solo che allora l’oggetto del diniego era un altro: la crisi. Per il presidente del Consiglio, ed a ruota il governo tutto, semplicemente non esisteva, il solito inganno mediatico mentre le fondamenta dell’economia nazionale erano molto migliori di tante altre nazioni europee. Parole, certifica ora l’Istituto di statistica, che riempivano l’etere mentre gli italiani stavano conoscendo la più significativa contrazione del loro reddito da decenni a questa parte… Dunque, i numeri dell’Istat dicono innanzitutto che nel 2009, per la prima volta in 15 anni, il reddito disponibile è diminuito. E nonsi è trattato di una flessione di qualche decimale di punto, peraltro già di per sé significativa, ma di un autentico crollo. La contrazione del reddito è stata infatti del 2,7%, una drammatica inversione di tendenza se si pensa che nel 2006, cioè prima dell’ esplosione della crisi finanziaria, si era invece registrata una crescita del 3,5%.

DIFFERENZE GEOGRAFICHE Ma l’indagine statistica entra anche nel merito geografico, evidenziando ancora una volta le differenti dinamiche delle principali zone del Paese, anche se stavolta i più colpiti sono stati i cittadini delle regioni settentrionali, dove si produce più della metà del reddito nazionale, mentre nel Meridione si è contenuto maggiormente il danno. In particolare, l’impatto del calo del reddito è stato più forte al Nord (-4,1% nel Nord-ovest e -3,4% nel Nord-est) e più contenuto al Centro (-1,8%) e, appunto, nel Mezzogiorno (-1,2%). Una diminuzione che, in generale, va attribuita essenzialmente alla marcata contrazione dei redditi da capitale, anche se, in alcune regioni (in particolare Piemonte e Abruzzo), un importante contributo negativo è venuto dal rallentamento dei redditi da lavoro dipendente. Ed ancora, tra le varie regioni, Calabria e Sicilia sono le uniche due in cui il reddito disponibile delle famiglie ha mostrato tassi di crescita lievemente positivi. Una diversa incidenza che però non cancella gli squlibri di base: nel periodo 2006-2009 il reddito disponibile si è concentrato, in media, per circa il 53% nelle regioni del Nord, per il 26% circa al Sud ed il restante 21% nel Centro.

REAZIONI ALLARMATE Molto preoccupate, e non poteva essere altrimenti, le reazioni. Per Susanna Camusso, i dati dell’Istat confermano «che la crisi, benché negata, è profonda e non è affatto finita». Il segretario della Cgil sottolinea che «il governo ha fatto e continua a fare male». Il presidente delle Acli, Andrea Olivero, parla di «famiglie ormai schiacciate per le quali occorre intervenire urgentemente », mettendo inoltre in evidenza «la percezione di una progressiva erosione dei redditi a fronte di una contemporanea contrazione dei servizi pubblici». In questo quadro non stupisce, purtroppo, quanto rilevato dalla Confederazione italiana agricoltori: sempre nel 2009 una famiglia su tre è stata obbligata a «tagliare» gli acquisti alimentari, mentre tre su cinque hanno dovuto modificare il menù quotidiano e oltre il 30 per cento, proprio a causa delle difficoltà economiche, ha comprato prodotti di qualità inferiore. «Ancora una volta emerge l’assoluta incapacità del governo di intervenire sul ceto medio – ha dichiarato il deputato del Pd Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari Europei -. I consumi sono in calo perché le famiglie non sono state aiutate con adeguati interventi sui redditi».

L’Unità 03.02.11

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«Scivoliamo in basso Più poveri e con una peggiore qualità della vita», Intervista a Chiara Saraceno di Laura Matteucci

