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"Perchè crolla la produttività", di Tito Boeri

La produttività oraria del lavoro in Italia è diminuita nell´ultimo decennio ben prima della grande recessione.
È poi crollata di più del 5% dal 2007 al 2009, nonostante il forte calo delle ore lavorate. Lo ha certificato ieri l´Istat. Questi dati spiegano una volta di più perché siano tutti insoddisfatti: i lavoratori i cui salari sono piatti da ormai quindici anni e i datori di lavoro che si accorgono di perdere competitività nei confronti della concorrenza. Per loro conta il costo del lavoro per unità di prodotto. Questo aumenta anche quando i salari sono piatti, ma la produttività diminuisce. E negli altri paesi verso i quali sono principalmente rivolte le esportazioni delle imprese italiane, Francia e Germania, la produttività del lavoro è cresciuta dal 5 al 10% nello stesso arco di tempo.
Il nostro sistema di contrattazione ha un ruolo fondamentale da giocare per migliorare la situazione perché può legare più strettamente di quanto avvenga ora salari e produttività. Le imprese metalmeccaniche che hanno introdotto contratti che legano esplicitamente salari e produttività dopo gli accordi del luglio 1993 hanno conosciuto incrementi di produttività del 5% superiori alle altre imprese dello stesso settore comparabili in quanto a dimensioni e composizione della forza lavoro. E fino al 50% degli incrementi della produttività del lavoro nei paesi Ocse si spiega con spostamenti di lavoratori, attratti da imprese più efficienti che offrono salari più alti.
Ma il nostro sistema di contrattazione e di relazioni industriali è sempre più in affanno. Le nuove regole della contrattazione, sottoscritte nello «storico accordo» del 22 gennaio del 2009 hanno perso per strada, ancora prima di entrare in vigore, il più grande sindacato italiano. Le rappresentanze datoriali si sono sfilacciate, con la creazione di Rete, l´associazione che riunisce le piccole imprese e gli artigiani. E rischiano ora di perdere molte imprese private nel metalmeccanico, soprattutto ora che si è appreso che il tavolo sul contratto dell´auto richiesto da Federmeccanica su pressione della Fiat non ci sarà. In questi contratti coesistono imprese troppo diverse tra di loro, da aziende che forniscono servizi di informatica a imprese che producono delle auto.
Il ministro del Lavoro, oltre ad annunciare ripetutamente e costantemente rinviare la presentazione dei suoi piani per il lavoro, continua a sostenere che il nostro sistema di relazioni industriali funziona bene, anzi benissimo. A riprova di questa affermazione ama citare il basso numero di ore di sciopero in Italia durante la grande recessione. Ma sempre durante le crisi le ore di sciopero tendono a crollare perché lo sciopero quando un´impresa ha un eccesso di capacità produttiva è sempre un´arma spuntata: un datore di lavoro è ben lieto quando può ridurre il numero di ore lavorate e retribuite in tale congiuntura. Un sistema di relazioni industriali funzionante dovrebbe comportare un basso numero di lavoratori che hanno contratti collettivi scaduti. Nonostante l´accordo di un anno e mezzo abbia allungato la durata dei contratti da due a tre anni, la percentuale di lavoratori in regime di «vacanza contrattuale» non è diminuita nell´ultimo anno. Ma soprattutto le regole della contrattazione dovrebbero riuscire a conciliare aumenti salariali e competitività, sostenendo la crescita della produttività. È questo il vero test e i dati diffusi ieri dall´Istat sono la testimonianza più eloquente di un fallimento.
Il vero messaggio che possiamo leggere nelle vicende di Pomigliano e Mirafiori delle ultime settimane è che per attrarre capitali dall´estero dobbiamo riformare il nostro sistema di relazioni industriali e le regole della contrattazione. La Fiat ormai è un´impresa senza fissa dimora. Il vero acronimo dovrebbe essere Famiglia Italiana Abbandona Torino perché lo scorporo in atto, soprattutto in vista di inevitabili fusioni e acquisizioni, diluisce fortemente la quota della famiglia Agnelli nell´azienda. Per questo oggi la Fiat può scegliere quale sistema di relazioni industriali adottare, cambiando la localizzazione dei suoi impianti. Del resto la Fiat aveva già fortemente ridotto nel tempo (molto di più delle imprese concorrenti che hanno base in paesi con un costo del lavoro più alto del nostro, come Francia, Germania, Giappone e Stati Uniti) la propria quota di attività nel paese della casa madre.
È dunque tempo di riaprire il confronto sulle regole della contrattazione e varare al più presto la legge sulle rappresentanze che ne è il necessario complemento. Spetta alle parti sociali, compresa ovviamente la Cgil. Si preoccupa quest´ultima, e a ragione, di cosa accadrà ai lavoratori delle piccole imprese nel caso di superamento del contratto nazionale, dato che nelle piccole imprese il sindacato non è spesso rappresentato. Ma si possono legare salari e produttività anche senza abbandonare il contratto nazionale. Basta definire a questo livello regole che legano salari e produttività da applicare poi, impresa per impresa, ai risultati aziendali, lasciando libere le imprese che fanno contrattazione «di secondo livello» (dove c´è il sindacato) di adottare regole alternative.

