Latest Posts

"Il dovere di difendere la libertà di stampa", di Ezio Mauro

Dunque da oggi chi sbaglia paga? Prendiamo in parola il presidente del Consiglio e la sua voglia improvvisa di legalità, nata dal vortice dello scandalo Scajola, dalle paure del caso Bertolaso, dal “sistema” di scambio tra appalti di Stato e favori privati che si allarga ogni giorno di più sotto le poltrone traballanti del suo governo. C’è una strada maestra per fare sul serio dimostrando che il governo intende stroncare questo andazzo e attaccare frontalmente il malaffare: il premier si rivolga al Parlamento e blocchi la vergogna della legge sulle intercettazioni telefoniche, in nome della libertà d’indagine, della libertà di stampa e del diritto dei cittadini di essere informati, fondamento di ogni democrazia. È altrettanto vergognoso, e incomprensibile, che non ci sia una mobilitazione generale di tutto il mondo dell’informazione, dalla stampa alla radio-televisione a Internet. Qui non è una questione di destra o sinistra, ma un problema di diritti fondamentali, del loro esercizio, del dovere di informare e del diritto di conoscere e sapere. È un tema di libertà, nel quale si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione: ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del consenso basato sulla trasparenza e sull’accesso alla conoscenza e all’informazione. Diciamo subito che le intercettazioni sono una parte del problema: ma diventano la formula-richiamo per far intendere ai cittadini che il governo si preoccupa soltanto di tutelare la loro privacy.

Chi vuole infatti essere ascoltato nelle sue private conversazioni? Non è forse giusto garantire la libertà di tutti, evitando abusi ed eccessi? Ma gli abusi e gli eccessi sono un falso di Stato. Due anni fa il Guardasigilli ha detto che «una grandissima parte del Paese è intercettata e il numero delle intercettazioni è assolutamente ingiustificato in base al numero degli abitanti e all´ordinamento giuridico». Bene. In realtà i telefoni intercettati in Italia nel 2009 sono 120 mila, che tenendo conto del giro vorticoso di schede e utenze usate dai criminali e delle proroghe corrispondono a meno di 80 mila cittadini, vale a dire lo 0,2 per cento della popolazione. Ecco il falso: aggravato dalla circostanza che il numero dei “bersagli” (come si dice in termine tecnico) intercettati è sceso di 5 mila unità nel 2009 rispetto all´anno precedente, che il costo per lo Stato è fortemente diminuito e che l´80 per cento degli ascolti, addirittura, riguarda reati di criminalità organizzata.
Dunque, che cosa deve temere il cittadino? L´unico interesse generale da tutelare è la garanzia che non venga violata – come talvolta è accaduto, per colpa della pubblicazione affrettata degli atti sui nostri giornali – la riservatezza di persone che non hanno nulla a che vedere con le indagini, quando le loro conversazioni non sono rilevanti per l´inchiesta. Ma per rimediare a questo problema, abbiamo avanzato da tempo una proposta: un´udienza stralcio davanti ad un giudice terzo in cui le parti, e la magistratura ovviamente tra queste, si assumano una precisa responsabilità, stabilendo che cosa è rilevante ai fini processuali e che cosa è insignificante. Ciò che non ha peso per l´accertamento giudiziario deve essere distrutto o secretato, e certamente a questo punto devono scattare sanzioni durissime per chi lo diffonde o lo divulga su un giornale. Mentre ciò che ha un rilievo per l´inchiesta può essere divulgato perché è giusto che l´opinione pubblica conosca i meccanismi attraverso cui si realizza non solo la fattispecie di un reato, ma talvolta un vero e proprio sistema criminale di rilevanza sociale.
Il problema può dunque essere risolto facilmente, in fretta e alla radice. Ma qui, invece, l´obiettivo è quello di tutelare i potenti dal rischio di essere intercettati dal magistrato che cerca prove per un reato e dal pericolo di vedere quelle conversazioni-prova pubblicate dai giornali. E in particolare si punta a tutelare quella particolare categoria di potenti – gli uomini politici – che deve sottoporsi al giudizio della pubblica opinione, e dunque teme l´”accountability”, il dover rendere conto del proprio operato, la trasparenza delle sue azioni. Ovviamente, una larga parte del mondo politico condivide il principio della responsabilità e del rendiconto. Ma il governo, con ogni evidenza, vuole evitarlo. Ecco dunque la ricerca di norme congiunte che da un lato rendano più difficili, più limitate, più ristrette le intercettazioni e dall´altro renda addirittura impossibile ai giornali pubblicare non solo i verbali delle conversazioni legittimamente registrate, ma le notizie stesse delle inchieste giudiziarie.
Con questo sistema si crea dunque un doppio “vuoto”, uno nell´area delle indagini penali e l´altro nell´informazione che i cittadini hanno il diritto di ricevere su queste indagini. I criminali verranno aiutati: la pubblica opinione verrà invece sottoposta ad un regime di tutela, con il divieto di conoscere e di sapere ciò che avviene nel mondo della giustizia, negli ambienti del crimine, in quella zona critica dove i suoi stessi rappresentanti politici vengono talvolta colpiti da un´iniziativa giudiziaria.
Poiché siamo davanti ad un terremoto politico e di potere, ben più che penale, dentro il mondo impaurito del governo e del sottogoverno, è molto difficile non pensare che la sordità parlamentare e la fretta della destra berlusconiana per far approvare la legge siano una vera e propria operazione di salvaguardia in corso d´opera. Il ministro Scajola è un testimone esemplare di questo riflesso politico di difesa e d´attacco: le intercettazioni sul G8 infatti hanno messo in movimento il piano inclinato che ha fatto ruzzolare il ministro davanti all´opinione pubblica, non alla magistratura. Dunque, se con una mano il governo paralizza le intercettazioni o le limita drasticamente, e con l´altra impedisce semplicemente che i giornali informino i cittadini, un caso Scajola non si verificherà mai più. Il Parlamento voterà obbediente, i telegiornali magnificheranno la difesa della privacy, qualche giornale strepiterà e gli altri volteranno pagina: incombe o no il campionato del mondo di calcio? Che c´è di meglio, direbbe il saggio Confalonieri, per distrarsi un po´?
E invece siamo davanti ad un vero e proprio test per il circuito di funzionamento della nostra democrazia. Sul piano delle indagini, con l´irragionevole limite prefissato alla durata delle intercettazioni, con l´impossibilità di usare gli ascolti per fare altre registrazioni, se emerge dai nastri l´ipotesi di un diverso reato, gli effetti sono evidenti: non ci sarebbe stata l´inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, sarebbe già saltata l´inchiesta sul G8 e la Protezione Civile, si sarebbe bloccata l´indagine di Trani su Rai e Agcom con le pressioni del presidente del Consiglio per bloccare Santoro e la Dandini, sarebbero saltate le prove che a marzo hanno consentito l´arresto a Milano di sette persone sospettate di traffico d´armi con l´Iran, sarebbe diventato molto più difficile documentare la tangente da 10 mila euro per il consigliere comunale milanese Milko Pennisi del Pdl.
L´operazione è completata con il bavaglio alla stampa. Nessuna notizia potrà infatti essere pubblicata d´ora in poi su qualsiasi atto, nominativo, verbale che abbia a che fare con un´inchiesta in corso. L´obbligo al silenzio per i giornali dura fino alla chiusura delle indagini preliminari, cioè per un periodo di tempo che nella media va in Italia dai quattro ai sei anni e che in qualche caso patologico arriva fino ai dieci. L´opinione pubblica sarà dunque all´oscuro dei grandi reati e delle grandi inchieste per anni e anni, in forza di un divieto tombale di Stato, che blocca l´informazione. Le sanzioni sono pesantissime: carcere fino a due mesi, ammende da 2 a 10 mila euro per “pubblicazione arbitraria”, galera fino a sei anni per la “talpa”. In più, con una sanzione fino a 465 mila euro a notizia nei confronti delle aziende editoriali (che il Guardasigilli chiama l´”ente”) si obbligano gli editori ad adottare specifici “codici di condotta” a loro salvaguardia: ciò comporta che l´editore abbia un suo interesse autonomo, collegato ma distinto da quello del giornalista, a far sì che non si pubblichino determinate notizie. Si spinge cioè l´editore a intervenire nei contenuti di un giornale, cosa che in un sistema sano non avviene, pur avendo l´editore la piena potestà sulla parte che lo compete, fino a decidere la sostituzione del direttore. Infine, la pressione del governo sull´Ordine dei giornalisti, perché il disegno di legge impone al pubblico ministero di informare “immediatamente” l´Ordine su chi ha violato il decreto di pubblicazione, e in più prevede la sospensione dall´esercizio della professione fino a tre mesi.
Il quadro è chiaro. Con il risultato che gli indagati potranno fare dichiarazioni sulle inchieste a cui sono sottoposti e i giornalisti non potranno replicare, non conoscendo gli atti. E con il rischio che nel divieto di trasparenza e nel silenzio di Stato si gonfi fuori da ogni responsabilità istituzionale una bolla di voci sulle indagini, di allusioni e di sospetti che potranno essere usati a piacimento e fuori da ogni controllo di legittimità: anche come arma politica, e soprattutto da chi controlla i mezzi d´informazione e ha già dimostrato ampiamente e con successo di saper killerare con false notizie i suoi critici.
Entreremo dunque in una fase di ricatti sospesi, di calunnie e di allusioni. Con giornali dimezzati, magistrati limitati, cittadini disinformati. Insieme con le leggi ad personam e il conflitto d´interessi questa censura di Stato è il terzo elemento che trasforma l´anomalia berlusconiana in un regime. L´opposizione non sembra consapevole del pericolo, il mondo dell´informazione nemmeno, dunque il governo va avanti. Ma ci sono battaglie che devono essere combattute indipendentemente dai rapporti di forza: lo faremo.