Il segno del nord che soffre è una spia socio-economica molto importante. Se nel sud non si è registrato un peggioramento non è certo perchè sta bene: non è lì che si è perso il lavoro, perchè già non c’era, e non si sono erosi risparmi e capitali, perchè non c’è ricchezza diffusa». Un allineamento verso il basso? «Esatto. Il centro-nord resta comunque più ricco e conmeno disoccupazione, mala perdita è notevole. Non sono dati soprendenti: la crisi ha colpito soprattutto in Piemonte, con un calo del reddito da lavoro, e in Lombardia, dove è in flessione il reddito da capitale». La sociologa Chiara Saraceno, dal suo osservatorio di Berlino, dove da anni è impegnata all’Istituto di ricerca sociale, commenta gli ultimi dati sul calo del reddito degli italiani nel 2009: 2,7% di media che contiene il -4,1% del nord-ovest e il -1,2% del sud. Ma il dato più drammatico, ricorda, resta quello sulla disoccupazione giovanile, «un problema enorme, e certo non solo economico». I dati si riferiscono al2009,mail2010 non ha certo invertito la tendenza. «Direi di no. Il fatto è che nel 2008 sembrava che tutto ancora tenesse, la crisi non aveva ancora lasciato il segno. Ma nel 2009 ha colpito eccome, e gli indicatori del 2010 su cassa integrazione e occupazione non ci parlano affatto di una ripresa. In Germania c’è un contenimento dei redditi, una flessione dei consumi, ma l’occupazione è in aumento. In Italia invece si sommano due fenomeni: da un lato la cig resta sì protettiva – anzi, sarebbe urgente una riforma estensiva degli ammortizzatori sociali – ma significa comunque una perdita di reddito, tanto più se prolungata. Secondo punto, il problema dei giovani, i primi insieme alle donne a perdere i contratti precari che avevano. Sono stati i primi a perdere il lavoro, e saranno gli ultimi a riaverlo. Questa è una generazione a rischio, costretta a farsi mantenere dalle famiglie di origine, se possibile, molto più a lungo di quanto vorrebbe. Il ministro Sacconi parla di proteggere il reddito delle famiglie, ma questo non si fa solo con interventi sul fisco, si fa aumentando i percettori. In ultima analisi, creando lavoro. Questo dei giovani privati della loro autonomia, che non è solo un problema economico, è l’indicatore più drammatico, anche perchè non è certo al primo posto nell’agenda di governo». Sacconi esorta ad accettare qualsiasi occupazione. «Ma anche per fare il falegname ci vuole formazione, che invece in Italia non esiste. Il lavoro manuale va benissimo, ma il punto è che ogni vocazione dovrebbe incontrare una scelta formativa adeguata. E questo significa investimenti ingenti, dall’asilo in poi. Non dimentichiamo, peraltro, che l’Italia continua ad avere una formazione medio-bassa, e se perdiamo anche questo treno, se non costruiamo lavoratori qualificati, rimarremo sempre indietro in termini di competitività rispetto agli altri Paesi». Non resta nemmeno la speranza di andare all’estero? «Non può certo essere l’unica, posto tra l’altro che non tutti possono permetterselo. Questo drammadei giovani è legato alla formazione, dove non si fa che tagliare, ma anche al mondo imprenditoriale, che nulla investe nella forza lavoro e nemmeno in ricerca e innovazione. Un ingegnere in Italia prende molto meno di un suo omologo in Germania». Che paese ci avviamo a diventare? Sempre più povero e più diseguale? «Le famiglie hanno ancora riserve di ricchezza,ma fino a quando? Scivoliamo sempre più in basso, e non staremo affatto bene, perché non abbiamo una buona qualità della vita, in termini di relazioni personali e nemmeno con l’ambiente. Si aspetta a metter su famiglia, a comprare il frigo o l’auto nuova, il che certo non aiuta la ripresa. Ai giovani dico: pensate a voi stessi, non aspettatevi niente dal governo in termini di formazione e di sostegni a forme imprenditoriali. Il vostro destino dipende in larga misura da voi».