La Repubblica 04.08.10

"Modena: Università, i ricercatori confermano lo sciopero: il 65% non farà lezione", di Evaristo Sparvieri

Un incontro nell’ultima settimana di agosto per definire la prossima strategia e un appello alla cittadinanza perchè comprenda le ragioni della protesta . Dopo aver ottenuto la sospensione della programmazione didattica di 7 facoltà su 12, continua la mobilitazione dei ricercatori dell’Unimore nei confronti del disegno di legge Gelmini e della manovra finanziaria . Ad aderire alla protesta, il 65% dei ricercatori . Nel prossimo anno accademico, a rischio il 30% dei corsi attivati .
«Realizzeremo un incontr o avremo gli stipendi bloccati . a fine agosto – spiega Marin a Cocchi, rappresentante dei ricercatori – abbiamo in mente di organizzare assemblee pubbliche e banchetti informativi per illustrare agli studenti e a tutti i modenesi le ragioni della nostra protesta .
Vorremmo far coincidere il momento della protesta con quello della divulgazione . In più stiamo lavorando per coordinarci con le altre fasce docenza». A poche settimane
dall’inizio dell’anno accademico i ricercatori rilanciano , annunciando una serie di attività
e di incontri con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui motivi della loro protesta . Il bersaglio è soprattutto il ddl Gelmini , che alla ripresa dei lavori in Parlamento a settembre potrebbem essere convertito in legge . Secondo i dati forniti , il 60% dei 3258 ricercatori di ruolo delle università emiliano- romagnole e limitrofe (Padova e Verona) stanno aderendo allo stato di agitazione.
Di questi, circa 320 sono quelli assunti a tempo indeterminato nell’Unimore . Ad aderire il 65% di loro : «Nell’incontro di agosto si lavorerà anche ad un coordinamento regionale – continua Cocchi – Vogliamo creare un documento da consegnare ai legislatori che riassuma in maniera schematica le nostre richieste, in modo da renderle chiare e comprensibili» . Tra i motivi dell’agitazione, il blocco del turn over e della carriera : «Nel ddl Gelmini la nostra figura viene completamente abolita . Saremo sostituiti da ricercatori a
tempo determinato, con contratti triennali rinnovabili per un altro trienno . A noi ricercatori a tempo indeterminato, anche in virtù della finanziaria, viene praticamente
congelata la posizione. Non potremo far carriera e avremo gli stipendi bloccati. Finora nessuna delle nostre richieste è entrata nel disegno di legge e dubitiamo che qualcosa possa entrare prima della sua approvazione» , conclude Cocchi. Nel corso delle ultime settimane, sono stati molti i docenti dell’Unimore che hanno appoggiato le ragioni dei ricercatori, inducendo i Consigli di 7 facoltà (di cui 5 a Modena) a prendere atto della situazione, rimandando la programmazione didattica . Le facoltà sono : Ingegneria (sia nelle sede di Reggio che in quella di Modena), Lettere, Economia , Agraria (di Reggio), Farmacia e Scienze matematiche, fisiche e naturali. In pratica , in queste facoltà i corsi sono stati stabiliti, ma non è stata ancora operata la loro calendarizzazione in quanto mancano i docenti per coprire le lezioni . Questo perchè i ricercatori hanno deciso di limitare la didattica a quanto previsto dalla legge, ovvero il 30% della loro attività, non fornendo disponibilità per coprire ulteriori corsi. «A rischio è il 30% delle lezioni frontali», avvertono . «La situazione risale a quando gli atene i hanno deciso di aumentare il numero dei corsi – racconta la ricercatrice Maria Gullo –
Noi per contratto dovevamo fare attività didattica di supporto, ma poi abbiamo dovuto tenere anche corsi veri e propri . Se finora lo abbiamo fatto, è stato solo per senso di responsabilità nei confronti dell’istituzione che rappresentiamo . Ma così sacrifichiamo
la ricerca» .