"Bersani: Temo una sanatoria. Sulle proteste la CISL cauta", di Luigina Venturelli

È un film visto e rivisto troppe volte per crederci. «Quando Tremonti minaccia gli evasori spunta sempre un condono» taglia corto Pierluigi Bersani, che ben conosce la sostanza degli slogan battaglieri del ministro dell’Economia. E ben si ricorda di quando si atteggiava a Robin Hood annunciando una tassa sui profitti delle banche, ma nel frattempo smontava le liberalizzazioni introdotte da Bersani medesimo per tutelarne gli utenti. Perchè dovrebbe andare diversamente, ora che Giulio Tremonti ha in cantiere una manovra che, parole sue, «dovranno temere gli evasori»?

LO SCETTICISMO DI BERSANI Lo scetticismo del segretario del Pd, del resto, trova solide fondamenta nella nebulosa confusione d’indiscrezioni stampa ed uscite ministeriali che ancora circonda la sostanza della stretta da oltre 25 miliardi. «Per sapere qualcosa dei contenuti della manovra bisogna chiedere ai servizi segreti, che penetrino nelle segrete stanze del ministro dell’Economia e portino qualcosa in Parlamento» insiste Bersani, ponendo «una onesta e trasparente illustrazione della situazione economica del Paese» come condizione preliminare al dibattito con i democratici. «La verità è che dobbiamo fare una manovra correttiva, perchè non è vero che negli ultimi due annihannomesso in sesto la finanza pubblica». Quanto al peso della manovra, il leaderPd nutre pure seri dubbi sulla capacità del premier Berlusconi di andare a fondo: «Lui preferisce mettere la faccia vicino ai miracoli e non ai problemi. Non so adesso come farà questa giravolta, ma se la manovra toccherà i ceti popolari ci faremo sentire» avverte.

LA PREOCCUPAZIONE DEI SINDACATI I sindacati non possono certo definirsi più possibilisti nei confronti dei proclami di Tremonti. Secondo il segretario generale della Cgil, in particolare, il governo «ha il dovere di spiegare agli italiani perchè fa una manovra da lacrime e sangue» quando aveva sostenuto che l’Italia stava meglio di altri Paesi, «di uscire dalle incertezze di queste ore, dalle fughe di notizie che allarmano lavoratori e pensionati e di aprire un tavolo di confronto sia con le organizzazioni sindacali, sia in Parlamento ». Per Guglielmo Epifani sarà «fondamentale il segno dell’equità della manovra», dato dagli «interventi sui grandi patrimoni, dall’uniformazione della tassazione delle rendite», perchè «non può essere una manovra in cui pagano sempre e soltanto lavoratori e pensionati». Non molto diversi i toni usati dal leader Cisl: «Sarà immancabile la nostra protesta laddove si guarda solo alla spesa sociale». Raffaele Bonanni non annuncia mobilitazioni «perchè stiamo lavorando per far guardare il governo anche verso il taglio agli sprechi e alle ruberie», ma alza le barricate di fronte all’ipotesi, quasi scontata ormai, di una stretta sui pubblici dipendenti. «Voglio sapere cosa si dà in cambio e quali soluzioni si propongono, perchè presumo che loro stiano cercando soldi, ma se il discorso è solo sui contratti, sulla sanità e sulla scuola, allora noi non saremo d’accordo». L’avvertimento per l’esecutivo è chiaro: «La Cisl sa che ci sono delle cose che poco gli piaceranno però, se si troverà di fronte a un cambiamento di fronte da parte del governo, allora si prenderà la sua responsabilità. A noi interessa il pugno di ferro sulla vicenda fiscale. La spesa sociale non può essere l’agnello sacrificale del mercato». Sulla stessa linea la Uil, che chiede «un aspetto etico» nell’elaborazione della manovra. Per il segretario Luigi Angeletti, favorevole a un taglio deciso allo stipendio dei parlamentari, «chi governa il paese deve dare il buon esempio e dire: questa volta cominciamo da noi». La manovra, dunque, dovrebbe riguardare «tutte le spese pubbliche che non hanno una incidenza su produzione di ricchezza e consumi». Anche la Confsal si unisce alle altre organizzazioni sindacali nel chiedere al governo un incontro «in tempi brevi» per affrontare la questione del decreto correttivo della finanza pubblica, invece di «sottrarsi al confronto, preventivo e doveroso con le parti sociali».

