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"Famiglie in difficoltà col mutuo. Tanti co.co.pro. senza indennità", di Marco Ventimiglia

Sempre più famiglie che non ce la fanno a pagare un mutuo, sempre più persone che perdono il lavoro e si rivolgono, spesso invano, allo Stato per ricevere i sussidi peraltro previsti dalla legge. Potremmo chiamarlo il quotidiano stillicidio della crisi, ovvero le notizie assortite che certificano le drammatiche condizioni economiche di fasce crescenti della popolazione, a fronte dei silenzi o peggio dei negazionismi governativi. In particolare, ieri si è appreso degli interventi dell’Abi per sospendere il pagamento del mutuo alle famiglie non più in grado di farvi fronte, mentre la Cgil ha diffuso dati allarmanti sul numero crescente dei collaboratori a progetto che chiedono l’indennità una tantum e non riescono nemmeno a riceverla. Cominciamo dall’Associazione Bancaria Italiana che ha illustrato unoscenario preoccupante sul credito immobiliare. Vivono soprattutto del Nord Italia, in difficoltà per licenziamenti e cassa integrazione, i nuclei familiari che hanno ottenuto la sospensione del pagamento delle rate del mutuo in base, appunto, al “piano famiglie” varato mesi fa dalla stessa Abi. A pesare, naturalmente, l’onda lunga della crisi economica che negli ultimi mesi continua a falcidiare posti di lavoro. E così sono oltre 24mila i titolari di mutuo che si sono rivolti con successo agli istituti di credito per ottenere lo stop ai versamenti.
I REQUISITI Tra febbraio e giugno 2010 le banche hanno sospeso mutui per un valore del debito residuo pari a 3,2 miliardi di euro, congelando il pagamento delle rate, come detto, per 23.793 famiglie. Così, è il commento dell’Abi sull’andamento dell’iniziativa, «la liquidità in più per far fronte alla crisi ha raggiunto una quota pari a 155 milioni di euro. Ogni famiglia avrà dunque a disposizione in media 6.800 euro in più». Ed ancora, nel 90% dei casi la sospensione ha riguardato l’intera rata. «La causa più frequente – spiega l’Abi – che ha determinato la necessità di ricorrere a questa opportunità nelle posizioni in bonis (senza ritardi nei pagamenti) è stata la sospensione dal lavoro o riduzione dell’orario (come per cassa integrazione o mobilità). Nelle posizioni con ritardo nei pagamenti, invece, la cessazione del rapporto di lavoro subordinato ». Il maggior numero di domande ammesse è al Nord con il 58,5%: Molto di più rispetto ai dati per Sud e isole (con il 22,2%) e del Centro (19,3%). Il piano, ricorda l’Associazione, «è partito il primo febbraio e i clienti potranno presentare richiesta per attivare la sospensione fino al 31 gennaio 2011, con riferimento ad eventi accaduti dal gennaio 2009 al31 dicembre 2010».A potersene valere i clienti delle banche con un reddito imponibile fino a 40.000 euro annui, nel caso di «eventi particolarmente negativi (morte, perdita dell’occupazione, insorgenza di condizioni di non autosufficienza, ingresso in cassa integrazione) ».
FALLIMENTO ANNUNCIATO La Cgil ha invece diffuso di sua iniziativa dati relativi ai cosiddetti co. co.pro, e questo perché, come ha spiegato il segretario confederale Fulvio Fammoni, «archiviato il primo semestre non esistono ancora dati “pubblici” sul ricorso all’indennità una tantum per i collaboratori a progetto». Nei primi sei mesi dell’ anno sono state presentate circa 18 mila domande da collaboratori a progetto per godere dell’indennità una tantum, ma sono state soltanto poco più di 3 mila quelle accolte. Il resto è stato respinto per mancanza di requisiti. «Questo nonostante che siano decine di migliaia i contratti di collaborazione cessati», ha affermato Fammoni, secondo il quale i dati dimostrano «un altro sonoro fallimento annunciato dopo quello dello scorso anno. Nel 2009 si diede la colpa alla scarsa informazione, quest’anno che scusa si inventerà il governo per giustificare il fatto che meno del 20% delle domande presentate sono state accolte e che tantissimi non abbiano neanche potuto fare domanda a causa dei requisiti capestro esistenti?»

L’Unità 03.08.10

"Il ricorso alla mossa del cavallo", di Marcello Sorgi

Se davvero verrà confermata stasera, alla vigilia della votazione sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, coinvolto nell’inchiesta sulla P3, la decisione dei deputati finiani di astenersi domani nella votazione che mette a rischio il governo, a meno di una settimana dalla rottura tra Berlusconi e Fini, darà subito il segno del cambiamento di passo del nuovo gruppo, interno al centrodestra ma distinto adesso dal Pdl.

