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"L’Italia sotto la media Ue per innovazione e ricerca", di Marco Mongiello

L’Italia arranca dietro l’Europa e l’Europa arranca dietro Stato Uniti e Giappone. È questa la situazione fotografata dal Nuovo quadro valutativo sull’innovazione, presentato ieri a Bruxelles dal commissario all’Industria, Antonio Tajani, e dal responsabile per la ricerca, Máire Geoghegan- Quinn. Lo studio misura nei Paesi europei 25 indicatori di innovazione, dalla qualità delle risorse umane, ai finanziamenti alla ricerca, agli investimenti delle imprese. Ne esce il ritratto di un’Europa in ritardo, soprattutto sull’attività di ricerca e sviluppo del settore privato. «Il divario si legge – è particolarmente ampio e in rapido aumento per quanto riguarda le entrate dall’estero derivanti da licenze e brevetti ». Resta il vantaggio su India e Russia, ma si accorcia quello sulla Cina. Tra i Ventisette però la situazione è molto differente. Ci sono i «leader dell’innovazione»,come Danimarca, Finlandia, Germania e Svezia. Ci sono i Paesi «che tengono il passo», tra cui Francia e Gran Bretagna. E poi ci sono quelli che non tengono il passo, diplomaticamente definiti «innovatori moderati», tra cui l’Italia, in compagnia di Grecia, Portogallo, Spagna e altri Paesi dell’Est. Infine i «ritardatari»: Bulgaria, Lettonia, Lituania e Romania.

ECONOMIA DELLA CONOSCENZA? È il fallimento della Strategia di Lisbona varata nel 2000 per trasformare l’Unione europea «nell’economia della conoscenza più competitiva del pianeta» entro il 2010. Tra le tante promesse mancate c’era quella di creare un Brevetto europeo, per poter registrare le invenzioni una volta sola, e smettere di svenarsi per tradurre e registrare i brevetti in 27 Paesi diversi. L’iniziativa è stata bloccata per anni dalle dispute sulla lingua da utilizzare. Roma ha insistito per includere l’italiano, con l’unico risultato che ora gli altri Paesi hanno deciso di procedere da soli e varare un Brevetto europeo in inglese, francese e tedesco, imponendo così alle imprese italiane uno svantaggio competitivo. Per recuperare lo smacco il governo ha provato tardivamente a proporre l’inglese come unica lingua, ha fatto ricorso alla Corte di giustizia Ue e ieri Berlusconi ha scritto alle autorità europee per chiedere un brevetto che «rispetti l’integrità del mercato unico e coinvolga tutti gli Stati membri». La questione ora potrà essere sollevata nel Vertice Ue in programma venerdì a Bruxelles.

L’Unità 02.02.11

La scuola boicotta il merito, il ministero: «Uso politico», di Alessandra Migliozzi

Il Sud traina i progetti di valutazione dei professori e delle scuole lanciati a novembre dal ministro Gelmini e incappati nel no compatto degli insegnanti delle città del Centro-Nord selezionate per partecipare. In palio ci sono fino a una mensilità in più per i docenti brillanti e fino a 70mila euro per le scuole che otterranno la “pagella” migliore. Eppure da città come Torino, Milano, Pisa e Cagliari, è arrivata l’indisponibilità secca di molti docenti: «I progetti presentati sono fin troppo fumosi». Gli insegnanti hanno trovato il modo di far pagare alla Gelmini il conto per le cattedre saltate, i blocchi contrattuali, la mancanza di una retribuzione europea che resta un miraggio. «Respingeremo questo ennesimo attacco alla libertà di insegnamento e alla nostra dignità di insegnanti», tuona il Coordinamento 3 ottobre di Milano. Intanto al caso dei docenti che fanno muro si aggiunge una notizia dell’ultima ora: sarebbe pronto il provvedimento di attuazione del decreto Brunetta sulla valutazione del pubblico impiego per la parte che riguarda i docenti. Ma i sindacati non hanno mai potuto vederlo e ora protestano e si domandano come il decreto si raccordi con le sperimentazioni che dovrebbero partire. Secondo alcune anticipazioni il punto cardine del testo sarà questo: i premi andranno al massimo al 75% del personale e non ci saranno automatismi o distribuzioni a pioggia, il merito andrà verificato. «Sarebbe pronto un decreto – commenta Francesca Puglisi responsabile scuola del Pd – per imporre un modello di valutazione senza un confronto col mondo della scuola».
In questo clima teso si attende il 7 febbraio quando scadranno i termini per candidarsi alla sperimentazione della valutazione. All’inizio le città selezionate erano quattro: Pisa e Siracusa per le pagelle alle scuole, Napoli e Torino per quelle ai prof. Le candidature scadevano a dicembre. Servivano venti scuole campione per la parte sui docenti e un numero di istituti rappresentativo per quella sulle scuole. Non sono arrivate abbastanza candidature e il Miur ha allungato i tempi per aderire (fino al 7 febbraio, ma si andrà anche oltre) e il campione di città coinvolte (sono entrate Milano e Cagliari). Solo al Sud le scuole stanno aderendo. A Siracusa più del 70% degli istituti comprensivi della città e della provincia si è candidato. A Napoli sono 8 le scuole pronte a dare il voto ai loro insegnanti, altre si stanno aggiungendo. Scelte diverse a Pisa, Cagliari, Torino e Milano. A Pisa i presidi erano pro, ma i docenti stanno facendo muro. Cagliari si è aggiunta in corsa e i Cobas stanno facendo campagna per il no. A Torino solo tre scuole hanno aderito e l’Ufficio scolastico del Piemonte ha deciso di allargare le candidature a tutta la regione per invertire la tendenza. A Milano 74 istituti hanno detto no. C’è solo una adesione formale. Al ministero comunque si respira ottimismo, nonostante i numeri critici. «Alla fine – dicono da Viale Trastevere – arriveremo alle venti scuole necessarie per la valutazione dei professori. Magari ci vorrà più tempo, ma alcuni sindacati hanno fatto un uso politico della sperimentazione. La legge Brunetta per la valorizzazione del merito nella pubblica amministrazione impone la valutazione. Per la scuola stiamo cercando di arrivare ad un modello mirato per tutelare la specificità del settore. Chi dice di no si dà la zappa sui piedi: il rischio è che poi arrivi un meccanismo calato dall’alto. La scarsa adesione ai progetti, comunque, dimostra che in Italia la valutazione fa ancora paura». La pensa diversamente la Flc Cgil secondo cui, di fronte al fallimento dell’operazione, il ministero avrebbe dovuto fermarsi. «Invece si persevera. Per il merito? No, per aver assecondato un progetto fumoso, ideologico, scientificamente inconsistente buono solo per i titoli dei giornali».

