Latest Posts

«Crollo record degli investimenti nel 2009 picchiata del 12,1%», di Valentina Conte

Ma Confindustria: quest´anno produzione in rialzo del 10%

ROMA – Crollano gli investimenti (-12%), mai così male. Corre la produzione industriale (+10%), mai balzo così ampio dal ´97. Due dati solo in apparente contrasto, che restituiscono tutta la fatica delle imprese a scrollarsi di dosso la crisi. E se il secondo consola relativamente perché il confronto è con i bassi livelli di produzione dell´anno passato, il calo degli investimenti è brusco e pesante.
Secondo quanto calcolato dall´Istat in uno studio diffuso ieri, tutti i settori dell´economia nel 2009 hanno frenato gli investimenti fissi: macchine, attrezzature, impianti, mobili, mezzi di trasporto, costruzioni (fabbricati, uffici, abitazioni). In un anno, il settore agricolo ha contratto la spesa del 17,4%, quello industriale del 14,9% e i servizi del 10,6%. Una diminuzione media del 12,1%, livello mai raggiunto, almeno dal 1970, inizio delle serie storiche Istat, e paragonabile solo al calo registrato durante la crisi del 1993 (-11,5%).
E se la flessione era già in atto nel 2008, il confronto tra i due anni è impietoso: dal meno 4% al meno 12. Otto punti percentuali che diventano quasi 15 nel solo settore agricolo. Dopo i cali del 2007 (-4,7%) e del 2008 (-2,7%), nel 2009 è arrivato il tracollo (-17,4%). «Servono incentivi per le aziende agricole» chiede Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura che, ieri a Cuneo, ha ricordato gli altri numeri della crisi del settore: diminuzione del valore aggiunto (-7,4% dal 2004), dei redditi (-21% nel 2009) e delle imprese iscritte alle Camere di Commercio (-20% in dieci anni, da un milione a 840 mila).
Male anche gli investimenti fissi nel settore industriale (-14,9%, era -4% nel 2008): solo 10 mila euro per addetto, contro gli 11.300 di 12 mesi fa. E sorprende il crollo complessivo della spesa per investimenti in prodotti Ict (software, computer, macchine per ufficio): -8,1% in media, quasi -9% nell´industria , -8% nei servizi, -13,5% nell´agricoltura. «I dati di oggi ci dicono che non si sta reagendo alla crisi attraverso la scelta strategica dell´innovazione», si legge in una nota della Cgil. «Senza investimenti, senza una netta inversione di tendenza, sarà difficile che ci sia una vera ripresa».
Le buone notizie arrivano dal Centro studi Confindustria su due fronti: ordinativi e produzione. I primi aumentano: +1,2% in giugno rispetto a maggio e +3,3% su base annua. E la produzione industriale si impenna: +10% in giugno rispetto a un anno fa, il maggiore rialzo tendenziale osservato dal dicembre 1997 (+9,6%). Un confronto tuttavia “viziato” dai bassi livelli 2009, quando si registrarono cali superiori anche al 20%. Basti pensare che la caduta dal picco negativo pre-crisi (aprile 2008) si riduce, ma siamo ancora a -17,6%.
Più modesto il dato mensile, solo +1,1% su maggio (che però cresceva dell´1,4% su aprile). Per il secondo trimestre 2010 tuttavia il Csc stima un´accelerazione della produzione al 2,5% sul primo. E nel terzo trimestre si profila un ulteriore recupero guidato da domanda estera e ricostituzione delle scorte.
da www.repubblica.it

«L'immunità un'offesa al buon senso», di Michele Ainis

King cannot wrong»: il re non può sbagliare, recita un’antica massima della democrazia inglese. È dunque irresponsabile, se non infallibile tal quale il Papa, come stabilì Pio IX nel 1870.

Invece nella nuova democrazia italiana irresponsabili e infallibili sono i ministri, quale ne sia il numero, il sesso, la fedina penale. Così vuole il lodo Alfano nel suo abito costituzionale. Un abito peraltro continuamente allargato e ricucito nella sartoria del Senato; o dovremmo chiamarlo lodo Brancher?

