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"Manovra economica ed evasione fiscale", di Vincenzo Visco

Dell’evasione in Italia si sa praticamente tutto. Il problema di fondo consiste nel fatto che vi sono redditi completamente tracciabili e tracciati e altri che non lo sono. Se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia utile, andrebbero reintrodotte integralmente le misure varate dal governo Prodi e subito abrogate dal governo Berlusconi. Con un passo ulteriore: grazie all’anagrafe dei conti bancari è possibile oggi richiedere agli intermediari finanziari la trasmissione al fisco dei saldi finali annuali di tutti i contribuenti, come avviene in altri paesi.
Sull’evasione fiscale in Italia si sa praticamente tutto: si conosce il suo ammontare (circa 120 miliardi); la sua distribuzione territoriale a livello sia delle regioni che delle province (l’evasione complessiva è più alta al Nord che al Sud, ma l’evasione delle imprese e dei lavoratori indipendenti è più alta al Sud). Così come si conosce l’incidenza rispetto alle diverse tipologie di reddito: è molto ridotta per i redditi da lavoro dipendente (3-4 per cento); inesistente per le pensioni (ma presente presso i pensionati che hanno un’altra fonte di reddito, spesso in nero); ridotta nell’industria in senso stretto (5-7 per cento), ma molto elevata nel settore delle costruzioni e ancora più in quello dei servizi. Tra i lavoratori indipendenti, i professionisti evadono di meno (33-35 per cento) e gli imprenditori di più (50-60 per cento). Evadono più i giovani degli anziani, più gli uomini delle donne, molto più le imprese piccole, non strutturate a stretto controllo familiare, che non le grandi, che peraltro eludono quello che possono.

OSTACOLI TECNICI E POLITICI

La conoscenza del fenomeno dovrebbe essere la premessa necessaria (ma non sufficiente) per intervenire efficacemente. Esistono infatti problemi tecnici che rendono impossibile in una economia capitalistica basata sull’iniziativa privata eliminare completamente l’evasione; e probabilmente non sarebbe neppure conveniente da un punto di vista strutturalmente economico. Ma esistono soprattutto problemi politici che ostacolano il contrasto all’evasione derivanti dal fatto che riguarda categorie numerose e spesso influenti di contribuenti che possono essere elettoralmente decisivi soprattutto in una contesa bipolare o bipartitica. Inoltre, molto spesso, l’influenza politica di questi contribuenti è ben maggiore del loro peso numerico. In ogni caso gli evasori e l’evasione presentano origini e caratteristiche molto simili in Italia e all’estero, con la differenza che in Italia l’evasione risulta il doppio o il triplo di quella degli atri paesi Ocse. (1)
Cosa si può fare in proposito? Si può fare molto, come dimostrano i dati presentati da Alessandro Santoro su questo sito, da cui risulta che in alcuni periodi della nostra storia recente l’evasione è stata considerevolmente ridotta.
In ogni caso, il problema di fondo consiste nel fatto che vi sono redditi (lavoro dipendente, pensioni, alcuni redditi da professione, redditi da capitale) che sono completamente “tracciabili” e “tracciati”, e altri redditi che non lo sono e quindi il fisco non li conosce in maniera automatica e diretta. Stando così le cose, in assenza di poderosi (costosi) investimenti amministrativi, e con un numero di “indipendenti” particolarmente elevato, il mondo dei contribuenti tende inevitabilmente a dividersi tra “evasori e tartassati”.