L’Unità 03.02.11

Democrazia e decadenza", di Adriano Prosperi

Perché, nonostante le prove schiaccianti di ripetute e numerose illegalità e turpitudini morali, gli italiani continuano a sostenere Silvio Berlusconi? Questa è la domanda che ci si pone fuori d´Italia. Il New York Times ha aperto uno spazio di dibattito sull´Italia intitolandolo così: “Decadenza e democrazia in Italia”. è un titolo che ci ricorda un punto importante: dal punto di vista di una tradizione come quella americana la moralità e la democrazia sono essenziali l´una all´altra. Dalla decadenza morale discende la crisi della democrazia. Il politico che mente, che giura il falso, che dà esempi di vita palesemente immorale, che attacca l´ordinamento costituzionale, vi è non solo messo in stato d´accusa ed espulso dal gioco del potere ma è anche immediatamente colpito dal verdetto inappellabile dell´opinione pubblica.
Il caso Berlusconi sembra fatto apposta per proiettare come in uno specchio rovesciato l´idea di democrazia agli occhi del paese che l´ha creata. Così gli argomenti hanno finito col battere sul tasto della diversità antropologica degli italiani: disposti a perdonare tutte le forme di corruzione, maschilisti e sessisti, portati a discriminare le donne più di ogni altro paese europeo e a consumare immagini di corpi femminili in una misura impensabile altrove. In quel dibattito sono intervenuti anche diversi italiani che hanno provato a rispondere e a fornire giustificazioni. Non hanno avuto un compito facile. E soprattutto non hanno centrato il nodo del rapporto tra moralità e democrazia. Si è andati dal piano politico – la presunta mancanza di alternative – a quello dell´imbonimento dei media asserviti in vario modo al padrone. Argomenti fragili, come ognun vede.
Non siamo in un regime dittatoriale di controllo dell´informazione. E quanto a possibili alternative, ce ne sono anche troppe: il problema è che non riscuotono consensi nella stessa misura del personaggio che fuori d´Italia appare così sconveniente e grottesco. Ma la speranza è dura a morire e c´è chi ha chiesto ai lettori americani di avere pazienza promettendo a breve scadenza una normalizzazione della situazione italiana: così Alexander Stille ha concluso il suo intervento affermando che il pubblico italiano non sopporterà più a lungo il fatto che Berlusconi si occupi dei propri affari trascurando del tutto l´attività di governo. Questo sarebbe secondo lui l´unico “peccato imperdonabile” per gli italiani. Vedremo se la previsione sarà confermata. Ma intanto si è affacciata la questione squisitamente teologica e religiosa del “sin that may not be sorgiven”, il “peccato imperdonabile”.
Che cosa abbia significato nella cultura puritana questo problema lo abbiamo imparato dalla grande letteratura dell´800. Ma oggi è una domanda molto semplice quella che ci viene proposta dal paese di Melville e di Hawthorne: esiste almeno un peccato imperdonabile per gli italiani? La risposta negativa dei paesi di cultura non cattolica è a questo proposito antica e ben consolidata. Un viaggiatore inglese del ´600 autore di un rapporto sullo stato della religione in Italia che fu postillato da Paolo Sarpi, Edwin Sandys, lo disse molto chiaramente: gli italiani gli sembrarono un popolo civile e accogliente, dotato di eccellenti qualità. Gli piacquero anche alcuni aspetti della loro religione. Ma trovò incomprensibile e del tutto esecrabile la pratica della confessione cattolica: il modo in cui nel segreto del confessionale i comportamenti più immorali e le infrazioni più gravi ai comandamenti cristiani venivano cancellati al prezzo di qualche orazioncella biascicata distrattamente gli sembrò una vera e propria licenza di immoralità, un modo per corrompere in radice la natura di un popolo.
Oggi quei tempi e quelle idee sono lontani ma il problema si ripropone. La questione teologica di allora ci si presenta come qualcosa che riguarda il paese intero e tocca la radice profonda della convivenza democratica e del funzionamento delle istituzioni. è il problema della moralità pubblica come cemento della democrazia, o in altre parole della sostanza morale della democrazia, come questione del rapporto che deve esserci tra il buon ordinamento della società e il patto stretto dal politico con gli elettori: l´impegno ad accettare le regole, quelle del fisco, della giustizia, della libertà d´informazione, incluso l´obbligo a sottostare alla legge come e più di ogni privato cittadino. Ora, che questo problema sia stato ignorato clamorosamente dalla dirigenza della Chiesa cattolica italiana anche nei suoi recenti e imbarazzati pronunciamenti è qualcosa che rinvia ai caratteri profondi della religione italiana e non può essere spiegato soltanto dalla difesa del proprio potere e dalla ricerca dei favori governativi da parte di chi si arroga la funzione di maestro e censore della morale collettiva.
Ma è dal punto di vista della sopravvivenza della democrazia italiana che quello che ci viene proposto da Berlusconi in questo tardo autunno dell´ “egoarca” appare come un patto scellerato: si tratterebbe di affrontare i problemi del paese lasciando cadere come irrilevanti i capi d´accusa dei tanti reati che pendono sulla testa del premier. Se anche fosse vero che accettando questo patto i problemi di un paese ridotto nelle condizioni che ognuno vede sarebbero risolti, la questione è quella della natura del regime che noi italiani ci troveremmo ad avere inventato. E qui torna utile la domanda che fu posta da Benedetto Croce a proposito della natura del fascismo: rivoluzione o rivelazione, trasformazione violenta e radicale dell´assetto politico del paese o disvelamento di una verità profonda, di carenze antiche e radicali, tali da rendere il paese Italia diverso da tutti gli altri. Oggi, al termine – speriamo, infine – di un´avventura individuale e collettiva che consegna una fetta consistente di storia del Paese alla figura di Berlusconi, gli italiani tutti e non solo la classe politica, sono giudicati nel mondo per ciò che hanno accettato e premiato con le loro scelte e di cui continuano a non volersi liberare. Come nel rapporto tra personaggio e ritratto descritto da Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray”, oggi il nostro Paese e la qualità morale della nostra convivenza civile sono diventati il ritratto rivelatore della verità nascosta del personaggio Berlusconi: brutti, vecchi, laidi, corrotti. Così li giudica l´opinione pubblica democratica dei paesi civili.

La Repubblica 03.02.11

"Formazione e lavoro: il Governo non sa chi sono i giovani italiani", di Giulia Tosoni

Mentre la disoccupazione giovanile corre al 29%, mentre il 47% di laureati o diplomati è sottoinquadrato, il ministro Giorgia Meloni accusa i giovani di essere male informati… “Soffrono di inattitudine all’umiltà”. Con queste parole sono stati descritti i giovani italiani, non da un commentatore qualsiasi, ma dal ministro della Gioventù Giorgia Meloni. L’ennesima espressione poco felice da parte di chi dovrebbe occuparsi di mettere una generazione intera al riparo dagli effetti della crisi e dalla precarietà.

L’occasione è stata la conferenza stampa di presentazione del Piano del Governo per l’occupazione giovanile, che ha l’obiettivo di favorire l’incontro tra la domanda di lavoro e la formazione dei giovani. Il piano, formulato dai Ministri Sacconi, Meloni e Gelmini, comprende, attraverso un miliardo di euro di investimenti, la creazione di scuole speciali di tecnologia, alcuni eventi in cui le imprese incontrano neodiplomati e neolaureati, lo sviluppo di sistemi di informazione e banche dati, degli stage formativi e dell’apprendistato come forma di ingresso nel mondo del lavoro. Sono previsti anche bonus alle imprese che assumono under 35 disoccupati con figli.