L’ultima idea – quella di estendere lo scudo processuale alle iniziative giudiziarie inaugurate prima che l’imputato giurasse da ministro – sembra in effetti tagliata su misura per il neoministro a Non si sa che cosa. Significa che è un’idea incostituzionale? No di certo: ormai è vietato concludere i processi, figurarsi i processi alle intenzioni. E d’altronde già la Carta del 1947 elenca una serie d’immunità per le alte cariche; dunque l’immunità di per sé non viola il principio d’eguaglianza, altrimenti dovremmo reputare incostituzionale la Costituzione stessa. Purché ogni immunità venga introdotta attraverso il procedimento di revisione costituzionale, non con legge ordinaria: così ha sentenziato l’anno scorso la Consulta, così effettivamente sta operando la maggioranza di governo.

No, non c’è un attentato alla Costituzione in questo lodo redivivo. C’è piuttosto un’offesa al buon senso, oltre che al buon gusto. Perché mai, difatti, l’immunità dovrebbe estendersi ai reati commessi prima del giuramento da ministro? Se la risposta è il fumus persecutionis, ossia il sospetto che l’inchiesta giudiziaria risponda a una finalità politica, allora è come dire che i magistrati italiani hanno la palla di vetro. E perché il nuovo lodo protegge i ministri con una diga più alta di quella eretta nell’art. 96 della Costituzione? Quest’ultima norma concerne i reati funzionali, compiuti guidando un dicastero; il lodo tocca viceversa i delitti comuni. Insomma d’ora in poi ogni ministro sarà più tutelato se fa una rapina in banca anziché un abuso d’ufficio. E perché infine l’autorizzazione a procedere viene affidata alla maggioranza semplice delle assemblee legislative? Siccome tale maggioranza è lo sgabello su cui poggia il governo, siccome la sua sopravvivenza in Parlamento dipende dalla sopravvivenza del governo, è un po’ come consegnare un fucile a chi ha le manette ai polsi.

Eccolo infatti il vizio (logico, prima ancora che giuridico) di questo nuovo lodo. Non è illegittimo, è inopportuno. Peggiora la qualità delle nostre istituzioni, anziché innalzarla. Infine erode sotto traccia l’autorità del Capo dello Stato. Il presidente della commissione Giustizia del Senato ha dichiarato che sarebbe ingiusto negare al premier il medesimo scudo processuale per i reati pregressi di cui potrà avvalersi il Quirinale. Errore: lì abita la prima carica dello Stato, il presidente del Consiglio è soltanto la quarta. Ma il vero errore sta nel voto a maggioranza semplice con cui le Camere decideranno l’autorizzazione a procedere verso il Capo dello Stato: un improprio voto di fiducia, ha osservato Paolo Caretti. O altrimenti un’arma di ricatto. Meglio la maggioranza assoluta, come del resto vuole l’art. 90 della Costituzione per i reati presidenziali. O l’improcedibilità tout court, quale esiste in Francia, Israele, Grecia, Portogallo.

Ma l’opportunità è una categoria dello spirito, non della politica. A noi che non abbiamo scudi processuali sembrerà forse inopportuno tutto questo scalmanarsi attorno allo scudo dei potenti, prima con il lodo Schifani, poi con il lodo Alfano, poi con il legittimo impedimento, poi con il lodo Alfano bis. Suoneranno altrettanto inopportune le proclamazioni sui principi – la forma di governo, il federalismo, la libertà d’impresa nel nuovo art. 41 – quando le uniche riforme che poi approdano a riva sono quelle che hanno di mira la giustizia. Ci parrà infine inopportuno venire scomodati per il referendum costituzionale che giocoforza accompagnerà questo nuovo lodo. Ma ci scomoderemo.

da www.lastampa.it

******

«Grasso: indagini antimafia a rischio», di Francesco Grignetti

Il tono è quello suadente di chi cerca di fare breccia nelle convinzioni altrui. Ma usa parole che fanno male, Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia, nel concludere la sua analisi del ddl Intercettazioni. E lancia un allarme: così come è stata scritta, non è più così sicuro che per mafia e terrorismo si potrà intercettare senza limitazioni. «Si deve chiaramente dire – spiega al termine della sua audizione alla Camera – che i requisiti richiesti per i reati ordinari non si devono considerare come presupposti per i reati di mafia. Basta poco per chiarirlo. Così come è, il dubbio può rimanere. E siccome si fanno i processi e poi si arriva in Cassazione e magari ti danno un’interpretazione del genere, basta chiarirlo per non fare del lavoro inutile».