La Gazzetta di Modena 04.08.10

"Se le montagne di Cortina valgono come un’utilitaria", di Massimo Spampani

Sono patrimonio dell’Unesco, ma a prezzi stracciati. Le Dolomiti, le montagne di Cortina, tra le vette più famose dell’orizzonte alpino, santuari della storia dell’alpinismo e mete classiche del turismo estivo e invernale, valgono anche meno di un posto macchina, nel centro ampezzano. Quassù il mattone è il più caro d’Italia, con prezzi delle case da capogiro, oggi realisticamente tra i 17 e i 23 mila euro al metro quadrato, ma la roccia, per quanto blasonata e sublime, che si infiamma nell’enrosadira all’alba e al tramonto, è in liquidazione.

Ecco allora che tra i beni demaniali che lo Stato intende dismettere per trasferirli agli enti locali a cominciare dai Comuni, il più caro, si fa per dire, è il monte Cristallo, valutato 259 mila euro, ma Tofane e Rocchette assieme già scendono a 175 mila e il Faloria con il Sorapiss a 22 mila. La Croda del Becco, il Col Rosà, il Lavinores e la Croda d’Antruiles, un quartetto nel Parco d’Ampezzo, valgono insieme 11.929 euro, più o meno il prezzo di un’utilitaria. Fatti i conti un appartamento di 100 metri quadrati a Cortina, se ti va molto bene, lo paghi un milione e 700 mila euro.

I criteri che l’agenzia dello Stato ha applicato per dare un valore d’inventario alle montagne sono cose per gli addetti ai lavori, fatto sta che per alcune cifre si spacca addirittura l’euro a metà. «Ci interessa solo che ritornino ai legittimi proprietari — dice Andrea Franceschi, sindaco di Cortina —. Noi le montagne non dobbiamo pagarle, ci verranno attribuite a titolo gratuito e di certo, una volta nostre, non le venderemo, dal punto di vista morale le sentiamo già nostre: che valgano un euro o 100 milioni è la stessa cosa. Credo che Cortina abbia dimostrato di saper tutelare il proprio territorio. Probabilmente sono finite nel calderone di altri beni di proprietà demaniali, come caserme, stazioni, immobili dismessi». «La cosa mi colpisce profondamente — ribatte Ernesto Majoni, direttore dell’Istituto culturale ladino delle Dolomiti — capisco che il demanio abbia i suoi metodi per calcolare i valori, ma la cosa ha del grottesco. Questi monti sono patrimonio dell’Unesco, i valori delle nostre montagne non sono misurabili in termini di ambiente, storia, patrimonio culturale, fruibilità turistica. Mettere in mano ai Comuni la possibilità di disporre di questi beni mi preoccupa. Se qualche Comune ha bisogno di far cassa utilizzandoli, magari troverebbe anche chi li compra. Mi auguro che la vigilanza sia attenta».

Sia pur rari e contenuti, non mancano in passato esempi in cui il Comune di Cortina ha venduto zone rocciose: «Per costruire le stazioni in quota della funivia della Tofana, per esempio», conferma Siro Bigontina, vicepresidente dell’Unione dei Ladini d’Ampezzo, coordinatore del comitato che ottenne il referendum per il passaggio di Cortina al Trentino-Alto Adige, che però si dice «molto soddisfatto del ritorno delle montagne in proprietà ad Ampezzo». Ma perché Cortina ha le sue montagne nella «lista della spesa» che lo Stato vuol dismettere, mentre l’Alto Adige e il Trentino no? È Bigontina a spiegarlo: «Si tratta di un’anomalia. La questione si trascina dal primo conflitto mondiale. Fino allora Cortina apparteneva all’Austria e con l’annessione all’Italia le sue montagne sono finite al demanio. Lo stesso è accaduto per il piccolo comune bellunese di Livinallongo. I nostri vicini altoatesini e trentini invece, le hanno riottenute in proprietà quando è stato redatto lo statuto speciale per le Provincie autonome di Trento e Bolzano». Quindi per esempio per le Tre Cime di Lavaredo, il Catinaccio o il Sassolungo il problema non esiste. La loro dignità è salva.

