Gli insegnanti italiani lavorano troppo poco o l’orario di insegnamento è in linea con quello dei colleghi europei? L’aumento da 18 a 24 ore dell’orario di insegnamento contenuto nella legge di stabilità per il 2013, in discussione alla Camera, sta spaccando a metà l’opinione pubblica italiana. Una parte ritiene legittimo l’aumento di sei ore settimanali a carico dei docenti di scuola media e superiore. Che questo aumento sia poi a costo zero – non è previsto neppure un euro in più sullo stipendio – è un altro discorso. L’altra metà dell’opinione pubblica è contro l’aumento forzoso dell’orario di insegnamento previsto per i prof italiani.
Ma per quante ore a settimana stanno in classe in Europa i docenti, più o meno delle 18 ore settimanali svolte in Italia? E quanto lavorano, comprese tutte le attività funzionali all’insegnamento: correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento, partecipazione alle riunioni pomeridiane, incontri con i genitori e incontri informali per affrontare le problematiche che si presentano a scuola. E quanto guadagnano?
Da alcuni anni a questa parte, considerando l’istruzione dei cittadini un fattore strategico per lo sviluppo economico, Unione europea e Ocse studiano a fondo i sistemi scolastici degli stati aderenti. In Europa, secondo la banca dati Eurydice della Commissione europea, i docenti di scuola media e superiore lavorano da un massimo di 23 ore a settimana della Scozia
a un minimo di 14 ore di Polonia e Turchia. In media, 18,1 ore settimanali per i docenti di scuola media e 17,6 per i colleghi delle superiori. Le 24 ore settimanali di insegnamento inserite nel disegno di legge di Stabilità non sono contemplate in nessuno dei 34 paesi europei presi in considerazione da Eurydice e collocherebbero l’Italia al primo posto in assoluto.
Le 18 ore settimanali attuali svolte da prof italiani sono perfettamente in linea con la media europea e, per la scuola superiore, sono anche al di sopra della media. Quello che contestano al governo i docenti è che le 18 ore a settimana rappresentano soltanto una parte dell’impegno complessivo. In alcuni paesi europei, questo impegno, lo hanno quantificato. E si scopre che l’orario di insegnamento è solo una parte dell’impegno complessivo. In Germania, l’orario di insegnamento alla media e al superiore uguale a quello degli insegnanti italiani: 18 ore. Cui corrispondono 30 ore di presenza a scuola settimanali e 40 ore di impegno settimanale complessivo, lezioni e presenza a scuola compresi.
Stesso discorso in Danimarca – 20 ore di lezione a settimana alla media e 19 al superiore – per un impegno complessivo di 37 ore settimanali. E analogo discorso in Spagna – 38 ore complessive a settimana – e in Scozia: 23 di lezione, 28 di presenza a scuola e 35 ore complessive di impegno settimanale. Ma nella maggior parte de casi – Italia compresa – l’unico orario prestabilito è quello delle lezioni da svolgere in classe. Le 18 ore settimanali italiane corrispondono, in base a questi dati, ad un impegno complessivo variabile fra le 35 ore della Scozia e le 40 ore della Germania.
Ma in tutte le nazioni che hanno computato il lavoro totale degli insegnanti presentano uno spread con l’Italia i termini di retribuzioni di gran lunga superiore a quello tra i bond tedeschi e i titoli di stato italiani. In Germania, un’insegnante di scuola superiore con 15 anni di servizio percepisce, secondo l’Ocse, la stratosferica cifra di 66.895 dollari Usa equivalenti, l’83 per cento in più di un collega italiano nelle stesse condizioni. Il divario di stipendio con la Danimarca scende al 59 per cento e con la Spagna al 33 per cento. Lo spread con i prof lussemburghesi, anche questi impegnati per 18 ore a settimana in classe con gli alunni e ai quali viene richiesta la presenza a scuola per 20 ore – comprese le 18 ore di lezione settimanali – è addirittura imbarazzante: 101.775 dollari Usa all’anno, quasi il triplo dei 36.582 percepiti da un professore italiano.
da repubblica.it
Latest Posts
"La battaglia degli uomini che amano le donne", di Mariella Gramaglia
I più simpatici sono Cristofer e Gilberto, grembiulone, a rigatino sottile bianco e rosso, genere salumeria dall’igiene ineccepibile, sorriso accogliente. Alla prima prova di registrazione si impappinano, non riescono a trovare il ritmo del duetto. Poi funziona e si alternano disinvolti. «Noi aderiamo a uomini contro la violenza sulle donne». «NoiNo.org». «Aderisci anche tu». Siamo a Bologna. La campagna, nata dalla fondazione del Monte (Banca del Monte di Bologna e Ravenna) e dall’associazione storica del femminismo bolognese «Orlando», vuole parlare al cuore degli uomini. Rivolgersi a quelli che non odiano le donne, che sono pronti a guardarsi dentro, a non nascondere le parti cattive di sé, ma anche a preservare la propria dignità e a segnare le distanze da chi, le donne, le fa soffrire.