Già, il lavoro inutile. Ma non c’è solo questo. C’è a monte una convinzione che Grasso illustra con poche lapidarie parole: «Talune modifiche hanno peggiorato alcuni aspetti». E su altri aspetti, vedi la durata prefissata di 75 giorni, ebbene trattasi di «termini iugulatori… una previsione irrazionale, immotivata e soggetta a rilievi di incostituzionalità». Il magistrato ha illustrato ai deputati una sorta di decalogo. I dieci punti che proprio non vanno: dalla sostituzione del pm indagato (che rischia di innescare una serie di denunce strumentali) al tribunale collegiale che comporterà «enormi difficoltà organizzative», alla questione dei tabulati, che oggi si acquisiscono con semplice routine e domani sarà un procedimento complicato, al problema interpretativo dei «gravi indizi di reato» che ora non si capisce più, dopo le ultime modifiche del Senato, se le condizioni stabilite per i reati ordinari valgono anche per mafia e terrorismo, all’invio di «tutti» gli atti d’indagine dalle procure ai tribunali del capoluogo, il che significa un traffico immane di faldoni ogni 15 giorni ed è «utopia».

Infine la questione poco raccontata dello «stralcio», che significa mantenere segreta una intercettazione quando ha fatto scoprire un nuovo reato e dato il via a una nuova inchiesta: la legge ora vieterebbe di effettuare stralci, cioè tenere segreto alcunché, e quindi si regalerebbe all’indagato la notizia che è sotto indagine. Ma Piero Grasso individua anche un altro problema non da poco: se in sede di udienza preliminare o di dibattimento si formula in maniera differente un reato, le intercettazioni non sarebbero più utilizzabili perché erano state autorizzate per altro fatto. «Sarebbe gravemente minata l’efficacia dell’azione investigativa e processuale». E’ un fuoco di fila di osservazioni che la maggioranza ha accolto con malcelato fastidio. «I reati di mafia sono esclusi dalle limitazioni. Più che dirlo e riaffermarlo, francamente non so cosa fare. Per questo non sono preoccupato», dice il ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Al contrario hanno impressionato moltissimo Gianfranco Fini, che invita a una ripensamento ulteriore, in asse con il Quirinale: «Su alcune questioni non faccio finta di non vedere. Dopo le parole del procuratore Grasso serve una riflessione sul ddl Intercettazioni». E fa esempi molto concreti: possibile che non si possa più sistemare una microspia nella macchina della moglie di un mafioso in nome della privacy? Era stato il procuratore nazionale Antimafia a lanciare l’allarme sui limiti draconiani in arrivo per le intercettazioni ambientali. Conclusioni di Fini: «Se si è in buona fede le soluzioni si trovano, sennò non accetto che non si possa contestare una decisione già presa».

Frase un po’ criptica. Fa riferimento, il presidente della Camera, al punto che il Pdl, nella sua componente maggioritaria, ritiene una Maginot invalicabile: i capitoli che sono stati approvati da Camera e Senato non si ridiscutano più, al massimo ci possono essere delle modifiche sui punti appena riscritti al Senato. E già si riflette ad alta voce di nuovi emendamenti da parte dei berlusconiani, «ma che siano solo piccoli ritocchi», onde evitare la «manifesta incostituzionalità» che spingerebbe il Quirinale a bocciare la legge. E perciò: intercettazioni estese anche per tre reati-spia, ovvero usura, estorsione e riciclaggio; rivedere il meccanismo delle 72 ore di proroga in extremis oltre i 75 giorni concessi; allargare il periodo di attesa per l’entrata in vigore della legge sul passaggio da autorizzazione monocratica a autorizzazione collegiale (oggi sono previsti sei mesi; si potrebbe aspettare di più in attesa che si passi al processo penale interamente informatizzato); semplificare l’acquisizione dei tabulati del traffico telefonico.