L’Unità 19.05.10

Atenei in rivolta contro i tagli «Stop alla controriforma», di Maristella Iervasi

Esami saltati, studenti e ricercatori in protesta contro la forbice del duo Gelmini-Tremonti. Raccolta di firme a Salerno e lezioni a rischio aRoma come Milano, Cagliari e Firenze. È la protesta degli Atenei. Ovunque manifestazioni contro la controriforma Gelmini. All’unisono, a mezzogiorno, tutti i rettorati sono stati occupati, simbolicamente. Ma la mobilitazione contro i tagli che mette gli Atenei in ginocchio non cessa: oggi la protesta si sposta sotto il Senato, dove è in discussione il contestatissimo ddl di riforma che prevede pesanti misure sul trattamento economico, il reclutamento e la riorganizzazione della governance, voluti dalla ministra “unica” dell’Istruzione. Una«ribellione» generale di tutte le università organizzata da un ampio cartello di sindacati e associazioni della docenza (una ventina di sigle), studenti inclusi. SOLDI La spina nel fianco sono i soldi («mentre in Parlamento si discute, il malato muore: tanti atenei nei prossimi mesi rischiano il collasso finanziario e altri sono già dovuti ricorrere all’esercizio provvisorio» ha sintetizzato il segretario generale della Flc, Mimmo Pantaleo). Ma preoccupano parecchio anche le novità previste dal disegno di legge Gelmini. Un provvedimento che – a parere dei manifestanti – intende «scardinare il sistema nazionale dell’Università pubblica, concentrando le scarse risorse in pochi Atenei ritenuti eccellenti e ridimensionando il ruolo di tutti gli altri».Un dissenso che è arrivato alla ministra Gelmini, la quale come al solito, ripete la litania sul merito: «Bisogna avere il coraggio di cambiare…». All’Università di Tor Vergata l’assemblea con il segretario della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo, poi l’occupazione del rettorato. «Una proiezione della conferenza dei rettori stima all’1 gennaio 2011 il momento di in sostenibilità finanziaria per gran parte degli atenei» – sottolinea il sindacato. A Roma Tre come alla Sapienza è stato proclamato per il prossimo ottobre «lo stato di agitazione e la mobilitazione generale dell’intera comunità universitaria ». Una mobilitazione che sarà messa in atto «attraverso il rifiuto degli incarichi didattici da parte dei precari e dei ricercatori, iniziative di lotta del personale tecnico amministrativo, con scioperi a scacchiera nei servizi, e mobilitazioni generali degli studenti».ATorino e Padova i ricercatori sono arrivati in bicicletta fino all’Università e hanno consegnato simbolicamente al rettore Giuseppe Zaccaria una “due ruote” per dire “siamo stanchi di pedalare”. Occupazione simbolica del rettorato a Firenze. L’assemblea ha approvato un documento in cui si chiede «la convocazione degli Stati generali dell’Università prima dell’approvazione definitiva del ddl Gelmini». Atenei in subbuglio, dunque. Sit-in degli universitari anche a Cagliari, poi l’incontro con il rettore Giovanni Melis, che dice: . «Non credo sia possibile riformare l’Università proponendo come unico strumento il taglio delle risorse».

L’Unità 19.05.10

******

Lecce, assemblea infuocata: «Fermiamo tutto»

La proposta è provocatoria: niente lezioni a partire dal prossimo anno accademico. Aule chiuse, nessuna offerta formativa, blocco dell’università, non si parte. Ordinari e associati, solidali con i ricercatori, si asterranno dall’attività didattica come forma di protesta estrema contro il disegno di legge del ministro Gelmini. Applausi in aula. A lanciare l’idea Trifone Schettino, ordinario di Fisiologia generale, facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, nel corso dell’assemblea generale a margine dell’occupazione simbolica del Rettorato, «perché qualsiasi programmazione didattica non può fare a meno della ricerca», dice. L’ormai classico striscione all’ingresso – «Gelmini sarta subito» – allude ai tagli, pesanti per l’Università del Salento, 5 milioni di euro in meno per il 2010, un buco che penalizza ricerca e diritto allo studio. Qualcuno fa riferimento a Obama, che in The Audacity of Hope ha scritto: «Se vogliamo un’economia competitiva, dobbiamo investire sulla ricerca, formare nei prossimi cinque anni centomila scienziati e ingegneri in più…». Paragone altino, l’Italia non è l’America, e la Puglia non è mai stata la California. «Il problema non è solo la ricerca – dice Dino De Pascalis della Cgil – ma tutto il sistema universitario che vive una pericolosa china. Col taglio delle risorse questa Università si dequalifica, dimezza la sua offerta formativa, rischia di scomparire». Tiziano Margiotta della Uil propone lo stato di mobilitazione continua, e un confronto serrato con i ricercatori e gli studenti, che sono i più presenti e attivi sul fronte della protesta. La politica, altro tema che agita gli animi. «Sono i politici che aggrediscono l’università, quando dovrebbe essere l’università a fare le pulci ai politici», dice il professore Gino Santoro. «Provo disgusto – carica il professore Schettino – I politici locali hanno nelle vene sangue padano evidentemente, se tengono così poco alle sorti della nostra Università. Se non fosse per la Regione, che sta finanziando la ricerca, per il resto la politica si disinteressa». «Le manifestazioni di solidarietà da parte di tutti ci gratificano – dice il pro rettore Carmelo Pasimeni – La politica? Faccia quel che vuole. Si sforzi però di guardare senza pregiudizi a quello che questa Università sta facendo e ha fatto per sollevare le sorti del territorio».

Corriere della Sera 19.05.10

******

I ricercatori contro il governo «Così si annulla una generazione»

A Verona hanno occupato le scale del rettorato, fino allo studio del Magnifico Alessandro Mazzucco. A Venezia, invece, si sono riuniti con megafoni e striscioni nel cortile di Ca’ Foscari. A Padova, infine, hanno consegnato simbolicamente decine di biciclette al rettore Giuseppe Zaccaria, «perché siamo stanchi di pedalare». Sono le migliaia di ricercatori delle università del Veneto, che ieri mattina hanno detto no al decreto Gelmini. No, cioè, alla riforma che farà sparire la figura del ricercatore a tempo indeterminato (ci sarà solo quello a tempo determinato, per un massimo di 6 anni) e che, sempre per i ricercatori, alzerà da 2 a 3 anni l’asticella degli scatti di stipendio.

In Veneto i ricercatori costituiscono una parte consistente degli atenei. A Padova quelli strutturati – cioè a tempo indeterminato – sono oltre 900; mentre i non strutturati – assegnisti, dottorandi, borsisti – superano quota 5200. A Verona, con diverse proporzioni, il trend è lo stesso: 364 gli strutturati, 1219 gli altri; a Venezia 181 i primi, 231 i secondi.