Di quegli altri dicono: «Non sono più forti di noi, sono solo violenti».
La sorpresa più piacevole è che, fra gli attivisti e i testimoni, gli intellettuali siano un’esigua minoranza: uno scultore, un filosofo, Marco Cammelli, il banchiere illuminato che ha partecipato al laboratorio da cui è nata l’idea, e pochi di più.
I veri protagonisti? Dario, istruttore di boxe: «in palestra è forza, in casa, con la donna che hai al fianco, è violenza». Davide, barista. Maurizio, taxista. Bernardo, cuoco: «E’ un problema nostro, non delle donne». Virgilio, apicoltore: «Non voglio più essere complice». Luigi, commerciante: «Io non sarei nessuno senza mia moglie».
Nel gergo della Rete si dice che ora stanno lavorando al «community building». Hanno disegnato una mappa della città e del suo circondario e indicato con un puntino rosso «NoiNo» il luogo del negozio, dell’officina, del posteggio, dello studio, dove altri uomini, se vogliono, li potranno andare a trovare. Per raccogliere il materiale informativo, per appuntarsi al petto la spilletta che segnala una scelta, per discutere, magari per formare gruppi di sostegno reciproco in modo che la tentazione della violenza non si affacci più alla mente.
Naturalmente si sono fatti aiutare da professionisti della comunicazione («Studio talpa» e «Comunicattive»), ma ora intendono camminare soprattutto da soli e scommettere sulla macchia d’olio che si allarga. Quanto alle altre città, se vogliono imitarli, possono accomodarsi: l’idea è «copyleft», a disposizione di tutti, senza diritto d’autore.
Per realizzarla occorre anche un vocabolario, in cui cercare tre verbi.
Minacciare: «per farle temere un male futuro, per costringerla a fare qualcosa».
Umiliare: «avvilirla, mortificarla».
Picchiare: «colpirla, ferirla, percuoterla».
Dal far risuonare i tre verbi, accompagnati da un pronome femminile, non vaganti in un infinito senza complemento oggetto, comincia la riflessione e, magari, la via per qualcosa di nuovo.
Nulla nasce dal nulla, si sa. E’ dal 2006, dopo che tanti piccoli gruppi informali decisero di darsi un’identità comune, che è sorta in Italia la prima associazione di uomini che ha fatto della lotta contro la violenza verso le donne la sua carta d’identità. Si chiama «maschile plurale» (www.maschileplurale.it) e scrisse nel suo manifesto fondativo: «la violenza contro le donne ci riguarda e intendiamo prendere la parola come uomini». Per un po’ è stata osservata da alcuni con sospetto: sofisticata, intellettuale, persino un po’ snob.
Ma il lungo lavoro è stato utile. Gli indizi del fatto che molti uomini non ne possano più di passare, con attenzione leggera, su stupri e femminicidi sono ormai molti. Un volto popolare della televisione come Riccardo Jacona («Se questi sono uomini», Chiare Lettere) ha gettato sul tavolo una carta forte: consideriamo questa tragedia – ha detto – come le stragi di mafia e di camorra. E aiutiamo i violenti a non sbagliare più, come già avviene in alcune strutture d’avanguardia a Bolzano e a Torino (associazione «Il cerchio degli uomini»).
All’inizio degli Anni Ottanta, a Boston ci fu una tale ondata di violenza sulle donne che alcune inventarono il movimento delle «lanterne verdi»: dove una passante o una vicina, impaurita e perseguitata, vedeva una lanterna verde alla finestra, poteva rifugiarsi e trovare un porto sicuro.
Quello di Bologna potrebbe diventare il movimento dei bottoni rossi: quando un uomo sente che il suo Mister Hyde sta prendendo il potere su di lui, vada in cerca di chi lo può aiutare. Di corsa. Prima di fare del male.