Il Messaggero 02.02.11

"Il Decreto Interministeriale n.3 del 14 gennaio è idoneo a salvare il taglio delle anzianità?", di Osvaldo Roman

Il D.I. n.3 del 14 /1/2011è attualmente all’esame della Corte dei Conti ma ha già prodotto un effetto consentendo l’introduzione, nei cedolini recanti lo stipendio mensile del mese di gennaio 2011, di una modifica dell’annotazione che riguarda il passaggio nel successivo scalone retributivo. Nei cedolini infatti si afferma che questo passaggio avverrà con due anni di ritardo rispetto alla data indicata nei mesi precedenti. Ad esempio chi nei mesi scorsi leggeva sul proprio cedolino che sarebbe passato in un certo mese del 2013 nel successivo scalone ha trovato scritto che tale passaggio avverrà nello stesso mese di due anni dopo e cioè nel 2015. La notizia era una di quelle destinate a creare notevole turbamento in un milione di dipendenti della scuola. Le organizzazioni sindacali, che hanno sollecitato e condiviso le modifiche apportate al Senato all’articolo 9, comma 23, del Decreto Legge 31 maggio 2010, n.78, convertito nella legge 122/2010 si sono giustamente preoccupate di chiarire il significato di tale singolare anticipazione. Il D.M. n.3, all’esame della Corte dei Conti, non é ancora vigente ma volonterosi dirigenti del MEF ne anticipano i presunti effetti. Essi consisterebbero nel fatto che il Decreto in questione, insieme al recupero del valore economico dello scalone retributivo per tutti coloro che lo avessero maturato nel 2010, determinerebbe anche il recupero della piena validità giuridica dell’anno 2010 per i successivi passaggi di scalone nella carriera economica di tutto il personale docente è ATA attualmente in servizio.
E’ stato spiegato, da chi ha contribuito alla stesura del decreto, che il prolungamento di tre anni della permanenza nello scalone attualmente in godimento si sarebbe in tal modo ridotto a due anni e che con i successivi Decreti relativi agli anni 2011 e 2012 tale prolungamento triennale si sarebbe annullato. I tre Decreti interministeriali dovrebbero avere come effetto, non solo il conseguimento del previsto trattamento economico ma anche quello di annullare la permanente soppressione giuridica del suddetto triennio di anzianità ai fini della progressione di carriera. Se così realmente fosse si tratterebbe di una operazione veramente fantastica di cui tutta la categoria dovrebbe essere eternamente grata alla volonterose organizzazioni che cosi intelligentemente l’hanno costruita. In realtà, ci sono a mio parere molte questioni da chiarire e molti interrogativi che necessitano ancora di effettive risposte. Esiste il rischio molto concreto che tale narrazione non corrisponda alla realtà con le conseguenze del caso. Innanzitutto per poter ben apprezzare il motivo dello slittamento, di “soli due anni”, segnalato nei cedolini, è necessario conoscere come si é stabilito che l’accesso agli scaloni di tutti i dipendenti della scuola sarebbe dovuto slittare di tre anni. I cedolini non recano al riguardo alcuna annotazione che attribuisca tale slittamento triennale al comma 23 dell’art.9 della legge 122/190 e la sua riduzione a due anni agli effetti del D.I. n 3 del 24 gennaio 2011.