Un appoggio esterno, né pieno, né convinto a Berlusconi, specie in una materia come la legalità, su cui il presidente della Camera s’è impegnato in prima persona. E tuttavia niente che possa far pensare che «Futuro e libertà», come hanno scelto di chiamarsi i dissidenti, possa già staccare la spina.

Seppure le loro intenzioni saranno spiegate chiaramente in aula, a cominciare dall’esigenza di prendere le distanze dall’iniziativa dei dipietristi, che con l’appoggio del centrosinistra hanno promosso l’iniziativa per far uscire Caliendo dal governo, il risultato di questa presa di posizione – per di più condivisa anche da Casini e dall’Udc – sarà di far sembrare il governo anche più debole di quel che era apparso subito dopo il divorzio tra i due cofondatori. In mancanza di ulteriori imprevisti, infatti, Berlusconi, diversamente da quanto era avvenuto per Scajola, Brancher e Cosentino, riuscirà nell’intento di salvare il quarto membro del suo governo finito sotto accusa. Ma con un numero di voti – 308 o giù di lì – che mostrerà in tutta evidenza come il premier non disponga più della maggioranza alla Camera.

Il Cavaliere aveva preteso un’accelerazione, ieri, prima che la Conferenza dei capigruppo decidesse quando calendarizzare la sfiducia a Caliendo, per mettere chiaramente alla prova Fini. Il leader della nuova formazione nata dalla fuoruscita dal Pdl si sarebbe trovato così stretto davanti a una scelta difficile. Avrebbe smentito se stesso se avesse preso tempo, dopo aver tenuto un atteggiamento rigoroso nei confronti di tutti i casi giudiziari che hanno coinvolto componenti dell’esecutivo. E ancor di più se, una volta accontentato Berlusconi fissando subito dibattito e voto sulla sfiducia, si fosse allineato votando con la maggioranza per il salvataggio del sottosegretario e smentendo tutti i suoi atteggiamenti precedenti. Va da sé che nel caso contrario, di un improbabile voto dei finiani con Di Pietro e il centrosinistra per il licenziamento di Caliendo, la crisi di governo sarebbe stata automatica. E le assicurazioni, giunte nel fine settimana al Quirinale anche da parte dei finiani, sull’allentamento della tensione e sull’impegno a sostenere il governo malgrado la separazione dal Pdl, sarebbero state contraddette dai fatti.

Fini invece ha scelto di smarcarsi con la «mossa del cavallo», un classico del professionismo politico, che aggirerà – sempre che sia confermata – le forche caudine sotto le quali il Cavaliere voleva costringerlo a passare. Lasciando intatto però lo stato dei rapporti tra i due diversi tronconi del centrodestra, e confermando che l’appoggio dei finiani Berlusconi dovrà conquistarselo volta per volta.

A tutto ciò occorrerà aggiungere l’effetto-immagine sul governo che verrà dalla seduta parlamentare sulla sfiducia per la quale è stata prenotata la diretta tv. Anche qui: nei calcoli del premier doveva essere l’occasione per far vedere dopo gli ultimi giorni incerti il governo vincente e l’opposizione battuta. Ma in realtà l’effetto che si preannuncia alla fine sarà l’opposto.

Pensiamo solo se il Cavaliere dovesse decidere di partecipare sedendo, come gli spetta, al centro del banco del governo ed esattamente sotto la poltrona di Fini, che questa volta risulterebbe assiso direttamente sulla sua testa. E se, com’è normale, le telecamere dovessero indugiare sul disappunto, sicuramente palpabile, dei berlusconiani, quando i finiani spiegheranno le ragioni per cui non possono votare con il governo. Inoltre, dalla separazione dei due cofondatori al dibattito sulla sfiducia saranno passati così pochi giorni che non ci sarà stato il tempo di stabilire una nuova collocazione nell’aula di Montecitorio per i due gruppi neo-separati e per deputati che fino a qualche giorno fa erano alleati e iscritti allo stesso partito e adesso si considerano vicendevolmente traditori quando non avversari.

Si dirà che questi sono dettagli, e la sostanza è che Caliendo, alla fine di una dura giornata, potrà tornarsene a casa (e l’indomani in ufficio) a bordo della sua auto blu governativa, diversamente da quel che è accaduto per i suoi tre colleghi – due ministri e un sottosegretario – che nei mesi scorsi hanno dovuto dimettersi dai loro incarichi. E’ così, la conclusione sarà quasi certamente questa. Ma a che prezzo, e di quale governo resterà membro Caliendo, gli italiani lo vedranno bene con i loro occhi.

