cultura

"Nuove regole per salvare l'Opera", di Sandro Cappelletto

Il Carlo Felice di Genova viaggia, nel 2010, verso un deficit di 17 milioni di euro. Non è per ora previsto l’arrivo di nuove risorse e il pagamento degli stipendi diventa a rischio. Riccardo Garrone, petroliere e consigliere di amministrazione del teatro della sua città, constata che, in queste condizioni, la messa in cassa integrazione per tutti i dipendenti è uno scenario possibile, se non probabile.
L’industriale non parla a vanvera. Un accordo sottoscritto dalla Conferenza delle Regioni nel pieno della crisi che stiamo attraversando prevede che questo ammortizzatore sociale venga esteso anche a realtà occupazionali prima escluse. Le fondazioni lirico-sinfoniche vi sono comprese. Tuttavia, fino ad oggi, non vi hanno fatto ricorso.

Spesso la cassa integrazione precede la mobilità, il prepensionamento, la perdita del posto di lavoro. Un esito fino a pochi anni fa impensabile per un settore fortemente targato «made in Italy» come il teatro d’opera: non perché i deficit non esistessero, ma perché il ripiano, da parte del Comune, della Regione, dello Stato, era sempre assicurato. Non è più così: le riflessioni di Garrone, di altri consiglieri e anche di alcuni politici, a Genova come altrove, ipotizzano la chiusura e la riapertura del teatro con regole nuove. Cooperativa tra gli orchestrali, nuovi contratti a tempo determinato e per un numero inferiore di dipendenti, stagioni ridotte nel tempo, uso del teatro anche per altre forme di spettacolo. Con chi si stipuleranno questi nuovi accordi? Con chi ci sta.

Arturo Toscanini, che negli Anni Venti del Novecento aveva speso tutto il suo prestigio e la sua autorità perché anche ai «lavoratori della musica» venissero riconosciuti diritti irrinunciabili – assunzione a tempo indeterminato, ferie, assistenza sanitaria, pensione – ne sarebbe sconvolto.

È ormai evidente che sta andando in frantumi il patto sociale tra Stato e teatri d’opera, stipulato nel 1967 con la «legge Corona», dal nome di Achille Corona, allora ministro dello Spettacolo. Il proclama era solenne: «Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale». Da quell’anno sono iniziati, con perfetto parallelismo, i deficit e i ripiani. Nel 1993, accusato di aver raggiunto il record di 33 miliardi di lire di passivo in 30 mesi di gestione, l’allora sovrintendente dell’Opera di Roma, Gian Paolo Cresci, dichiarò senza timore di poter essere smentito: «Mica li ho inventati io, i deficit. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno».

Recentemente, i ministri Tremonti e Bondi hanno ricordato che negli ultimi dieci anni le tredici principali fondazioni liriche italiane hanno accumulato 100 milioni di euro di passivo. Se lo stanziamento del Fondo Unico dello Spettacolo previsto dalla Finanziaria 2011 sarà ridotto, rispetto a oggi, di un ulteriore 30 per cento, la situazione di Genova, che già oggi non è un’eccezione, diventerà la regola. Cosa accadrà, allora? Cassa integrazione per tutti i cinquemila dipendenti, in una soluzione «all’Alitalia», e nascita di nuove «compagnie»? Ma davvero si troveranno i capitali privati disposti all’impresa?

La riforma del settore approvata dal Parlamento il mese scorso mostra già la sua fragilità, perché non affronta le radici del problema: sicurezza almeno triennale delle risorse stanziate, riscrittura del contratto nazionale di lavoro, con diritti e doveri chiaramente stabiliti. Perché non risponde alla sola domanda che conta: i teatri d’opera sono considerati un peso per la collettività o una realtà produttiva e professionale di cui andare fieri nel mondo? Li deve sostenere la spesa pubblica o, come per tutti i vizi privati, ognuno se li paghi?

Se la politica non decide, lo farà, come sempre, la realtà. E anche nella lirica accadrà quanto sta avvenendo in altri settori: i talenti emigreranno, si produrrà più opera all’estero che da noi, sarà difficile evitare che si affermino quei nuovi, più severi modelli contrattuali che stanno prendendo forma in altre realtà industriali.

La Stampa 02.08.10

1 Commento

  1. Marco Pacchierotti dice

    Trovo la disamina di Cappelletto, lucida quanto straziante, al pensiero di quanto c’è in gioco, non ultima una parte della nostra identità culturale. Alcuni anni or sono Pavarotti si avventurò, (proprio lui, tutto fuorché un animale politico), sull’insidioso terreno delle proposte atte a riformare un mondo un po’ chiuso e auto-referenziato come quello del Melodramma.

    Disse, vado a braccio ed a memoria, che si sarebbero dovuti chiudere molti Teatri d’Opera, data la pletora di produzioni ridondanti (quando non inutili) se non addirittura prive di qualità artistica ed artigianale. Il sasso lanciato nello stagno scomparve dopo un momento di iniziale clamore, quasi risucchiato da una morta gora, e non certo dall’acqua limpida. Fu quella, probabilmente, una di tante occasioni perdute (un’altra fu il tentativo naufragato del compianto Giuseppe Sinopoli di riportare ad antichi splendori e rigori l’Opera di Roma) per riflettere sullo Stato del Teatri d’Opera in Italia, prima che gli eventi e la cruda realtà economica prevalessero su altre logiche. Credo che Cappelleto abbia colto nel segno: si avvicina il “redde rationem” ed il Convitato di Pietra di questo Don Giovanni senza lieto fine, si chiami esso Bondi o Tremonti, porterà purtroppo con sé in un abisso infernale molto di quel che resta dell’epica storia dei Teatri d’Opera italiani.

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