Come si vede, le ipotesi di modifica toccano solo quattro dei dieci punti rimarcati da Piero Grasso (già evidenziati dalla relazione di Giulia Bongiorno di qualche settimana fa). Non è difficile leggere in controluce quali siano i punti dolenti del ddl a cui allude anche il Presidente della Repubblica. «Una legge del genere andrebbe riformulata da capo», sostiene intanto Pierluigi Bersani. E Di Pietro annuncia battaglia.
da www.lastampa.it

«Scuola, l'anno dei tagli ma i prof di religione sono ancora in crescita», di Salvo Intravaia

È l´unico dato in controtendenza. Per il resto meno cattedre e classi, e precari espulsi. In 12 mesi gli insegnanti di ruolo sono diminuiti del 4%, i bidelli e i tecnici del 6%

ROMA – Per la scuola italiana travolta dai tagli, l´unico segno più è per gli insegnanti di Religione. Il ministero dell´Istruzione ha appena pubblicato l´annuale dossier dal titolo “La scuola statale – sintesi dei dati, anno scolastico 2009/2010”: il corposo volume di 342 pagine che contiene tutti i numeri dell´anno appena trascorso. Una pubblicazione di routine, che quest´anno però riserva una sorpresa: in mezzo a tanti segni meno, rispetto al 2008/2009 una delle poche voci che cresce è quella dei docenti di Religione. È lo stesso ministero a certificarlo. Il confronto con un anno fa consegna un quadro della scuola italiana con sacrifici per tutti, dagli alunni disabili ai precari, tranne che per gli insegnanti di Religione. Un dato che appare in netta controtendenza col taglio delle classi e con il lento ma graduale spopolamento delle aule quando sale in cattedra il docente individuato dal vescovo. Quella dei docenti che impartiscono l´unica ora di lezione facoltativa prevista dall´ordinamento scolastico italiano è questione che ha destato sempre polemiche.
Quando nel 2004 l´allora ministro dell´Istruzione, Letizia Moratti, pensò di stabilizzarli attraverso due distinti concorsi il mondo politico-sindacale si spaccò in due. Anche perché tra i titoli necessari per accedere al concorso, riservato a coloro che avevano prestato servizio per almeno 4 anni negli ultimi dieci (dal 1993/1994 al 2002/2003), occorreva essere in possesso dell´idoneità rilasciata dall´ordinario diocesano. Ma il secondo governo Berlusconi non si curò troppo delle polemiche e bandì ugualmente il concorso, che nel settembre 2005 consentì per la prima volta nella storia dello Stato italiano l´immissione in ruolo dei primi 9167 docenti di Religione. Da allora il loro numero è sempre cresciuto, fino alla cifra record (26.326 unità) dell´anno scolastico appena archiviato. I quasi 14 mila prof di ruolo, in leggera flessione rispetto a 12 mesi fa, sono stati abbondantemente compensati dai colleghi precari: 12.446 in tutto. Nel frattempo, la scuola italiana è stata oggetto di tagli senza precedenti. Nel triennio 2009/2012 spariranno 133 mila cattedre per un totale di 8 miliardi di euro. Ma non solo: l´incremento degli alunni disabili (da 175.778 a 181.177 unità) è stato fronteggiato con un taglio netto di oltre 300 cattedre di sostegno. Quasi 37 mila alunni in più sono stati stipati in 4 mila classi in meno. E sono diminuiti persino i plessi scolastici: 92 in meno. È toccato al personale della scuola pagare il prezzo più alto al risanamento dei conti pubblici. In un solo anno gli insegnanti di ruolo sono calati del 4%, senza nessun recupero da parte dei precari che hanno dovuto salutare quasi 14 mila incarichi con relativo stipendio. Per non parlare del personale di segreteria, dei bidelli e dei tecnici di laboratorio: meno 6% in 12 mesi. L´anno appena trascorso ha visto anche il varo della riforma Gelmini per il primo ciclo (scuola elementare e media), col calo delle ore di lezione e del tempo prolungato alla scuola media. Ma è stato anche l´anno delle proteste dei dirigenti scolastici per il taglio ai fondi d´istituto e del congelamento per un triennio (dal 2011 al 2013) degli stipendi degli insegnanti.
da www.repubblica.it

