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Università, via i baroni largo ai giovani.

Al via la protesta in tutta Italia contro i tagli e la nuova riforma Gelmini all’esame in Senato. Il PD propone la pensione anticipata a 65 anni per assumere migliaia di ricercatori. Carrozza: “Serve uno shock generazionale”

Oggi su La Stampa Carlo Bertini racconta le proteste in corso contro la riforma univeristaria e riporta le proposte del PD. Flavia Amabile ha intervistato Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum Università, saperi e Ricreca del Pd e direttore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Riportiamo i due articoli.

Mandare in pensione i baroni universitari a 65 anni e non a 72, tenendo in attività solo le «eccellenze» del sapere nazionale con contratti ancorati a ricerche in corso, per fare spazio ai «giovani» ricercatori che troppo spesso entrano in ruolo a 40 e passa.

Lo «shock generazionale» è il primo dei 10 capitoli che compongono uno dei cinque documenti messi ai voti sabato all’assemblea del Pd, chiamata alla conta da Bersani sui temi cardine del «Progetto Italia»: lavoro, università, riforme e giustizia, Europa e green economy. Un pacchetto mirato a dare una fisionomia più definita ai «Democrats», ove possibile con messaggi forti rivolti alle nuove generazioni, nel tentativo di superare l’alone di ambiguità che rende evanescente l’immagine del partito. E mentre sul dossier «Lavoro» il Pd ancora litiga sul contratto unico, la bozza sull’Università è pronta e cade in un momento di tensioni nel mondo accademico, con 50 mila precari e giovani ricercatori che minacciano di sospendere le attività didattiche. Oggi scatta una mobilitazione negli atenei con occupazioni simboliche dei rettorati organizzate da sigle ed associazioni di docenti contro i tagli dei fondi e i contenuti del disegno di legge Gelmini all’esame del Senato.

Partendo dalle due premesse che «la vera emergenza italiana è la ricerca» e che «le politiche dei governi di centrosinistra non sono esenti da colpe», la proposta sull’Università punta ad «una rivoluzione» che superi il gap di un Paese che ha «la classe accademica più anziana dell’Occidente». I dati parlano chiaro: il 26,6% dei quasi 20 mila professori ordinari ha più di 65 anni e il 54% dei docenti supera i 50 anni, contro il 41% della Francia e il 32% della Spagna. E quindi il pensionamento a 65 anni, che in linea di principio trova concorde la Gelmini, se fosse tramutato in legge, consentirebbe di destinare le risorse all’assunzione di nuovi docenti. «Sempre che sia eliminato il blocco del turn over, decisivo perché la proposta funzioni», spiega Marco Meloni del Pd, che con Chiara Carrozza ha messo a punto il dossier. «La finalità è abbassare di 10 anni l’età media dei docenti. Una proposta a costo zero, considerando che già oggi il 100% del Fondo di finanziamento ordinario, portato da 7 a 6 miliardi con gli ultimi tagli, è utilizzato per pagare gli stipendi».

Sarà pure a costo zero, ma è vero che di questa ipotesi si discute da mesi nei blog e nelle sedi parlamentari senza che si sia approdato a nulla per le troppe resistenze dei «baroni». E per lanciare un segnale ai giovani, i delegati del Pd dovranno votare anche a favore del «contratto unico per la ricerca», altro pilastro della proposta: «Oggi – spiega Meloni – esistono svariate forme contrattuali, di ricercatori che guadagnano 1000 euro e sono privi di tutele assistenziali e previdenziali. Il contratto unico non raddoppia i costi per gli atenei, a cui verrebbero applicate le agevolazioni dei contratti di formazione».

Il terzo cardine della «rivoluzione» promessa dai «Democrats» poggia sullo slogan «Erasmus in Italia» per promuovere la «mobilità geografica e sociale» degli studenti: a ognuno sarebbe collegato un «voucher» che può spendere se è in corso, nell’università che preferisce, «con un piano per le residenze universitarie e contributi all’affitto per i fuorisede». Per bilanciare i costi l’introduzione di un altro principio, riferito alle fasce di reddito alte: «Chi andrà fuori corso deve sapere che le sue tasse universitarie potranno aumentare, costituendo così un fondo per i più meritevoli».

Ci vuole uno choc generazionale. Dietro la proposta del Pd di mandare in pensione cinque anni prima i professori c’è proprio un professore universitario, anzi un rettore, Maria Chiara Carrozza, 45 anni, presidente del Forum Università Saperi e Ricerca del Pd e direttore della Scuola Superiore Sant’Anna.

Alla sua età in genere i rettori fanno di tutto per tenersi stretto il posto. Creano deroghe, accordi pur di restare attaccati alla poltrona. «Non è il mio caso. Sono per il ricambio. E anche far eil rettore significa soltanto essere un primus inter pares, deve essere una nomina a tempo non a vita».