La Stampa 03.08.10

"Pd in pressing sulla Lega. Ma serve tempo", di Goffredo De Marchis

Pier Luigi Bersani continua a puntare la Lega: «Qualche contatto c´è, ma sono abbottonati – raccontava ieri ai suoi fedelissimi -. Si prenderanno agosto per pensarci su». Per pensare cioè al governo di transizione, alla via d´uscita che il Partito democratico offre a Bossi. Il Pd ha incassato ieri una frattura nel campo dell´opposizione sulla mozione di sfiducia a Caliendo. L´Udc e l´Api di Francesco Rutelli oggi si riuniscono con i finiani per stabilire una linea comune, l´astensione sul documento presentato dai democratici. Ma Bersani non è affatto preoccupato: «Sarà evidente comunque la spaccatura della maggioranza. E si vedrà bene che a Berlusconi sono rimasti solo i leghisti. Dal pratone di Pontida, dai balconi della Padania il voto di Pdl e Lega a favore del sottosegretario indagato non sarà un bello spettacolo».
Oggi e domani può andare in scena la saldatura embrionale di un terzo polo con Casini, Fini e Rutelli. Ed è lo spunto usato da Antonio Di Pietro per contestare la posizione del Pd. «Era meglio rimandare la mozione a settembre – accusa il capogruppo dell´Idv Massimo Donadi -. Il Pd forse sperava di fare il colpaccio, ma così si ritrova l´opposizione divisa». Sono stilettate che non si conciliano con la proposta lanciata dall´ex pm di un partito unico Pd-Idv. Del resto questa idea è lontanissima dal sentimento di quasi tutto il Pd. «Non si fanno le battaglie solo pensando alla tattica – spiega Dario Franceschini -. Forse qualcuno ci aveva preso gusto perché le mozioni contro Cosentino e Brancher li hanno costretti alle dimissioni. Ma è giusto sollevare il problema anche stavolta». Il capogruppo del Pd vuole «vedere con grande interesse» la prima prova dell´esecutivo dopo lo strappo dei finiani. E non dispera che la scelta finale sia un sostegno alla mozione, non un´astensione. «Andrà motivata la scelta di apprezzare le dimissioni di Cosentino e Brancher e di non votare l´uscita di Caliendo».
L´approccio alla Lega ieri è venuto anche dalla presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro. «Il Carroccio sulla legge elettorale è un interlocutore interessato soprattutto se si parla del ripristino del rapporto diretto con il territorio», ha detto la Finocchiaro ai senatori democratici. «Dobbiamo offrire uno spazio a Bossi», ha confermato Bersani. Poi si vedrà qual è la formula migliore. «Il governo si troverà nei guai anche se i finiani si astengono domani. Ha franato, ormai. E se dopo ci sarà un esecutivo tecnico o di transizione – dice rispondendo all´intervista di Veltroni a Repubblica – lo vedremo. Sono sottigliezze su ipotesi che ancora non si sono affacciate». Ma il Pd unito sul governo di transizione comincia a registrare alcune puntualizzazioni. Rosy Bindi è favorevole a una fase di decantazione in caso di crisi. Però avverte: «Non con Tremonti. È un ministro dell´Economia che abbiamo duramente contestato, non può interpretare il dopo Berlusconi. Alleanze innaturali sì, premiership innaturali no».

La Repubblica 03.08.10

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Beppe Grillo: «Dico sì al governo tecnico magari a guida Montezemolo»

Guai a dirgli che “scende in campo”, e non solo per la formula che gli ricorda l’odiato «psiconano». Guai a trattarlo come il leader del “suo” Movimento 5 stelle. «Mica c’abbiamo il leader noi, non abbiamo più bisogno della mamma, io sono solo quello che fa la comunicazione, che ci ha messo la faccia, altrimenti non saremmo arrivati nemmeno nel quartiere», protesta Beppe Grillo. Eppure è stato lui, ieri, a lanciare sul suo seguitissimo blog la candidatura del “suo” movimento alle prossime politiche, che siano nel 2013 o prima, e alle comunali 2011 a Milano, Torino, Bologna e e Genova. Ed è stato sempre lui a fare un serissimo discorso politico, sempre sul blog, sostenendo che andare alle urne subito «è pura follia», «cupio dissolvi», e a benedire un governo tecnico «di durata sufficiente per mettere sotto controllo il debito pubblico che sta esplodendo nel silenzio generale, per cambiare la legge elettorale, per eliminare i rimborsi elettorali ai partiti (nel rispetto del referendum) e per fare una legge sul conflitto di interessi che elimini alla radice il problema Berlusconi». Un programmino niente male.