Ma in realtà proprio di questo si tratta. E gli interrogativi che emergono dai cedolini del mese di gennaio 2011 riguardano proprio la possibilità che dei decreti interministeriali possano modificare quanto stabilito da una legge e che tale legge abbia mai conferito, e in che modo, il mandato di
realizzare questo compito proprio a tali decreti. Vorrei chiarire, a scanso di equivoci, che porsi tali problematiche non significa in alcun modo remare contro una soluzione del problema del grave danno arrecato ad un milione di dipendenti scolastici dalla dissennata manovra concepita dal ministro Tremonti nella stesura originaria del Decreto legge n.78/2010. Significa solo contribuire,
per “motivi di scuola” e per esigenze di parte, a fare chiarezza su una situazione legislativa e amministrativa che attualmente chiara non lo è e che, per sua natura, potrebbe restare in ombra fino al 2013, quando di discuterà della nuova carriera economica o quando chi ne ha diritto
pretenderà il passaggio di scalone secondo i tempi attualmente stabiliti
dalle vigenti norme contrattuali. I fatti che a mio parere necessitano di chiarimenti e di corrette letture sono i seguenti:
• L’art.8 comma 14 del Decreto legge n.78 del 2010 prevedeva nella sua stesura originaria che i risparmi di sistema (30%), conseguenti al taglio degli organici, diversamente dall’originaria destinazione, che li destinava unicamente alla premiazione del merito, avrebbero
dovuto essere comunque assegnati al settore scolastico.
• La modifica apportata al comma 14 in sede di conversione stabilisce unicamente che la destinazione di quelle risorse si sarebbe stabilita con un decreto interministeriale, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
• La finalizzazione di tale decreto al pagamento degli scatti maturati nel suddetto triennio non risulta esplicitamente indicata nella legge e risulta solo dalle dichiarazioni rese al riguardo da esponenti sindacali e governativi.
• L’art.9 comma 23 del Decreto legge nella sua stesura iniziale prevedeva che “per il personale docente, Amministrativo, Tecnico ed Ausiliario (A.T.A.) della Scuola, gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti”
• In sede di conversione tale comma è stato completato con la previsione che “é fatto salvo quanto previsto dall’articolo 8, comma 14”, e cioè che con apposito Decreto Interministeriale si sarebbe
decisa la destinazione delle risorse (30%) di cui all’articolo 64, comma 9, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.
• Tale destinazione qualora accertata la sussistenza in bilancio del 30% delle risorse “risparmiate”con i tagli degli organici avrebbe potuto coprire nel triennio 2010-2011-2012 rispettivamente la spesa di 320, 640 e 960 milioni di euro.
• La relazione tecnica all’iniziale stesura del comma 23 dell’art.9 prevedeva al 2047 i risparmio di 18,72 miliardi di euro. Ciò significava, nel 2011, una riduzione annua, al lordo di 320 milioni,
che diventeranno 640 nel 2012; 960 nel 2013 nel 2014 e nel 2015;
800 nel 2016-17-18-19-20-21 e così via modulando negli anni fino a concorrere nel 2047 a determinare la cifra indicata.
• Gli emendamenti presentati dal governo, ai citati commi degli artt. 8 e 9, in sede di conversione del decreto non presentavano copertura finanziaria, ne indicavano modifiche alle previsioni di riduzione della spesa pubblica indicate nella relazione tecnica. Di conseguenza
tutti i tagli inizialmente ivi previsti restavano confermati essendo l’eventuale copertura del pagamento degli scaloni maturati nel triennio 2010-12 garantita da stanziamenti già iscritti in bilancio e già previsti in uscita anche se con una destinazione diversa.
• A conferma di ciò la Decisione di Finanza Pubblica per gli anni 2011-13 approvata dal Parlamento nel successivo mese di ottobre 2010 reca tali tagli nella tabella 2.10. Essi, per il triennio 2011- 13, contribuiscono alla definizione degli effetti della manovra economica per il triennio in questione e saranno presenti, a meno di un diverso reperimento delle risorse o di una riduzione del quadro complessivo della manovra, anche nella prossima Decisione di Finanza Pubblica riguardante il periodo 2012-14.
• Il Decreto interministeriale n.3 del 14 febbraio 2010 si limita a coprire con l’assegnazione di 320 milioni gli effetti del mancato pagamento degli scatti maturati in tale annualità. Nessuna copertura
esso indica per quanto riguarda gli effetti finanziari del mancato congelamento di quell’anno di servizio ai fini del conseguimento del successivo scalone per la totalità dei dipendenti scolastici che lo dovrebbero conseguire.
• Rimanendo tale riduzione di spesa nelle previsioni di cui al comma 23 dell’art.9 si deduce l’impossibilità, per il Decreto n.3 e per quelli che analogamente potranno essere emanati con riguardo agli anni 2011e 2012, di operare nel senso di garantire il ripristino delle corrispondenti anzianità di servizio soppresse.
E’ auspicabile che il governo chiarisca quanto prima tale complessa situazione al fine per sgombrare il terreno dalle sgradevoli sorprese che potrebbero colpire non solo i dipendenti scolastici ma anche le forze politiche che nel 2013 si dovessero trovare alla guida del Paese.
Poiché le previsioni delle relazioni tecniche che accompagnano le leggi finanziarie e l’obbligo di copertura degli emendamenti che modificano o eliminano previsioni di riduzione della spesa pubblica non sono proprio formalità a cui si può rinunciare nel corso di incontri
conviviali ne risulta che i circa 17 miliardi di mancate retribuzioni che si dovrebbero conseguire per il 2047 non sono proprio noccioline da nascondere sotto il tappeto.
I lavoratori della scuola dovranno quindi con ogni probabilità impegnarsi seriamente, nelle prossime vertenze per i rinnovi contrattuali, per legge realizzabili solo dopo il 2012, per ottenere che, in applicazione dell’art.2 comma 2, del Decreto legislativo n.165/
2001, risulti espressamente disapplicato quanto previsto dall’art.9, comma 23 del Decreto legge 31 maggio 2010, n.78(legge 122/2010).

da ScuolaOggi 02.02.11

"Voto decisivo per restare in vita", di Marcello Sorgi

Le sorti del governo e della legislatura restano appese al voto di domani sul federalismo. Mentre infatti Berlusconi sa di poter contare su una maggioranza esigua ma solida nella votazione sull’autorizzazione a procedere richiesta dei magistrati, nella «bicameralina» che dovrebbe dare il via alla riforma federale i numeri sono ancora bloccati a quindici contro quindici. L’apertura fatta ieri sera dal ministro leghista Calderoli, che sta gestendo la trattativa in commissione, alla richiesta dell’opposizione di un fondo perequativo tra regioni forti e deboli, va in direzione della ricerca di un accordo. Ma il merito del testo conta fino a un certo punto in un passaggio che potrebbe portare a un’accelerata verso le elezioni.

