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Università, riforma senza risorse

La riforma dell’università si impantana nel nodo delle risorse. Una nota di pochi giorni fa dell’ufficio del coordinamento legislativo del ministero dell’economia, cui si unisce quella della Ragioneria dello stato arrivata ieri in commissione bilancio alla camera, arrestano, per ora, il cammino del disegno di legge sull’università. E vista l’incognita sulla copertura economica, la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso di spostare il dibattito a domani, se la commissione di merito avrà terminato l’esame. Ma sembra ormai scontato che la discussione sul testo di legge andrà a dopo la sessione di bilancio, e quindi tra oltre un mese. Sul parere del bilancio quindi ha pesato la stroncatura della ragioneria generale dello stato, in particolare sull’annoso tema dei ricercatori e sull’emendamento che prevedeva un piano di concorsi tra il 2011 e il 2016 per 9 mila di loro per il passaggio al ruolo di associati per i quali non c’è copertura economica soprattutto a decorrere dal 2012. L’emendamento prevede l’istituzione di un Fondo per la valorizzazione del merito accademico finalizzato alla chiamata di 1.500 professori di seconda fascia per ciascuno degli anni compresi nel periodo 2011-2016 e a valorizzare il merito dei professori e ricercatori universitari inquadrati nella prima progressione economica. Una norma, dice la Ragioneria, coperta dal Fondo per gli interventi strutturali di politica economica ma che necessita, comunque, di una apposita relazione tecnica. Inoltre circa la copertura utilizzata si fa presente che le risorse iscritte sul Fondo per gli interventi strutturali di politica economica sono «interamente destinati all’attuazione della manovra di bilancio relativa all’anno 2011».Gli fa eco il tesoro, negativo, sullo stesso emendamento, e in particolare su tutta una serie di modifiche approvate dalla commissione cultura della Camera che «determinano effetti finanziari negativi tali da pregiudicare la stabilità dei conti di finanza pubblica» . Uno stop che preoccupa la Conferenza dei rettori che esprime «disappunto e vivo allarme» e che non fermerà la protesta prevista per oggi quando ricercatori, professori e studenti (Adi, Adu, Andu, Cisal, Cisl-Università, Cnru, Cnu, Flc-Cgil, Link-Coordinamento Universitario, Rdb-Usb, Snals-Docenti Università, Udu, Ugl-Università e Ricerca, Uilpa-Ur, Rete 29 Aprile) faranno sentire la propria voce in un sit-in di protesta davanti alla Camera. Gli studenti chiedono il ritiro del provvedimento, mentre le associazioni invocano modifiche sostanziali all’articolato. In particolare la richiesta delle sigle di categoria «è di aprire un serio e ampio confronto con l’università, evitando di interloquire esclusivamente con chi non la rappresenta e con chi ha l’interesse a monopolizzare la gestione delle risorse pubbliche destinate alla ricerca e all’alta formazione». Intanto il numero dei ricercatori che contro disegno di legge intendono avvalersi del possibilità di non insegnare ha superato quota 50%, e in molte facoltà si rischia di non iniziare le lezioni per mancanza di professori.

da Italia Oggi
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Tremonti stoppa la riforma Gelmini. «Manca la copertura». E il voto slitta, di Gioia Salavatori