Ma con chi si potrebbe fare, visto che lo stesso Grillo bolla l’attuale parlamento come composto da «irresponsabili, leccapiedi e arrivisti»?
«Mah, non lo so, chiunque si impegni a fare queste cose, magari Montezemolo… ma andrebbe bene anche Totò u Curtu se si impegnasse a fare queste cose, perché votare un’altra volta i nominati sarebbe una presa per il culo».

Governo tecnico, dunque.
«Basta che non ci siano politici dentro, la parola “politico” non vuol dire più niente».

E quale legge elettorale vorrebbe?
«Le preferenze, per votare il candidato. Se non si fanno queste cose è inutile andare a votare, lo capisce anche mio figlio».

Ma lei proprio non si candida?
«Macché, io ho 62 anni, e non ho neppure i requisiti. E poi mi ci vede a me in Parlamento interrotto da un Gasparri?».

Sarebbe divertente…
«Ma no, per carità. Io faccio la comunicazione, i candidati li sceglieremo sul web, con un clic su un portale che stiamo preparando. Saranno trentenni, come quelli che sono stati eletti nei Comuni e nelle Regioni, facce nuove. Io solo dato l’abbrivio a un movimento spontaneo di cittadini». «I ragazzi hanno raccolto 500mila voti e hanno rifiutato i rimborsi elettorali, hanno dimostrato a tutto l’arco parlamentare che la politica con la P maiuscola si può fare senza soldi. Per questo li temono, perché con loro i rinoceronti sono rovinati».

E se si votasse voi andreste soli contro tutti?
«Ma certo, da soli. Noi le nostre battaglie le facciamo con milioni di cittadini nei movimenti».

Nessuna alleanza contro Berlusconi?
«Ma stiamo scherzando, i partiti sono polvere, anime perse. Si fanno gli ospedali su discariche radioattive, su continua a stampare debito, a svendere i beni dello Stato, di cosa stiamo parlando? Guardi Fini che ha sostenuto per quindici anni lo psiconano e ora si atteggia a extravergine».

Già, ma lei crede che un governo tecnico potrebbe fare addirittura il conflitto di interessi?
«Ci sono milioni di cittadini che lo chiedono, come vogliono una riforma della borsa, del management. Ecco perché fa paura il mio movimento, perché informa le persone, e i ragazzi del movimento ne sanno molto più di me: sono giovani che si occupano ormai da anni delle proprie città».

La chiosa è secca:
«Il nostro movimento esiste ed esisterà sempre di più, i partiti sono destinati alla polverizzazione. E basta definirmi come quello del populismo e dell’antipolitica: io voglio che i trentenni, che i cittadini con l’elmetto prendano il posto di questi rinoceronti che sono lì da trent’anni: questa è politica».

L’Unità 03.08.10

"Bologna e i conti ancora aperti", di Michele Brambilla

Perché non c’era nessuno del governo ieri a Bologna, nel trentesimo anniversario della strage? La prima risposta è molto semplice: erano stufi di farsi fischiare, cosa che si ripeteva immancabilmente ogni anno. Ma a questo punto scatta una seconda domanda: perché i bolognesi li hanno sempre fischiati? E qui la risposta è un po’ più complessa.

Alcuni esponenti del Pdl hanno detto che quella del 2 agosto è ogni anno l’occasione, o meglio il pretesto, per contestare il governo, soprattutto se di centrodestra. Il ricordo della strage sarebbe quindi strumentalizzato. In parte è vero. Che cosa c’entrano le bandiere di Rifondazione Comunista con le vittime di quell’attentato? E perché l’anno scorso, tanto per fare un altro esempio, è stato silenziato dai fischi il ministro Bondi, del quale ovviamente tutto si può dire, ma certo non che sia un complice dei bombaroli?

Insomma le argomentazioni degli assenti non sono campate per aria. Ma non bastano, a nostro parere, per rispondere a quella seconda domanda: perché a Bologna chiunque si presenti come rappresentante del governo viene contestato? Credo si debba cercare la risposta andando molto indietro nel tempo: non solo al 2 agosto 1980, ma a tutti i cosiddetti anni di piombo. Cerchiamo di ricordare. In Italia ci si cominciò ad ammazzare alla fine degli Anni Sessanta. Era un periodo di tensione altissima. Altro che le piccole schermaglie di oggi. Il mondo era diviso in due blocchi: quello liberaldemocratico sotto l’ombrello americano; e quello comunista sotto il tallone sovietico. Ogni anno almeno un Paese del pianeta diventava comunista, e almeno un altro subiva un golpe militare di destra.