Per i baroni invece spesso rappresenta un comodo e prestigioso fine carriera. «Nulla di più sbagliato. Anche l’idea di arrivare ad essere rettori a fine carriera. Molto meglio farlo a metà e eventualmente poi passare addirittura ad altro se non si vuole tornare nel ruolo precedente. Accade così negli altri Paesi. Non credo nemmeno che sia necessaria una lunga esperienza per fare il rettore».

Anche un giovane può diventare rettore? «Qui al Sant’Anna lavoriamo in un’istituzione che crede molto nei giovani. E proprio qui ho la prova ogni giorno del fatto che bisogna puntare sulle potenzialità non su quello che si è fatto in passato. Una promozione va data a chi ha ancora molto da dare non a chi ha dato molto. A chi ha dato molto semmai vanno offerti incentivi, non promozioni. Un posto di rilievo nel creare futuro bisogna darlo a chi quel futuro lo vivrà, non a chi viene dal passato».

Lei sa che anche nel Pd i baroni sono molti. Come pensa che verrà accolta questa proposta?
«Con molte critiche. Ma le proposte devono essere forti e scuotere, e provocare reazioni. Io credo profondamente nella necessità di uno choc generazionale. Qui in Italia si considera ragazza una donna di 35 anni. Non è così che si può andare avanti».

In pensione tutti i baroni, allora? «Chi ha una vita professionale molto attiva può anche restare. Le formule si trovano. Ma tutti gli altri è giusto che vadano in pensione. In una situazione di crisi non accetto che i sacrifici siano tutti e soltanto da parte dei giovani. Anche gli ultrasessantenni devono fare la loro parte».

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Riceratori, le proposte del Pd
Stabilizzazione dei tagli che stanno impedendo alle università di funzionare, nessuna prospettiva per i ricercatori, l’intento mal celato di espellere senza complimenti le decine di migliaia di precari che tengono in piedi le università per sostituirli con una nuova generazione di lavoratori senza diritti. “Di fronte a questo disegno – sottolinea Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazional del Pd – noi siamo a fianco della protesta. E presentiamo un pacchetto di proposte su cui il governo ha il dovere di confrontarsi”.

La Gelmini tace. Ma il partito di Bersani incalza. “La protesta degli studenti, dei ricercatori e dei docenti è giusta: la riforma della Gelmini stabilizza i tagli (oltre 1 miliardo di euro) e non dà alcuna prospettiva ai ricercatori, sia strutturati che precari. Ci auguriamo che spinga il governo ad affrontare il tema dell’accesso alla carriera universitaria e della condizione di persone che da anni consentono il funzionamento dell’università, e che il governo vorrebbe semplicemente espellere dal sistema. Noi oggi presentiamo una proposta articolata per l’accesso dei giovani alla carriera universitaria: regole certe e percorsi rapidi di carriera per il futuro, misure per aprire spazi di carriera ai ricercatori, strutturati e precari”, ha precisato Meloni.

Il DDL Gelmini vuole solo cambiare una generazione di precari con una nuova, “noi vogliamo cambiare radicalmente – ribadisce il Pd – : un contratto unico di ricercatori in formazione, con tutele sociali e previdenziali. E stop a tutti i rapporti precari. Un ruolo unico di docenza articolato in livelli. Il pensionamento a 65 anni dei docenti. L’obiettivo è introdurre uno shock generazionale nell’università italiana: vogliamo abbassare di dieci anni l’età media dei docenti. I giovani devono sapere che si può andare in cattedra a meno di 35 anni, quando si è in grado di dare il meglio di sé. E servono interventi molto incisivi per la fase transitoria: concorsi e chiamate dirette per i ricercatori, sospensione del periodo massimo di permanenza di 10 anni per i precari, riconoscimento della loro attività per diventare ricercatori in percorso di ruolo, percorsi di welfare e valorizzazione della loro esperienza per quanti usciranno dall’attività nell’università. Il governo abbia il coraggio di confrontarsi immediatamente su queste proposte, per dare spazio ai giovani e consentire agli atenei di programmare le proprie attività. Poi riprenderemo a discutere degli altri temi, fondamentali per portare più efficienza e più qualità al sistema universitario. Noi ci siamo, e siamo certi di avere idee migliori delle loro”.

L’Unità 18.05.10

4 Commenti

  1. massimo baldini dice

    Insegno all’università, e devo dire che proprio non riesco a capire la logica della proposta di abbassare l’età di pensionamento a 65 anni per gli universitari.
    La invito alla lettura del recente articolo di Brugiavini e Weber sul sito lavoce.info che spiega bene perchè si tratta di una proposta controproducente.