Se, come sembra ormai da qualche giorno, le opposizioni preferiscono andare alle urne, difficilmente daranno una mano al governo sulla materia federale. E se la riforma dovesse restare bloccata, come ha detto il ministro dell’Interno Maroni, lo scioglimento delle Camere diventerebbe inevitabile. Ma non sono solo Bersani, Casini e gli altri avversari del Cavaliere a dover valutare bene il proprio comportamento. E’ lo stesso Berlusconi che deve capire se una volta ottenuto il federalismo Bossi si adatterebbe a sostenere il governo per un altro anno o se invece cercherebbe egualmente di andare al voto. Una Lega che potesse presentarsi davanti alla sua gente dopo aver incassato il federalismo, elettoralmente al Nord sarebbe fortissima. Lo sarebbe meno se dovesse ammettere per l’ennesima volta di aver mancato l’obiettivo.

Ecco perché lo stallo in «bicameralina» alla fine conviene a Berlusconi. Che intanto continua ad avere diverse gatte da pelare. La sortita sul debito pubblico e la proposta di riforma dell’articolo 41 della Costituzione, storico cavallo di battaglia tremontiano, hanno irritato il ministro dell’Economia, poco coinvolto nella svolta di lunedì. La manifestazione nazionale contro i magistrati, dopo essere stata accantonata, ieri è rispuntata fuori, provocando una reazione durissima di Giuliano Ferrara, che aveva proposto al premier di concentrarsi sull’economia. Nell’imbarazzo generale, tra comunicati che andavano e venivano per cercare di mettere d’accordo le contrastanti anime del partito del presidente, il vertice a Palazzo Grazioli è durato sei ore. Oggi Berlusconi ricomincia da Tremonti. Se si trova la quadra il governo sfornerà venerdì i primi provvedimenti per l’annunciato rilancio dell’economia e la riduzione del debito pubblico. Altrimenti tutto si ridurrà a un tentativo di cambiare argomenti per sviare l’attenzione dal caso Ruby.

La Stampa 02.02.11

"Il Pd: il federalismo nasconde una patrimoniale per negozianti", di Luisa Grion

Il federalismo nasconde una patrimoniale a danno di commercianti e artigiani: l´accusa – respinta dal governo – arriva dal Pd e alza ancor di più lo scontro attorno al provvedimento che domani passerà al voto della Commissione bicamerale.
I lavoratori autonomi, di fatto, sono una roccaforte elettorale per Lega e Pdl: dire che il federalismo farà pagare loro più tasse e ne toccherà i “beni al sole” significa infilare un coltello nel cuore del testo che la Lega vuole a tutti i costi imporre. Ma per il partito di Bersani non ci sono dubbi: ieri una nota della segreteria precisava che il testo sul fisco municipale, oltre a contenere un aumento generalizzato delle tasse, prevede proprio quel tipo di imposta che «il presidente del Consiglio vorrebbe attribuire alla nostra volontà». Per Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, la patrimoniale è nascosta «in quel raddoppio dell´Ici, ridefinita Imu, su immobili ad uso aziendale di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori».
La maggioranza non ci sta: «Non c´è alcuna patrimoniale, bisogna considerare il provvedimento nel suo complesso – commenta Enrico La Loggia, presidente della Bicameralina – se uno paga un centesimo in più al Comune e due centesimi in meno allo Stato alla fine paga comunque un centesimo in meno». Ma la partita non è affatto semplice, tanto che lo stesso La Loggia ieri si è speso in una ennesima giornata di mediazioni confluita in un lodo che non ha comunque convinto né il Pd né il Terzo Polo. Il ministro Calderoli, nelle stesse ore, incontrava Antonio Di Pietro, senza ottenere appoggi. O meglio: «Se la Lega ci aiuta a liberarci di Berlusconi – conferma il leader dell´Idv – rimettiamo in piedi il dialogo sul federalismo un minuto dopo».
La trattativa continua, anche se è sempre più evidente il profilo politico della partita. Calderoli annuncia un emendamento del governo che accoglie una delle principali richieste dell´opposizione: la definizione di un fondo perequativo che garantisca i livelli essenziali dei servizi, che entri in vigore dal 2014 (alla fine del periodo transitorio) e che sia alimentato dal gettito delle imposte devolute per il 30 per cento ai Comuni. Ieri, intanto, il federalismo ha incassato l´ok, con rilievi, della Commissione Finanze del Senato. Oggi si prevede un´altra giornata difficile (le Commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera proseguono l´esame del testo) in attesa di domani, quando il provvedimento passerà al voto della Commissione Bicamerale. Si profila un pareggio: se così sarà, precisa La Loggia, «si potrà sempre emanare il decreto legislativo». Di Pietro commenta: «La maggioranza tenterà di bypassare la volontà del Parlamento e votare comunque il testo, ma un federalismo che non ha il sì del Parlamento è senza gambe».