La Stampa 29.10.12
"Una follia eversiva destabilizza il Paese", di Eugenio Scalfari
Non so dire se si stia assistendo a un’opera comica o a un’opera tragica; certo vedere e ascoltare un personaggio che è stato protagonista della politica e del costume nell’Italia di questo ventennio completamente fuori di testa è allo stesso tempo grottesco e preoccupante. Qualche giorno fa l’ex premier aveva dichiarato di rinunciare definitivamente alla candidatura alla premiership.
Due giorni dopo sembrò averci ripensato: «Il popolo mi vuole» aveva detto sotto la spinta della Santanchè (!) poi aveva di nuovo battuto in ritirata, la sua candidatura a Montecitorio restava un’opzione ma per Palazzo Chigi avrebbe corso il vincitore di improbabili primarie.
Infine il colpo di scena di sabato dopo la sentenza di Milano che lo condanna a quattro anni (tre condonati) e all’interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale. La conferenza stampa durata quasi l’intero pomeriggio ha spaziato dall’attacco alla Germania a quello contro il governo Monti, poi una raffica di contumelie contro i magistrati comunisti e contro la Corte costituzionale di sapore decisamente eversivo, tirando in ballo lo stesso Capo dello Stato che ne ha scelti cinque (ovviamente proni ai suoi voleri). Infine la minaccia di staccare la spina al governo e andare alle elezioni in gennaio per sollevare il popolo dalle miserie in cui il governo dei tecnici l’ha precipitato, e di nuovo sullo sfondo la riconquista di Palazzo Chigi con l’aiuto della Lega e del bravo Maroni, con tanto di faretra piena di frecce da lanciare contro i nemici della patria che il nostro Silvio tanto
ama.
Non c’è molto da commentare su una deriva populista ed eversiva di queste dimensioni. Solo Giuliano Ferrara riesce a intravedere in questa tragica pagliacciata qualcosa che rievochi la saga dei Nibelungi. Ma c’è di che riflettere sulle possibili conseguenze.
I mercati anzitutto. È difficile pensare che assistano a questo sconquasso mantenendo la calma. Magari sarà solo una sfuriata passeggera e la calma tornerà se il Pdl che è ancora maggioritario in Parlamento scaricasse il suo capo.
Ma esiste ancora quel partito? E sopporta senza emettere un fiato o muovere un dito una vicenda di questo genere?
Se i suoi seguaci non lo sconfesseranno i mercati ci martelleranno duramente e a lungo con conseguenze molto serie su un Paese già tormentato e rabbioso.
Qualche segnale politico arriverà oggi dalla Sicilia. Sia pure con tutte le singolarità di quella regione, il test siciliano avrà una portata nazionale sia per quanto riguarda i consensi alla lista di Grillo sia per la tenuta o lo sfascio del Pdl nello scontro tra il suo candidato e quello del Pd-Udc.
Alla fine bisognerà decidere, perché se da quella bocca continueranno ad uscire parole deliranti, se i mercati useranno il randello contro il debito italiano, se la Lega da un lato e Grillo dall’altro urleranno nei loro megafoni lo slogan del “Monti no”, aspettare la fine naturale della legislatura fino al prossimo aprile diventerà impossibile.
Occorrerà naturalmente che il Parlamento approvi la legge di stabilità finanziaria, ma poi si porrà concretamente il tema dello scioglimento anticipato delle Camere
per poter votare a febbraio.
In queste condizioni sembra molto difficile che si possa varare una nuova legge elettorale. Resterà l’orribile Porcellum ma i partiti che abbiano un senso di responsabilità potranno almeno introdurre le preferenze al posto delle liste bloccate restituendo agli elettori la facoltà di scegliere i loro candidati.
Se le cose andranno in questo modo, in mezzo a tanti aspetti negativi ce ne sarà almeno uno positivo e tutt’altro che marginale: l’avvio della nuova legislatura e la nomina del nuovo governo che tenga conto della volontà degli elettori, ed anche dell’interesse generale dello Stato, spetteranno a Giorgio Napolitano. Un timoniere lucido, una mano ferma e un’ancora solida sono indispensabili quando il mare è in tempesta.
La Repubblica 29.10.12
******
“Germania offesa, un suo ritorno è la fine dell’euro”, di ANDREA TARQUINI
«Credo che Angela Merkel non reagirà. Ma per la Germania Berlusconi è il volto brutto, egoista dell’antieuropeismo. Un suo ritorno al potere sarebbe il crollo dell’euro». Michael Stuermer, ex consigliere di Kohl, storico e intellettuale di punta del centrodestra di governo tedesco, ha parole durissime.