L’AIUTO DELLA TECNOLOGIA

Oggi tuttavia le nuove tecnologie consentono di rendere “tracciabili”, o per lo meno molto più “tracciabili”, anche i redditi che finora non lo sono stati. A questo obiettivo tendevano le misure antievasione introdotte durante l’ultimo governo Prodi: conto corrente dedicato per i professionisti e pagamenti in contanti limitati a importi minimi; elenco clienti e fornitori per la tracciabilità dei rapporti economici tra le imprese; trasmissione telematica dei corrispettivi (ricavi) dei commercianti; impossibilità di girare gli assegni; anagrafe dei conti correnti; fatture telematiche per i rapporti economici con la pubblica amministrazione senza soglie di importo. (2) Si trattava di misure logicamente coerenti, di un sistema organico per cercare di ristabilire una certa parità di trattamento tra i contribuenti, nonché di misure facilmente attuabili e con bassissimi costi data l’evoluzione delle tecnologie informatiche. In fondo, si trattava della semplice evoluzione del fisco telematico introdotto da chi scrive nel 1998.
Guardando alle misure del governo attuale da questa prospettiva, i suoi limiti appaiono chiari: si cerca di escludere dagli obblighi di tracciabilità (utilizzo di mezzi diversi dal contante per pagamenti superiori a 5mila euro e fattura elettronica per importi superiori a 3mila euro) i contribuenti “normali” quelli, cioè, che non sono grandi imprese strutturate e che quindi possono facilmente suddividere i pagamenti in più tranches. Le misure introdotte, quindi, sembrano avere più un significato “politico” che una efficacia potenziale adeguata; anzi rischiano di non toccare affatto gli evasori veri e razionali che possono facilmente “aggiustarsi”. (3)
In conclusione, se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia cosa utile, le misure antievasione varate dal governo Prodi e subito abrogate dal governo Berlusconi, andrebbero reintrodotteintegralmente e andrebbe compiuto anche l’ultimo passo: avendo costituito l’anagrafe dei conti bancari è possibile oggi richiedere annualmente agli intermediari finanziari la trasmissione al fisco dei saldi finali di tutti i contribuenti, come avviene in Francia, Spagna e altrove. Infine la disponibilità di queste banche dati, oltre a determinare un effetto di deterrenza imponente, consentirebbe ai funzionari del fisco di poter adottare una politica di verifiche e (se necessario) di accertamenti basata sul rapporto personale e diretto con ogni singolo contribuente, e non solo su parametri statistici medi come avviene oggi con i pur utili studi di settore. (4)

(1) Per una analisi dell’evasione fiscale e delle categorie di evasori negli Stati Uniti, si veda Joel Slemrod, “Cheating Ourselves: The Economics of Tax Evasion”, Journal of Political Perspectives, 2007. In sostanza, Slemrod conclude che chi non ha la ritenuta alla fonte e il sostituto di imposta, tende a evadere.
(2) La fatturazione elettronica differisce dagli elenchi clienti e fornitori per il fatto che ogni fattura, appena emessa, viene trasmessa automaticamente non solo al cliente della impresa, ma anche al fisco. Per questo motivo mentre non vi è alcuna giustificazione tecnica per il limite di 3mila euro indicato dal governo, è molto improbabile che la fattura elettronica prevista nella manovra possa riguardare tutti i settori e tutte le imprese anche al di là dei rapporti con la Pa, perché la strutturazione tecnica del sistema è molto complessa e la sua organizzazione richiede tempo. Se così non fosse non si tratterebbe, probabilmente, di vera fatturazione elettronica.
(3) L’evasore razionale del modello teorico canonico sull’evasione, è approssimato molto da presso in Italia dal rapporto contribuente-commercialista.
(4) In proposito vedi Romano M. e Visco V. “Più banche dati meno evasione”, Il Sole-24Ore 2010.

wwww.lavoce.info

Scuola, una giornata di mobilitazione del Pd

Volantinaggi e incontri dei parlamentari con i dirigenti scolastici. Tempo pieno, il gruppo consiliare Pd presenta un’interrogazione
Volantinaggi al mattino davanti alle scuole di Modena e dei comuni della provincia; incontri dei parlamentari Pd con insegnanti e dirigenti scolastici di alcuni istituti di Modena e provincia; interrogazioni e interventi in Consiglio comunale a Modena durante la seduta di lunedì 31 dedicata alla scuola. Questo, in sintesi, il programma della giornata di mobilitazione organizzata per lunedì 31 maggio dal Partito democratico contro i tagli di risorse e di insegnanti, per una scuola libera, pubblica e di qualità.

L’on. Manuela Ghizzoni incontrerà i presidi dell’Istituto Vallauri di Carpi e dell’Istituto Galilei di Mirandola; la sen. Mariangela Bastico incontrerà i dirigenti scolastici dell’Istiuto Marconi di Castelfranco, del Galileo Ferraris e del Centro Territoriale Permanente di Modena; l’on. Miglioli avrà un colloquio con il preside dell’Istituto Cavazzi di Pavullo; l’on. Ricardo Franco Levi visiterà l’Istituto Viligelmo di Modena; l’on. Giulio Santagata incontrerà il preside dell’Istituto Fermi di Modena. Al termine della mattinata i parlamentari del Pd incontreranno la stampa e illustreranno i risultati dei loro colloqui con i dirigenti scolastici.