La Repubblica 02.02.11

"Disoccupazione giovanile, nuovo record verso il 30%", di Luigina Venturelli

Per i diretti interessati – i giovani italiani tra i 15 e i 24 anni, che in un caso su tre sono senza lavoro – non si tratta certo di una novità. Proseguono la ricerca di un’occupazione in un paese povero di opportunità e lungimiranza, oppure si rassegnano, sognando tempi o luoghi migliori, comunque insofferenti all’ennesima conferma statistica. Da troppo tempo assistono alla crescita costante dell’indice di disoccupazione delle nuove generazioni, ogni mese rivisto al rialzo di qualche decimo di punto, ogni mese infranto il record precedente. È accaduto anche ieri, quando l’Istat ha fissato al 29% il nuovo livello d’allarme registrato a dicembre: lo 0,1% in più rispetto a novembre e il 2,4% in più rispetto a dicembre 2009. Ovviamente, si tratta di un nuovo record negativo, il peggiore dal gennaio 2004, data d’inizio delle rilevazioni storiche. E ben poco consola la stabilità dell’indice di disoccupazione generale, rimasto fermo all’8,6%, o il lieve calo di quella femminile, in diminuzione di 0,3 punti al 9,6%, visto il pari e contestuale aumento delle donne inattive, che rinunciano anche a cercare un’occupazione. Il confronto con il resto d’Europa, semmai, non fa che aggravare il quadro nazionale: sia nella zona della moneta unica, sia nell’Unione allargata a 27 paesi, la disoccupazione giovanile si è infatti stabilizzata sui livelli dei mesi scorsi, rispettivamente al 20,4% e al21%. La distanza tra le nuove generazioni italiane e quelle d’oltralpe si fa sempre più marcata. LE GIUSTIFICAZIONI DEL GOVERNO Un abisso di fronte al quale si dimostrano sempre più incosistenti le giustificazioni del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, secondo cui «le incertezze che permangono sulla ripresa contraggono le nuove assunzioni e inducono a consolidare, anche attraverso gli ammortizzatori sociali, i rapporti di lavoro in essere». Insomma, la colpa è sempre della sfavorevole congiuntura internazionale, mai delle manchevolezze della politica industriale del governo. LE ACCUSE DEL SINDACATO Di ben altro tenore i commenti delle organizzazioni sindacali. Secondo la Cgil, in particolare, si sta creando «un vero e proprio gap generazionale che riguarda tutte le forme di lavoro». La segretaria generale Susanna Camusso torna dunque a chiedere «un piano per il lavoro per affrontare i dati drammatici e disastrosi sull’occupazione che investono soprattutto i giovani e le donne del nostro paese», dove «perdurano e si acuiscono gli effetti della crisi economica» e dove «a subirne i costi sono i soggetti più deboli». Altrettanto dure le parole usate dalla Cisl, che nei dati Istat vede la certificazione di «una pericolosa situazione di stallo, in cui i problemi storici del nostro mercato del lavoro si aggravano». Per questo, sottolinea il segretario generale aggiunto Giorgio Santini, «mai come ora è necessario agire con interventi decisi e mirati, sui quali chiediamo al governo una immediata convocazione delle parti sociali». Anche per la Uil serve adottare «vere e proprie terapie d’urto tese ad aumentare la partecipazione al mercato del lavoro». E il Partito democratico, in proposito, ribadisce la sua proposta di «tasse zero per i giovani neo assunti»

L’Unità 02.02.11

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“Disoccupazione giovanile raggiunta quota record 29%”, di Lucio Cillis

Il ministero del Lavoro: numeri che attestano un mercato del lavoro stabile
ROMA – La disoccupazione in Italia è stabile ma a dicembre il tasso di senza lavoro tra i 15 e i 24 anni ha stabilito un nuovo record, toccando per la prima volta dall´inizio delle analisi Istat (il 2004) quota 29%.
Il quadro sempre più allarmante che emerge da questi dati, mostra un Paese in cui i disoccupati, in media, non aumentano, ma dove i giovani pagano il prezzo più alto della crisi che si sta lentamente allontanando: rispetto al dicembre 2009, i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono aumentati di 2,4 punti percentuali mentre la disoccupazione tra i 15 e i 64 anni, è rimasta ancorata all´8,6%. E se si allarga lo sguardo all´Europa c´è di che preoccuparsi soprattutto per gli under-25: la disoccupazione media nell´Eurozona è stabile al 10%, mentre quella fra i giovani nell´area della moneta unica è al 20,4% e al 21% nell´Ue a 27 paesi, contro il 29% registrato dall´Istat del nostro Paese.
Nel complesso il numero di uomini in cerca di occupazione è salito in modo esponenziale (+1,5% su novembre e +6,5% tendenziale) ma diminuisce l´esercito di donne a caccia di un posto: meno 1,7% in un anno e meno 2,7 rispetto a novembre. Ma nonostante queste variazioni il tasso di disoccupazione rimane un problema che tocca da vicino soprattutto il mondo femminile, con il 9,6% contro il 7,6% dei maschi.
Uno sguardo in profondità ai dati forniti dall´Istituto di Statistica, rivela che il tasso di occupazione, pari al 57%, risulta stabile rispetto a novembre e in calo dello 0,1% rispetto allo stesso periodo dell´anno precedente. Nel contempo a dicembre, rispetto al mese precedente, è calato di mezzo punto il numero di persone in cerca di occupazione, mentre comparando il dato dell´ultimo mese del 2010 con quello del 2009, si assiste ad un´inversione di tendenza, con un aumento del 2,5% del tasso di occupazione. Resta invece stabile il numero di “inattivi”, ovvero coloro che non sono occupati e non vanno a caccia di un lavoro. In generale il tasso di inattività, pari al 37,6%, è invariato rispetto al mese precedente e in leggera diminuzione rispetto a dicembre 2009.
Sono numeri che nell´insieme mettono in allarme il sindacato. La Cgil, con il segretario generale Susanna Camusso, chiede «un piano per affrontare questi dati drammatici e disastrosi sull´occupazione che investono soprattutto i giovani e le donne». Secondo il leader sindacale, il calo del numero di persone in cerca di occupazione, ascrivibile quasi esclusivamente alle donne, e la crescita del tasso di disoccupazione giovanile, «sono delle ferite aperte che vanno curate assolutamente: non possiamo permetterci che i soggetti più deboli, in questo caso i giovani e le donne, si tirino fuori dal mercato del lavoro». Diverso il parere del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi che vede nella rilevazione mensile dell´Istat «un mercato del lavoro che si conferma stabile in un contesto europeo altrettanto stabile».