Professor Stuermer, come reagirà la cancelliera a queste nuove frasi di Berlusconi su di lei?
«Probabilmente non reagirà. Quelle frasi sono al di sotto di ogni livello civile, non vale la pena dar loro importanza ».
Ma a caldo, che umori suscitano qui?
«Viene da dire che lui farebbe tutto per salvarsi, dopo la sentenza. Chi rappresenta oggi? Il 10 per cento degli italiani, direi, e non ha prestigio né in Germania né in Italia».
I suoi toni appaiono politicamente pericolosi?
«Verso di lui qui c’è da tempo sfiducia, mentre è Monti che gode di prestigio e fiducia di Angela Merkel. Establishment ed elettori qui vedono Berlusconi come un uomo senza scrupoli o malfattore, da cui ci si può sempre attendere solo il peggio. Mentre appunto c’è grande fiducia verso quanto Monti dice e tenta di fare. Per i tedeschi è palese che da tempo Berlusconi dovrebbe essere finito in prigione, così come è chiaro che non ci andrà».
Non temete il suo ritorno in scena?
«Bé, è chiaro che — parlando a livello di mere ipotesi teoriche — un suo ritorno al governo sarebbe la fine dell’unione monetaria europea, non solo della partecipazione dell’Italia all’euro. Perché l’Italia è un paese troppo pesante, non è la Grecia, e nemmeno la Spagna, aprirebbe una reazione a catena fatale per tutta l’eurozona. Speriamo che gli elettori lo sappiano. Un suo ritorno sarebbe una bufera tremenda».
Che effetto fanno alla Berlino politica quelle parole antitedesche degne d’un estremista greco?
«Questa “Euro-Krise” sta ovunque divorando la democrazia e la ragionevolezza della gente, crea ovunque radicalismi e spinte irrazionali, odii e diffidenze. Già Angela Merkel non è
davvero una grande comunicatrice quando si tratta di spiegare la sua scelta di salvare l’Euro, e Monti non è meglio di lei su questo punto, inoltre Monti ha tentato di fare molto ma ha fallito in molti dei suoi tentativi di riforma. Berlusconi, con quel linguaggio si appella al nazionalismo più egoista e aizza odio contro la Germania. È molto pericoloso, e qui si teme che col suo potere mediatico egli possa rafforzare queste èco e questi umori».
E Monti accusato di seguire i Diktat di Merkel?
«Ma quali Diktat! Monti come Merkel cerca di governare e tornare al rispetto dei trattati. Non ci sono Diktat di Angela Merkel, ci sono trattati sulla moneta unica che sono stati violati».
La Repubblica 29.10.12
«Ritorno Berlusconi è ritorno populismo», da www.unita.it
Bersani a Domenica In: «Potevo andare alle elezioni otto, dice mesi fa quando eravamo sull’orlo del baratro». Il segretario del Pd ribadisce che «si va a fine legislatura». «Sono preoccupato di questa posizione di Berlusconi perché di populismi ne abbiamo già un bel po’».
«Ci rivolgiamo con apertura ad un centro che non si lasci incantare dai pifferi del populismo». Matteo Renzi piace a destra? «La destra è in crisi, tanti elettori interpretano novità e hanno avuto intenzione di giocare a casa nostra non avendo le primarie». Lo dice Pier Luigi Bersani a ‘Domenica in’. «Ora mi fa piacere che le primarie si terranno anche ne centrodestra», dice Bersani, «vorrei che le facesse anche Grillo, nessuno può stare in un tabernacolo».
«Renzi non sia convinto di dar per nuove ricette già viste negli anni 80 o 90, sia nei meccansimi di comunicazione sia nei contenuti». Lo ha detto il leader del Pd Pier Luigi Bersani, intervistato a ‘Domenica in’ su Raiuno. «Il Pd – ha aggiunto – è pieno di difetti, ma è l’unica carta che abbiamo, vogliamogli bene. A volte sento dei toni troppo aggressivi, che sembra che vengano dagli avversari». Bersani ha rivendicato la scelta di aprire alla partecipazione del sindaco di Firenze alle primarie in deroga allo statuto del Pd«L’ho fatto per l’Italia, c’è un distacco tale fra cittadini e istituzioni che se la politica non mostra di rischiar qualcosa, di guardare la gente all’altezza degli occhi…». Insomma, «è un segnale», ha spiegato. Quanto al fatto che Renzi ‘piace a destrà, il leader democratico non ha infierito: «La destra è in difficoltà e tanti elettori cercano novità», ha commentato.