Intanto il Gruppo Consiliare del Partito Democratico di Modena ha presentato un’interrogazione urgente sul tema delle domande di scuola a tempo pieno non accolte. I consiglieri Cornia, Morini e Rimini chiedono, in particolare, di garantire le 40 ore previste dall’attuale legge.

“Il prossimo settembre molte famiglie si troveranno in difficoltà – spiega la prima firmataria Cinzia Cornia – perché non avranno garantito il tempo pieno pomeridiano, nonostante le rassicurazioni fatte a più riprese dal ministero”. Delle 50 richieste di classi a tempo pieno avanzate in tutta la provincia di Modena – aggiunge l’esponente democratica – ne sono state concesse soltanto 12.

I tre consiglieri democratici chiedono al Sindaco “se intenda promuovere un’iniziativa volta a richiedere il rispetto della normativa vigente, peraltro emanata dai ministri ancora in carica, per poter dare risposta alle famiglie che hanno richiesto un tempo scuola pari a 40 ore settimanali. Richiesta – aggiungono i consiglieri del Pd – spesso avanzata non soltanto per una scelta pedagogica, ma anche per un’esigenza di aver i figli accuditi, durante le ore lavorative dei genitori. Negare alle famiglie questa possibilità comporta un ulteriore aggravio di spesa sui loro bilanci”.

"Crimini nazisti: tagliare per dimenticare", di Alessandro Portelli

Hanno ragione Berlusconi e Tremonti: il Museo della Liberazione di via Tasso a Roma è un ente inutile, anzi dannoso. Dannoso, in primo luogo, per motivi sanitari e di immagine. Che figura ci facciamo, nel terzo millennio, a mettere un museo dentro un ex carcere (nazista), poco salubre perché le finestre sono ancora murate come le avevano lasciate Kappler e Priebke, e indecoroso perché non si è ancora provveduto a ripulire i muri dei graffiti lasciati dagli ospiti involontari che ci hanno trascorso mesi e giorni (spesso gli ultimi) della loro vita? Roba da terzo mondo, diranno all’estero.
E inutile. Il Museo della Liberazione non si vede mai in televisione.
Non dà appalti, non organizza Grandi Eventi, non offre ben retribuiti posti in consigli di amministrazione, non è lottizzato ai partiti politici e non distribuisce appetibili consulenze. Che esempio diamo ai giovani? Pensate che costa solo cinquantamila euro e ci lavorano tutti gratis meno il custode. Quasi immorale, si direbbe.
E ancora, dannoso perché coltiva argomenti sgradevoli di un passato sul quale sarà bene mettere una pietra sopra in nome del futuro, della riconciliazione e dell’ottimismo obbligatorio. L’ultima volta che ci sono stato, accompagnando studenti e docenti di un’università americana che non avevano la minima cognizione di che storia contemporanea avesse la città in cui si trovavano, ho visto che si sono fatti un’immagine di Roma poco turistica e poco consumistica. E questo non possiamo permetterlo. Certo, gli studenti americani e italiani di quel giorno (e le migliaia che ci passano nel corso dell’anno) sono anche venuti a sapere che in Italia c’erano persone di ogni idea politica e di ogni classe sociale che hanno pagato col carcere, con le torture e in tanti anche con la vita la loro volontà di essere liberi e di dire di no al potere. Un brutto esempio anche questo, per le giovani generazioni.
Non ne parliamo più, insomma. Nell’immediato dopoguerra, le vedove degli uomini uccisi alle Ardeatine giravano per Roma in gramaglie, in cerca di un modo per sopravvivere con le loro famiglie. In tante hanno raccontato che la città ne aveva pena, ma non se le voleva vedere intorno. Davano fastidio e danno fastidio ancora adesso perché, come via Tasso, ricordano il dolore e la sofferenza a un paese che ha il dovere di non vederli. A metà anni ’50, per non turbare le relazioni con la Germania nostra alleata nella guerra fredda, tutte le carte dei processi contro i criminali nazisti furono chiuse in un armadio che venne nascosto in uno scantinato; oggi si compie l’opera: con lo scopo dichiarato di «mettere fine alle tensioni nei rapporti internazionali», il governo azzera per decreto tutte le rivendicazioni che familiari delle vittime delle stragi e perseguitati dal nazismo hanno avanzato nei confronti del governo tedesco. Come se le tensioni con Angela Merkel e il suo governo riguardassero i quattro soldi di persone che hanno sofferto ferite terribili, e non poste in gioco assai più alte e problematiche. Davvero, l’ordine è stato eseguito, la pace è ristabilita, e regna il silenzio.
Sono tante le cose di cui non si parla più in questo paese. Le isole di autonomia nella televisione pubblica, gli enti (anch’essi «inutili») che svolgono riflessioni e proposte non subalterne in campo economico, e soprattutto la scuola che, dicono, meno ci stanno i ragazzi e meglio è.
Giustamente, si è parlato di un attacco alla memoria; ma quello a cui assistiamo è un attacco generalizzato all’intelligenza, alla conoscenza, al pensiero. Non ci sono poche decine di migliaia di euro per il Museo della Liberazione. Nel frattempo Roma si candida per le Olimpiadi del 2020. Se l’amministrazione cittadina avesse un minimo di spina dorsale non si limiterebbe alle parole, ma dovrebbe dire: i soldi ce li mettiamo noi. Perché senza il museo di via Tasso Roma non sarebbe la stessa. Ma forse è questo che vogliono.