Attualmente per diventare ricercatore occorre superare un concorso e poi attendere tre anni per la conferma. Il primo stipendio? Milleduecento euro. E per arrivare a portare a casa 1900-2000 euro ci vogliono anni. Per molti, tuttavia, il problema non è neanche quello economico. «Gli stipendi sono dignitosi, il vero problema del ddl Gelmini è che di fatto bloccherà del tutto il turn over – ha raccontato a Ca’ Foscari la ricercatrice di fisica Romana Frattini -. I ricercatori non riusciranno mai più a diventare professori associati. Così gli aspetti gravi sono due: da un lato le attuali graduatorie dovranno andare a esaurimento (in pratica chi andrà in pensione non verrà sostituito) e dall’altro verrà istituita una nuova figura di ricercatore a tempo, con un margine massimo di sei anni per diventare professore associato». Una dead line di sei anni, insomma, oltre la quale i ricercatori saranno «o dentro o fuori», che darà il via a lotte intestine per accalappiarsi il posto, tra i ricercatori «riformati» e quelli vecchio stile.
A Padova, la truppa dei ricercatori, che si è piazzata numerosa davanti al Bo, ha ricevuto l’appoggio del rettore Giuseppe Zaccaria. Al quale, tra l’altro, sono state consegnate simbolicamente delle biciclette («perché siamo stufi di pedalare», hanno detto al Magnifico i ricercatori). Il professore ha raccolto e condiviso la loro preoccupazione: «Siamo di fronte a una partita assai difficile – ha detto il rettore dell’Università di Padova, che è sceso per strada insieme ai ricercatori e ha improvvisato una sorta di comizio -. Qui c’è in ballo un’intera generazione da salvare». E Zaccaria si è speso in proprio. «Assicuro che cercherò di sensibilizzare i parlamentari locali – ha detto il rettore -, affinché si spendano con il ministro Gelmini per ritirare questo decreto».

Anche a Verona non ci sono stati sconti nella protesta contro la riforma. Tanto che i ricercatori di cinque facoltà (Lettere e Filosofia, Lingue, Scienze della formazione, Scienze matematiche ed Economia) hanno minacciato di revocare la propria disponibilità a svolgere attività didattica a partire dal prossimo anno accademico. «Circa il 40 per cento dei corsi – hanno fatto sapere – è tenuto da ricercatori. Senza di noi si blocca tutto». La richiesta è quella di cancellare completamente la riforma Gelmini. «Questa riforma – ha affermato Sonia Giorietto della Flc Cgil di Verona – snatura completamente gli Atenei. Da un lato infatti prevede accorpamenti, dall’altro vuole trasformarli in fondazioni. Inoltre cancella l’autonomia universitaria perché ogni decisione, compreso il nome dei docenti e i corsi di laurea da attivare, dovrà essere approvata dai ministeri dell’Economia e dell’Istruzione».

Corriere della Sera Veneto 19.05.10

******

Università, prende quota la protesta al ddl Gelmini
di A.G.

Alle occupazioni degli atenei del 18 maggio partecipano docenti, ricercatori, amministrativi e tecnici. Molto critici gli studenti: se passa la riforma per noi un danno sicuro. Per il Ministro a lamentarsi è solo una minoranza: il rinnovo del Cnsu parla chiaro. “Ma ha votato una percentuale ridicola”, ribattono le associazioni. Intanto la mobilitazione si sposta davanti al Senato.

Ha riscosso consensi oltre le aspettative e molto clamore la mobilitazione organizzata il 18 maggio dalle associazioni e dai sindacati universitari per protestare contro i tagli ai finanziamenti e l’ipotesi di approvazione del disegno di legge di riforma all’esame del Senato: mentre da viale Trastevere sono giunte conferme, attraverso dichiarazioni del ministro Mariastella Gelmini e del sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza, a proseguire nella riforma del sistema accademico, nei principali atenei italiani si è sviluppata la protesta sostenuta da un buon numero di docenti, ricercatori, amministrativi, tecnici e studenti.Come annunciato, la contestazione ha di fatto bloccato buona parte delle attività accademiche per dare spazio ad assemblee, sit-in ed occupazioni dei rettorati: le iniziative più corpose si sono svolte a Roma, Milano, Torino, Trieste, Napoli, Ancona, Pavia, Urbino, Lecce, Cosenza, Palermo, Padova, Catania, Modena e Reggio-Emilia, Potenza e Messina.

“Il nostro obiettivo è quello di fermare con tutte le forze l’approvazione del disegno di legge Gelmini, la cui attuazione significherebbe un vera minaccia per il nostro futuro ed i nostri diritti”, ha spiegato Giorgio Paterna, coordinatore dell’Unione degli universitari. Specificando che “se si somma alla riduzione delle risorse destinate alla formazione andrebbe infatti a costituire un sicuro danno per le nuove generazioni”. L’apice della protesta si toccherà però il 19 maggio, quando davanti al Senato (dove le commissioni di competenza stanno discutendo sulla bozza della riforma) alle 10 si terrà un sit-in nazionale contro il ddl Gelmini. L’evento sarà raccontato attraverso tutte le radio degli atenei pubblici.

Proprio il Ministro ha però ribadito la volontà di andare avanti sulla strada delle riforme. “La stragrande maggioranza degli studenti, come dimostrano le recenti elezioni universitarie, ha voglia di cambiare e non ha nessuna intenzione di seguire chi cerca di strumentalizzarli: bisogna avere il coraggio di cambiare, di guardare ad una università moderna. Non serve ripetere vecchi slogan. Le ideologie devono essere lasciate fuori dall’università, l’unico interesse – ha concluso Gelmini – deve essere quello dei ragazzi e del loro futuro”. Ragazzi che però, almeno in parte, non la pensano allo stesso modo: a Bari e Torino hanno deciso addirittura di occupare ad oltranza alcune Facoltà. Nel primo caso Scienze Politiche e Matematica; nel secondo il rettorato, Agraria e Veterinaria. E l’associazione studentesca Link ha contestato le dichiarazioni rilasciate dal ministro dell’Istruzione a proposito dei risultati provenienti delle elezioni per il rinnovo del Consiglio nazionale studentesco universitario: “la Gelmini – scrivono – dà i numeri. Citare a suo favore il risultato delle elezioni del Cnsu, in cui ha votato una percentuale ridicola degli studenti italiani, significa mentire spudoratamente”. Secondo l’associazione, che in occasione delle elezioni per il rinnovo del Cnsu della scorsa settimana ha invitato gli studenti a disertare le urne in segno di protesta per una rappresentanza priva di potere decisionale, “quello della ministra è un patetico tentativo di nascondere che la stragrande maggioranza degli studenti italiani è contraria al suo progetto di riforma dell’università che completa il processo di privatizzazione in atto da ormai un decennio”.