"Diffamazione, meglio nulla che questa legge", di Stefano Rodotà
Come sempre le leggi ad personam portano a un pessimo risultato. Per “salvare il soldato Sallusti” dal carcere si istituisce un clima di intimidazione che limita il diritto all’informazione e la libertà d’espressione. Meglio fermarsi e non fare nulla, allora, perché si è imboccata una strada sbagliata». Secondo il professor Stefano Rodotà, ex Garante della Privacy, la legge sulla diffamazione all’esame del Parlamento è profondamente sbagliata, anche nei tentativi di compromesso. Professore, lei cosa pensa del testo di legge che si sta discutendo al Senato? «È stata imboccata una strada assolutamente sbagliata, è inevitabile quando si fanno le leggi ad personam. Ora, io sono d’accordo che in casi come questo il carcere vada eliminato, però vorrei fare una disgressione: non possiamo affiancare una giustizia di classe a una legislazione di classe».
In che senso?
«Se rischia di andare in galera Sallusti si mobilita il Parlamento, ma se ogni giorno c’è una legislazione pessima che manda in galera il piccolo spacciatore e l’immigrato, nessuno se ne preoccupa o pone all’ordine del giorno un intervento. Invece nessuno muove un dito. Da decenni ci trasciniamo la revisione del Codice Rocco, ma anche dell’uso sconsiderato del carcere, anche in una legislazione più recente, per quanto riguarda droga e immigrazione».
Sono state bocciate le modifiche al testo sulle quali era stata trovata un’intesa. Con il voto segreto si rischia quindi di approvare una legge censoria? «Sinceramente anche il compromesso notturno non mi era piaciuto per niente. Io ho detto subito che era una legge “vendetta”, più che una legge bavaglio. Stanno usando lo strumento di questa legge per regolare i loro conti contro i giornalisti. Una ritorsione che discredita le istituzioni. Nella “legge bavaglio” sulle intercettazioni, della cui definizione mi prendo la paternità, il bavaglio era esplicito, si diceva: queste cose non potete pubblicarle. Questa è peggio, è la minaccia della rovina economica. La censura di mercato non è una novità: tu sei libero, ma corri un tale rischio economico che ti asterrai dal tenere una serie di comportamenti».
C’è chi ha propostao di eliminare solo la parte che prevede il carcere.
«Al Senato il punto è: se noi leviamo il carcere dobbiamo mettere in piedi un meccanismo di riequilibri a favore delle vittime. Ma senza toccare il diritto all’informazione. Per me la diffamazione non è un reato di opinione, è discreditare le persone, come nel caso specifico, con la pubblicazione di una notizia falsa. Nessuna indulgenza, se elimini il carcere devi mantenere sanzioni adeguate alla gravità del comporamento avvenuto. Ma tutto ciò si sta convertendo, anche nel compromesso notturno, in una limitazione grave alla libertà del pensiero.
Quali sono i punti peggiori?
«Imporre multe così alte, unite alla sospensione della professione, all’incidere sul finanziamento pubblico alla stampa, ecco, tutto ciò non è solo rivolto a impedire che si tengano comportamenti diffamatori, ma crea un enorme rischio del disincentivo all’inchiesta».
Un’autocensura?
«Sì, un’autocensura nata non dalla compiacenza verso il potente, ma dalla paura che le conseguenze di un’attività giornalistica diventino insostenibili economicamente. Perché le sanzioni devono esserci, ma proporzionate. Il diritto alla libertà del pensiero non è solo del singolo giornalista, ma è il diritto d’informazione dei cittadini, reprimere questo porta a un’informazione meno completa. E c’è un abuso della querela come intimidazione: querelo per qualunque cosa e chiedo risarcimenti milionari, senza dover pagare nulla nel caso perda la causa».
Cosa pensa di come verrebbe regolato l’obbligo di rettifica?
«È sbagliato. È formulato in modo che questa rettifica deve essere pubblicata
con una certa evidenza e non accompagnata da un commento del giornale, anche nel caso di un fatto vero, non si può dire nulla. Cosa succede? Che si dà diritto all’autorappresentazione di chi si ritiene diffamato: io sono quello che dico di essere, non quello che risulta dai miei comportamenti, in conflitto con la realtà dei fatti. Eppure sono state suggerite delle altre strade».