Il Corriere della Sera 04.08.10

"«Tetto» anti-precari al Cnr", di Roberto Ciccarelli

La bozza degli esperti nominati da Gelmini bocciata dal Consiglio scientifico. Nel nuovo Statuto limiti per il personale a contratto. 2500 a rischio.
Sono almeno 2500 i ricercatori precari che in queste ore seguono con apprensione il dibattito sul nuovo statuto del consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). Una prima bozza elaborata dal consiglio di amministrazione del più grande ente di ricerca italiano, insieme a cinque esperti nominati da Mariastella Gelmini, è stata bocciata dal Consiglio scientifico generale dell’ente poiché penalizza il ruolo di una comunità scientifica di oltre 4 mila ricercatori, limitandone l’autonomia e la sua capacità di auto-governo.
Ciò che più ha sconcertato i ricercatori è stata la norma che impone un tetto alla spesa per il personale a contratto, la maggior parte assegnisti di ricerca e ricercatori a tempo determinato. Il 30 luglio scorso in un centinaio hanno interrotto una seduta del Cda del Cnr criticando l’imposizione di un tetto del 70 per cento sui circa 550 milioni attribuiti annualmente dal Ministero dell’università e della ricerca. Una volta approvata, questa norma provocherebbe l’espulsione dal Cnr dei ricercatori che hanno accumulato un periodo di lavoro superiore a sei anni, anche non continuativi. Innumerevoli sarebbero i progetti di ricerca interrotti, senza contare il ridimensionamento delle ambizioni di una struttura che ha un bilancio di oltre 1 miliardo di euro, per una buona metà finanziati con fondi europei.
Molti sono i punti di contatto tra questa situazione e la ricerca universitaria. La politica dei tagli orizzontali voluti dal Ministro dell’economia Giulio Tremonti e il blocco del turn-over imposti dalla sua manovra finanziaria penalizzeranno gravemente il sistema della ricerca pubblica nel nostro paese. Nel caso del Cnr si vuole inserire nello statuto una norma ammazza-precari sancendo così l’irreversibilità di questa politica. Un eccesso di zelo burocratico che renderebbe impossibile un cambiamento di rotta, qualora in futuro il Cnr decidesse di assumere nuovi ricercatori. È tuttavia probabile che la norma verrà riscritta nella nuova bozza dello statuto che sarà presentata nella riunione del Cda il prossimo 9 agosto, dopo avere recepito un nuovo parere del Consiglio scientifico previsto domani.
La legge sul riordino degli enti di ricerca ha fissato il 16 agosto come termine ultimo per la consegna del nuovo statuto del Cnr che in seguito passerà al vaglio del ministro Gelmini. Una corsa contro il tempo che ha mobilitato l’Usi, per la quale il nuovo statuto “è verticistico”, e la Cisl secondo la quale chi al Cnr ha già alle spalle un assegno di ricerca e tre anni di contratto perderà il lavoro. «Questo statuto – ha detto Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil – ci consegna un Cnr privo di missione, di autonomia e di quelle indispensabili coordinate per affrontare la sfida dell’innovazione e del rilancio della ricerca pubblica come via d’uscita dalla crisi e presupposto di un nuovo modello di sviluppo sostenibile». In un’interrogazione alla Gelmini, Manuela Ghizzoni (Pd) ha chiesto di prorogare i tempi per la trasmissione dello statuto al Miur e di abolire il tetto massimo della durata dei contratti a termine.
Nell’estate più calda per la ricerca italiana sorge il sospetto che il governo, dopo avere cancellato gli enti per la sicurezza sul lavoro (Ispels), per le ricerche economiche (Isae) e per la progettazione navale (Insean), abbia alzato la mira verso il bersaglio più grosso: il Cnr. La tattica è la stessa: confondere le spese per il personale con la riduzione degli “sprechi” nella pubblica amministrazione. Un orientamento confermato dalla stessa Gelmini che una decina di giorni fa all’air show di Farnbourgh ha promesso di non tagliare i 7 miliardi di finanziamenti destinati all’agenzia spaziale italiana (Asi). Secondo il ministro, l’Asi «finanzierebbe la ricerca, mentre il Cnr spende tutti i soldi per il personale». Un’affermazione smentita nel giro di poche ore che però ha spinto Walter Tocci del Pd a fare un’interpellanza, ricordando che i fondi dell’Asi vengono distribuiti tra i privati e in particolare a Finmeccanica.