In Italia era il tempo delle lotte operaie e delle contestazioni studentesche. La sinistra avanzava. Qualcuno vedeva la rivoluzione vicina; così qualcun altro sentiva l’esigenza di «ordine», e magari un po’ di nostalgia di quando c’era lui. Fiorirono presto due terrorismi.

Uno fu quello delle Brigate Rosse e dei suoi più stretti parenti. Erano assassini con bersagli ben precisi: poliziotti, carabinieri, magistrati, politici. Fra le loro vittime preferite c’erano non tanto i fascisti o i «padroni» quanto i riformisti, gli «uomini del dialogo»: perché costoro, cercando di migliorare le condizioni di vita «delle masse» (un’espressione allora di gran voga) tagliavano l’erba sotto i piedi alla rivoluzione. Follia quanto si vuole, ma i brigatisti ragionavano così.

L’altro terrorismo fu quello «stragista». Bombe sui treni, nelle banche, nelle stazioni, con l’obiettivo non di eliminare «nemici» ben individuati, ma di massacrare uomini donne e bambini di cui i terroristi non conoscevano neppure i nomi. Lo scopo era quello di seminare il terrore e probabilmente di favorire una svolta autoritaria.

Per molti anni – diciamo almeno fino al 1978, sequestro Moro – in Italia regnò un certo conformismo che contagiò intellettuali e ahimè tanti giornalisti, e che produsse una grande falsificazione: quella di far credere che in realtà di terrorismo ce n’era uno solo, quello bombarolo fascista e reazionario; e che le Brigate Rosse e i loro compari altro non erano che sbirri, o appunto fascisti, incaricati di gettare discredito sulla sinistra. Fu soprattutto per reagire a questa gigantesca mistificazione che Indro Montanelli fondò il suo «Giornale». Aveva mille ragioni dalla sua parte.

Tuttavia, dopo più di trent’anni, un dato va obiettivamente riconosciuto. E cioè che, alla fine, dei terroristi rossi abbiamo saputo tutto: nomi, cognomi e origine politica, che è quella del comunismo rivoluzionario (chi ancora li dipinge come marionette della Cia, delira). Abbiamo anche visto costoro entrare in galera e restarci più o meno a lungo. Degli stragisti, invece, non abbiamo nomi e cognomi dietro le sbarre. Chi ha messo la bomba in piazza Fontana? Boh. E sul treno Italicus? E in piazza della Loggia? E alla stazione di Bologna chi furono i mandanti? Buio per tutte le stragi, con una sola piccola ma inquietante luce: in quasi tutti quei processi ci sono ufficiali dei servizi segreti dello Stato condannati per depistaggio.

Insomma: è legittimo il sospetto che sulle stragi lo Stato non abbia fatto il suo dovere. Non si scappa: o non ha saputo trovare i colpevoli, o non li ha voluti trovare o peggio ancora li ha coperti. I fischi ai ministri di oggi sono un errore, ma vengono da una rabbia antica che ha le sue ragioni. Se il presidente Napolitano ieri ha esortato a indagare sulle «complicità», se ha parlato di «lacune e ambiguità», è perché sa che c’è ancora un conto aperto fra lo Stato e il Paese.

La Stampa 03.08.10

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“Le complicità mai chiarite”, di Vittorio Prodi

Non ero a Bologna quel maledetto 2 agosto di trent’anni fa. Ma ricordo bene l’angoscia con la quale apprendemmo la notizia della strage. La città, sbigottita e incredula, mostrò però una sorprendente capacità di reazione di fronte a una tragedia così grande. Ci si rimboccò subito le mani. Ricordo il famoso autobus numero 37 trasformato in ambulanza che guidò per 15 ore di fila, da piazza Medaglie d’oro all’obitorio. E non posso dimenticare i funerali in Piazza Maggiore il 6 agosto, mezzo milione di persone che dimostrarono che esisteva una città capace di reagire.
Ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha giustamente chiesto a magistrati e forze dell’ordine «un ulteriore possibile sforzo a colmare persistenti lacune e ambiguità sulle trame e le complicità sottese a quel terribile episodio». Io non ho certezze ma non mi ha mai abbandonato il sospetto che i servizi segreti deviati di allora possano avere collaborato all’attentato messo in atto da gruppi eversivi di estrema destra (come la magistratura ha chiarito), con lo scopo di ribaltare la situazione politica.
In fondo attentati con possibili complicità di pezzi di apparati di sicurezza “deviati” purtroppo nel 1980 non erano una novità in Italia, dalla strage della Banca dell’Agricoltura a Milano a Piazza della Loggia a Brescia.
Mi dispiace che il governo, con la decisione di non essere presente ieri a Bologna, abbia dimostrato di non essere capace di assumersi la responsabilità che gli compete e abbia perso ancora una volta l’occasione di dimostrare che le istituzioni non sono di parte, ma appartengono a tutti. In questo modo confermando quel sentimento di estraneità che quella piazza tante volte ha avvertito rispetto a esponenti di questa maggioranza.