Quali?
«Quella di accelerare al massimo i processi, perché di fronte alla gravità indubbia della diffamazione per la vita di una persona si ha diritto sì a una rettifica, ma con un filtro, l’accertamento da parte del giudice. Così sì che è una riparazione, perché è vero quel che accade: la notizia data in pagina uno e la rettifica nascosta a pagina 40.
Anche per il web sanzioni censorie, si richiede ai siti la rettifica immediata. «Sul web c’è un’ignoranza, una non conoscenza di come funziona la Rete. Su Wikipedia hanno pubblicato un banner in cui avvertono che se passasse questa norma Wikipidia in Italia sparirebbe, perché ognuno potrebbe cancellare non ciò che è falso, ma ciò che non è a lui gradito. Insomma, è un approccio dilettantistico, non si è guardato neanche il “diritto all’oblio” sostenuto da Viviane Reding».
Quali soluzioni propone?
«Be’, io capisco i giornalisti che dicono: se l’eliminazione del carcere dalla legge fa diventare la nostra professione impossibile, allora meglio lasciare tutto come sta. La strada giusta sarebbe eliminare il carcere, accelerare i processi per ripristinare l’onorabilità del diffamato, avere pagati i danni stabiliti ma anche una rettifica adeguata, la situazione potrebbe migliorare. Tutte le altre strade scelte creano limiti alla libertà d’espressione».
Il Pd sta puntando a uno stop, al rinvio del testo in commissione.
«Sarebbe meglio, perché quando si mettono le mani sui diritti in maniera inappropriata, allora è meglio non toccare nulla».
da repubblica.it
Può partire dalla Sicilia l'inizio del cambiamento
“Per noi le elezioni regionali siciliane saranno un test importante, un test nazionale, forse per altri non è così ma per noi sì”. Così il segretario del PD Pier Luigi Bersani a sostegno della candidatura di Rosario Crocetta per le elezioni alla presidenza della Regione del 28 ottobre che porteranno al voto poco più di 4 milioni di siciliani.
“Crediamo che dalla Sicilia possa partire una nuova stagione di cambiamento per il Paese e il messaggio centrale è lavoro e legalità – ha chiarito Bersani – in cui il principio base è che siamo un Paese unito. Abbiamo bisogno di iniziare una stagione nuova, dove si ripristinino processi di crescita, valori, la consapevolezza che siamo un Paese solo, non Nord e Sud, siamo un Paese che si chiama Italia”.
“Ci si salva insieme – ha continuato Bersani – perché siamo tutti nella stessa barca. Dopo la semina maledetta di una destra a traino leghista, adesso il cambiamento deve venire dal Sud, con legalità e lavoro come parole d’ordine. Le elezioni qui in Sicilia possono essere un segnale triplo in questa direzione di cambiamento. In questi anni abbiamo assistito ad un inganno micidiale, a un’assurdità totale, l’Italia ha cancellato la parola ‘Mezzogiorno’, pensando che in questo modo si potesse fare decollare il Nord, ma non è stato così. Ecco perchè bisogna concentrarsi sul tema del lavoro al Sud, in quanto la situazione è esplosiva. Bisogna attrezzare meglio le istituzioni e la politica per affrontare la questione sociale”.
“Produttività non è solo il muscolo del lavoratore. C’è anche la disponibilità del lavoro a darsi, azienda per azienda, elementi di flessibilità. Ma qui ci vogliono investimenti per fare produttività. Servono investimenti di innovazione – ha detto Bersani – ci vogliono sistemi amministrativi e di infrastrutture che funzionino meglio. Ci vuole un piano Paese e bisogna trovare investimenti ai quali agganciare una disponibilità del lavoro, di fronte a questi investimenti, darsi una flessibilità organizzativa. E qui le contrattazioni aziendali possono avere un gran valore”.
