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"Il sospetto", di Gustavo Zagrebelsky

C’è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali, è ormai identificato con l’impasse in cui è caduto a causa di un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono quasi vent’anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima repubblica a questa situazione, che rischia d’essere la fine della seconda. La terza che si preannuncia ha tratti tutt’altro che rassicuranti.
Siamo probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del conflitto – la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal voto contro i giudici legittimati dal diritto – l’impresa è ardua, quasi come la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa anche nell’opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge, sono venuti a collisione.

Questa è la rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto, da un lato; che l’uomo politico si sia fatto strada con mezzi d’ogni genere, inclusi quelli illeciti, dall’altro. Se si guarda la situazione con distacco, questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le ragioni, come ormai l’esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza costrutto.

I negoziatori che sono all’opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma, probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.

Per raggiungere un accordo, si è disposti a “diluire” il problema pressante in una riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità dell’opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi “di sistema” per “riequilibrare” i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla reticenza (partire da dove s’era arrivati nella passata legislatura, ma per arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico, economico e mediatico, cioè il conflitto d’interessi, è o non è questione ancora da porsi?).

Vaghezza, reticenza e silenzio sono il peggior avvio d’un negoziato costituzionale onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c’è bisogno di evocare gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di “stasi”, insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per questo lo circondavano d’ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l’avversario. Quando si tratta di “regole del gioco”, tutti i giocatori hanno motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e d’incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora non c’è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.

Il veleno del sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i partiti che li rappresentano. Nell’opposizione, che subisce l’iniziativa della maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle radici profonde. L’uno è considerato troppo “politico”, cioè troppo incline all’accordo, purchessia; l’altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente contrario. Sullo sfondo c’è l’idea, per gli uni, che in materia costituzionale l’imperativo è di evitare l’isolamento, compromettendosi anche, quando è necessario; per gli altri, l’imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti Lateranensi), dall’altro l’intransigenza azionista (che condusse il Partito d’azione all’isolamento).

Tali paragoni, indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una riedizione del perenne contrasto tra l’etica delle conseguenze e l’etica delle convinzioni. L’uomo politico degno della sua professione – colui che rifugge tanto dall’opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare responsabilmente realtà e idealità – conosce questo conflitto e sa che esistono i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.

Ma da noi ora non è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un “giro” di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco o “arco costituzionale”, desiderando appartenere al quale si guarda ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl’ingredienti di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo, ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la sfiducia, svanire.

Il sospetto si dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e pratico, le cose su cui l’accordo c’è, quelle su cui potrebbe esserci a determinate condizioni e quelle su cui non c’è e non ci potrà essere. La risolutezza si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca l’una e l’altra. Manca soprattutto l’idea generale che darebbe un senso al confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell’ordine sparso delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma? Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove ci si vuol spingere? Sul ripristino dell’immunità parlamentare c’è una posizione, o ci sono ammiccamenti?

Quest’ultimo è il caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura della Costituzione su punti essenziali: l’elezione diretta del capo del governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera, eccetera. L’opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che significare implicite aperture, come quando si dice che “il problema c’è”, anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell’immunità parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d’una classe politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non come la correzione dell’errore, ma come la presunzione d’una classe politica che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si corre, nell’appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta reintrodotta l’immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all’interessato, con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l’opposizione. Ma allora, perché?
Perché, si dice, se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà avanti per conto proprio. Appunto: dove non c’è il consenso, avendo i voti, vada avanti e poi, senza l’apporto dell’opposizione, ci potrà essere il referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo.
La Repubblica 20.01.10

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Processo breve, battaglia al Senato. Il mantra del Pd: “E’ uno scempio”