La Repubblica 02.02.11

"Il creuscolo del raìs", di Bernardo Valli

Una settimana dopo l´inizio della protesta l´Egitto sembra in bilico tra rivolta e rivoluzione.Le manifestazioni, con epicentro la cairota piazza Tahrir, avvenute ieri in tutte le principali città, hanno condotto a una situazione che può avere due sbocchi in un futuro ravvicinato. Il primo scenario è che il generale Omar Suleiman, appena nominato vice presidente della Repubblica, e nelle ultime ore apparso più volte sui teleschermi per invitare l´opposizione al dialogo, riesca a organizzare l´inevitabile uscita di scena di Hosni Mubarak nel migliore dei modi, e prima che tutto degeneri. Ma Mubarak non sta al gioco. Si impunta. Rifiuta di dare le dimissioni, limitandosi a promettere che in settembre non si ripresenterà. Il vecchio generale lascia aperta una via d´uscita non escludendo la possibilità di accorciare costituzionalmente il mandato presidenziale. In questa incertezza lo scontro rischia di inasprirsi.
Nelle ultime ore tra la gente è prevalsa l´allegria; la sensazione di essere in tanti ha dato sicurezza, l´imponente partecipazione ha dato una forza insperata alla protesta; l´appoggio ufficiale dell´esercito ha rassicurato. Se i tempi si allungassero troppo, se venerdì i manifestanti ritrovassero Mubarak sulla poltrona presidenziale, gli umori potrebbero guastarsi, e mutare le immagini di un paese passato dalla rabbia alla gioia.
L´establishement militare, di cui Mubarak è da trent´anni il massimo esponente, vuole una sua uscita dignitosa. Invece la piazza, nell´euforia del successo, vorrebbe una cacciata senza fanfare, senza saluti militari e sbatter di tacchi: si aspetta una fuga marcata dall´ignominia. Qualcosa di simile a un´esecuzione. È quel che del resto invocano gli slogan e le caricature sventolate per la strade del Cairo. Lo stesso El Baradei, fino a ieri garbato portavoce della rivolta, come si conviene a un mite Premio Nobel per la pace, ha appesantito i toni e adesso non garantisce più la vita di Mubarak, se non se ne va entro un paio di giorni.
Non è un semplice problema di immagine, o ancor meno di protocollo. Una partenza, dopo dimissioni ufficiali in una cornice accettabile, significherebbe che l´esercito riesce a controllare la transizione, imponendole la moderazione o la linearità auspicate dagli alleati americani. I quali capiscono o addirittura auspicano una rapida partenza di Mubarak, ma sono terrorizzati dall´idea di vedere il vecchio alleato appeso a un lampione. E forse stentano a immaginare le società arabe non più mute, senza un´opinione pubblica, non più rappresentate dalle sole facce dei raìs, immutabili se non per il crescente numero di rughe. Una democrazia reale nel mondo arabo è qualcosa di imprevedibile, turba il sonno, suscita incubi, anche nel vicino Israele, che vi vede il libero scatenamento dell´islamismo.
Da quando il tenente generale Omar Suleiman è stato messo alle costole di Mubarak come vice presidente, l´esercito non ha sbagliato una mossa. Non si è lasciato coinvolgere dalla repressione; lasciandone l´inutile e degradante incarico alla polizia; ha presidiato la città, piazzando i carri armati sulle piazze e lungo il Nilo, e facendola sorvolare a bassa quota da F-16; al tempo stesso ha fraternizzato con la folla, ma con moderazione, finendo con l´approvare ufficialmente la protesta.
Una finzione? Una messa in scena? Un´abile regia?
Omar Suleiman, e i generali che l´appoggiano, hanno saputo tenere le redini in mano allentandole senza esitare quando la folla straripava ovunque, travolgendo i confini che i servizi di sicurezza avevano tracciato. Una protesta di quelle dimensioni va accompagnata; non si cerca di trattenerla. Altrimenti le redini si spezzano. E se questo accade l´esercito perde la partita e il regime, del quale è la spina dorsale, crolla.
Il secondo scenario, quello “rivoluzionario”, non ricalca, come il primo, il Muro berlinese dell´89; evoca piuttosto la partenza di Reza Pahlevi da Teheran, dieci anni prima, nel 1979. Nei due casi le realtà sono state rivoluzionate: a Berlino ha prevalso la democrazia; a Teheran è nata la Repubblica islamica. Al Cairo tutto è ancora in bilico.
Il regime egiziano risale al ´52, quando i militari prendono il potere e finisce la monarchia. Da allora ha subito mutamenti radicali, senza mai abbandonare l´autoritarismo. I primi ufficiali “liberi”, che cacciarono re Faruk, mettevano i panini imbottiti di carne di montone nei cassetti dei preziosi mobili dei palazzi reali. Quei panini avvolti in bisunti fogli di giornale, nascosti tra i profumi delle cortigiane in fuga, erano i simboli della loro austerità. Avevano installato gli uffici nei salotti d´Alessandria, ma consumavano i pasti come i battellieri del Nilo. Nasser ha promosso il socialismo arabo, che i successori Sadat e Mubarak hanno trasformato in un disinvolto capitalismo.
I militari hanno dimostrato una grande elasticità nel passare da un sistema all´altro; ed anche nell´allearsi al grande business. Della loro simpatia per la democrazia, e della loro volontà di realizzarla, è invece lecito dubitare. Non ci crede neppure troppo la folla in queste ore impegnata a superare con slancio vecchie frustrazioni, risalenti a padri e nonni. Il tenente generale Omar Suleiman, probabile successore di Mubarak, è in grado di ispirare la fiducia necessaria? Se Mubarak non sta al gioco che il suo vice presidente sta tentando, finora con abilità, lo scenario «rivoluzionario» diventa probabile. Se il vecchio presidente, prigioniero del suo orgoglio militare, continua a rifiutare di uscire di scena al più presto, lo scontro con la piazza appare una delle inevitabili conseguenze.
L´opposizione, attorno alla quale si è raccolta gran parte della società, perlomeno quella urbana, è un´ampia galassia di movimenti. Tra i quali domina, per numero e organizzazione, la confraternita dei Fratelli musulmani. I cui affiliati sono oggi per lo più estranei alla violenza e integrati alla società civile. Tra di loro prevalgono gli esponenti delle classi professionali, in particolare i medici. Attorno alla confraternita ruotano tuttavia anche correnti non indifferenti ai richiami integralisti. Ed esse, attirate in uno scontro tra la piazza e il regime, possono rappresentare una polveriera. E l´esercito, finora saggio, paziente, accorto, potrebbe reagire diversamente da quanto ha fatto finora.