Da Il Manifesto 04.08.10

"L´intelligenza elegante", di Antonio Tabucchi

Ci sono tante forme di intelligenza e tante maniere di esprimerla. Ieri, quando nel telefono, una voce amica mi ha comunicato dall´Italia la scomparsa di Elvira Sellerio, ho pensato alla sua intelligenza. È stata la prima cosa che mi è venuta in mente, e la maniera in cui essa si esprimeva. E ho pensato che l´intelligenza di Elvira si esprimeva attraverso l´eleganza. Non parlo di un fatto estetico quanto di un´essenza profonda, di quell´indole che partecipa della ragione e del sentire, dell´intelletto e del sentimento.
Conobbi Elvira nel 1983. Fu attraverso Paolo Mauri, al quale avevo mandato il dattiloscritto di Donna di Porto Pim. Avevo buttato giù un libretto che non sapevo a che genere appartenesse, era un “testo”, un diario di bordo quasi fantastico per raccontare quel che mi pareva, una cosa troppo “anomala”, o almeno troppo eccentrica per l´editoria di allora, e la “Biblioteca delle Silerchie” e Vittorio Sereni purtroppo non c´erano già più.
L´incontro avvenne a Pisa. La simpatia reciproca fu immediata, come la scintilla dell´amicizia a venire. Ricordo perfettamente l´argomento un po´ scherzoso della nostra prima conversazione: un ipotetico gemellaggio fra Pisa e la Scuola Siciliana. Perché mi ero ricordato che fu Federico II di Svevia che introdusse in Italia e in Europa lo zero. Ma chi lo fece in concreto alla sua corte fu un matematico pisano, Leonardo Fibonacci. Così chiesi a Elvira se potevo essere lo zero che completava il prossimo numero della sua giovane collana “La Memoria”, di cui avevo appena letto l´ultimo uscito, un Prosper Mérimée. Mi rispose che le spiaceva, ma il numero 70 era già in stampa, occupato da Montesquieu. Di fronte a tanto mi rassegnai volentieri a essere il numero 71.
L´amicizia è fatta soprattutto di complicità, perché in fondo, come ha scritto uno che se ne intendeva, è la complicità che rivela le affinità elettive. Di questa complicità mi pare un esempio significativo la scelta di una copertina, quell´immagine nel piccolo quadrato circondato dal blu che fa la bellezza della collana. Apparentemente è un fatto banale, ma non lo è. Era l´estate del 1984, credo, io non ero in Italia, doveva uscire Notturno Indiano. Elvira mi chiamò, mi chiese se avessi scelto un´immagine. La “quarta” l´aveva scritta Sciascia, che aveva ben capito lo smarrimento del protagonista di fronte all´universo impenetrabile dell´India. «In India fai talmente l´indiano che per la copertina avrei scelto una miniatura persiana».
Ora che ci penso e che sto ricordando quel nostro primo incontro, la Scuola Siciliana e la cultura di quell´antica civiltà mi sembrano gli elementi costitutivi, quasi genetici, dell´intelligenza di Elvira Sellerio. È la stessa civiltà elegante che in Italia introdusse la prima lirica, il sonetto e le matematiche, che rifiutò le crociate e promosse l´incontro fra le culture. Una civiltà che non è mai morta, nonostante la ferocia degli avversari, e che attraversando i secoli è arrivata fino a noi, con illustri esempi (ne cito solo alcuni, come Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Ignazio Buttitta, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto, la Casa editrice che Elvira fondò con suo marito Enzo). Una civiltà, una cultura, un modo di essere e di porsi nella vita che certo non si è spenta e della quale Andrea Camilleri è un magnifico rappresentante. È la “nostra” (o almeno la mia) Scuola Siciliana, alla quale dobbiamo una persistenza della civiltà italiana nonostante la volgarità che ci sommerge, una nobiltà di spirito nella quale si rispecchia la parte migliore dell´Italia.
Con Elvira Sellerio ho pubblicato durante gli anni sei libri. Il settimo uscirà il prossimo gennaio affidato all´attenzione e alla bravura del suo continuatore, suo figlio Antonio.
“La Memoria”, questa splendida e già mitica piccola collana blu, senz´altro una delle più belle collane di narrativa che possa vantare l´editoria europea, è la migliore memoria tangibile che Elvira ci lascia. Ai figli Antonio e Olivia va il mio pensiero affettuoso. A Elvira, da questa sponda dell´Atlantico, la mia profonda nostalgia.