Il Manifesto 28.05.10

«Ciampi: "La notte del '92 con la paura del golpe"», di Massimo Giannini

Parla l’ex presidente della Repubblica: “Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi ‘dobbiamo reagire’. Grasso dice cose giuste”.
“Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”. Dopo la denuncia di Piero Grasso, dopo l’appello di Walter Veltroni, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L’ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall’ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent’anni fa. “Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell’intervista che ha rilasciato a “Repubblica”. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente. Quell’entità, quell’aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: “Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l’ex capo dello Stato oggi rilancia l’appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che “Berlusconi e il governo non tacciano”, perché la lotta alla mafia non è questione di parte, “ma è il tema bipartisan per eccellenza”. Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ’92-’93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per “il Mulino” tra pochi giorni. “Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca… “. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. “Perché senza verità – conclude l’ex presidente della Repubblica – non c’è democrazia”.

La Repubblica 29.05.10

"E Tremonti stracciò la riforma Brunetta/Gelmini", di Pippo Frisone

Martedi 25 maggio il Consiglio dei Ministri ha varato un decreto di 25 Miliardi di lacrime e sangue per cercare di raddrizzare i conti del nostro Paese. Almeno così dicono.
Ancora una volta presi di mira il pubblico impiego e la scuola.
Bloccati i rinnovi dei contratti pubblici dal 2010 al 2013, vale a dire fino al termine della legislatura.
Bloccati per lo stesso triennio gli scatti di anzianità nella scuola.
Inflazione stimata nel triennio al 4,5% (1,5% all’anno).
Gli unici aumenti, si fa per dire, arriveranno dall’indennità di vacanza contrattuale che dell’inflazione coprirà solo una parte. Ad aprile il 30%, a luglio il 50% del tasso programmato d’inflazione, vale a dire da un minimo di 5,59 euro (bidello) ad un max di 13,11euro (prof delle superiori ).
Come dire che gli stipendi nel pubblico impiego non solo non cresceranno ma subiranno anche un taglio sull’inflazione programmata. Insomma, almeno per il pubblico impiego sarà una piccola Grecia.
E non solo. Il famoso 30% dei risparmi sui tagli agli organici che ammontano a oltre 2 Miliardi, e quindi 6-700 milioni di euro che la Gelmini voleva destinare ai prof più meritevoli, saranno inghiottiti interamente a coprire il debito, con la manovra voluta da Tremonti .
E così l’art.64 della L.133/08 se ne va letteralmente in fumo e con esso vanno in soffitta contemporaneamente la riforma della contrattazione nel pubblico impiego, quella non firmata dalla CGIL, il decreto Brunetta almeno nella parte merito, premialità e carriera e quindi anche il tanto atteso DPCM che doveva costituire un percorso tutto riservato per la categoria degli insegnanti.

Si sa che “senza denari non si canta messa” e francamente l’indennità di vacanza contrattuale da sola non basta nemmeno a difendere i magri stipendi dall’inflazione.