Pensioni: Se 40 anni vi sembran pochi

Dal 2016 non si potrà andare in pensione neanche con 40 anni di contributi. Bisognerà attendere un po’ di più, quanto stabilirà l’Istat sulla base degli adeguamenti alle speranze di vita. La novità è contenuta in un emendamento del relatore, Antonio Azzollini, alla manovra. L’emendamento del relatore modifica la legge dello scorso anno che prevedeva, a partire dal 2015, adeguamenti automatici triennali dei requisiti per il pensionamento alle aspettative di vita.
La proposta di Azzollini, in sostanza, proroga di un anno, al 2016, l’avvio della riforma ma inserisce nell’aumento anche il requisito dei 40 anni di contributi, che prima era intoccabile e che permetteva di andare in pensione indipendentemente dall’età. L’adeguamento, spiega la relazione tecnica, è fissato dall’Istat sulla base dell’allungamento della vita registrato nei tre anni precedenti. Dal primo gennaio 2016 si stima un incremento dell’età di tre mesi. Come previsto dalla legge dello scorso anno, l’adeguamento del requisito dell’età anagrafica riguarda sia le pensioni di anzianità che quelle di vecchiaia dei 65 anni. Incorrono nell’adeguamento anche le pensioni sociali. I risparmi indicati nella relazione tecnica sono pari a 7,8 miliardi fino al 2020. Con lo stesso emendamento si prevede l’innalzamento a 65 anni, dal 2012, dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne del pubblico impiego, così come chiesto dalla Corte di Giustizia europea. Quest’anno l’età sale a 61 anni dai precedenti 60, nel 2011 si passa a 62 anni e dal 2012 a 65 anni.

Inoltre, secondo la norma contenuta nell’emendamento del relatore Azzollini alla manovra, presentato in Commissione bilancio al Senato, aumenta l’età anche per accedere alle pensioni sociali, il trattamento che viene concesso ai cittadini privi di altri redditi o comunque di redditi minimi per vivere. Oggi l’assegno viene percepito a 65 anni, ma dal 2016 anche le pensioni sociali incorrono nell’adeguamento alle speranza di vita sulla base di quanto accertato dall’Istat. Quindi l’età aumenterà di 3-4 mesi ogni tre anni.

Nel pomeriggio il ministro del lavoro Sacconi cerca di tranquillizzare le anime e afferma che la norma che innalza il requisito dei 40 anni per l’accesso alla pensione ”è stata un refuso” che verrà corretto. ”Ne ho parlato con Azzollini – ha detto – e abbiamo convenuto che assolutamente si è trattato di un refuso che non corrisponde alle intenzioni del governo. Come già accade per la legge Maroni e Damiano, coloro che hanno accumulato 40 anni di contributi sono sottratti al sistema delle quote e all’innalzamento dell’età anagrafica”. Sarà quindi cancellato l’aggancio all’aspettativa di vita per coloro che maturano 40 anni di contributi.

Ma la cgil non si tranquillizza e la vice segretaria generale Susanna Camusso spiega che l’aumento dell’età contributiva prevista dagli emendamenti alla manovra ”annunciati come transitori saranno in realtà strutturali e questo significa che nel pubblico impiego le donne andranno in pensione a 66 anni e non a 65, mentre l’età contributiva passa a 41 anni e non più a 40”.
Camusso spiega che l’esecutivo ”sta facendo un’operazione di cambiamento strutturale senza dichiararlo e rendendo tutto il sistema più iniquo”. Senza contare – spiega – che ”tutto questo prolungamento non vale ai fini del valore della pensione”.
Per la vice segretaria della Cgil, quindi, ”c’è un’accelerazione rapidissima che darà risultati terribili, anche perché un anno in più “sarà poi strutturale e dal 2015 si andrà avanti”. Per Camusso c’è poi da considerare un altro aspetto riguardante i ”risparmi” provenienti da questa operazione che – a detta della sindacalista – ”saranno dirottati sulla spesa e, quindi, sottratti ai lavoratori. Quindi, al contrario di quanto ci hanno detto, le mani nelle tasche degli italiani ce le mettono eccome”.
Un’operazione, quindi – aggiunge la dirigente sindacale – ”che carica costi sulle spalle degli italiani perché c’è un chiaro ridimensionamento dei diritti esistenti nel sistema”.