La Repubblica 04.08.10

"Il caso Enrichetto", di Massimo Gramellini

Enrichetto ha 55 anni e un cuore di bambino. Gira in bicicletta, estate e inverno, nascosto sotto un cappello con la coda che i bambini veri si divertono a tirare. Un giorno in cui pedala troppo a zig-zag viene fermato per guida in stato di ebbrezza. Due mesi agli arresti domiciliari, come uno della Cricca. Enrichetto. A lui sta persino bene, basta non gli tolgano il suo cane e il suo cappello. Una mattina si alza con la voglia di un salame. Ricorda di averlo visto nella vetrina del macellaio, prima del suo arresto, chissà se c’è ancora. Esce per andare a controllare. Una vicina che si è autoassegnata l’incarico di fare la guardia lo intercetta attraverso lo spioncino e avverte i carabinieri. Allarme, il prigioniero è evaso! Enrichetto torna a casa col salame, tutto contento, ma sulla porta trova le guardie. Adesso giace nell’infermeria del carcere astigiano di Quarto. Rifiuta il cibo, come chi si sta lasciando morire. La sua non è una protesta. E’ che gli è venuta la malinconia. Sa che a settembre lo condanneranno per evasione e a lui non sembra giusto, ecco. Tutto perché una volta è salito in bici un po’ brillo e un’altra volta è uscito di casa per comprare un salame.

Per favore, Enrichetto, ricomincia a mangiare. Ti prometto che un giorno instaureremo la repubblica del buonsenso, dove le leggi non saranno più il trastullo dei potenti e la trappola dei semplici. E se nel frattempo qualche magistrato chiudesse un occhio sui tuoi efferati delitti, a casa ci sono un cane, un cappello e un salame che ti aspettano per festeggiare.

La Stampa 03.08.10

"Afghanistan, la guerra alle donne. Stupro diffuso e impunito", di Cristina Cella

I suicidi delle donne per sfuggire alla violenza, la fuga per andare a scuola, il sogno di ottenere giustizia. Ai racconti dell’inferno femminile in Afghanistan riportiamo fatti e in quale scenario si consuma la tragedia.
Lo Stupro. E’ molto diffuso, in tutti i segmenti della popolazione. Le vittime hanno tra i 7 e i 30 anni, ma i dati non sono accessibili perché i casi non vengono quasi mai denunciati. È un disonore per la famiglia che ricade interamente su chi subisce la violenza. Cercare giustizia, per una donna, significa spesso subire ulteriori violenze, essere accusata di adulterio (zina) e arrestata.
Lo stupro all’interno del matrimonio non è mai considerato. Le donne sono a rischio di stupro nelle loro case, nell’ambiente sociale, per strada, mentre vanno al lavoro o a scuola. Le donne sole sono sempre in pericolo.
L’impunità per lo stupro è quasi totale. Lo stesso Presidente Karzai ha perdonato nel 2009 due membri di una gang, colpevoli di stupro su una ragazzina. Nel vuoto del sistema legale, in molte province vige la legge tradizionale, sempre più radicale, feroce nei confronti delle donne. Le soluzioni proposte per rimediare a uno stupro sono queste: matrimonio con lo stupratore, riparazione in denaro, accusa di adulterio alla vittima e relativa condanna, uccisione della vittima come “delitto d’onore” per cancellare l’offesa.
Pochi sono i dati disponibili su questi omicidi. Più frequenti nelle aree rurali e nel sud est del paese (96 casi riferiti agli investigatori nel 2008, 35 nel 2009). Il numero è evidentemente molto più alto. La maggior parte di questi crimini non viene alla luce. L’impunità per i colpevoli di violenza è più comune della condanna ed è correlata alle protezioni politiche del colpevole.(39%)