Tornando a parlare delle prossime elezioni regionali in Sicilia, il Segretario democratico ha spiegato la posizione del PD: “A noi spiace che non sia stato possibile aggregare tutto il centrosinistra attorno alla candidatura di Rosario Crocetta. La nostra strategia è di riorganizzare l’area progressista, aprendoci al confronto con l’area centro-liberale che vuole sciogliere l’ipoteca della destra”.
da www.partitodemocratico.it
******
“Alle urne 4,5 milioni di siciliani si vota solo oggi dalle 8 alle 22”, di Emanuele Lauria
Con lo spettro dell’astensione, e con l’incognita 5 stelle temuta dai maggiori partiti, va in scena oggi l’appuntamento elettorale più incerto degli ultimi anni. Chi vincerà la sfida degli aspiranti governatori, stando alle previsioni della vigilia, lo farà sul filo di pochi voti. E per la prima volta, nella storia della Regione, non avrà una maggioranza all’Ars. Questo perché la legge elettorale siciliana assegna alla coalizione collegata al presidente più votato un “bonus” di otto seggi (attribuiti ai candidati del listino) che non garantisce il raggiungimento di quota 46. Saranno decisivi gli accordi post-voto. Crocetta o Musumeci: a sentire i leader di Pd e Pdl, Bersani e Alfano, la sfida è solo fra questi due candidati. Entrambi stimati sotto il 30 per cento. Ma Micciché non ha dubbi: “Stanno facendo di tutto per far credere che non sia in corsa. Ma vinco io, lo dico con assoluta certezza”.
E poi c’è appunto l’effetto Grillo, quell’onda che – partita dallo Stretto con la traversata a nuoto del comico- santone – ha raggiunto una quarantina di affollate piazze della Sicilia. Convincendo i sondaggisti a tenere in considerazione M5S anche come possibile primo partito nell’Isola. E qualcuno addirittura pensa che la crescita dei consensi
nei confronti di Grillo possa consentire al suo candidato presidente, Giancarlo Cancelleri, un inserimento nella corsa per Palazzo d’Orleans. Fantapolitica? Poi c’è la partita della sinistra, e della sua candidata Giovanna Marano, una corsa ad handicap nata dalla forzata rinuncia di Claudio Fava e proseguita su un terreno dell’opposizione dura e pura su cui hanno imperversato i grillini.
La posta in palio è alta. Per una Regione sull’orlo del crac finanziario (con un indebitamento sul mercato che viaggia verso i 6 miliardi) e afflitta da emergenze sociali già esplose in questi giorni. E per un sistema politico che mostra tutte le sue crepe .Si vota solo oggi dalle 8 alle 22, domani alle 8 comincerà lo scrutinio. Oltre ai dieci candidati alla presidenza, 1.629 aspiranti deputati sono inseriti nelle 19 liste collegate, tra cui 32 inquisiti con diversi guai giudiziari. Il test siciliano, che anticipa le Regionali in Lazio e Lombardia e le Politiche, avrà un rilievo nazionale. Nel campo del centrodestra e nell’area progressista.
Angelino Alfano, venerdì mattina, ha invitato a non fare delle elezioni siciliane “una questione di vita o di morte per il Pdl”. Ma ha anche fatto un invito piuttosto emblematico: “I siciliani votino il Pdl incoraggiando lo sforzo di grande cambiamento voluto da Berlusconi. I siciliani dimostrino che il Pdl c’è, che è in campo e può dare un buon risultato”. Il segretario del Popolo della libertà mette le mani avanti, ma è difficile non attribuire alle elezioni nella sua regione un peso determinante: sia per la leadership e sia, di conseguenza, per le chances di successo alle primarie del 16 dicembre. Impresa ardua, quella affidata a Nello Musumeci, dopo le defaillances del Pdl nelle amministrative di primavera, il passo indietro di Berlusconi e la condanna del Cavaliere nel processo Mediaset. Non a caso, Musumeci in questi giorni ha invitato al voto disgiunto.
Nel Pd la prospettiva è diversa. Un successo di Crocetta potrebbe spianare la strada a un (difficile) accordo fra Pd e Udc anche in vista delle Politiche. Ma l’obiettivo, ha detto Bersani, è quello di ricomporre l’area fra progressisti e moderati. “Questa è la prospettiva per la quale noi lavoriamo – afferma Massimo D’Alema – e naturalmente il voto siciliano può incoraggiarla”. C’è da dire che, se Bersani guarda principalmente a Vendola, l’Udc pensa a una lista per l’Italia che andrebbe in direzione opposta, quella delle forze che sostengono Monti.
La posta è significativa anche per l’area autonomista, che sostiene Micciché e che ha potuto disporre, in campagna elettorale, anche della gestione amministrativa della Regione. Raffaele Lombardo (l’udienza preliminare del suo processo è fissata proprio per lunedì) si è fatto da parte ufficialmente ma vuole dimostrare quanto ancora conti attraverso la candidatura all’Ars del figlio Toti. Rischia di essere, ancora una volta, l’ago della bilancia Lombardo – con il nuovo Pds-Mpa di Pistorio – in una competizione in cui tutti ormai invitano al voto disgiunto. Altro segnale della crisi dei partiti.