da Paneacqua

******

«Per la pensione non basterà avere 40 anni di contributi», di BdG
La riforma dal 2016. Lo prevede un emendamento alla manovra. Sacconi: è un refuso Tasse e pedaggi Stangata sui terremotati d’Abruzzo. Colpiti anche gli invalidi

Ancora sacrifici ai lavoratori, ma stavolta la mossa non è riuscita in pieno. Almeno per ora. Un emendamento alla manovra firmato dal relatore Antonio Azzollini propone che dal 2016 per andare in pensione non basteranno più 40 anni di contributi. Una vera bomba, lanciata a freddo sui sindacati, che già lanciano segnali di guerra. Ma il ministro del welfare Maurizio Sacconi arriva trafelato in Senato, incontra Azzollini, e poi smorza tutto. «La norma sui 40 anni è stata un refuso. La cancelleremo ». Refusi sempre un po’ «di parte », visto che finiscono sempre per sfavorire i lavoratori. I quali sono già sufficientemente tartassati dalla manovra proprio sul fronte previdenziale. Vera Lamonica della segreteria confederale della Cgil spiega infatti che «l’emendamento peggiora la situazione perché un lavoratore con 40 anni di contributi incappanon solo nella finestra mobile, che significa l’allungamento di un anno, ma anche nell’ applicazione dei coefficienti sull’ attesa di vita». Un altolà è arrivato anche da Raffaele Bonanni. «basta penalizzazioni – ha detto il leader Cisl – A chi ha lavorato per 40 ani è già stato chiesto di restare un anno in più». Poi lo stop del ministro. Che per ora è solo a parole: andrà verificato in aula se davve ro il governo intende fare marcia indietro. Ma l’emendamento Azzollini introduce anche altre novità: fa partire l’adeguamento all’aspettativa di vita dal 2016 (e non dal 15 come previsto oggi) e lo estende alle pensioni minime. Strada facendo si arriva a un adeguamento «cumulato » nel 2050 è pari a 3,5 anni. Cioè nel 2050 si dovrà stare al lavoro fino a 68,5 anni. INIQUITÀ L’operazione sulle pensioni è una vera tenaglia. Ma restano in piedi anche tutte le altre iniquità della manovra. A iniziare dalle invalidità. Solo il 10% degli attuali invalidi si salva dalla scure con l’emendamento Azzollini. Il 90% resta senza aiuti. Per non parlare poi delle tasse che gli abruzzesi da ieri tornano a pagare. L’emendamento del relatore ha l’unico effetto di rateizzare il rimborso in cinque anni. Ma l’esenzionenonc’è: soltanto le piccole imprese (con fatturato fino a 200.000 euro) potranno rinviare il prelievo fino a dicembre. Gli altri tornano a pagare da subito e a restituire dall’anno prossimo. Terremotati di serie B. Nei casi precedenti, infatti, si ottenne una sospensione più lunga, un recupero in 10 anni e soltanto del40%del dovuto. Per gli abruzzesi, poi, c’è la doppia beffa delle tasse e dei pedaggi autostradali. Per la A24 Roma-Pescara il prelievo Anas sommato all’aumento della società Autostrada dei parchi si trasforma in un salasso. Un’auto normale che da Pescara va a Roma e ritorno pagherà 5 euro di più, mentre i mezzi pesanti arriveranno a 10-12 euro. «Se si va a Fiumicino è ancora peggio – denuncia il senatore abruzzese Giovanni Legnini – perché bisogna aggiungere altri due euro». Gli effetti sull’economia dell’intera regione saranno pesantissimi. Anche se sui rincari per le tratte del Grande raccordo di Roma già si stanno elevando barricate bipartisan. Renata Polverini e il sindaco Gianni Alemanno si sono coalizzati anche con gli esponenti del centrosinistra, per chiedere modifiche alla manovra. Procede intanto l’esame del testo in commissione. In arrivo oggi altre modifiche del relatore. Le votazioni vanno a rilento, tanto che il varo per l’aula potrebbe slittare a domani o a lunedì. Tra i nuovi emendamenti del relatore, probabilmente le annunciate correzioni sui magistrati e, dopo la marcia indietro di ieri, anche la correzione sull’emendamento del relatore sulle pensioni che rendeva non sufficienti, a partire dal 2016, i 40 anni di contributi per andare in pensione. Possibile un lavoro non-stop a partire da oggi fino all’approvazione finale.
da Unità

