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«In Emilia accettiamo la sfida. Non basta parlare solo ai nostri», intervista a Stefano Bonaccini di Andrea Bonzi

Il segretario regionale Pd: «Il radicamento c’è ma faremo di più: entro l’anno nuovi circoli»
Arginare la Lega: «Urbinati ha ragione, dobbiamo essere percepiti come forza di cambiamento» La sfida? Andare a confrontarci non solo con “i nostri”, ma laddove i problemi emergono davvero. Anche a costo di prendersi qualche fischio». Non si nasconde, Stefano Bonaccini, segretario del Pd dell’Emilia-Romagna. Nella regione “rossa” per eccellenza, il messaggio – il calo dei consensi (non percentuale ma in termini assoluti) e l’avanzata della Lega Nord, mediamente al 13,7% – è stato recepito.
Ma c’è anche la consapevolezza di un partito che ha la forza per rilanciare l’azione politica.
Bonaccini, il Carroccio punta alla conquista dell’Emilia-Romagna. E usa le stesse armi del Pci di quarant’anni fa: forte identificazione coi propri elettori, da un lato, e radicamento sul territorio,dall’altro.
«Il Pd deve essere percepito come forza di cambiamento, perché noi non possiamo essere la fotocopia di chi sta dall’altra parte, su questo ha ragione la politologa Nadia Urbinati, e nemmeno un partito “né carne né pesce”. È il motivo per cui mi sono schierato con Bersani al congresso. Non ho mai creduto al partito senza identità, perché se le persone non percepiscono immediatamente chi sei e cosa vuoi fanno fatica ad affezionarsi al tuo messaggio».
Allora, cosa deve essere il Pd in Emilia-Romagna?
«Dobbiamo essere innanzitutto il partito del lavoro dipendente e della piccola media impresa, che con la cooperazione costituisce l’ossatura del nostro tessuto produttivo».
Facile da dirsi, ma da farsi? La Lega Nord avanza nonostante la crisi, anzi agitandone la paura…
«Qui c’entra il radicamento, perché rappresenti la società solo se sei parte di essa. Per questo i banchetti nei mercati e in piazza devono diventare la “costante” del Pd, non solo in campagna elettorale. Inoltre, sono convinto che la metà delle iniziative messe in campo per le Regionali forse sono servite a poco, perché rivolte a coloro che erano già convinti. Però, vorrei precisare: quando raccogli oltre il 40% dei voti significa che hai le spalle larghe.
Abbiamo migliaia di volontari che hanno consentito una campagna molto intensa».
Non c’è il rischio di consolarsi e non cambiare nulla?
«No, assolutamente. Entro l’anno vogliamo inaugurare una cinquantina di circoli nei luoghi di lavoro e di studio,come le università. Non basta, ma è un bel inizio.
Vorrei poi sottolineare che in 8 Comuni in cui si votava a fine marzo, tra cui Faenza (Ravenna) e Varano de Melegari (Parma) abbiamo vinto. E in alcuni casi, i cittadini sceglievano la destra per le regionali, e la sinistra alle comunali. Segno che un radicamento c’è».
Però – e si torna alla questione dell’identità – a queste persone bisogna poi avere delle cose chiare da raccontare. Il Pd ce le ha queste parole d’ordine?
«Organizzarsi non è sufficiente, è evidente, ma vale anche il contrario per chi, come noi, non ha le televisioni. Le faccio un esempio: il partito si è battuto in queste settimane contro la norma sull’arbitrato, un modo per aggirare l’articolo 18. Bene, adesso voglio che, nei prossimi giorni, andiamo a volantinare in 100 luoghi di lavoro, altrimenti rischiamo che una battaglia giusta nell’interesse dei lavoratori passi come acqua fresca. Ecco cosa intendo per forza riformista, popolare e radicata, che ha una sua idea di società e sa trasmetterla stando nella società materiale e non soltanto attraverso comunicati stampa e interviste.
Dobbiamo dare l’idea di voler cambiare il mondo. Altrimenti, che ci sta a fare il Pd?
L’Unità 07.04.10

1 Commento

  1. Paolo dice

    In tempi di analisi di voto, vi giro questa che ho trovato su http://www.agoravox.it che mi sembra utile e interessante

    Elezioni Regionali 2010, una prima analisi del voto
    A rivederci all’OK Corral.

    Il ministro Matteoli il 18 gennaio, prima quindi che cominciasse la campagna elettorale, aveva profetizzato: otto regioni al centrodestra. La Russa due mesi dopo era stato invece più cauto: “Da quattro Regioni per noi in su è un trionfo”, per arrivare al massimo del trionfalismo del capo del governo che, nell’ultimo giorno di campagna elettorale, ha affermato che “ogni regione in più costituirà un successo”. Non si capisce bene se il conto va fatto sulla coalizione di governo o sul PdL: dipende da come ognuno tira acqua al suo mulino.

    Nel frattempo c’era stato tutto il pasticcio autoconfezionato delle liste a Milano e a Roma, la censura preventiva ai talk-show della Rai, Berlusconi indagato a Trani (e quindi a Roma) assieme a Innocenzi e Minzolini, il flop del raduno delle camicie nere-azzurre a Roma, le solite farneticazioni del capo del governo contro i soliti noti. Il vero enigma erano le astensioni che, nel 2008, ammontavano al 28,61% degli aventi diritto. Secondo taluni la soglia di allarme sarebbe stata il 29,5%; in base ai dati ufficiosi (un aumento cioè di circa 8 punti) siamo di fronte ad una delegittimazione di tutta la classe politica: “Studi condotti in altri Paesi – afferma Piergiorgio Corbetta dell’istituto di ricerca bolognese «Carlo Cattaneo» – dimostrano che le cosiddette campagne elettorali negative, volte a delegittimare l’avversario, hanno per effetto principale non tanto l’indebolimento della controparte, quanto un indebolimento generalizzato di tutti i contendenti provocato da una perdita di fiducia degli elettori nei confronti della classe politica nel suo insieme”.

    E’ una delle regole base del marketing: mai parlare male della concorrenza, perché il cliente dubiterà di te, non della concorrenza. Berlusconi sta perdendo velocemente colpi se non si ricorda neppure i manuali di vendita, ed i suoi “clienti” l’hanno capito, punendolo. Chi per 15 anni lo ha incensato non poteva votare a sinistra, questo è chiaro, come è chiaro che l’anticomunismo viscerale è duro a morire.

    Il partito del 51% ha raccolto, secondo le ultime proiezioni, appena il 26,8%, quasi 20 punti in meno delle precedenti regionali (45,08%). Lo scarto è andato in astensioni e alla Lega, passata dal 5,56% del 2005 al 12,8% di oggi. Complimenti, cavaliere, lei sì che sa fare gli affari.

    Il bello comincia adesso perché Bossi ha già annunciato che alzerà il tiro dell’artiglieria pesante, e perché bisognerà vedere se Fini accetta collo obtorto la situazione o se andrà a battere cassa anche lui. Dimentichiamoci tutti i proclami e le dichiarazioni a caldo dei vari caporali e sergenti: l’appuntamento per tutti è all’OK Corral.

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