E così Tremonti in un colpo solo ha fatto fuori le uniche… chiamiamole pure riforme, varate dal Governo Berlusconi: riforma della contrattazione e riforma del pubblico impiego…

Pare che anche la stessa riforma del federalismo se la sta vedendo un po’ male e sarà costretta ad arenarsi sulle spiagge del federalismo demaniale. Sempre per mancanza di fondi.
Della riforma Brunetta-Gelmini, tolta la carota dei premi e della carriera, resterà soltanto il bastone dell’inasprimento delle delle sanzioni disciplinari contro i fannulloni.
Bastone e tagli e scusate se è poco.
Ai tagli già in essere, 8 Miliardi nella scuola per il triennio (2009/11) varati con la L.133/08 si aggiungeranno i cosiddetti tagli orizzontali del 10% delle spese di tutti i Ministeri dell’attuale manovra.
Colpendo le spese correnti, si colpiranno nelle scuole ancora una volta le spese di funzionamento e quelle per le supplenze.
Quanti speravano in un rapido rientro dei crediti vantati dalle scuole (1 Miliardo circa) nei confronti di viale Trastevere, se lo può scordare. Forse quei soldi non arriveranno mai e le scuole dovranno ancora di più arrangiarsi… chiedendo aiuto alle famiglie, cioè mettendo le mani nelle tasche degli italiani.
Se guardiamo a come stanno riducendo le scuole italiane, almeno fino al 2013, se non è proprio Grecia… poco ci manca.

ScuolaOggi 29.05.10

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Statali in fuga verso la pensione. Ma la scuola ha una ‘finestra’ sola.

Il testo definitivo dei provvedimenti che comporranno la manovra di aggiustamento dei conti pubblici non c’è ancora, ma i suoi effetti si sentono già. Nel settore pubblico – riportano agenzie di stampa e quotidiani on line – è partita una corsa forsennata al pensionamento. Negli uffici e nei corridoi dei ministeri e delle altre amministrazioni non si parla d’altro. In particolare nella scuola, ma anche fra i magistrati e negli enti pubblici.

Davanti agli uffici che distribuiscono i prospetti pensionistici, in qualche momento si è formata la coda, magari anche solo per chiedere informazioni. Tutti vogliono capire quanto prenderebbero andando via ora, evitando così la rateizzazione della buonuscita (fino a tre anni) prevista dal decreto legge che arriverà in Gazzetta Ufficiale la prossima settimana.
L’allarme pare stia già spingendo molti dipendenti, ma soprattutto alti dirigenti, a presentare la domanda di pensionamento. Secondo numeri che si fanno in ambienti sindacali, solo al Ministero dell’Istruzione in poche ore sarebbero sette le nuove richieste, mentre al ministero dell’Economia tra ieri e oggi sarebbero pervenute dieci domande.
Numeri complessivamente destinati ad aumentare. Ne sono convinti i sindacati: “Chi può farlo scappa, – dicono – è una corsa contro il tempo, per far sì che la domanda venga accolta prima che il decreto legge contenente la manovra sia pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, e quindi non incappare nelle nuove norme con la rateizzazione fino a tre anni della liquidazione”.
La ‘corsa’ riguarderebbe, in particolare, professori universitari, alti burocrati dello Stato e degli enti pubblici non economici.
“L’insieme delle misure inaccettabili sulle liquidazioni e le nuove finestre – commenta il coordinatore settori pubblici Cgil, Michel Gentile – sta determinando la corsa verso la pensione. Nel 2010, quindi, l’effetto potrebbe non essere quello previsto. L’unico settore che rischia di essere penalizzato senza poter trovare soluzione è la scuola che ha una sola finestra, a settembre, e le domande si presentano a gennaio”.

da Tuttoscuola 29.05.10

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Flc-Cgil: il blocco tocca 254.000 lavoratori

Si va precisando la portata della manovra finanziaria. Secondo la Flc-Cgil il blocco dell’anzianità, previsto dalla manovra 2010 per i prossimi tre anni, toccherà 254.000 lavoratori nel comparto della conoscenza tra insegnanti e personale tecnico e amministrativo,

In pratica, nota la Flc, la carriera del personale viene allungata di tre anni per legge, e si traduce in minori entrate. Ad esempio un collaboratore scolastico neo assunto, che guadagna 14.900 lordi l’anno, per effetto del blocco ne perde 290 euro; un docente di scuola elementare a metà carriera, con uno stipendio di 23.000, ne perde 1.878; un docente di scuola superiore con 34 anni di servizio, che guadagna 32.000 euro, perde 1.560 euro l’anno.