    La ragione principale: nel sistema pensionistico contributivo, passare da 70 a 65 anni significa togliere alla carriera lavorativa proprio gli anni in cui lo stipendio e quindi i contributi sono piu’ alti, ridimensionando la pensione futura di circa il 20%. Questo vale soprattutto per i giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995 e a maggior ragione per i futuri ricercatori e docenti. La vostra proposta quindi in apparenza va a vantaggio dei giovani, in realtà li penalizzerà parecchio.

    Conviene studiare solo se c’è la ragionevole sicurezza di poter sfruttare le competenze acquisite per molto tempo. Proprio l’allungamento della vita lavorativa viene considerato da molti studiosi come il principale motivo che spiega l’aumento della propensione dei giovani a studiare in tutti i paesi del mondo negli ultimi decenni. Voi invece dite ai giovani che potranno beneficiare del proprio capitale umano per un numero decrescente di anni: se decidi di impegnarti per cercare di entrare all’università, potrai sfruttare queste competenze per non più di circa 30-35 anni (non solo in Italia, prima dei 30 anni è dura entrare, perchè bisogna fare il dottorato), mentre se cercherai un posto nel privato, avrai una decina di anni di vita lavorativa in più e una pensione molto più alta.

    Aggiungo che diventerà irresistibile la tentazione di accettare le tante proposte di lavoretti vari che spesso i docenti universitari ricevono, spesso senza effettivo valore scientifico: se stipendio e pensione vengono tagliati, bisognerà pur difendersi. Ne seguirà un peggioramento ulteriore della qualità della didattica e della ricerca.

    Infine, leggo che si vorrebbero tenere in “attività solo le «eccellenze» del sapere nazionale con contratti ancorati a ricerche in corso”. E’ evidente che questo apre le porte al rischio di discriminazioni, furberie varie e comportamenti opportunistici.

    Noto poi che nel testo da lei citato si fa largo uso della retorica dei “baroni”, che trovo di cattivo gusto in una proposta seria.

    Ci sarebbero tante riforme più utili: punire davvero chi non produce, aumentare di molto la quota del fondo di finanziamento ordinario dipendente dalla qualità della ricerca, abolire il valore legale del titolo di studio, ecc. Non perdiamo tempo dietro a falsi obiettivi che non cambiano nulla.

    cordiali saluti
    massimo baldini

  2. Giovedì, al Senato, comincia la discussione in Aula del DDL Gelmini; pertanto se vogliamo inserire nel dibattito pubblico la proposta di adeguare l’età pensionabile dei docenti universitari italiani ai livelli europei questo è il momento. Questo è il merito della questione, mentre non ha alcun valore politico rinviare, come lei propone, la discussione di questa proposta a quando saranno attuate modifiche nell’assetto dell’Esecutivo e della classe politica del Pd, modifiche che attengono a livelli di responsabilità ben diversi.
    Nel primo caso la parola è agli Italiani e conseguentemente a chi indicheranno come Presidente del Consiglio alle prossime elezioni. Non condivido l’operato del Governo e nel corso di questa esperienza parlamentare non ho mancato, non manco e non macherò di sottolineare la distanza di vedute che separa “loro da noi” nella costruzione della società futura, così come i comunicati e gli articoli ospitati su questo sito dimostrano con nettezza; ma con altrettanta nettezza mi dissocio dal suo giudizio, offensivo nei toni quanto vuoto di argomentazioni. Da chi rappresenta il mondo accademico, e lo fa soprattutto da una disciplina dalla evidente curvatura politica qual è la sua, è legittimo attendersi senso critico e profonda analisi, di cui è privo il suo commento.
    In merito al PD e all’accusa rivolta alla sua classe dirigente di vivere di politica, rinvio al nostro recente dibattito congressuale e alle iniziative assunte dai territori per innovare anche il personale politico (sarebbe anche necessaria una nuova legge elettorale, che da solo il Pd non può ottenere).
    Sono arrivate critiche pesanti a questa proposta avanzata dal Pd, mentre non ne ho lette di altrettanto vibranti contro la campagna denigratoria che da almeno un paio d’anni accompagna il dibattito pubblico sull’università e sul corpo accademico. Non sarebbe il caso di cominciare a rivendicare, con orgoglio e alla luce dei molti indicatori (anche internazionali), il buon lavoro scientifico che i ricercatori e i professori svolgono negli Atenei seppur con scarsissime risorse? Questa non sarebbe una iniziativa alimentata dallo “spirito di corpo”, bensì una battaglia per ristabilire un po’ di verità in un Paese in cui “farsi un’idea” propria è impresa ardua.

  3. Brunello Mantelli dice

    Cominciamo a mandare a lavorare le mignotte ed i ladri che sono al governo, nonché i tromboni che non han mai tirato uno spago in vita loro, vivendo di politica, come gran parte dei dirigenti del PD, e poi se ne riparla.

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