Tagli, ecco le cifre che smentiscono l'ottimismo di Malaguti

Ci saranno 212 docenti in meno, a fronte di un aumento sensibile degli studenti. La sen. Mariangela Bastico e l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione alla Camera, replicano cifre alla mano, alle dichiarazioni del dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale relative ai tagli di organico. Ecco la loro dichiarazione.
Purtroppo la matematica non è un’opinione e per quanto il dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale Gino Malaguti si sforzi di tranquillizzare le famiglie dall’anno prossimo ci saranno 212 docenti in meno in provincia di Modena, a fronte di un aumento sensibile degli studenti.

C’è poco da minimizzare: avremo 37 insegnanti in meno alla primaria, 47 in meno alle medie, 128 in meno alle superiori e ciò determinerà un oggettivo impoverimento dell’offerta formativa che si scaricherà sulla pelle degli studenti e delle famiglie. A Nonantola per la prima volta avremo una classe a tempo pieno in meno, verrà a mancare il tempo prolungato per gli studenti che lo avevano frequentato lo scorso anno a Nonantola, Spilamberto, Finale Emilia, San Damaso e Modena città, mentre a Castelfranco e Bomporto non ci saranno più come in passato plessi completamente a tempo pieno, per non parlare del taglio sul centro per adulti di Modena del 60% sull’organico di diritto, che compromette qualsiasi progetto di integrazione.
Gli effetti dei tagli sono pesantissimi anche sul personale tecnico amministrativo. Verranno tagliati 94 collaboratori scolastici, praticamente uno per ogni scuola, 24 assistenti amministrativi, 10 assistenti tecnici, alla faccia della pratica laboratoriale, dalla Gelmini sostenuta a parole ma ostacolata nei fatti. L’unico dato parzialmente positivo è l’aumento delle classi a tempo pieno di 12: peccato che siano largamente insufficienti per rispondere alle 50 richieste.

I tagli della Gelmini pregiudicano l’offerta formativa e rendono la definizione degli organici un gioco di prestigio su cui è intervenuta anche la recente sospensiva chiesta dal TAR a conferma del pasticcio e dell’incertezza normativa con cui ha proceduto il Ministro. Se Malaguti ha la bacchetta magica saremo i primi a festeggiare, per adesso vediamo configurarsi solo grossi disagi e problemi per la scuola modenese.

"L’Emilia fa gola alla mafia, sei arresti della Dda a Modena", di Paola Benedetta Manca