da Tuttoscuola 29.05.10

"Scuola, all´esame di terza media arriva il quiz di cultura generale", di Salvo Intravaia

Il 17 giugno per mezzo milione di ragazzini test di italiano e matematica. Esame-rebus per oltre mezzo milione di studenti della scuola media e prove Invalsi sotto accusa. Fra tre settimane, 575 mila ragazzi di terza media saranno chiamati ad affrontare la loro ultima fatica. Quest´anno, entrano in vigore alcune novità e la prova Invalsi è quella che fa più paura. Introdotta nel 2008 dall´allora ministro Giuseppe Fioroni per delineare un quadro globale del livello di preparazione degli alunni, quest´anno per la prima volta farà media all´esame di Stato. Ma il quizzone non lascia per niente tranquilli mamme e papà. Quelli somministrati, dal 6 al 13 maggio scorsi, agli alunni di seconda e quinta elementare e ai ragazzini di prima media, hanno fatto andare su tutte le furie maestre e genitori. E in alcune scuole di Roma le prove sono state addirittura boicottate. Motivo? I contenuti del test considerati, da molti, “obsoleti” o peggio “mal congegnati”. Per esempio. Nel fascicolo per i piccoli della quinta elementare, tra i quesiti di ortografia figurava un quadrifoglio, ma con cinque foglie: un «quintifoglio», hanno scritto alcuni bambini. «Perché dovrei considerarlo un errore?», si chiede un´insegnante. Mentre il brano di comprensione del testo si intitolava «L´Useliera», che narra le bellezze della Valsugana, in Trentino. Un pezzo, secondo alcuni genitori, non adatto ad una prova a livello nazionale. «Dov´è la Valsugana?», si sono chiesti in molti.
E via un fiume di critiche che inonda blog e siti dedicati alla scuola. Anche la Uil critica le prove Invalsi. «Una macchina organizzativa complicatissima, migliaia di fotocopie, schede da riempire, pacchi, plichi, buste e almeno 40 pagine da organizzare e compilare per il lavoro di raccolta dati, di dubbia utilità e con la richiesta di informazioni non direttamente connesse allo svolgimento delle prove», spiega Massimo Di Menna.
E la valanga di polemiche aumenta con l´avvicinarsi della prova, prevista il 17 giugno. Quanto peserà il quizzone sul risultato finale dell´esame di Stato? La normativa parla di media che, senza altre specificazioni, si intende aritmetica. Il punteggio finale, è infatti la novità di quest´anno, scaturirà dalla media dei punteggi conseguiti dai ragazzini nelle tre/quattro prove scritte (Italiano, Matematica, Inglese ed, eventualmente, anche seconda lingua straniera), nel colloquio, all´ammissione e, appunto alle prove Invalsi. Il 17 giugno, durante le prove nazionali di Italiano e Matematica, i prof dovranno stare con gli occhi bene aperti. «Poiché tale prova concorre alla valutazione complessiva dell´allievo (…) – scrive il direttore generale, Mario Dutto, nella circolare sulla valutazione finale – è evidente la responsabilità delle scuole» che «sono chiamate a far sì che lo svolgimento della prova stessa avvenga correttamente» evitando «comportamenti opportunistici». Insomma: niente aiutini da parte degli insegnanti ai ragazzini meno attrezzati e niente collaborazione tra gli alunni durante le prove. I prof dovranno rigare dritto. «Valutazioni superficiali o meramente notarili – – possono nascondere apprendimenti approssimativi o addirittura posticci». Un tono che alla Flc Cgil non è piaciuto per nulla. “Contesteremo nelle sedi opportune questo atteggiamento”, replicano.