Il leit motiv della conferenza stampa è stato il solito di questi anni: i giovani non sono informati, scelgono male i loro percorsi di studio, rifuggono il lavoro manuale.
Peccato che secondo l’ultima indagine Istat, relativa al secondo trimestre 2009, oltre due milioni di giovani laureati o diplomati -il 47,1% del totale- è sottoinquadrato: cioè possiede un titolo di studio superiore a quello richiesto per svolgere la loro attuale professione. Insomma, la metà dei giovani italiani ha introiettato la mancanza di prospettive di lavoro, tanto da accettare qualsiasi offerta, anche quelle inadeguate alla loro qualifica. A questi dati si aggiungono quelli -addirittura da record storico negativo- sulla disoccupazione giovanile: siamo a quota 29%, in pratica un giovane su 3 tra i 15 e i 24 anni sono senza lavoro.

Questi dati paiono non essere arrivati nelle stanze del Governo, ma dimostrano che occorre urgentemente ribaltare il paradigma relativo al rapporto tra formazione e lavoro. Spostare, cioè, l’attenzione dagli studenti e dalle loro scelte, alle imprese e alla loro domanda, nonché all’integrazione fra i due sistemi.
Mentre si proclama l’importanza del lavoro manuale, gli istituti tecnici e professionali subiscono la mannaia dei tagli della Gelmini, con conseguenze pesantissime per tutte le esperienze di integrazione con il lavoro: la terza area, gli stage, le esperienze di alternanza, gli indirizzi dei professionali vengono decurtati per mancanza di fondi.
E’ il momento di chiedersi quanto occorrerà ancora aspettare per una valorizzazione del sistema di istruzione tecnico-professionale e per favorire quell’integrazione tra istruzione, formazione, orientamento e lavoro che alcune Regioni continuano faticosamente a perseguire.

La verità è che ministri che si esprimono in questi termini ritengono ancora il lavoro manuale e quindi la formazione tecnico-professionale un ambito di ripiego, anziché un aspetto fondamentale del sistema, fatto per chi non riesce bene a scuola o non trova lavoro, fatto semplicemente per togliere dai banchi chi non è abbastanza bravo e dalla ricerca di un lavoro adeguato tutti coloro che vedono la propria strada professionale sbarrata dalla crisi economica, dai tagli alla pubblica amministrazione, dalle corporazioni.

Sarebbe fondamentale, invece, dare vita a un sistema integrato, capace di garantire a ogni studente una cultura generale ampia, percorsi differenziati dopo l’obbligo scolastico, formazione per tutto l’arco della vita.
Lo dimostrano le tante esperienze di artigianato e impresa inserite con successo nel contesto della globalizzazione, frutto della conoscenza del mercato, oltre che del mestiere, dell’innovazione e del coraggio. Il coraggio di chi ha un’idea e vuole sperimentarla, di chi crede di poter realizzare i propri progetti: tutte caratteristiche che difficilmente possono scaturire da giovani che vogliono fare i medici, o gli avvocati, o i ricercatori, e si ritrovano a fare l’idraulico, il carpentiere, o le fotocopie in qualche ufficio.

www.partitodemocratico.it

Camera dei deputati. Voto sulla legge in favore delle istituzioni medioevali: le ragioni della nostra astensione