da Europa Quotidiano 03.08.10

"La politica dell´antistato", di Nadia Urbinati

È arduo farsi un´idea precisa della portata della trasformazione politica prodotta dai governi Berlusconi. Ma è urgente cominciare a fare un rendiconto per poter agire con prudente speditezza e capire che cosa fare. Partiamo dalle accuse mosse dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, al premier nel momento del suo congedo burrascoso dal Pdl.
La prima accusa è di trattare gli affari di stato come affari di partito e gli affari di partito come affari suoi; la seconda accusa è di far passare l´impunitá per garantismo. La logica patrimonialista viene denunciata da anni; ora è confermata dal suo piú autorevole testimone. Queste le componenti inanellate: lo Stato è il partito e il partito è l´azienda del premier; di qui nasce la politica dell´illegalitá, che non è dunque una semplice questione morale. Tutto si lega nella logica privatistica che è, questo è il punto, una logica dell´anti-Stato.
Questo governo non lascerá solo macerie, dunque. Lascerá qualcosa di nuovo, forse il lascito piú tremendo e anche quello che occorrerá subito demolire, senza second thought. Il monito di qualche giorno fa del presidente della Repubblica a mettere in moto gli «anticorpi» interni alla nostra democrazia è un autorevole punto fermo dal quale partire. È urgente smontare il metodo di governo messo in piedi in questi anni, ovvero l´identificazione della decisione con l´emergenza, dell´informazione con la propaganda, della giustizia con la persecuzione, della legge con i lacci alla libertá, della pratica dell´illecito con la favola della «poche mele marce». A questo metodo corrisponde il teorema, sintetizzato dal presidente della Camera, della illegalitá sistemica, composta e ridimensionata ad arte come questione morale. Ma dietro il linguaggio bonario delle «poche mele marce» che il premier e i suoi Tg dispensano per noi popolo dell´ascolto passivo, si nasconde una vasta e organica trama di governo sotterraneo degli affari, delle amicizie, dei privilegi; una trama che ha la natura di una politica dell´anti-Stato, volta a cambiare il carattere del potere pubblico e delle relazioni tra Stato e cittadini.
Chiamandolo anti-Stato riconosciamo che questo partito-governo-azienda ha e ha avuto una filosofia, un progetto preciso, a suo modo sovversivo e radicale. In una lettera a Repubblica del 5 luglio scorso, il Ministro Bondi, spiegando la tempra innovativa del suo leader, affermava che la «solitudine» del premier rispetto, non all´opinione pubblica, ma «al mondo politico, istituzionale e culturale», al mondo delle «alte magistrature istituzionali» era causato proprio dal fatto che il premier è «totalmente avulso» dalla logica dello Stato di diritto, dal «potere di veto derivante da una architettura istituzionale» e «dalla sedimentazione di norme burocratiche». Questa analisi è illuminante e da prendere sul serio. Il presidente del Consiglio è un «uomo nuovo», e per questo ammirato da chi ha sempre sentito le istituzioni come un impaccio alla libertà, invece che come canali di coordinamento delle azioni collettive per rendere la libertà individuale sicura perché non alternativa alla libertà altrui.
Questa è una rottura radicale con lo Stato moderno; e una ferita che peserà sulla nostra democrazia, nonostante i suoi provati anticorpi. Peserà, perché l´ammirazione per il guasconismo del neofita non è per nulla un fatto isolato, ma una componente della nostra tradizione politica nazionale. Che il Premier sia visto come un modello di modernità a paragone dei funzionari pubblici (le «alte magistrature istituzionali») è segno di una filosofia radicalmente sovversiva della modernità: un´esaltazione della rivolta del dominium (potere della forza, economica e privata) contro l´imperium (potere del pubblico). Un nuovo ancien régime nell´età del mercato, una rivincita dell´oikos contro la polis, della «fatticità» della forza degli interessi contro la «nomatività» delle relazioni pubbliche, del fastidio quasi a veder trattare «me» e «te» come uguali nonostante il «mio» potere sia tanto più grande del «tuo», della repulsione verso l´eguaglianza di rispetto. Alcuni «rivoluzionari» di quarant´anni fa sono rimasti irretiti e stregati da questo «uomo nuovo» perché hanno visto in lui la personificazione della loro convinzione che l´idea della legge imparziale sia ideologia da parrucconi, fatta per nascondere il «vero» potere, quello che opera nella società, che agisce senza orpelli e senza ipocrita imparzialità.
Perché onorare le istituzioni se sono solo una formalità e un espediente ideologico? Perché non ammirare il potere nella sua diretta espressione? La lettura della «solitudine» di Berlusconi rispetto al mondo dello Stato rivela questa antica attrazione per il «realismo» contro la norma, il disprezzo per chi crede nel diritto e non sa ammirare il potere «reale», un potere capace di rimescolare il pubblico e il privato gettando alle ortiche la stantia e ipocrita arte liberale della limitazione e della separazione. L´illiberalità, denunciata anche da Fini, è la logica che presiede un´idea di libertà come potenza.
La pratica del rimescolamento di pubblico e privato che il Premier e i suoi amici e ammiratori hanno inaugurato in questi anni è un macigno che pesa e peserà ancora sulla nostra vita pubblica. Smantellare questa politica anti-istituzionale radicale è il compito più urgente, un compito il cui successo dipenderà da almeno due fattori: che l´opinione pubblica e l´informazione facciano il loro lavoro di svelamento e critica, che non accettino più di essere strumenti di nascondimento della verità per tenere i cittadini spettatori passivi e adoranti; che l´illegalità venga chiamata col suo nome e perseguita con sistematica determinazione affinché il governo degli affari sia smantellato e la sua filosofia si mostri per quello che è, una ideologia del potere illimitato.

