memoria

"San Sabba, i corpi diventavano grani di riso", di Marco Rossi Doria

Piove forte. Entro nella Risiera. L’ingresso è costretto tra le due pareti grigie che si bagnano. L’acqua che cola le macchia di scuro. Non c’è nessuno. Ma non c’è ancora un vero silenzio: si odono di lontano i chiassi dallo stadio che si anima di più per l’inizio della partita. Ma la Risiera resiste a questa distrazione. È un monumento potente. Dal quale non ci si può distogliere. In fondo al corridoio costretto tra i due muraglioni si intravede l’aprirsi di un largo spazio all’aperto, un grande cortile cintato. Romano Boico (l’architetto che ha trasfomrato in museo le rovine della Rosiera, ndr) descrive con poche parole il monumento che ne ha fatto: «Il cortile cintato si identifica quale una basilica laica a cielo aperto».

La luce chiama a raggiungere il cortile. Le grida dallo stadio si allontanano. La città si allontana. È un luogo circondato dai vecchi corpi di fabbrica di mattoni e dalle mura di cemento che sembrano invadere quasi ogni scorcio, come una persecuzione. Esito ad affrontare lo spazio aperto.

Entro nei due luoghi chiusi, alla sinistra della corte. Nel secondo c’è una vasta sala dove venivano rinchiusi soprattutto i prigionieri destinati ad altri campi ma anche quelli uccisi qui. Ha una grande altezza, con il tetto sorretto da un sistema di travi a più livelli, che si incrociano, la sala detta delle croci. Le finestre in alto ci dicono che v’erano più piani. Ora non più. La cupezza del buio che sale sembra non avere fine. Sulla parete sono state ricavate alcune piccole nicchie. Dentro vi sono due paia di occhiali, un bocchino per sigarette, un portacipria, alcune posate d’argento, due orologi da tasca, due pettini, un anello, una spilla. Sono le piccole cose della vita. Razziate. Insieme a milioni e milioni di oggetti dell’esistenza di ogni giorno. Furono presi agli ebrei triestini e portati dai nazisti in fuga dalla Risiera verso la Carinzia. Trovati dalle truppe alleate dentro a delle bisacce abbandonate, questi oggetti furono inviati a Roma. E furono conservati e dimenticati in un sotterraneo del Ministero del Tesoro. Per decenni. Poi, nell’anno 2000, furono ritrovati e consegnati alla comunità ebraica di Trieste. Che li ha portati qui. Mi fermo davanti a loro. Molto a lungo. Non so perché.

Nel primo spazio coperto, che avevo superato per poi ritornarci, ci sono diciassette celle. In fila. Lasciate come erano. Minuscole. Una dietro l’altra. Sui muri di queste celle v’erano decine di graffiti di chi stava per morire. E che l’incuria, l’umidità, il tempo hanno per lo più cancellato. Poche sono state trascritte quindici o venti anni dopo o fotografate. Le celle hanno una stretta panca di legno. Le prime due erano usate per le torture, dopo aver spogliato i prigionieri di ogni documento e avere. Migliaia di carte di identità e lasciapassare croati, serbi, italiani, sloveni sono restati qui a lungo. Poi vi sono le altre quindici celle. Qui, una addossata all’altra, venivano stipate fino a sei o sette persone in ogni cella. Prima di essere uccise. Nello spazio dinanzi alle celle venivano trattenute in piedi o a terra, legate, altre persone. Spesso venivano portate poi fuori per essere uccise. Altre volte venivano uccise proprio qui. A bastonate o a colpi di pistola. E poi spesso lasciate a terra, insieme ai vivi in attesa. Insieme ai vivi le persone morte o moribonde, tenute per delle ore davanti a queste celle zeppe di altre donne e uomini, prima della cremazione. Ora a terra, dinanzi alle porte delle celle, sono poggiati piccoli vasi. Con dentro fiori di plastica.

Ritorno all’aperto, al cortile. Tutto pare sospeso sopra questo vasto spazio concluso. È davvero una basilica senza coperture. E senza speranza. Qui era il forno crematorio. Nella notte tra il 29 e il 30 di aprile 1945 l’edificio e la ciminiera furono distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga.

I resti del forno furono rimossi dopo pochi giorni. Per l’urgenza di fare spazio ai profughi che furono riuniti nella Risiera, subito dopo la chiusura del lager, nella primavera e nell’estate di quello stesso anno e poi per molto tempo ancora. Questa corte. Prima per cinquanta anni luogo di lavoro, coi carichi che entravano e uscivano. Una foto la mostra la «pilitura triestina del riso», col mulino per il riso e quello per il frumento. Poi luogo dello sterminio. Con i suoi spazi dedicati all’orrore. Poi transito di gente in fuga dall’Istria, senza più case né averi né idea di futuro, eppure viva.