La Repubblica 29.05.10

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“Neppure i paesi anglosassoni li usano più”, di S.I.
Parla Manuela Massa del Coordinamento genitori democratici: sono assolutamente inutili.
Uno studente in età evolutiva non può essere valutato con test a risposta multipla.
«Inutili e per niente in grado di valutare le reali conoscenze, competenze e abilità degli alunni». In questo modo Manuela Massa, del Coordinamento genitori democratici della Liguria e mamma di un ragazzino che si appresta a fare gli esami di terza media, bolla i test ministeriali.
Che ne pensa dei test Invalsi, somministrati ai bambini dell´elementare e ai ragazzini della media?
«Mi sembrano assolutamente inutili e non è il mio parere personale».
Perché?
«Non è con un test a risposta multipla che si può valutare un ragazzino in età evolutiva».
Non bisognerebbe quindi fare test nazionali?
«Come associazione non siamo contrari a misurare i risultati delle singole scuole, ma non con questa modalità».
E con quale?
«Con una metodologia in grado di mettere in luce tutti gli aspetti dell´attività educativa: con questi test si perdono tante informazioni utili. Per questo i paesi anglosassoni li stanno abbandonando».
E per i bambini della scuola elementare?
«Stesso discorso: i bambini dell´elementare non svolgono mai test a risposta multipla. La valutazione è una cosa molto più complessa».
Quanto peserà il test Invalsi per suo figlio?
«Non l´ho ancora capito: a me hanno detto il 20 per cento, che è tanto».

La Repubblica 29.0.10

"Ocse, i conti vanno risanati ma senza ipotecare la crescita", di Felicia Masocco

Risanare i conti pubblici e tagliare i deficit senza mettere ulteriori ipoteche sulla crescita. Per l’Ocse non è una missione impossibile, ma un obiettivo da centrare. Le economie infatti cominciano a risalire, ma non abbastanza da garantire una solida ripresa. La disoccupazione resta alta e ai bilanci del settore finanziari si fanno continui aggiustamenti. Per non parlare delle famiglie di molti paesi. Sta in queste coordinate il documento del vertice interministeriale Ocse che si è svolto ieri a Parigi sotto la presidenza italiana e che ha accolto nell’organizzazione tre nuovi paesi membri: l’Estonia, la Slovenia e Israele. Restano «rischi per la stabilità economica». È elevata, per alcuni Paesi, come dimostrano le tensioni sui mercati del debito sovrano.
ALLARME OCCUPAZIONE È dunque necessario risanare i conti pubblici e tagliare i deficit senza mettere a repentaglio la crescita anche se le riforme strutturali vanno fatte. «È importante sviluppare piani di consolidamento fiscale di medio termine credibili e trasparenti. Li attueremo in modo che non mettano a rischio la crescita», si legge nel comunicato. «Stiamo lavorando per evitare una “ripresa senza occupazione” e una “crescita senza occupazione”, aggiungono i34 paesi dell’Organizzazione parigina. In particolare, sull’occupazione i ministri si impegnano a sviluppare «politiche dell’occupazione e sociali comprensive, inclusive e innovative per affrontare la crisi dell’occupazione e promuovere la ripresa e la crescita per tutti». Risanamento e crescita :«Bisogna buttare un occhio su entrambi», ha detto Angel Gurria, numero uno dell’Ocse, riferendosi all’esigenza di ridurre debito e deficit senza compromettere la ripresa.
CORRETTEZZA E INTEGRITÀ L’Ocse ha poi approvato un decalogo che proclama la correttezza l’integrità e la trasparenza quali principi cardine per la consuzione delle attività societarie e finanziarie internazionali. Sono «legal standard», ed è il ministro italiano dell’Economia Giulio Tremonti a rivendicarne la paternità e a professare «correttezza, integrità e trasparenza» come recita il primo dei dieci punti. Il decalogo entrerà nell’agenda dei prossimi G20 con l’obiettivo di arrivare «trattato multilaterale». «Troppe regole sono un ostacolo, ma alcune regole rappresentano un investimento», ha dichiarato un Tremonti soddisfatto nella sua trasferta parigina, mentre in patria una pioggia di critiche si stava abbattendo sulla sua Manovra. Potenza delle trasferte. «Ieri il primo ministro di Israele ha citato Karl Marx e anche oggi nelle nostre discussioni Marx è stato citato – ha continuato tremonti – Credo che se vedesse l’armonia con cui sia i sindacati che le imprese hanno condiviso il lavoro che abbiamo fatto, anche Marx resterebbe sorpreso… ». Al secondo punto della lista si legge la messa al bando di «pratiche anticoncorrenziali che devono essere punite e scoraggiate». Anche la remunerazione e gli incentivi «dovrebbero essere coerenti con gli obiettivi di lungo termine delle società e le politiche di rischio». E ancora, al quarto punto si parla di «trasparenza» nella divulgazione delle informazioni sull’attività e la situazione finanziaria delle società.

L’Unità 29.05.10