La Repubblica 03.08.10

"Sotto l'ombrellone 13 mila posti", di Alessandra Ricciardi

Chi è in attesa di una chiamata a tempo inderminato come maestro nella provincia di Napoli, può scordarsela. Con 200 esuberi, di assunzioni non ve ne sarà neanche l’ombra. Quella della scuola primaria napoletana è la punta di un iceberg che riguarda il Sud, in particolare Campania, Sicilia e Puglia.
Nella tornata di assunzioni che andrà in scena nei prossimi giorni, le tre regioni in questione resteranno pressoché a stecchetto: troppe le immissioni in ruolo fatte negli anni passati, ora hanno il problema opposto, quello degli esuberi. Qualche spiraglio si apre solo per il sostegno e per classi, tipo matematica, alle medie e superiori. È quanto trapela dal ministero dell’istruzione, che conta di portare al prossimo consiglio dei ministri il decreto di autorizzazione a 13 mila assunzioni a tempo inderminato per il prossimo anno. Il dicastero guidato da Mariastella Gelmini ne aveva chieste 26 mila: 20 mila insegnanti e 6 mila Ata, ovvero ausiliari, tecnici e amministrativi. Pare che dal Tesoro la disponibilità sia arrivata ma dimezzata: salvo sorprese dell’ultima ora, le immissioni dovrebbero riguardare 10 mila insegnanti e 3 mila Ata. Agosto sarà dunque un mese ad alta tensione per i tanti precari interessati alle assunzioni e per gli uffici impegnanti nelle procedure di immissione. Che avverranno in larga misura dalle graduatorie permanenti, visto che quelle dei concorsi sono quasi ovunque esaurite. Le 10 mila assunzioni dei docenti controbilanceranno in modo parziale i 30 mila posti liberi del prossimo anno, tanti se ne stimano al netto dei pensionamenti e degli esuberi. Questi ultimi raggiungerebbero quota 10 mila, 2 mila in più rispetto allo scorso anno. Le disponibilità più consistenti si hanno nella scuola media (10 mila posti), nella superiore (oltre 7 mila cattedre vacanti) nella primaria con 6.100 e nell’infanzia 5.500.

Ragionando invece sulle regioni, il boom di assunzioni spetterebbe alla Lombardia che ha complessivamente mille posti liberi, seguita dal Veneto con 830 vacanze, la Toscana a quota 783 e l’Emila Romagna con 635 vacanze. Briciole rispetto, al trend degli anni passati, per la Campania, con 548 disponibilità, la Puglia con 500, e Sicilia, con meno di 400. Sono tra l’altro queste le regioni che hanno il numero più alto di soprannumeri (nel caso Sicilia doppio rispetto ai posti vacanti) ovvero prof assunti a tempo indeterminato ma che si ritrovano, a seguito della riforma Gelmini, senza più la cattedra di titolarità. Lettere, trattamento testi, diritto ed economia le classi più penalizzate.