La Repubblica 02.02.11

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“IL DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI”, di BARBARA SPINELLI

Ancora non sappiamo quale sarà l´esito delle rivoluzioni arabe, in Tunisia ma soprattutto in Egitto.e se davvero sfoceranno in democrazie costituzionali. Ma fin da ora quel che sta accadendo costringe gli occidentali a guardare da vicino questa regione, cosa che non hanno mai fatto sul serio né dopo l´ultima guerra mondiale, né dopo la decolonizzazione, né quando il Medio Oriente ha cessato di essere un luogo quasi astratto di accaparramento e di scontro fra Urss e democrazie liberali.
Questo sguardo da vicino giunge terribilmente tardi, e sono le popolazioni stesse a trasformare il luogo da astratto in concreto: sono quelle piazze arabe i cui cuori e le cui menti si volevano conquistare, dopo l´11 settembre, con il ferro e il fuoco, esportando democrazia come fosse un foglio appiccicato da fuori sui popoli. Guardarli da vicino significa non solo provare a decifrare i loro tumulti, ma cominciare da noi: da una rivoluzione nelle nostre teste, nelle nostre parole, nei dizionari di luoghi comuni ereditati dall´epoca coloniale e all´origine di politiche contraddittorie, sostenitrici di autocrazie che erano amiche nostre ma non dei loro popoli. Le guerre da noi lanciate hanno rigonfiato in questi paesi la corruzione, l´immobilità, lo sfruttamento della persona. I tumulti sono partiti da alcuni suicidi. A differenza del kamikaze, il suicida colpisce se stesso, non l´altro. È un inizio del tutto nuovo.
Il primo luogo comune nei nostri dizionari è la suddivisione amici moderati-nemici radicali. È la gara per l´accaparramento che continua, come nella guerra fredda, con la differenza che il discrimine è il rapporto con America – e Israele – e la lotta al terrorismo. Gli amici non sono necessariamente i filo-occidentali, e ancor meno chi vuole le basi Usa. Una persona come Omar Suleiman, il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente e indicato come possibile successore di Mubarak a noi «amico», è conosciuto in Egitto come torturatore, complice delle deportazioni (extraordinary rendition) di sospetti di terrorismo nei paesi dove la tortura è normale (in Italia, collaborò con la Cia per la deportazione in Egitto di Abu Omar, nel 2003).
Tutti gli attributi cui ricorriamo (moderati, fautori di nostri valori) franano d´un colpo come accade alle bugie. I regimi a Tunisi o al Cairo, o quelli giordano e saudita, non diventano moderati per il mero fatto che avversano l´Islam radicale e non Israele. Prima o poi, se si è democratici come si pretende, deve entrare nel calcolo il favore che gli autocrati godono presso i popoli, e questo è mancato. È un atteggiamento coloniale che gli arabi non accettano più. Non è da escludere che le prime mosse dei nuovi regimi, democratici o no, non saranno filo-americane ma anticoloniali.
Il secondo luogo comune concerne l´Islam. Lo stereotipo dice: l´Islam è da sempre incompatibile con la democrazia, e saranno gli estremisti a prevalere. Anche qui, l´ignoranza si mescola a conveniente malafede: l´anti-islamismo è la colla che ha legato l´Ovest a regimi esecrati dai popoli. Non è in nome di Allah che gli egiziani hanno riempito le piazze, ieri, e che anche i giordani manifestano. Sono spinti, spesso, dal primordiale bisogno di pane quotidiano. Dai tempi delle guerre contadine nel ´500 e dalla rivoluzione francese sappiamo che il pane implica una profonda idea di pace. Oggi implica una domanda possente di democrazia, di legalità, di giustizia sociale. L´Islam radicale, compresi i Fratelli musulmani, ha organizzazioni più capillari – assistenza ai poveri, ai disastrati – ma anche se si metteranno alla testa dalle rivoluzione non ne sono i veri iniziatori e lo sanno.