I Senatori democratici leggono una dichiarazione comune: “Cinico progetto di disarticolazione della giustizia”. Schifani li riprende. Finocchiaro: “Centinaia di migliaia di processi andranno al macero”. Come previsto continua la battaglia sul processo breve. L’aula di palazzo Madama ha iniziato il rush finale che terminerà domani con il voto in diretta tv. Poi il testo passera’ alla Camera. Tra maggioranza e opposizione è muro contro muro. Oggi, in aula, tutti i parlamentari democratici hanno letto una dichiarazione fotocopia dove si fa riferimento alla decisione presa dalla Corte Europea su Cesare Previti e si attacca il provvediemento del governo. “Sarà come un mantra contro questo provvedimento”, spiega un senatore democratico. Una mossa che provoca l’irritazione del presidente del Senato, Renato Schifani. Che richiama i senatori dell’opposizione: “Basta con interventi da semi-ostruzionismo. D’ora in poi prendete la parola per parlare del merito”. Parole che non piacciono all’opposizione. “Il Pd sta mettendo in atto in aula una singolare forma di protesta perché nel pochissimo tempo che ci è rimasto, vogliamo portare a conoscenza degli italiani e delle italiane lo scempio che questo provvedimento sul processo breve recherà alla giustizia. Centinaia di migliaia di processi andranno al macero, centinaia di migliaia di persone vedranno negarsi la giustizia” dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dei democratici.

Ed eccolo il testo dell’intervento comune dei senatori democratici. Che parte dalla decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha dichiara inammissibile il ricorso di Cesare Previti: “La maggioranza – si legge – si accinge ad un ulteriore, devastante passaggio del suo cinico progetto di disarticolazione della giustizia italiana”.

“Al dispiegarsi di questo cinico progetto – prosegue la dichiarazione-fotocopia – assiste un pubblico esterrefatto e sgomento di avvocati, di personale giudiziario, di magistrati, di professionisti della sicurezza e, soprattutto, di cittadini. Mentre questa maggioranza – tristemente ridotta al rango di mera esecutrice di ordini – parla di dialogo, rifiuta con cocciuta e inquietante determinazione ogni ipotesi di miglioramento del testo in discussione, rendendo drammaticamente trasparenti le vere ragioni del suo procedere. Vi è uno scenario che si intravede, alla fine di questo percorso. Questo scenario è, nè più nè meno, che lo scempio della giustizia italiana. Lasciatemelo ripetere: lo scempio della giustizia italiana. Di questo scempio vi assumete davanti al Paese tutta la responsabilità, politica e morale”.
Critica anche la posizione dell’Idv che, per bocca di Antonio Di Pietro, assicura che sul processo breve ”non ci saranno sconti” e invita i cittadini “alla ribellione”.
Chiuse le votazioni. La “norma transitoria” passa con 144 si, 125 no e tre astensioni. L’opposizione insorge dicendo che si tratta di una norma “salva-premier”. Si applicherà ai processi in corso che riguardano reati indultati o indultabili con pene fino a 10 anni. La prescrizione processuale scatterà se saranno trascorsi due anni (per i processi futuri il termine è di tre anni) da quando il Pm ha esercitato l’azione penale senza che si sia concluso il giudizio di primo grado. Si applica anche ai giudizi in corso davanti alla Corte dei Conti ma non a quelli in Appello (un emendamento del relatore Giuseppe Valentino (Pdl) di questa mattina lo ha escluso). Per Giampiero D’Alia è “un’amnistia mascherata che difficilmente la Lega potrà spiegare ai suoi elettori”. E al termine, esaurito il voto degli emendamenti, l’Idv ha deciso di non lasciare l’aula, occupando gli scranni della presidenza in segno di protesta contro il provvedimento.
La Repubblica 20.01.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Tutti i rischi del “processo breve”