Se il decreto di autorizzazione non subirà stop, gli uffici provinciali saranno messi subito all’opera, sfidando il periodo di ferie. E a rendere ancora più caldo l’agosto contribuiscono gli sviluppi del ricorso vinto in primo grado dallo Snals-Confsal contro il decreto che impone agli istituti tecnici e professionali di ridurre almeno due ore d’insegnamento alle seconde e terze classi: 5 mila i prof potenzialmente interessati dal taglio. Il Consiglio di stato, da quanto si apprende, potrebbe riunirsi a breve, il 10 agosto, per decidere in via definitiva.

ItaliaOggi 03.08.10

"Beni culturali appiedati. Arte e archeologia a rischio", di Stefano Miliani

Necropoli, chiese in campagna, l’arte che corre pericoli non ha più chi può correre a salvarla se ce n’è bisogno. Appiedati archeologi, storici dell’arte, architetti, restauratori del ministero dei beni culturali. Non possono usare nemmeno la propria auto (con rimborso benzina e al massimo per un pasto, l”indennità di missione da tempo è sparita) per controllare lo stato di salute o evitare danni a siti archeologici, dipinti, chiese, al paesaggio. E in Italia gran parte dei tesori artistici non è nelle città e non si raggiunge con i mezzi pubblici. Una norma nella manovra di Tremonti infatti vieta l’uso dell’auto privata ai dipendenti. Il segretario generale dei beni culturali Roberto Cecchi aveva trovato una via per autorizzare, per motivi urgenti, i tecnici del dicastero, a usare la propria auto. Invece nel passaggio a legge della manovra il divieto è stato confermato. Al che Assotecnici, l’associazione che raccoglie tecnici del ministero guidato da Sandro Bondi, fa appello direttamente al presidente della Repubblica Napolitano. Perché a rischio c’è l’articolo 9 della Costituzione, quello che tutela il nostro patrimonio d’arte e storia.

“Risparmio” modesto, non risana certo le casse dello Stato. Una soprintendenza di media grandezza con musei spenderebbe, per tutta la soprintendenza, 5-8mila euro al mese. “Per noi è una tragedia – commenta Irene Berlingò, dell’Associazione – La macchina di servizio ce l’ha il dirigente, ma non è a disposizione dei funzionari se non è libera. Giriamo con mezzi propri, consumandole, per fare vigilanza”. Una vigilanza indispensabile. Il Colosseo o gli Uffizi o l’Accademia di Venezia non hanno bisogno di “missioni”. Ne hanno un disperato bisogno posti come la campagna romana, le necropoli etrusche dell’Etruria tipo Tarquinia, le colonie della Magna Grecia come Metaponto, Siris: lì arrivi solo con l’auto. “Non sono gli ingressi dei grandi scavi ma la miriade di lavori e di emergenze storico-artistiche, archeologiche e del paesaggio ad allarmare”, avverte l’archeologa.

Infatti, spiega nell’appello Assotecnici, il divieto «rende impossibile ai tecnici il controllo del territorio, la vigilanza sui lavori e sul patrimonio archeologico, artistico, storico, architettonico e paesaggistico, in una parola determina il blocco della tutela sui beni culturali, tutela che non è possibile esercitare solo con i mezzi pubblici, dal momento che nella maggior parte dei casi le zone da salvaguardare non sono raggiunte dal servizio pubblico». Nasce da qui l’appello a Napolitano (far appello a Bondi, detto per inciso, è inutile, tanto non conta) «perché venga ristabilito il dettato dell’art. 9 della Costituzione e la sua applicazione, della quale proprio il Ministero dovrebbe essere garante con il suo compito istituzionale, a cui in effetti viene meno, poiché viene impedito ai tecnici di esercitare un qualsiasi controllo ispettivo, agevolando l’azione di speculatori senza scrupoli ai danni del paesaggio e di scavatori clandestini ai danni del nostro patrimonio archeologico, sempre più a rischio».

«Il grido di dolore dei tecnici del ministero dei beni culturali squarcia il velo delle menzogne che Bondi e Tremonti hanno costruito intorno alla manovra», commenta Matteo Orfini della segreteria del pd, responsabile cultura e informazione, e aggiunge:

«Il grido di dolore dei tecnici del ministero dei beni culturali squarcia il velo delle menzogne che Bondi e Tremonti hanno costruito intorno alla manovra», commenta Matteo Orfini della segreteria del pd, responsabile cultura e informazione, e aggiunge: «La norma è un favore evidente a chi specula e a chi saccheggia. Siamo certi che Bondi e il sottosegretario Giro non l’abbiano fatto di proposito, ma solo per scarsa competenza. Trovino al più presto un modo per rimediare a questa sciocchezza».

L’Unità 02.08.10