Inoltre, siamo di fronte a un falso storico. Primo, perché il 75 per cento dell´Islam ha democrazie elettive, dall´Indonesia alla Turchia. Secondo, perché molti paesi hanno sperimentato la democrazia, senza riuscirci. L´interventismo occidentale ha più volte congelato tali esperimenti. Un esempio: il complotto anglo-americano del ´51-53 per eliminare il premier Mossadeq pur di salvare, sconsideratamente, l´amico scià di Persia.
Ma lo stereotipo cruciale riguarda Israele, e non stupisce che l´inquietudine maggiore si condensi qui. I movimenti arabi dovrebbero esser accolti con speranza da quella che viene chiamata la sola democrazia in Medio Oriente: è come li saluta un editoriale di Haaretz. Ma una rivoluzione mentale ancora non c´è, e per questo i timori si diffondono e sono anche fondati. La democrazia araba non gioca obbligatoriamente a favore di Netanyahu, ed è fonte di gravi pericoli se nulla cambia nella politica israeliana. In un mondo arabo assetato di libertà si vedranno più da vicino i difetti di una democrazia certo più avanzata – Israele ha una stampa libera, una giustizia indipendente – ma che occupando da 44 anni la Palestina controlla milioni di cittadini non democraticamente: declassandoli, assediandoli a Gaza, recludendoli in Cisgiordania.
Israele non cessa di essere uno Stato minacciato mortalmente, e la perdita dell´Egitto sarebbe un cataclisma. Ma anche qui l´autoesame s´impone. Gli arabi stanno abbandonando il vittimismo per entrare nell´età del potere su di sé: dalla cospirazione alla costruzione, dall´umiliazione all´azione, scrive Roger Cohen sul New York Times del 31 gennaio. La stessa emancipazione dovrà avvenire nelle teste israeliane. Il cataclisma può aiutare gli ex colonizzatori occidentali come Israele a ripensare il passato. Israele nasce nel 1948 come uno Stato etnico, nel momento in cui le democrazie europee scoprivano le catastrofi causate dagli Stati troppo omogenei fuorusciti dagli imperi asburgico e ottomano. Pur scappando dalla Shoah, gli ebrei non giunsero in Palestina come un «popolo senza terra in una terra senza popolo» (la definizione fu dello scrittore Zangwill, nel 1901). Piano piano, Israele ha dovuto vedere il desiderio palestinese di tornare nelle città da cui furono cacciati, e di costruirsi uno Stato. Ma grande è la fatica di guardare. Ancora il 30 agosto 2002, il capo di stato maggiore Moshe Yaalon dichiarava: «Bisogna fare in modo che i palestinesi capiscano nei più profondi anfratti della loro coscienza che sono un popolo sconfitto». Convinto dell´immaturità araba, Israele ha potuto negare la realtà, dire che non esistevano interlocutori palestinesi con cui fare la pace. Anche per lui sta giungendo l´ora in cui dal vittimismo tocca passare all´esercizio del potere non solo sugli altri, ma su di sé.
La democrazia araba è desiderata ormai anche da Obama. Ma più essa avanza, più cresceranno le spinte su Israele perché cessi l´occupazione dei territori, perché le colonie siano smantellate. Chiunque guardi la mappa della Palestina (il sito è Facts on the Ground – American for peace now)» vedrà una terra talmente costellata di colonie che nessuno Stato, tantomeno democratico, è concepibile.
Israele ha tutte le ragioni di preferire Suleiman a El Baradei al Cairo: perché la democrazia araba sconvolge ovunque le comodità dello status quo. È travolto lo status quo in America: Obama sarà costretto a riesumare il tema dell´occupazione. Il rischio, per Israele, è che la rivolta lambisca i palestinesi. Già si è visto quel che produce il voto democratico quando c´è stasi: vincono Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano. La democrazia può indurre i palestinesi a rinunciare a uno Stato separato; a chiedere uno Stato binazionale, senza omogeneità etnico-religiose: tutto questo, in nome della democrazia e del principio, sacralizzato proprio in America, dell´one man-one vote, «ogni uomo un voto». Un principio che in uno Stato binazionale darebbe agli arabi la maggioranza, in poco tempo. Sarà difficilissimo per Israele, a quel punto, restare immobile, guadagnar tempo, e evitare che l´America non appoggi un principio che è indiscutibile in democrazia.

La Repubblica 02.02.11