Dal Rapporto HRW (Human Rights Watch), luglio 2010
Minacce e intimidazioni verso le donne che lavorano e partecipano alla vita pubblica. Donne parlamentari, membri del consiglio provinciale, poliziotte, donne che lavorano per le organizzazioni internazionali (compreso l’ONU), donne che lavorano per le ONG, donne impegnate in assistenza umanitaria e nell’affermazione dei diritti delle donne, attrici, cantanti, giornaliste televisive, sono continuamente minacciate e aggredite da talebani, comandanti locali religiosi e tradizionali, dalle loro stesse famiglie e comunità e anche dalle autorità governative.

Minacce di morte:
Telefoniche. Lettere della notte (minacce di morti orribili per la donna e per i suoi familiari, scritte e recapitate da talebani e estremisti di Hezb-e-Islami, nelle zone sotto il loro controllo).Insulti e pedinamenti per strada Attacchi e distruzioni dei loro uffici e delle loro case. Calunnie per rovinarne la reputazione all’interno della comunità.

Aggressioni fisiche
Attentati alla loro vita sono molto frequenti. Ad esempio: Malalai Joya, parlamentare, attaccata fisicamente nell’aula del Parlamento (2006), estromessa dal suo ruolo (2007), minacciata, è sfuggita a diversi attentati, per avere contestato in Parlamento i “Signori della Guerra”. Vive sotto scorta ed è costretta a cambiare casa tutte le notti.

Omicidi.
Ad esempio: Malalai Kakar, alto ufficiale di polizia a Kandahar, uccisa nel settembre 2008. Era a capo di una squadra di poliziotte che indagavano sulla violenza domestica. Sitara Achakzai, membro del Consiglio Provinciale, che incoraggiava le donne a combattere per i propri diritti, a Kandahar, uccisa nell’Aprile 2009 Zakia Zaki, giornalista radiofonica e insegnante, a Parwan, uccisa nel giugno 2007, dopo aver ricevuto molte minacce di morte. Giugno 2009. Narges, ostetrica, unico operatore sanitario nel distretto di Golestan, nella provincia di Farah, uccisa con il marito e il figlio.
Nessuno di questi omicidi è stato perseguito.

Alcune donne minacciate, sono costrette a ritirarsi nelle case, abbandonando il loro posto nella società, molte altre continuano a combattere, nonostante tutto, e con gravi rischi personali, per il proprio ruolo, per la giustizia e per i diritti delle donne. Liberare le donne afghane dal burqa era la missione di tutto l’occidente nel 2001. Oggi, il burqa è la principale protezione che rimane alle donne. Dietro la griglia di stoffa si nasconde la paura. E non basta un gesto della mano per liberarsene.

Le donne in Parlamento
La quota delle parlamentari donne è del 25%, una delle più alte al mondo. In apparenza una grande conquista, ma in pratica, qual è il peso delle donne in Parlamento? “Un peso molto scarso purtroppo” dice Malalai Joya, parlamentare, espulsa nel 2007 dal Parlamento per la sua opposizione ai “Signori della guerra”, oggetto di numerosi attentati, oggi una delle figure più rappresentative della lotta per i diritti umani in Afghanistan, insignita di molti riconoscimenti internazionali.” La maggioranza ha solo un ruolo simbolico, “di facciata”. Sono diverse tra loro. Ci sono le donne dei fondamentalisti che si comportano come loro. Una mia collega, in Parlamento, mi ha detto:”Se non stai zitta ti faccio quello che nessun uomo avrebbe il coraggio di farti!”Altre decidono di compromettersi con il governo per vivere tranquille, sono spaventate. Poi ci sono le democratiche ma sono molto poche. I democratici in Parlamento si possono contare sulle dita di una mano. Chi non obbedisce e decide di dire la verità viene minacciato e aggredito com’è successo a me. Per questo, troppo spesso, sono silenziosi.”

La Repubblica 04.08.10