Tecnica della Scuola 19.05.10

Camera: Franceschini, il Governo blocca l'attivita' legislativa del Parlamento

La situazione legislativa ”e’ grave e ha delle responsabilita’ oggettive nella distorsione costante delle regole parlamentari: ci sono decine di provvedimenti pronti ad andare in aula -buona parte dei quali con un’intesa tra maggioranza e opposizione costruita nei lavori parlamentari- che vengono fermati perche’ il governo da’ un parere contrario sulle coperture”. Il presidente dei deputati democratici Dario Franceschini concorda con il presidente della Camera Fini sulle difficolta’ che il parlamento incontyra a legiferare a causa delle continue scoperture finanziarie per finanziamenti negati o non riconosciuti dal governo. Un allarme emerso oggi durante la conferenza dei capigruppo che oltre alla presa di posizione delle opposizioni ha registrato anche la valutazione critica del presidente Fini. ”Ho chiesto piu’ volte e ho rinnovato la richiesta anche alla conferenza dei capigruppo di questa mattina che ci sia un sussulto di orgoglio da parte dei gruppi di maggioranza. E’ un problema di ruolo del Parlamento -ha sottolineato Franceschini-, di stabilire dov’e’ la sovranita’: se silenziosamente e’ stata sottratta all’aula per essere trasferita in altri luoghi, in particolare al ministero dell’Economia. Andare avanti cosi’ non e’ possibile. Ci sono delle responsabilita’ precise. Dunque -ha proseguito Franceschini- invito i gruppi di maggioranza a ristabilire nei binari giusti la dialettica con il governo, perche’ in gioco non e’ una questione teorica: fra poche ore -ha fatto l’esempio pratico Franceschini- in aula si discute il testo sui disabili su cui c’e’ stata condivisione totale tra maggioranza e opposizione in commissione e, un’altra volta, c’e’ stato il parere contrario del governo e della maggioranza in commissione Bilancio. Noi invitiamo ad andare ugualmente in aula ad approvarlo con le coperture che il Parlamento ha trovato”. Comunque, ha detto ancora Franceschini ”andare avanti cosi’ non e’ possibile: Attendiamo la prossima settimana di vedere cosa succedera’ delle nostre due proposte gia’ calendarizzate per l’aula sui treni per i pendolari e gli incentivi per i giovani che rientrano dall’estero”. Se qualcuno ha sollevato dubbi sulle parle di Fini (”c’e’ un’oggettiva maggiore difficolta’ a legiferare rispetto al passato”), nel senso che sarebbero state rivolte anche all’opposizione, Franceschini ha detto: ”Ho parlato con Fini e so che lui non si riferisce ai gruppi di opposizionme. Solo i provvedimenti proposti dall’opposizione vanno in aula: noi stiamo facendo il nostro lavoro”.

******

Di seguito l’intervento in aula del capogruppo del PD Franceschini

Signor Presidente, intervengo sull’ordine dei lavori per dire che francamente si è superata la soglia. Le dichiarazioni che abbiamo visto in questi giorni sui giornali e questo tentativo ripetuto di trasferire sulla responsabilità dei singoli parlamentari l’incapacità del Parlamento di svolgere in questa legislatura appieno il proprio ruolo ha superato veramente la soglia di guardia.
Siamo indignati all’idea che tale incapacità venga scaricata su un singolo parlamentare che lavora in Commissione, che lavora su un provvedimento e che non vorrebbe altro che vedere il provvedimento, su cui ha lavorato, venire all’attenzione e all’approvazione da parte dell’Aula. Siamo indignati all’idea che il circuito mediatico trasferisca sulla responsabilità dei singoli una responsabilità che, invece, ha radici ben precise, e non a caso questa legislatura ha cambiato completamente il ritmo di lavoro rispetto al passato.
Non è nemmeno un problema di maggioranza e opposizione. Il problema è che il Governo ha scientificamente scelto la strada dei decreti-legge come unico strumento per legiferare. Tali decreti-legge diventano sempre di più provvedimenti nei quali inserire in corso d’opera con emendamenti materie che non hanno nulla a che vedere con il testo iniziale e, contemporaneamente, ostacolano, in modo altrettanto scientifico, la possibilità del Parlamento di approvare proposte di legge di iniziativa parlamentare, non importa se della maggioranza o dell’opposizione.
Lo strumento della dichiarazione di assenza di copertura spesso viene esercitato su provvedimenti che in Commissione hanno avuto una discussione approfondita, che molto spesso ha portato ad un’intesa tra maggioranza e opposizione. Quando tali provvedimenti arrivano alla soglia dell’Assemblea, accade puntualmente (come accadrà puntualmente tra alcuni minuti) che, mediante un parere espresso all’ultimo momento dalla V Commissione (Bilancio), che ripete sempre e soltanto il parere dato dal Governo, l’assenza di copertura impedisce di andare avanti su quel provvedimento.
Questo è un nodo centrale, che riguarda non soltanto il ruolo dell’opposizione, ma del Parlamento. Dobbiamo capire se la sovranità, anche in materia di copertura finanziaria dei provvedimenti, è nelle mani di quest’Assemblea o del Ministro dell’economia e delle finanze che dispone, con i tempi e le modalità che ritiene proprie, quali leggi si possano approvare e fino a che punto il Parlamento ha la sua sovranità (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Dico questo perché ciò deve emergere con molta chiarezza.
Abbiamo capito lo spirito delle parole del Presidente Fini, che le ha pronunciate dopo due riunioni della Conferenza dei presidenti di gruppo in cui abbiamo approfondito questo problema. Tuttavia, c’è un nodo politico che può essere sciolto soltanto dalla volontà dei gruppi politici di maggioranza. In qualsiasi sistema democratico è normale che anche la maggioranza parlamentare mantenga un rapporto dialettico con il proprio Governo, non un rapporto di ubbidienza, che stravolge alle radici la natura del sistema parlamentare.
Vorrei che queste nostre parole restassero agli atti, insieme al nostro rifiuto totale di trasferire, sulla responsabilità del singolo parlamentare, una responsabilità che invece è politicamente tutta, in modo chiaro, esplicito e documentato, nelle mani del Governo. Invito anche i gruppi parlamentari di maggioranza (lo abbiamo fatto nella Conferenza dei presidenti di gruppo) a mostrare un po’ di attenzione a queste cose. Infatti, qui di mezzo non c’è soltanto la dignità dei singoli parlamentari o dei gruppi parlamentari, ma la dignità del Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Scuola. Ghizzoni (Pd): disabili rifiutati? Governo sottovaluta discriminazioni

“Dopo le notizie sull’increscioso comportamento di alcune scuole paritarie avevamo presentato una interrogazione urgente al ministro Gelmini per sapere se è vero che i ragazzi disabili vengono rifiutati all’atto di iscrizione. Ebbene, oggi il governo ci ha risposto con parole vuote, senza presentare alcun risultato, dimostrando, ancora una volta, la sottovalutazione di un caso di discriminazione molto grave”. Così la capogruppo del Pd commenta la risposta del ministero dell’Istruzione ad una sua interrogazione sul rifiuto opposto da alcune scuole paritarie all’iscrizione di alunni disabili. “Sono passati più di due mesi – aggiunge – ma siamo ancora a ‘caro amico’ visto che il ministro Gelmini non ha messo in campo le opportune iniziative per debellare quei comportamenti che screditano la scuola, danneggiano gli alunni e le loro famiglie, pregiudicando le previsioni costituzionali in materia di diritto all’istruzione”.