Intervento On Ghizzoni
Signor Presidente, rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, permettetemi una considerazione preliminare. Nel corso di questa legislatura l’Assemblea non sia è mai occupata di politica culturale e di provvedimenti strategici a sostegno del settore culturale. Lo ha fatto, semmai tangenzialmente, in occasione delle manovre finanziarie che, l’una dopo l’altra, hanno compresso ai minimi storici gli investimenti pubblici nel settore culturale e hanno semmai disposto provvedimenti episodici e microsettoriali, invece che mettere in campo e dispiegare visioni di medio e lungo periodo per il rilancio della creatività, della produzione artistica, della ricerche e della fruizione dei beni culturali.
Al Parlamento italiano negli ultimi due anni e mezzo è stato di fatto impedito di discutere di riforme strutturali e di investimenti strategici. Mi dispiace che in questo momento il rappresentante del Governo se ne sia andato perché mi sarebbe piaciuto che avesse ascoltato questo mio rammarico. Questo Parlamento – come dicevo – non ha potuto discutere di riforme strutturali e di investimenti strategici in favore delle attività culturali e dell’industria culturale del nostro Paese che, solo un Esecutivo impreparato ed inadeguato come il nostro, può ritenere un capitolo di spesa invece che una fonte di reddito, oltre che di crescita economica e sociale. Faccio riferimento – così i colleghi potranno capire il senso delle mie parole – ad esempio alla tanto attesa legge sullo spettacolo dal vivo, che ha trovato un’importante convergenza in Commissione, ma che ora è ferma al palo perché mancano le risorse; stessa sorte è toccata alla legge di riforma delle attività cinematografiche e ancor di più – e questo stupisce oltre a farci rammaricare – alla legge-quadro sulla qualità architettonica sostenuta direttamente dal Ministro Bondi.
Allora varrebbe veramente la pena di chiedersi perché tra bilancio e cultura soccombe sempre la cultura, come se non fosse possibile mettere in campo strade alternative in grado di porre in sintonia le ragioni di bilancio con quelle del patrimonio e della produzione culturale. Ovviamente occorrerebbe una capacità programmatica innovativa e condivisa che – a mio avviso – manca alla politica italiana, in particolare a chi porta la responsabilità di questa politica nel nostro Paese. Anche per questi motivi noi abbiamo presentato la nostra mozione di sfiducia nei confronti del Ministro Bondi, un atto che sì, ormai è consegnato alla storia politica italiana, ma il cui giudizio – che sarà espresso sui dati della realtà – non si conformerà a quello espresso dall’Aula.
È in questo deserto progettuale e programmatico che noi oggi siamo chiamati a pronunciarci nel merito di una proposta di legge dell’onorevole Barbieri che, nonostante il fatto che non mi stia ascoltando, voglio ringraziare per la tenacia con la quale ha accompagnato l’iter del provvedimento. Non mi dilungo ovviamente – questa non è la sede per farlo – sui contenuti del provvedimento, anche se mi preme ricordare, perché è importante sottolinearlo, che la Commissione ed il Comitato ristretto hanno proficuamente lavorato per predisporre un testo base molto diverso da quello iniziale. Con esso siamo passati da un sostegno all’autorevole società internazionale per lo studio del medioevo latino e dalla istituzione dell’edizione nazionale dei testi mediolatini d’Italia ad un intervento legislativo di più ampio respiro a favore dell’organizzazione delle attività di ricerca, svolte da quattro istituzioni pubbliche e private di reputazione internazionale, che si occupano di studi medievali e che rappresentano, al contempo, la tradizione medievistica italiana ed il futuro della ricerca nelle discipline medievalistiche. Si tratta oltre della SISMEL, che ho citato, della Fondazione Ezio Franceschini, dell’Istituto storico italiano per il medioevo e del Centro italiano di studi sull’alto medioevo. Neppure posso soffermarmi sulle ragioni che raccomandano e legittimano lo Stato a sostenere gli studi sul medioevo, così come fanno da tempo la Francia e la Germania: mi limito a dire che quei mille anni di storia fondano le radici dell’identità culturale e istituzionale dell’Europa e in essi si ritrovano i caratteri originali in Italia – per riprendere un’espressione della storiografia di qualche decennio fa – ai quali dobbiamo rivolgerci se vogliamo comprendere il nostro Paese nelle sue strutture attuali e celebrare con consapevolezza, come veniva anticipato dal collega del PdL, i centocinquanta anni della nostra unità nazionale.
Mi soffermo invece su alcuni elementi che attengono all’approvazione di questa proposta di legge e che hanno destato stupore e rammarico. Si tratta di due elementi che non costituiscono categorie politiche, ma che hanno comunque rilievo politico e su questi mi soffermo anche perché orienteranno il nostro voto finale. Stupisce e rammarica, ad esempio, che il Governo abbia negato il trasferimento della proposta di legge in sede legislativa, benché il Governo stesso avesse precedentemente espresso parere favorevole sia in Commissione sia alla Commissione bilancio. Si tratta di una decisione che potrebbe anche essere interpretata come una mancanza di fiducia soprattutto nei confronti della Commissione ed è stata determinata – e avanzo due ipotesi – o dal fatto che non ci sono altri provvedimenti in quota alla maggioranza pronti per la calendarizzazione in Aula, e questo sarebbe davvero molto grave se pensiamo a tutti i problemi che deve affrontare il Paese e che dovrebbero trovare una risposta nelle decisioni di questo Parlamento
Oppure è dovuta alla necessità di vincolare il Governo alla decisione dell’Aula per un provvedimento su cui evidentemente è stato espresso un giudizio favorevole più di circostanza che convinto. Comunque sia, a me pare che il Governo non ci faccia una bella figura.
Stupisce e rammarica poi – e questo è un punto centrale – che nella proposta di legge le risorse siano state disposte a favore delle istituzioni culturali che ho citato solo dal 2012, dal prossimo anno, nonostante l’encomiabile tenacia dell’onorevole Barbieri nel recuperare queste risorse obiettivamente aggiuntive rispetto al bilancio del Ministero per i beni e le attività culturali.
È un segno questo – e cioè che le risorse non siano disposte a partire da quest’anno, e siamo solo all’inizio del 2011 – negativo, davvero ancora di debolezza. Se poi pensiamo e ricordiamo – e credo che sia necessario farlo in questo momento – al taglio draconiano del 50 per cento che la manovra dell’estate scorsa ha imposto ai contributi che lo Stato devolve in favore di istituzioni, enti e altri organismi culturali, ci viene rappresentato un quadro molto diverso.
È un taglio tra l’altro che i nostri emendamenti, purtroppo dichiarati inammissibili, tentavano di cancellare e per far comprendere il significato di questa scelta del Governo che noi contestiamo voglio richiamare – e prendo ad esempio – proprio l’Istituto storico italiano per il medioevo, noto con la sigla Isime, che molti colleghi della maggioranza lunedì nel corso della discussione sulle linee generali hanno valutato come meritevole, per la reputazione dell’attività svolta, di essere finanziato con legge dello Stato. Questo Istituto, che è un ente pubblico non economico vigilato dal Ministero per i beni e le attività culturali, riceve un contributo ministeriale ma, a causa dei tagli imposti dalla manovra estiva per quest’anno in corso, tali risorse non saranno più sufficienti nemmeno per retribuire il personale dipendente e l’Istituto sarà costretto quest’anno a rivedere il proprio funzionamento, i servizi erogati e anche la pianta organica.
Lunedì tanti colleghi si sono prodigati a tessere le lodi di questo Istituto, a riconoscerne il valore culturale e sociale, senza però preoccuparsi di garantirne la funzionalità e la piena operatività anche per quest’anno. Onorevoli colleghi, non deve sfuggire alla nostra attenzione il fatto che nelle stesse condizioni in cui si trova l’Istituto storico italiano per il medioevo si trovano anche tutti quegli istituti, enti e organismi nazionali che, pur a fronte di una meritoria, lodevole e apprezzata attività culturale che qualifica la civiltà del nostro Paese, si vedono decurtato il contributo statale per una percentuale che oscilla tra il 20 e il 50 per cento.
Pertanto, in occasione del voto su questa proposta di legge in favore della ricerca e della cultura del medioevo, non possiamo non parlare della scelta assunta dal Governo e non lo facciamo per amore di sterili polemiche come qualcuno ha suggerito nel corso della discussione sulle linee generali. È il desiderio di verità che ci impone di espungere ogni ipocrisia dal nostro dibattito. Qualche minuto ancora credo di averlo, signor Presidente, e mi avvio alla conclusione dicendo che quindi di fronte a un taglio generalizzato agli istituti culturali nei cui confronti non vediamo l’intenzione del Governo di recedere, non possiamo quindi che confermare le nostre critiche al Governo solo in parte compensate dalle buone intenzioni contenute nella proposta di legge in parola di iniziativa parlamentare. Pertanto il nostro voto non potrà che essere di astensione, un’astensione vigile, di pungolo al Governo e alla maggioranza, per convincerli ad un passo indietro sui tagli e ad un passo avanti di disponibilità verso le istituzioni culturali, che ne hanno molto più bisogno di quanto possiamo immaginare. Chiudo, me lo consenta signor Presidente….rievocando un ricordo personale. Poco meno di un anno fa, insieme alla collega Frassinetti e al Presidente Fini, andammo all’Istituto storico italiano per il medioevo in occasione di una giornata di studi sulla lotta politica nel medioevo.