    Parla Giuseppe La Greca, ex consigliere della Corte di Cassazione: “Con i tempi attuali della giustizia c’è da attendersi una quantità smisurata di prescrizioni e di richieste di indennizzo allo Stato. Sorprende la mancata esclusione della corruzione”
    Si stringono i tempi sul ddl “processo breve”, una delle cosiddette leggi “salva-premier” ideata dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”. Caduto questo ddl, avevano ripreso il loro corso giudiziario due procedimenti penali pendenti nei confronti del premier Silvio Berlusconi. Il primo riguarda anche l’avvocato inglese Mills, che nel frattempo era stato separatamente giudicato e condannato dal Tribunale di Milano a quattro anni e mezzo per corruzione con una sentenza poco dopo confermata dalla Corte di appello e per la quale si attende la pronuncia definitiva della Corte di cassazione per il 27 febbraio. Il secondo procedimento riguarda invece questioni di frode fiscale addebitate a Mediaset. Nelle analisi della situazione che si era determinata, risultò a un certo punto ben chiaro che, dopo la sentenza della Corte costituzionale sul Lodo Alfano, per di più omologa alla decisione già pronunciata nel 2004 in riferimento al cosiddetto “Lodo Schifani”, la ricerca di una soluzione riservata a pochissime persone, fossero pure del più alto livello, avrebbe trovato insormontabili ostacoli.

    “Le due sentenze della Suprema Corte – spiega Giuseppe La Greca, ex consigliere della Corte di Cassazione, in un articolo su Rassegna Sindacale – sono solidamente incentrate soprattutto sul principio di uguaglianza, ritenuto per giunta di particolare rilievo proprio nell’ambito della giustizia. Non è un caso, del resto, che nelle democrazie occidentali soltanto il capo dello Stato possa fruire, per intuibili ragioni del tutto eccezionali, di tutele analoghe a quelle che ha il nostro presidente della Repubblica e che comunque attengono soltanto a fatti verificatisi nello svolgimento delle funzioni connesse alla carica. In questo contesto è stato presentato il disegno di legge sul pocesso breve, oggetto di molta attenzione e anche di critiche”.

    Il ddl in questione prevede anche indennizzi da parte dello Stato in relazione alla durata troppo lunga dei processi: due anni per il primo grado, due anni per l’appello, due per il giudizio di legittimità e un solo anno in caso di giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione. “Se si tiene conto dei tempi attuali della giustizia – scrive La Greca – è facile prevedere che le richieste di indennizzo e quindi i relativi procedimenti avranno un grande incremento, moltiplicando così la quantità di queste particolari cause, che già sono divenute a loro volta fonti imponenti di affari giudiziari”. Si avrà quindi una mole di lavoro imponente a fronte di quantità di magistrati e di funzionari di cancelleria che rimarranno invariate. Analoga osservazione per quanto concerne la quantità degli indennizzi, “che certamente – osserve La Greca – cresceranno quanto al numero e quanto alla spesa, pur se nulla prevede al riguardo il disegno di legge. Un computo analogo è previsto anche per il giudizio penale: i reati si estingueranno per prescrizione nel giudizio di primo grado, nel giudizio di appello e nel giudizio di legittimità, ogni volta che nella fase verrà superato il termine di due anni”.

    Questa riforma “si colloca indubbiamente nella linea indicata dal principio costituzionale della ragionevole durata del processo – argomenta poi l’ex consigliere della Suprema Corte – ma lo fa in modo in modo sbilanciato, perché non considera, come pure si dovrebbe fare, la tutela delle persone offese e il rispetto della legge. Stante l’attuale situazione della giustizia penale, è da prevedersi una quantità smisurata di prescrizioni. Tutto ciò non può non essere preoccupante, anche se dalla disciplina sono stati esclusi gran parte dei reati più gravi”.

    “Sorprende, inoltre, la mancata esclusione dalla prescrizione anticipata della corruzione, reato considerato di particolare gravità specialmente in sede internazionale, anche perché di recente l’Italia, con legge 3 agosto 2009 n. 116, ha anche ratificato la Convenzione contro la corruzione, adottata all’Assemblea generale dell’Onu il 31 ottobre 2003 con risoluzione n. 58/4”, E intanto l’Italia, secondo l’ultima classifica stilata da ‘Transparency International’, la coalizione mondiale contro la corruzione, scivola dal 35° al 63° posto a pari merito con l’Arabia Saudita.
    da Rassegna.it

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