******
qui l’interrogazione dell’On Ghizzoni

Di seguito la risposta del Governo e la replica dell’interrogante

Ghizzoni: Ispezioni sull’applicazione della normativa in materia di riconoscimento delle scuole paritarie.
Il sottosegretario Guido VICECONTE risponde all’interrogazione

L’onorevole interrogante segnala nuovamente fenomeni, riferibili ad alcune scuole paritarie, che sono stati anche oggetto della trasmissione televisiva di RAI 3 « Presa diretta », andata in onda in data 8 febbraio 2009. Sull’argomento si è già riferito in questa stessa sede il 17 giugno 2009, in risposta all’atto del medesimo interrogante
n. 5-01003.
Va premesso che, come già fatto presente nella precedente occasione, il Regolamento
recante la disciplina delle modalità procedimentali per il riconoscimento della parità scolastica e per il suo mantenimento, adottato con il decreto ministeriale n. 267 del 29 novembre 2007 in attuazione della legge n. 27 del 3 febbraio 2006, stabilisce che il gestore della scuola paritaria si impegna a « stipulare contratti individuali di lavoro per il coordinatore delle attività educative e didattiche e per il personale docente della scuola conformi ai contratti collettivi di settore »; dispone inoltre che « L’ufficio scolastico regionale accerta comunque la permanenza dei requisiti
prescritti … mediante apposite verifiche ispettive che potranno essere disposte in qualsiasi momento ».
La vigilanza sulle istituzioni scolastiche paritarie è dunque esercitata dagli Uffici scolastici regionali mediante la predisposizione di un piano di interventi volto ad accertare la permanenza delle condizioni previste per il riconoscimento della parità scolastica, fermo restando che, in presenza di specifiche segnalazioni, vengono dagli uffici medesimi disposti puntuali accertamenti.
In merito all’affermazione secondo cui taluni docenti precari, « pur di accumulare il punteggio necessario a mantenere una migliore posizione nelle graduatorie, accettano il compromesso di insegnare presso tali istituti privati senza percepire nessuna retribuzione », va preliminarmente
ricordato che, in applicazione dei principi posti dalla legge n. 62 del 2000 sulla parità, la legge n. 333 del 20 agosto 2001 ha, fra l’altro, disposto che « I servizi di insegnamento prestati dal 1o settembre 2000 nelle scuole paritarie di cui alla legge 10 marzo 2000, n. 62, sono valutati nella stessa misura prevista per il servizio prestato nelle scuole statali ».
Ciò premesso, confermo che in occasione delle visite ispettive disposte dai Direttori degli Uffici scolastici regionali vengono verificati gli atti relativi sia agli alunni che ai docenti. Per i docenti si verifica il possesso del titolo professionale e la presenza del contratto di lavoro. Si controllano inoltre i registri di presenza e quelli dei docenti. Dalla documentazione agli atti della scuola non si desume l’esistenza della grave circostanza di docenti consenzienti a prestare servizio senza il
corrispondente riconoscimento economico.
Tali circostanze sono eventualmente accertabili con gli strumenti disponibili da parte di altre autorità – quali l’autorità giudiziaria e le Direzioni regionali del lavoro, opportunamente interessate dalle Direzioni scolastiche regionali ricorrendone i presupposti.
A quest’ultimo proposito, ricordo che, rispondendo all’atto n. 5-01003, facevo presente che la Direzione scolastica regionale la Campania aveva interessato la Direzione generale del lavoro della Campania per l’eventuale intervento degli ispettori del lavoro. La stessa Direzione scolastica regionale prosegue nell’azione di controllo e monitoraggio dell’attività delle scuole paritarie, in specie degli istituti paritari di istruzione secondaria di secondo grado, basata su una capillare verifica degli atti di funzionamento, avvalendosi anche di visite ispettive a cura di dirigenti tecnici ed assumendo, ove del caso, provvedimenti che hanno portato anche alla revoca della parità scolastica.
Quanto, poi, all’iscrizione degli alunni diversamente abili, come è noto, la legge n. 62 del 2000 prevede che « le scuole paritarie, svolgendo un servizio pubblico, accolgono chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi, compresi gli alunni e gli studenti con handicap »; prevede inoltre, tra i requisiti per ottenere il riconoscimento della parità e per il suo mantenimento, l’impegno all’applicazione delle norme vigenti in materia di inserimento di studenti con handicap o in condizioni di svantaggio.
Anche con riferimento a questa disposizione legislativa, gli Uffici scolastici regionali vigilanza e controllo. In particolare, in relazione a notizie di stampa circa casi di scuole paritarie che non avrebbero iscritto alunni diversamente abili, gli uffici scolastici regionali interessati stanno svolgendo gli opportuni approfondimenti; va da sé che, qualora a seguito degli approfondimenti
in corso dovessero trovare conferma le notizie riportate dagli organi di stampa, saranno adottati dai competenti uffici iconsequenziali provvedimenti.
Vengo, infine, alle cosiddette fabbriche di diplomi e ai lavori del gruppo tecnico di supporto alla parità.
Il suddetto gruppo di lavoro ha presentato un documento di base sia sulla situazione esistente sia sulle prospettive. In particolare, per quello che concerne la presenza, pur marginale, di situazioni che discreditano il ruolo svolto dalle istituzioni scolastiche paritarie, è stato evidenziato che le misure messe in atto fino ad ora possono essere ulteriormente migliorate per superare le situazioni rilevate e rendere più funzionale il servizio. Il documento prodotto dal gruppo di lavoro è oggetto della massima attenzione.

Manuela GHIZZONI (PD), replicando, si dichiara totalmente insoddisfatta della risposta fornita dal Governo.
Ricorda che il sottosegretario Pizza, replicando ad un’interrogazione analoga aveva assunto l’impegno ad emanare una circolare tendente a far si che le scuole paritarie si impegnino a garantire la sussistenza delle condizioni richieste dalla legge per il riconoscimento della parità scolastica. Sottolinea, inoltre, che nell’interrogazione si chiedeva anche conto dello stato del « gruppo tecnico », istituito per valu-tare sia le questioni riguardanti il personale, sia le questioni riguardanti gli studenti portatori di handicap.
A tal proposito, stigmatizza il fatto che la risposta si sostanzi in una copia del precedente atto ispettivo, non dando peraltro notizia della citata circolare ed affermando che si stanno svolgendo approfondimenti da parte degli uffici scolastici regionali su quelle scuole paritarie che hanno rifiutato gli studenti portatori di handicap.
Aggiunge inoltre che per quel che riguarda il « gruppo tecnico », nella risposta si afferma solo che lo stesso sta predisponendo un documento. Ritiene, in conclusione, non più accettabile
che il Governo fornisca risposte « sciatte », generiche e offensive per il ruolo dei parlamentari e della loro funzione di sindacato ispettivo.

Università, via i baroni largo ai giovani.