Una giornata densa di suggestioni per comprendere l’Italia di oggi: infamare a chi sta criticando (Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Voglio solo dire una cosa: «Infamare per dominare» era il titolo di una relazione sull’uso strumentale della forza nel contrasto tra Pistoia e Firenze. In questi giorni in cui la politica convive con la macchina del fango (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)…

MANUELA GHIZZONI. Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna di considerazioni integrative del testo della mia dichiarazione di voto.

"La ribellione degli uomini", di Gad Lerner

Il maschio italiano schierato con le donne che si ribellano all´offesa della loro dignità? Tale è la sfida allo stereotipo del vitellone nazionale, da esporlo come minimo a sospetti e ironie. Il furbacchione si trincera dietro alle suore e alle femministe solo ora che c´è di mezzo Berlusconi, altrimenti… È roso dall´invidia per il maturo dongiovanni; si ricicla bacchettone dopo aver predicato la libertà sessuale; spia dal buco della serratura il bottino che mai riuscì a procacciarsi. Traduce la frustrazione in moralismo. E avanti di questo passo: quasi dovessimo coprirci di ridicolo, noi uomini, per solidarizzare con le nostre concittadine in un paese noto ormai come il più misogino dell´occidente. Afflitto non a caso dal più alto tasso europeo d´inattività femminile (una donna su due non trova o non cerca lavoro, dato Istat 2009). Per non parlare della loro emarginazione dal potere politico.
Scatta poi un istinto atavico, più nel profondo del maschio intimidito e attratto dall´esuberanza femminile. Se quelle ragazze si offrono al desiderio del potente per trarne vantaggi, non sarà la loro una sottomissione finta? Le fameliche “lupe di Arcore” (copyright di Francesco Merlo) meritano forse di essere considerate vittime, o ha ragione piuttosto chi le addita al pubblico ludibrio come “veline ingrate”? Così i cd di Mariano Apicella imbottiti di banconote da cinquecento euro, al termine dei festini di Arcore, incoraggiano un vile rovesciamento di responsabilità, addossando alla spregiudicatezza femminile – “lei ci stava, vostro onore, trattasi di donna dai facili costumi!” – il marchio della colpa. Un falso alibi che però funziona da millenni.
Forse è venuto il momento di riconoscere che anche il maschio italiano sta subendo nella sua identità sessuale i contraccolpi della pornocrazia, divenuta caratteristica pubblica di una classe dirigente di puttanieri. Non a caso il disagio è avvertibile particolarmente fra i giovani maschi che vivono la delicata scoperta dell´eros in un contesto culturale stravolto da una tale inedita ostentazione del mercimonio. È soprattutto fra loro che si affaccia con timidezza la presa di distanze: io non vivo così il mio bisogno di relazione amorosa; desidero un altro tipo d´incontro con le mie coetanee.
Che idea dell´amore può suggerire ai giovani maschi italiani la notizia di quelle cene in cui tre settantenni, resi interessanti solo dal loro status, si trastullano con venticinque ragazze di mezzo secolo più giovani di loro? A tutti, nell´adolescenza, sarà capitata la fantasia di fare l´amore con le bellezze viste in televisione. Ma poi subentra una fase più matura, la fatica della scoperta individuale della femminilità. Contraddetta dalla visione di questa sessualità immatura per cui il potente si ricostruisce in casa, scimmiottando per capriccio lo spettacolino televisivo, la fantasia adolescenziale del dominio maschile esercitato grazie alla forza del denaro. È la trasposizione privata, ma esibita pubblicamente come credenziale di prestigio, di un´ossessione che serializza il corpo femminile plastificato. Bambole di carne precocemente rifatte per somigliarsi tutte e corrispondere a un gusto che si distanzia dall´autenticità femminile fino a precipitare nella parodia.
Altro che libertà sessuale. È la stessa bellezza dell´amore, la ricerca del piacere nella reciprocità, a subire un attentato. Tanto da provocare nei maschi frustrazione, caduta del desiderio, pulsioni sopraffattrici, mortificazione dell´eros nella virtualità del porno.
Solo in questo senso possiamo riconoscere che siamo vittime anche noi dell´offesa alla dignità della donna. Certo ha ragione suor Rita Giaretta di Caserta quando denuncia la legittimazione giunta dai vertici del potere istituzionale alla schiavitù della vendita del corpo (non solo, ma principalmente femminile) fino ai gradini più bassi della scala sociale. E s´indigna, suor Rita, per il cinismo con cui la parte maschile della nostra società sembra accettarla come norma. Ma proprio perché tale abitudine è cementata da una cultura popolare di massa di cui le televisioni di Berlusconi sono da decenni le volgari battistrada – e di cui le sue abitudini private rappresentano la caricatura parossistica – anche la reazione può e deve essere femminile e maschile insieme. Ben lungi dalla sessuofobia, la rivolta femminile coinvolge gli uomini in un progetto di dignità comune che è la base della civiltà. Il partito dell´amore è stata la più beffarda truffa politica del premier indagato per favoreggiamento della prostituzione minorile. Ma la faticosa costruzione dell´amore, come ci ricordano pure i nostri più bravi cantautori, è l´intima fatica per cui vale la pena di vivere.

