cultura

"La cultura in pericolo: Aiuto! Caravaggio scompare", di Marco Carminati

Che cosa ci resta oggi di Caravaggio? Due cose soltanto: le opere e i documenti d’archivio. Le tele del Merisi ci parlano dell’incommensurabile artista che le realizzò, i documenti ci restituiscono la testimonianza vivace dell’uomo Caravaggio, calato nel tormento del suo tempo.
I dipinti del Maestro si trovano oggi – giustamente – al sommo della considerazione pubblica: vengono ammirati da folle estasiate nelle chiese di Roma e nei musei di mezzo mondo, e tra poco una selezione di esse sarà protagonista di una grande mostra alle Scuderie del Quirinale, a partire dal 20 febbraio. L’alta reputazione delle opere di Caravaggio la si può misurare anche dai numerosi e accurati restauri cui sono amorevolmente sottoposte: due anni fa, ad esempio, venne splendidamente restaurata la Caduta di San Paolo Odescalchi, in questi giorni è in via di conclusione il recupero dell’Adorazione dei Pastori del Museo Regionale di Messina. Nessuno – giustamente – pensa di lesinare fondi e risorse quando c’è di mezzo la salvaguardia di un’opera di Caravaggio.
Ciò che è invece sorprendente è che a nessuno sembra stare a cuore l’altra faccia di Caravaggio: i documenti. Il nucleo più consistente (circa una settantina di “libroni”) si trova conservato all’Archivio di Stato di Roma nel bellissimo palazzo borrominiano della Sapienza, proprio di fianco al Senato della Repubblica. Questi documenti – di cui una decina in condizioni pessime – ci offrono uno spaccato emozionante di chi fu veramente l’artista, perché ci raccontano, ad esempio, le circostanze in cui nacquero i celebri capolavori romani del Maestro. Il grosso delle carte, però, è di carattere giudiziario: si tratta di denunce contro il pittore, di relativi interrogatori di magistrati, di ordini di cattura con un’unica, inevitabile destinazione: la prigione di Tor di Nona.
Il nostro Caravaggio era un autentico farabutto. Dal 1598 al 1606 risulta perennemente nei guai: insulta colleghi e avversari, attacca briga nei vicoli, manda «a fan culo» i poliziotti, prende a pugni i notai, tira piatti di carciofi in testa agli osti, gira illegalmente armato con spada e pugnale, non paga le tasse e talvolta neppure l’affitto. Il 28 maggio 1606 la combina più grossa del solito: durante una lite di strada uccide con la spada un’altra testa calda come lui, tal Ranuccio Tommasoni. Ma a questo punto deve scappare da Roma. Le carte d’archivio ci raccontano nei dettagli questo “romanzo nero”, riportando spesso in vita l’irruente voce di Caravaggio che, alle domande del magistrato, ovviamente rispondeva in prima persona.
Ebbene, molta di questa fondamentale documentazione è ora in grave pericolo: le carte di Caravaggio stanno andando a pezzi. A lanciare l’allarme è il direttore dell’Archivio di Stato Eugenio Lo Sardo che, coadiuvato dai colleghi Orietta Verdi e Michele Di Sivo, tiene sotto controllo le carte caravaggesche.
«Il problema – spiega il direttore – è questo: i documenti sono scritti con inchiostri fortemente acidi che, con il tempo, corrodono e bucano la carta. È possibile fermare questo degrado prima con un processo di deacidificazione della carta, poi colmando le lacune con inserti di pasta di cellulosa e infine ridonando forza alla superficie attraverso velature di sottilissimi fogli di carta giapponese».
Bene, direttore, perché non procedete in questo senso?
«Noi procediamo. Fino ad oggi siamo riusciti a mettere in sicurezza una parte delle carte di Caravaggio». Il direttore Lo Sardo apre un volume di ordini di cattura e mostra un foglio, perfettamente restaurato, nel quale il magistrato, che ha arrestato Caravaggio per porto abusivo di armi, sente la necessità di disegnare a lato del testo i corpi del reato: la spada e il pugnale di Caravaggio.
«Il fatto è – continua il direttore – che adesso sono completamente finiti i fondi pubblici per questi lavori e senza dotazioni non siamo in grado di proseguire. Mentre l’acido rischia di procedere più veloce di noi». Per farsi capire, apre un volume dove è conservato l’inventario delle cose appartenute a Caravaggio: si legge che l’artista possedeva uno specchio grande, due spade, alcune tele vergini, una chitarra, un violino e persino un paio di orecchini. Che emozione, è come entrare nella casa di Caravaggio! «Già, ma vede come è ridotto? È pieno di buchi: per ora riusciamo a leggerlo, ma se non si interviene non caveremo più una parola, soprattutto nella parte inferiore».
Possibile che lo Stato non supporti i restauri? «I tagli al settore dei Beni Culturali sono noti e drastici. E anche noi ne paghiamo le conseguenze».
Anche Caravaggio, a quanto pare, le sta pagando, paradossalmente proprio nell’anno in cui si celebrano in pompa magna, con mostre, restauri, iniziative e profusione di mezzi, i 400 anni della morte del pittore. «Sì, è proprio un paradosso – commenta il direttore – ma è ancor più paradossale il fatto che per restaurare e mettere in sicurezza i libri che contengono le carte di Caravaggio basterebbe ben poco».
Lo Sardo entra nel dettaglio. «I documenti che riguardano Caravaggio si trovano rilegati in grandi libri che contengono dai 600 ai mille fogli ciascuno. Ovviamente, dobbiamo restaurare non il singolo documento ma l’intero libro. Dobbiamo slegarlo, sottoporre tutti i fogli ai processi di deacidificazione, di integrazione e di protezione che le ho detto poc’anzi, e infine rilegarlo. Ebbene, per fare tutto ciò basterebbero 2.500 euro a libro: sono una decina i volumi che hanno bisogno urgente di intervento».
Non sembra possibile. «Sì, è così», conferma il direttore. Una cifra non certo esorbitante, che molti sponsor pubblici e privati potrebbero decidere di destinare ai restauri.
«A questo punto – dice il direttore – è quello che ci auguriamo, anche perché alla fine dell’anno, nella Biblioteca Alessandrina della Sapienza, organizzeremo una mostra dal titolo Lo scrigno di Caravaggio che, attraverso documenti, dipinti e oggetti, aspira a restituire non tanto l’artista quanto l’uomo calato nella sua città. Mi piacebbe far vedere a tutti documenti in buono stato».
Bene, il messaggio è chiaro, chiunque voglia aiutare a salvare le carte di Caravaggio si faccia vivo a questo indirizzo di posta elettronica: [email protected] Quel farabutto del Merisi, il direttore dell’Archivio di Stato e l’Italia intera ve ne saranno grati.
Il Sole 24 Ore 09.02.10