Al via la protesta in tutta Italia contro i tagli e la nuova riforma Gelmini all’esame in Senato. Il PD propone la pensione anticipata a 65 anni per assumere migliaia di ricercatori. Carrozza: “Serve uno shock generazionale”

Oggi su La Stampa Carlo Bertini racconta le proteste in corso contro la riforma univeristaria e riporta le proposte del PD. Flavia Amabile ha intervistato Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum Università, saperi e Ricreca del Pd e direttore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Riportiamo i due articoli.

Mandare in pensione i baroni universitari a 65 anni e non a 72, tenendo in attività solo le «eccellenze» del sapere nazionale con contratti ancorati a ricerche in corso, per fare spazio ai «giovani» ricercatori che troppo spesso entrano in ruolo a 40 e passa.

Lo «shock generazionale» è il primo dei 10 capitoli che compongono uno dei cinque documenti messi ai voti sabato all’assemblea del Pd, chiamata alla conta da Bersani sui temi cardine del «Progetto Italia»: lavoro, università, riforme e giustizia, Europa e green economy. Un pacchetto mirato a dare una fisionomia più definita ai «Democrats», ove possibile con messaggi forti rivolti alle nuove generazioni, nel tentativo di superare l’alone di ambiguità che rende evanescente l’immagine del partito. E mentre sul dossier «Lavoro» il Pd ancora litiga sul contratto unico, la bozza sull’Università è pronta e cade in un momento di tensioni nel mondo accademico, con 50 mila precari e giovani ricercatori che minacciano di sospendere le attività didattiche. Oggi scatta una mobilitazione negli atenei con occupazioni simboliche dei rettorati organizzate da sigle ed associazioni di docenti contro i tagli dei fondi e i contenuti del disegno di legge Gelmini all’esame del Senato.

Partendo dalle due premesse che «la vera emergenza italiana è la ricerca» e che «le politiche dei governi di centrosinistra non sono esenti da colpe», la proposta sull’Università punta ad «una rivoluzione» che superi il gap di un Paese che ha «la classe accademica più anziana dell’Occidente». I dati parlano chiaro: il 26,6% dei quasi 20 mila professori ordinari ha più di 65 anni e il 54% dei docenti supera i 50 anni, contro il 41% della Francia e il 32% della Spagna. E quindi il pensionamento a 65 anni, che in linea di principio trova concorde la Gelmini, se fosse tramutato in legge, consentirebbe di destinare le risorse all’assunzione di nuovi docenti. «Sempre che sia eliminato il blocco del turn over, decisivo perché la proposta funzioni», spiega Marco Meloni del Pd, che con Chiara Carrozza ha messo a punto il dossier. «La finalità è abbassare di 10 anni l’età media dei docenti. Una proposta a costo zero, considerando che già oggi il 100% del Fondo di finanziamento ordinario, portato da 7 a 6 miliardi con gli ultimi tagli, è utilizzato per pagare gli stipendi».

Sarà pure a costo zero, ma è vero che di questa ipotesi si discute da mesi nei blog e nelle sedi parlamentari senza che si sia approdato a nulla per le troppe resistenze dei «baroni». E per lanciare un segnale ai giovani, i delegati del Pd dovranno votare anche a favore del «contratto unico per la ricerca», altro pilastro della proposta: «Oggi – spiega Meloni – esistono svariate forme contrattuali, di ricercatori che guadagnano 1000 euro e sono privi di tutele assistenziali e previdenziali. Il contratto unico non raddoppia i costi per gli atenei, a cui verrebbero applicate le agevolazioni dei contratti di formazione».

Il terzo cardine della «rivoluzione» promessa dai «Democrats» poggia sullo slogan «Erasmus in Italia» per promuovere la «mobilità geografica e sociale» degli studenti: a ognuno sarebbe collegato un «voucher» che può spendere se è in corso, nell’università che preferisce, «con un piano per le residenze universitarie e contributi all’affitto per i fuorisede». Per bilanciare i costi l’introduzione di un altro principio, riferito alle fasce di reddito alte: «Chi andrà fuori corso deve sapere che le sue tasse universitarie potranno aumentare, costituendo così un fondo per i più meritevoli».

Ci vuole uno choc generazionale. Dietro la proposta del Pd di mandare in pensione cinque anni prima i professori c’è proprio un professore universitario, anzi un rettore, Maria Chiara Carrozza, 45 anni, presidente del Forum Università Saperi e Ricerca del Pd e direttore della Scuola Superiore Sant’Anna.

Alla sua età in genere i rettori fanno di tutto per tenersi stretto il posto. Creano deroghe, accordi pur di restare attaccati alla poltrona. «Non è il mio caso. Sono per il ricambio. E anche far eil rettore significa soltanto essere un primus inter pares, deve essere una nomina a tempo non a vita».

Per i baroni invece spesso rappresenta un comodo e prestigioso fine carriera. «Nulla di più sbagliato. Anche l’idea di arrivare ad essere rettori a fine carriera. Molto meglio farlo a metà e eventualmente poi passare addirittura ad altro se non si vuole tornare nel ruolo precedente. Accade così negli altri Paesi. Non credo nemmeno che sia necessaria una lunga esperienza per fare il rettore».

Anche un giovane può diventare rettore? «Qui al Sant’Anna lavoriamo in un’istituzione che crede molto nei giovani. E proprio qui ho la prova ogni giorno del fatto che bisogna puntare sulle potenzialità non su quello che si è fatto in passato. Una promozione va data a chi ha ancora molto da dare non a chi ha dato molto. A chi ha dato molto semmai vanno offerti incentivi, non promozioni. Un posto di rilievo nel creare futuro bisogna darlo a chi quel futuro lo vivrà, non a chi viene dal passato».

Lei sa che anche nel Pd i baroni sono molti. Come pensa che verrà accolta questa proposta?
«Con molte critiche. Ma le proposte devono essere forti e scuotere, e provocare reazioni. Io credo profondamente nella necessità di uno choc generazionale. Qui in Italia si considera ragazza una donna di 35 anni. Non è così che si può andare avanti».

In pensione tutti i baroni, allora? «Chi ha una vita professionale molto attiva può anche restare. Le formule si trovano. Ma tutti gli altri è giusto che vadano in pensione. In una situazione di crisi non accetto che i sacrifici siano tutti e soltanto da parte dei giovani. Anche gli ultrasessantenni devono fare la loro parte».

www.partitodemocratico.it

******

Riceratori, le proposte del Pd
Stabilizzazione dei tagli che stanno impedendo alle università di funzionare, nessuna prospettiva per i ricercatori, l’intento mal celato di espellere senza complimenti le decine di migliaia di precari che tengono in piedi le università per sostituirli con una nuova generazione di lavoratori senza diritti. “Di fronte a questo disegno – sottolinea Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazional del Pd – noi siamo a fianco della protesta. E presentiamo un pacchetto di proposte su cui il governo ha il dovere di confrontarsi”.