La Repubblica 02.02.11

"La Lega ci pensa: votare a giugno", di Francesco Lo Sardo

Il Carroccio è sempre più nervoso e ipotizza le urne nella tarda primavera. Elezioni anticipate a giugno 2011, dopo l’approvazione dell’intero pacchetto dei decreti attuativi del federalismo. Se è questo il vero l’oscuro oggetto del sotterraneo confronto-scontro in atto al vertice della Lega, Silvio Berlusconi ha tutti i motivi per essere più che allarmato.
Anzitutto perché il Cavaliere alle elezioni non vuole andarci con la quasi certezza di perdere il senato per colpa del Terzo polo, men che meno poi nel mese estivo di giugno che Berlusconi considera sfavorevole alla mobilitazione del suo elettorato. Perciò Berlusconi sta facendo di tutto per cercare di tenere a galla il suo governo con altri arrivi dall’Mpa (si vocifera di Latteri e Misiti) per portare da 5 a 7 i voti di vantaggio della maggioranza sull’opposizione a Montecitorio. Nessuno si illude di andare lontano: «Se tutto va bene, riusciremo a tenere fino alla fine del 2011, ma oltre non sarà facile…», ammette uno dei “motori” del neo-gruppo dei “responsabili”, la cosiddetta “terza gamba” della maggioranza Pdl-Lega.
Se questo è il piano di Berlusconi, deciso a resistere a dispetto dell’inchiesta che lo vede accusato di prostituzione minorile e concussione, e a non compiere alcun passo indietro a favore di Letta, Tremonti (figurarsi a favore del leghista Maroni), la Lega sta cominciando a maturarne uno suo: assai differente.
Sono dovute trascorrere più ventiquattr’ore dall’ennesima riunione blindata dello stato maggiore del Carroccio a via Bellerio e dal corpo a corpo Maroni- Calderoli sul che fare – staccare o no la spina al governo – se il decreto sul fisco municipale non passerà la ghigliottina della bicamerale, prima che i reali contenuti del confronto nel Carroccio cominciassero a venire a galla.
Ma anche dalle parti della Lega, così come avviene nel Pdl del declino berlusconiano, le cose cambiano e la tenuta stagna che ha reso celebre l’ultimo partito leninista italiano fa acqua.
Così viene fuori che da quando al Carroccio s’è capito che il terzo dei decreti federalisti non passerà e che il clima politico anche sul piano dei rapporti “diplomatici” col Pd sta degenerando per l’insostenibilità della situazione una parte del vertice, facendo leva sul crescente malcontento della base, ha cominciato un pressing su Bossi perché sblocchi l’impasse dei rapporti paralizzanti con Berlusconi.
L’idea di un passaggio di mano a un governo Tremonti o addirittura a Maroni (la Lega ha posto un veto su Letta), Bossi non ha neppure provato a suggerirla al premier: «É inutile, tanto non lo fa…», ha detto ai suoi. Perciò Maroni (uno dei motori del cambio di fase nonché il nome più forte se si arrivasse a una candidatura leghista) sta cercando a modo suo di smuovere le acque: lanciando messaggi in codice sul voto anticipato e su intese con un Pdl senza più Berlusconi candidato premier.
Che ciò abbia scatenato l’ira dell’avversario di sempre Calderoli (dal caso Credieuronord in poi) non stupisce: posizionamenti personali sullo sfondo dei veri termini del dibattito in corso nella Lega. Quali? Anzitutto, con o senza il via libera delle opposizioni, far emanare al governo il decreto sul fisco municipale e tirare dritti sugli altri 5 (fisco regionale e costi standard sanitari, Roma capitale, perequazione, armonizzazioni, premi e sanzioni) da approvare entro il 21 maggio.
«Possiamo farcela entro aprile», è il tam-tam leghista.
Poi, incassato il federalismo, la via delle urne è spianata. Basterà un pretesto qualsiasi, per staccare la spina a Berlusconi. Il quale ha mangiato la foglia ma non ha appigli per chieder conto a Bossi di un’opzione di cui formalmente non c’è traccia. Perciò il Cavaliere è in un altro bel guaio.
Se vuol proteggersi dall’insidia leghista non potrà che cercare di rallentare il più possibile il varo dei decreti. Ma il partito proelezioni, nella Lega, si fa sempre più forte. E se Berlusconi tirerà troppo la corda neppure Bossi, già oggi in gran difficoltà, riuscirà a impedire che si spezzi.