Nelle scarne sale del museo – «stringate» le definisce Boico – tra le immagini trattenute in mezzo agli scritti e agli oggetti, vi è una foto che mostra le rovine del forno crematorio ammassate al suolo. Intorno c’è una piccola folla, vista di spalle, riunita in silenzio nella primavera del 1945, prima che i detriti fossero portati via. Tra quelle pietre e travi, restate a terra dopo lo scoppio, furono rinvenute ceneri e ossa. Che furono pietosamente raccolte in tre sacchi di carta spessa, a doppio strato, di quelli che si usavano per il cemento. E fu trovata la orrenda mazza con la quale si ammazzarono centinaia di donne, ragazzi, vecchi, uomini, fracassando loro prima le ossa del corpo e poi il cranio o colpendoli alla nuca, in modo forse mortale e forse no. Ma non importava: da questa corte i corpi, vivi o morti, venivano gettati nel forno.

È il segno del forno crematorio che marca questo spazio. La sua sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale. E per terra c’è una lama di metallo. Scrive Boico: «Nel cortile un terribile percorso di acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino». Incassato. Perché l’impianto era interrato. Vi si accedeva scendendo una scala. Lì era il forno. Da cui partiva un canale – ora segnato dalla lastra d’acciaio – che portava alla ciminiera. Il forno della Risiera fu costruito secondo i dettami di Erwin Lambert, mastro muratore, membro del partito nazista dalla prima ora, che aveva passato gli anni a attraversare l’Europa da Nord a Sud, da Est a Ovest, per migliaia di chilometri. Per costruire camere a gas e forni crematori.

In precedenza il luogo era occupato dall’impianto per essiccare il riso. Che pure i nazisti utilizzarono – dal gennaio alla fine di marzo del 1944 – per ridurre i corpi degli uccisi nella Risiera. Alla fine di marzo il nuovo impianto, un adattamento inventato da Lambert, era pronto. Fu «inaugurato» il 4 aprile del 1944 con la cremazione di settanta persone, fucilate il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina.

Da quel momento e fino all’ultimo giorno della guerra vennero qui cremate molte centinaia di persone. Fucilate, uccise a bastonate, impiccate. O uccise con il gas dei motori dei neri furgoni, accesi a lungo. In mancanza di una camera a gas, gli automezzi vennero appositamente modificati. Stazionavano a ore stabilite nella Risiera, nell’autorimessa delle SS o anche nel cortile. Avevano il tubo del gas di scarico che un marchingegno poteva collegare al cassone posteriore, che veniva chiuso con laminati di ferro ermeticamente sigillati. In questi camion venivano portate le persone legate e venivano asfissiate. In questo cortile ora quasi abbandonato dai suoni, rimbombavano i rumori della fabbrica di morte che coprivano le grida: il fragore dei motori accesi, gli ordini urlati, i latrati dei cani aizzati contro i prigionieri. E le musiche trasmesse dagli altoparlanti. E su questo spazio si affacciavano le finestre abitate, dove vivevano le decine di assassini, organizzati per turni. Che scendevano su è giù per le scale, per ammazzare o recarsi alla mensa sottostante, salire su di nuovo, ritornare a scendere per uccidere ancora. Le finestre ora sono fori neri che incorniciano il buio deserto dei piani alti della Risiera. E sorvegliano da sopra il suo silenzio.

E’ in uscita da Giuntina Parole Chiare. Luoghi della memoria in Italia, 1938-2010 (a cura di Lia Tagliacozzo e Sira Fatucci, pp. 157, e16). Sette autori (Fulvio Abbate, Eraldo Affinati, Marco Rossi-Doria, Gianfranco Goretti, Ettore Mo, Elena Stancanelli e Emanuele Trevi) e un fotografo (Luigi Baldelli) raccontano nell’Italia di oggi alcuni luoghi legati alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei durante il fascismo. Pubblichiamo un brano dal racconto Parole chiare di Rossi-Doria, dedicato alla Risiera di San Sabba, nei pressi di Trieste. Rossi-Doria, insegnante e pedagogista, è tra i fondatori dell’Associazione 27 gennaio, impegnata sui temi della Shoah.

da LA STAMPA del 13 gennaio 2011