La Gelmini tace. Ma il partito di Bersani incalza. “La protesta degli studenti, dei ricercatori e dei docenti è giusta: la riforma della Gelmini stabilizza i tagli (oltre 1 miliardo di euro) e non dà alcuna prospettiva ai ricercatori, sia strutturati che precari. Ci auguriamo che spinga il governo ad affrontare il tema dell’accesso alla carriera universitaria e della condizione di persone che da anni consentono il funzionamento dell’università, e che il governo vorrebbe semplicemente espellere dal sistema. Noi oggi presentiamo una proposta articolata per l’accesso dei giovani alla carriera universitaria: regole certe e percorsi rapidi di carriera per il futuro, misure per aprire spazi di carriera ai ricercatori, strutturati e precari”, ha precisato Meloni.

Il DDL Gelmini vuole solo cambiare una generazione di precari con una nuova, “noi vogliamo cambiare radicalmente – ribadisce il Pd – : un contratto unico di ricercatori in formazione, con tutele sociali e previdenziali. E stop a tutti i rapporti precari. Un ruolo unico di docenza articolato in livelli. Il pensionamento a 65 anni dei docenti. L’obiettivo è introdurre uno shock generazionale nell’università italiana: vogliamo abbassare di dieci anni l’età media dei docenti. I giovani devono sapere che si può andare in cattedra a meno di 35 anni, quando si è in grado di dare il meglio di sé. E servono interventi molto incisivi per la fase transitoria: concorsi e chiamate dirette per i ricercatori, sospensione del periodo massimo di permanenza di 10 anni per i precari, riconoscimento della loro attività per diventare ricercatori in percorso di ruolo, percorsi di welfare e valorizzazione della loro esperienza per quanti usciranno dall’attività nell’università. Il governo abbia il coraggio di confrontarsi immediatamente su queste proposte, per dare spazio ai giovani e consentire agli atenei di programmare le proprie attività. Poi riprenderemo a discutere degli altri temi, fondamentali per portare più efficienza e più qualità al sistema universitario. Noi ci siamo, e siamo certi di avere idee migliori delle loro”.

L’Unità 18.05.10

"Il corpo ostentato che imbarazza i giovani", di Lorella Zanardo

La sveglia alle 6,30, la colazione da preparare, la giustificazione da firmare, il video che non trovo da portare con me, di corsa in stazione alle 9 devo già essere a Brescia. Sono stanca, stanchissima, a volte non so piu nemmeno dove mi sveglio. Venerdi non avevo voglia di andare all’istituto per Geometri Tartaglia dove era prevista la proiezione del video, ma l’appuntamento era preso da tempo. In treno cerco di dormire ma la testa è piena di pensieri. Arrivo: Brescia, profondo nord, feudo leghista. La scuola è grande molto pulita, molto ordinata. L’aula magna è gremita di studenti anche di altre scuole. Arriva un liceo artistico. Saranno 200. La giornata organizzata è varia e interessante. Vediamo il doc. Poi presento, come sempre. Parlo e non sto seduta, non riesco piu ormai. Questo giro d’Italia è un incontro di corpi, inzio da dietro il banco dei relatori e subito qualcosa mi stacca dalla sedia. In piedi davanti ai ragazzi, in piedi in mezzo ai ragazzi. Le ragazzine a volte mi guardano dure, mi scrutano, talvolta penso ci sia anche dell’odio per quello che rappresento. Una stronza. Adulta. «Come adulti sono quelli che fanno la tv oscena che ci fate guardare. E adesso arriva questa che ci racconta che quella tv non va bene. E noi in mezzo prima a seguire cio che la tv ci impone e ora ad ascoltare una che ci dice che potremmo avere sbagliato negli ultimi 15 anni a guardare quella tv lì». Non lo dicono ma i loro sguardi talvolta lo esprimono. Hanno ragione e dunque sto. In mezzo, esposta. Bersaglio di critiche e sguardi e parole non dette. Con il corpo. Perché per combattere questa tv di «non corpi», di corpi negati, bisogna esserci con il corpo vero e vulnerabile e colpibile e se è il caso, da ferire. Che senza corpo oggi non cambi niente. E giustamente i ragazzi ci chiedono corpo. Un’arena I maschi in tutto questo giro della Penisola sono più «facili» nel senso che parlano, criticano, si espongono. Esprimono ciò che era già evidente: quelle ragazze lì sullo schermo a loro piacciono ma in fondo tutta quella sessualità esposta li mette a disagio,«loro non pensano solo a quello tutto il giorno». Sulle ragazze invece è in corso una manovra perversa: obbligate dai media ad introiettare il presunto sguardo maschile, rese incapaci di seguire i loro bisogni reali, ascoltano talvolta perplesse, talvolta affascinate, talvolta sperdute. Alessio Miceli di «Maschile Plurale» è bravissimo. Maschio adulto italiano, parla del bisogno di sentimenti col linguaggio dei ragazzi. Fa racconti duri, di ragazzi imprigionati dalla sessualità appresa dai porno che non sanno se corrisponda ai loro desideri, di ragazzine con le manette nell’astuccio che non sanno se quella sottomissione la vogliono o… Se mi estraneo per un attimo ho una vertigine. Noi qui con questo video di una tv che sembra un b movie degli anni 70, ma che va in onda 24 ore al giorno. Noi con queste immagini oscene quando è di bellezza che vorrei parlare. E ci pensano loro, i ragazzi, a dare bellezza. Il programma prevede improvvisazioni con un piccolo gruppo di attori che mette in scena cio che alcuni studenti si offrono di dire sulla tv, sulla omologazione, sulla diversità . Mi metto tra il pubblico, li guardo. Sale un ragazzo con un handicap al linguaggio, che dice cose strabilianti per profondità sulla vita, sulle gabbie da abbattere. Diego, lunghi capelli neri e occhi bistrati, stivali con zeppa, si alza timido e poi con improvvisa sicurezza racconta di quelli che lo vedono «diverso» e lo vogliono «ingabbiare» e lui che non ci sta. Non mi muoverei più da lì L’insegnante che ha organizzato tutto, è una signora piacente e di classe. Insegna nel liceo artistico e guarda i suoi allievi con grande comprensione e direi amore. Come faranno ad accordarsi una prof dall’aspetto apparentemente borghese con Diego dalle unghie laccate? Sarà che lei fa il suo lavoro da maieuta e offre a Diego gli strumenti che gli servono a diventare ciò che lui è ? Senza giudizio senza presupporre di sapere ciò che per lui è bene, senza castrare il suo futuro. Perché non può conoscerlo. Di ritorno in stazione, il marito di una prof in pensione che gentilmente mi accompagna, mi spiega che molte funzioni di supporto ai giovani e agli extracomunitari che non sono più offerte dalle istituzioni, vengono garantite dal volontariato, dalla chiesa, dalla Cgil, dalla gente. Una di quelle situazioni di mutuo aiuto all’italiana che gli stranieri indagano e che hanno fatto sì che il paese non sia ancora esploso. Gente magnifica Grande voglia di fare loro, mia, vostra. Grandissima energia che rifluisce.

L’Unità 18.05.10