da Europa Quotidiano 02.02.11

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“Dal loro federalismo più tasse per tutti”, di Raffaella Cascioli

La maggioranza è in grande affanno, il decreto firmato da Calderoli non ha i numeri in commissione.
A dispetto di un presidente del consiglio che, nel tentativo di coprire mediaticamente il proprio comportamento, propaganda meno tasse per tutti, il federalismo che il governo Berlusconi si propone di attuare imporrà inevitabilmente un ulteriore aumento della pressione fiscale.
Il decreto attuativo sulla fiscalità municipale che da oggi la bicameralina inizierà a votare, e per il quale domani è previsto il voto finale, comporterà un aggravio d’imposta per cittadini e imprese e, inoltre, presenta importanti carenze sul fronte delle coperture. Ne è convinto il Pd che con il vicesegretario Enrico Letta ha sostenuto come il nuovo testo Calderoli non comporti solo un aumento delle tasse per tutti i cittadini ma preveda «per artigiani e commercianti quella imposta patrimoniale che il presidente del consiglio, per pura propaganda, vorrebbe attribuire alla volontà dell’opposizione democratica». Lo sostiene anche il Terzo polo che con l’Udc, Gianluca Galletti, definisce la tassa di scopo una «patrimoniale mascherata».
Ieri il ministro Calderoli non è riuscito a convincere le opposizioni circa la bontà della terza versione del decreto sul federalismo municipale che, stando così le cose, non dovrebbe ricevere il parere della bicameralina. Infatti, a favore del decreto si esprimeranno 15 parlamentari della maggioranza, compreso il presidente della commissione La Loggia, mentre i 15 parlamentari dell’opposizione esprimeranno parere contrario. La parità nei voti comporterà di fatto una bocciatura del testo che dovrebbe ricevere anche il parere delle commissioni bilancio di camera e senato. Al riguardo mentre ieri la commissione finanze del senato ha già espresso parere favorevole, il voto è tutt’altro che certo nella commissione bilancio della camera dove, con il voto del presidente leghista Giorgetti, ci potrebbe essere anche qui una situazione di parità.
Nel qual caso non vi sarebbe il parere della Bilancio della camera sulle coperture. «Tuttavia – spiega il capogruppo del Pd in commissione Pierpaolo Baretta – potremmo non essere chiamati al voto qualora la bicamerale non riesca ad esprimere un parere». Infatti, a quel punto non si capirebbe su quale testo la bilancio sarebbe chiamata ad esprimersi. D’altra parte dubbi sulle coperture sono stati sollevati per il Pd in commissione da Marco Causi, che fra l’altro è il vicepresidente della bicameralina.
«Abbiamo chiesto un’audizione urgente del ragioniere generale dello stato – spiega – perché chiarisca numerosi punti oscuri contenuti nella relazione tecnica che accompagna il decreto sul fisco comunale, giunto ormai alla terza stesura».
Numeri alla mano Causi ha spiegato come l’aliquota di equilibrio dell’Imu a regime, stabilita dal governo al 7,6 per mille, non potrà essere tale ma molto più alta intorno all’8,5 per mille. E che i numeri contenuti nella relazione tecnica, che ha ottenuto la bollinatura della Ragioneria, non siano aderenti alla realtà lo ha confermato anche il documento di quantificazione del servizio bilancio della camera che ha avanzato dubbi circa la sovrastima del 18% dell’emersione di gettito derivante dall’applicazione della cedolare secca sugli affitti: il che farebbe pensare che la cedolare secca non sia coperta del tutto. E se Causi sostiene che due anni fa l’impegno di tutti era quello di non fare riforme a colpi di maggioranza, correttezza vorrebbe che, in caso di un mancato parere da parte della bicameralina, il governo verificasse in parlamento se la maggioranza dà mandato ad andare avanti. La Lega però premerebbe per un secondo definitivo passaggio in consiglio dei ministri. E se per Francesco Boccia nonostante gli sforzi compiuti da Calderoli non si sono sciolti i nodi sull’aumento della pressione fiscale, le pmi con Rete Impresa Italia sospettano che il federalismo diventi l’occasione per mettere le mani nelle tasche degli italiani.

da Europa Quotidiano 02.02.11