«Gli emendamenti inseriti alla Camera alla riforma Gelmini sono tali da “pregiudicare la stabilità” dei conti di finanza pubblica». Lo hanno messo nero su bianco i tecnici del ministero dell’Economia e Finanze scatenando un putiferio all’interno della maggioranza proprio alla vigilia della discussione del ddl Gelmini prevista per oggi alla Camera e passata in cavalleria: il voto dopo la finanziaria e il milleproroghe. La nota è stata inviata alla commissione bilancio della Camera, il messaggio di Tremonti ai parlamentari è chiaro: gli emendamenti inseriti in commissione a Montecitorio per incrementare le borse di studio e stabilizzare novemila ricercatori precari in quattro anni costano troppo, non passeranno. Lo stop mandain confusione la maggioranza ed è braccio di ferro tra il titolare dell’Economia e il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, tra Tremonti e alcuni parlamentari incontrati insieme alla titolare di viale Trastevere in un vertice di maggioranza pomeridiano da cui la Gelmini esce rabbuiata. Lo stesso presidente del consiglio pare nonabbia gradito lo stop di Tremonti e ribadito che la riforma che rischia di saltare è «tra le priorità del programma». Intanto i finiani con Fabio Granata fanno sapere che «se non c’è copertura per gli emendamenti la Gelmini deve ritirare il ddl» o loro non lo voteranno, così come l’Udc. Ma il voto della riforma ci sarà dopo il passaggio in Aula della finanziaria e del milleproroghe, quando si capirà se ci sarà copertura per il principale nodo del contendere: la stabilizzazione dei 9mila ricercatori per cui servono 1miliardo e 700milioni. I rettori che si erano schierati col governo dopo le aperture, traditi, vanno su tutte le furie e la Crui «ribadisce con forza l’esigenza di assicurare al più presto i finanziamenti indispensabili consentendo che l’iter legislativo al momento interrotto possa essere effettivamente ripreso e portato a conclusione». Per il Pd, si è scoperto un “bluff”, per la Flc Cgil «un gioco delle tre carte» e Manuela Ghizzoni, deputata, plaude al rinvio: «Darà la possibilità di verificare la certezza delle risorse e consentire a tutte le forze politiche di modificare, anche in profondità i punti più critici di questa riforma troppo centralistica». La notizia arriva mentre l’università è in mobilitazione con due facoltà occupate a Trieste e alla Sapienza, un corteo ieri a Pisa a cui partecipa anche il neo-rettore. Ieri alla Sapienza si è tenuta un’assemblea studentesca a cui ha partecipato anche il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. Prove generali di rete tra studenti e operai e restano, nonostante il rinvio del passaggio alla Camera del ddl Gelmini, “l’assedio” a Montecitorio da parte degli studenti e le manifestazioni previste in tanti atenei italiani per oggi. Il sit in sotto la Camera «si trasformerà in una festa, abbiamo scoperto che il governo è precario quanto noi», hanno scritto a tarda sera gli studenti di Udu,Udse Link. La mobilitazione oggi non sarà solo a Roma. Assemblee di ateneo si terranno a Siena, Firenze, Pisa. A Bari manifestazione di studenti e ricercatori in piazza Umberto, a Torino assemblee di facoltà e cortei fino al rettorato. A Milano la compagnia teatrale degli Incauti, giovani attori professionisti della scuola del Piccolo, scenderà dal palco per sostenere la protesta dei precari dell’università, oggi alle 14.30, nella piazza dell’ateneo della Bicocca, a Padova sit-in di studenti e dottorandi davanti al Rettorato; anche a Salerno la protesta sarà sotto le finestre del rettore, mentre a Catania il sit-in sarà in piazza dell’Università. Intanto Bossi, discutendo del finanziamento della missione Afghana fa sapere che «i soldi è meglio darli alla ricerca che spenderli per le bombe». Chissà se stavolta verrà ascoltato.

da L’Unità
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Caro ministro, non ci faccia fuggire dalle università

CARO ministro Gelmini, sono una ricercatrice di Cà Foscari, insegno sociologia. Mai avrei pensato di scriverle sino ad oggi, ma la situazione è grave. Mi perdoni se per un istante le parlo apertamente. Ho due anni meno di lei e sono rientrata in Italia nel 2008 dopo aver trascorso il resto degli anni 2000 negli Stati Uniti. Quand’ero un Ph. D. student negli States con molti docenti c’era un rapporto di amicizia.

Nel mio Dipartimento c´erano molte donne, young faculty, associate o full professors. Il reclutamento di nuovi docenti era un processo in cui erano coinvolti tutti, anche i graduate students avevano potere decisionale. Tra le tante cose che valutavamo c´era l´età del candidato, perché più l´Università è giovane e più è viva.
Ricordo che al mio arrivo come studente di dottorato al primo anno avevo trovato ad attendermi all´aeroporto il direttore del Dipartimento. Amava gli studenti perché credeva rappresentassero il futuro e voleva che fossimo tutti nelle condizioni migliori per lavorare. Ricordo che a lezione gli undergraduates non avevano timore di porre domande, che c´era complicità tra studenti e docenti, che si respirava un´orizzontalità a me sino ad allora sconosciuta.
Nel 2008 sono rientrata in Italia. Non era mio desiderio, ma la vita a volte fa strani scherzi. Ricordo con opacità un concorso con altri sei colleghi. Due di noi avevano trent´anni, gli altri ne avevano più di quaranta. Discutevano di candidati interni o esterni, del numero di concorsi tentati e destinati ad altri. Parlavano di famiglie e di figli, di bollette, di una passione messa a dura prova dalla precarietà e dalla svalutazione del sapere.
All´epoca sapevo poco dell´università italiana. Non sapevo che cosa significasse essere un ricercatore, sapevo che il mio stipendio entrante negli Stati Uniti era tre volte lo stipendio che prendo ora. Non mi sono stupita ovviamente quando nessuno è venuto a prendermi all´aeroporto, mi sono stupita quando mi sono accorta di avere poche colleghe donne, quando ho conosciuto colleghi che avevano due volte e mezza i miei anni, quando ho realizzato che durante le riunioni ufficiali i ricercatori difficilmente parlavano. Negli anni mi hanno colpita anche altre cose, ad esempio il fatto che l´autonomia di pensiero venisse a volte considerata non tanto come una conquista sublime ma come un segno di arroganza precoce; che in Università come in strada esistessero parole come protettore e tradimento, e che la giovane età non fosse un pregio bensì un difetto: i giovani del resto non hanno un nome, non hanno capitale, non hanno reti di conoscenza già intessute, non hanno potere politico.
Capirà con quanta meraviglia abbiamo vissuto questi mesi, quant´è stato travolgente vedere migliaia di ricercatori mobilitarsi a partire dal senso di stima di sé, dalla responsabilità per il futuro, dall´entusiasmo, dall´amore per il sapere. Capirà con quanta energia abbiamo cominciato a parlare negli atenei della sua riforma e quant´è stato rigenerante scoprire che potevamo cambiare le cose in meglio. Ci siamo accorti che l´Università pubblica può essere riformata anche senza mutilazioni, che basterebbe invertire un po´ la piramide ordinari-ricercatori per ridurre di molto i costi, per aumentare la democrazia interna, per dare un significato onesto al concetto di meritocrazia. Ci siamo resi conto anche che la sua riforma non va in questa direzione, accentra il potere verso l´alto piuttosto che distribuirlo verso il basso.
Ci siamo resi conto che la sua riforma vorrebbe tagliare i corsi di laurea “inutili”, ma che la definizione di inutilità è sempre un po´ ambigua. Infine ci siamo dovuti arrendere al fatto che lei non pensa ai giovani, anzi propone il blocco delle assunzioni di nuovi ricercatori a tempo indeterminato, cosa che non solo spingerebbe i migliori di noi all´esodo, ma che data l´età media del corpo docente italiano spingerebbe nel medio periodo l´Università pubblica al collasso. Non entro nel merito degli effetti congiunti del suo DdL e dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario all´Università, perché se lo facessi dovrei concluderne che il governo ha in mente un progetto antropologico regressivo per il popolo italiano. Voglio piuttosto dire che tutti noi siamo preoccupati: ricercatori, precari, studenti, professori associati, professori ordinari e presidi.
Siamo preoccupati perché ci sembra che vi interessi di più il bene di pochi che il bene di tutti, e che Confindustria abbia più diritto ad entrare nella governance dell´Università di quanto quei giovani “capaci, meritevoli ed anche privi di mezzi” di cui parla la Costituzione abbiano diritto di studiarvi. Siamo preoccupati perché crediamo che in questo quadro fosco fatto di crisi economica, di precarietà e di crisi di governo non abbia senso dare prove di forza o perseguire un voto politico. Crediamo che il diritto all´istruzione in Italia sia in pericolo, e che sia nostro dovere proteggerlo oggi domani e sempre, sino a quando riusciremo a creare un´università aperta, orizzontale e di tutti.
(*ricercatrice di Cà Foscari)