Anche in Emilia le cosche tentano le penetrazione. Sei arresti della Dda di Bologna. Ricercato un commercialista. Truffe ed estorsioni le loro attività. Nel luglio 2006 un segnale: bomba all’agenzia entrate a SassuoloLa ‘ndrangheta approda anche a Modena,continuando la sua scalata al Nord della penisola. Ieri mattina laDda (Direzione distrettuale
antimafia) di Bologna ha coordinato i Carabinieri della Ghirlandina e la Guardia di Finanza bolognese in un’operazione che ha visto l’arresto, fra Fiorano e Maranello, di sei malfattori originari di Crotone ma residenti da tempo in Emilia Romagna. Un settimo individuo, uncommercialista di Lugano, è tuttora ricercato. L’organizzazione
criminale utilizzava i soldi che arrivavano dal clan Arena di Isola Capo Rizzuto (Crotone), derivanti da attività criminose, in particolare estorsioni, per impiegarli (e così riciclarli) in transazioni economiche fraudolente. A capo dell’associazione a delinquere
c’era Paolo Pelaggi, aiutato dai fratelli, Davide ed Emanuele e dal braccio destro Giuseppe Manica.
Insieme a loro, due membri della famiglia Gentile, Fiore e Tommaso,
figli del più noto Francesco, in carcere per associazione di stampo
mafioso. AncheTommasoè detenuto dal 2009 a Crotone con la stessa imputazione. A mettere gli inquirenti sulle tracce dei delinquenti, un’attentato dinamitardo che, a luglio del 2006, fa saltare in aria l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo (Mo). Un episodio rivelatore per la DDA perché, spiega Walter Giovannini, procuratore di Bologna, “anomalo per il territorio e di possibile matrice mafiosa”.
Dai primi accertamenti viene fuori che, a muovere la mano
del dinamitardo, (identificato poi in Paolo Pelaggi e in un suo complice) sono le verifiche dell’ Agenzia su una società di Maranello di Pelaggi, la “Point One”, che distribuisce prodotti informatici e ha evaso il fisco per 90 milioni di euro. A questo punto partono le intercettazioni e il
quadro criminoso viene a galla.
Gli individui arrestati (tranne Tommaso Gentile, già in stato di fermo) dovranno rispondere del reato di reimpiego di denaro, con l’aggravante di favorire un’associazione di stampo mafioso e di violazioni fiscali. I fratelli Pelaggi sono accusati anche di bancarotta della società Point One e, infine, i due fratelli Gentile, Manica e Paolo Pelaggi di tentata
estorsione. Il Gip di Bologna che ha disposto i fermi, Marinella De Simone, ha deciso il sequestro dei beni degli arrestati per aggredire
il patrimonio della cosca. In tutto, il loro valore ammonta a 8 milioni di euro. Sono in corso, poi, perquisizioni in varie province
italiane (Modena, Parma, Reggio Emilia, Crotone) ed in Svizzera
a Lugano.

L’Unità 01.07.10

Manovra: Bastico "su scuola Tremonti non mantiene le promesse"

Dichiarazione della senatrice del Pd Mariangela Bastico.
“L’emendamento sulla restituzione al personale della scuola del 30% delle risorse tagliate alla scuola dalla legge 133/2008 (“finanziaria estiva”), preannunciato in modo altisonante dal Ministro Tremonti nell’incontro organizzato dai sindacati scuola, non è assolutamente soddisfacente e non risponde, a mio avviso, a quanto promesso”. Lo dichiara la senatrice del Pd Mariangela Bastico, che aggiunge: “L’emendamento, infatti, si limita a sancire che l’utilizzo del 30% , pari a circa 2 miliardi e 300 milioni di euro, è stabilito con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’istruzione di concerto con il Ministro dell’economia, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative”. Bastico spiega: “Non si accenna minimamente alla eliminazione della norma che cancella in modo irreversibile il “gradone”, cioè gli scatti di anzianità, per il personale della scuola. Non si accenna neppure al fatto che queste risorse sono destinate a risarcire le perdite subite dal personale della scuola. L’emendamento rinvia semplicemente ad una decisione dei due ministri, scalzando completamente la contrattazione sindacale. L’emendamento costituisce un arretramento rispetto alla legislazione vigente, che destina il 30% alla valorizzazione del merito del personale della scuola. Ma anche rispetto al testo della manovra Tremonti si aprono elementi di arbitrarietà nella decisione dei ministri, senza alcun contrappeso dato dalla contrattazione sindacale”. “Sulla base di queste valutazioni il PD ha presentato una serie di subemendamenti volti, da un lato, a riportare al centro la contrattazione sindacale, dall’altro a ripristinare il testo che valorizza il merito dei docenti”