2 Commenti

  1. Una ulteriore precisazione a Luca.
    il fantomatico emendamento del Governo per l’immisione in ruolo di 9000 associati nei futuri sei anni NON è riservato alle progressioni carriera (infatti fa riferimento alle modalità di reclutamento degli articoli 16 e 17). Cosa ben diversa è la disposizione del comma 6 dell’art. 21, che estende la chiamata diretta prevista al termine della “presunta” tenure track anche ai ricercatori già di ruolo (se provvisiti dell’abilitazione): il 50 % di tale progressioni carriera è a vantaggio di chi è già interno al sistema.

    Concordo con Luca sull’emergenza “precariato”, e aggiungo:
    la legge nulla prevede per dare risposta al precariato della ricerca (su cui mi soffermo in un precedente comunicato) e rappresenta la rappresentazione plastica del costo sociale che il Governo intende far graverà solo sulle spalle dei più deboli;
    i “fantomatici” 9000 posti sono assolutamente insufficienti alle necessità del sistema, anche in considerazione dei numerosi pensionamenti. Ma si sa che la volontà del Governo è “contrarre” il sistema, ridurre il personale in organico;
    come PD abbiamo presentato emendamenti per dare risposte alle attese dei precari (fondo speciale per nuove posizioni tenure track; possibilità per accedere direttamente al secondo triennio di tenure track; almeno 15.000 nuove posizioni da associato)

  2. Una doverosa precisazione all’articolo de l’Unità: l’emendamento per stanziare soldi per promozioni da ricercatore a prof. associato non ha niente a che fare con i precari, anzi se vogliamo è deleterio per gli stessi.
    I soldi che infatti verrebbero spesi per tutti questi avanzamenti di carriera nei prossimi anni non sarebbero disponibili per l’assunzione di precari al ruolo di ricercatore, che è la vera emergenza del nostro sistema. Ci sono oltre 70000 precari della ricerca in Italia, con un’età media molto alta (tra i 30 e i 40 anni) e spesso dotati di ottimi curriculum. Nella maggioranza dei casi sono questi a fare ricerca sul campo, mandando avanti laboratori e linee di ricerca mentre i ricercatori “di ruolo” (loro malgrado) sono spesso troppo impegnati nella didattica. Se queste persone non potranno venir assunte di ruolo dovranno necessariamente andarsene altrove lasciando un vero buco, un anello mancante nella catena della ricerca: sarebbe un’accelerazione impressionante del fenomeno della fuga dei cervelli. Un danno irreparabile perchè verrebbero a mancare le persone con più esperienza di ricerca.
    Quindi attenzione: non confondiamo gli emendamenti “pro ricercatori” (molto simili a vere ope legis) a eventuali norme a favore dei precari (di cui però non si ha notizia negli emendamenti proposti). Sono due cose radicalmente diverse e probabilmente in conflitto tra loro.

    Un saluto

    Luca

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