Se l’esito del voto è incerto, ancor di più lo è il dopo-voto. Come lo scenario delle alleanze possibili. Se vince Crocetta un interlocutore per il governo può diventare l’area autonomista, con la quale Musumeci sospetta ci sia già un accordo. Ma da Roma l’input è quello di dialogare anzitutto con la sinistra, se supererà lo sbarramento del 5 per cento. Il candidato del centrodestra dice di voler privilegiare le forze che appartengono alla sua “area culturale ” ma negli ultimi giorni ha fatto chiare aperture a Grillo. Confermando gli unici dati che si possono indicare senza timore di prendere una topica: dalle urne verrà fuori un presidente senza maggioranza e un boom di 5 stelle. La Sicilia ripartirà da qui.
Si vota solo oggi dalle 8 alle 22, domani alle 8 comincerà lo scrutinio. Oltre ai dieci candidati asi chiude una campagna elettorale piena di polemiche, insulti e qualche querela. Sono dieci i candidati in corsa per la presidenza della Regione, 1.629 quelli inseriti nelle 19 liste collegate, tra cui 32 inquisiti con diversi guai giudiziari. Alta la percentuale prevista di astensionismo, i sondaggi la danno tra i 44 e i 48 punti. Proprio gli indecisi potrebbero fare da ago della bilancia, tant’è che big e candidati, prima della giornata di silenzio, hanno fatto appello agli elettori perché si rechino alle urne, battendo il tasto sul ”voto utile”. Tre dei dieci candidati si sono accreditati come possibili vincitori: Rosario Crocetta (Pd, Udc, Api e Psi), Nello Musumeci (Pdl, Pid e Ld) e Gianfranco Micciché (Fli, Pds-Mpa, Gs e Mps). La vera incognita è rappresentata dal M5S che candida Giancarlo Cancelleri, sostenuto da Beppe Grillo che per diciassette giorni è stato in giro per la Sicilia riempiendo le piazze di migliaia di persone.
Oltre all’astensionismo, l’altra variabile è il cosiddetto voto disgiunto, la possibilità per l’elettore di votare per una lista e contemporaneamente per il candidato governatore di un altro schieramento. Per la sinistra, in campo c’è Giovanna Marano, sostenuta da Sel, Idv, Federazione della sinistra e Verdi, mentre Giacomo Di Leo è appoggiato dal partito comunista dei lavoratori. Gaspare Sturzo corre per la lista Italiani liberi e forti, Mariano Ferro per i ‘Forconi’, Cateno De Luca per la lista Rivoluzione Siciliana e Lucia Pinsone con Volontari per l’Italia. Chiunque vincerà le elezioni probabilmente non avrà la maggioranza in Assemblea, dunque il futuro governo dovrà trovare nuovi equilibri e dialogare con l’opposizione. Il voto fa calare il sipario su quattro anni di governo guidato da Raffaele Lombardo, trascorsi in una clima di perenne scontro politico, con partiti di maggioranza (Pdl e Pid) passati all’opposizione e partiti di minoranza (Pd) in appoggio all’esecutivo. La Regione chiuderà il 2012 con un debito di quasi 6 miliardi di euro, 100 mila precari e interi settori polveriera da riformare: dalle società controllate ai rifiuti, dai forestali alla macchina burocratica. E con l’incognita di alcune inchieste giudiziarie aperte dalla Procura di Palermo che indaga sulla spesa dei gruppi parlamentari e sui fondi stanziati dalla Regione per i grandi eventi e per le iniziative inserite nel Circuito del Mito
da www.repubblica.it
"La ferita di Pomigliano. Fiat scatena la guerra tra poveri", di Rinaldo Gianola
“Ciao guagliò, ci vediamo dentro”. Al cambio di turno i lavoratori di Fabbrica Italia Pomigliano incontrano al cancello numero 2 i loro colleghi rimasti fuori, non ancora assunti e chissà se lo saranno mai. I fortunati che possono entrare in fabbrica si riconoscono dalla tuta di lavoro, bianca e grigia, con i marchi Fiat. La Fiom ha organizzato un volantinaggio per informare i lavoratori della vittoria conseguita in Tribunale. Sergio Marchionne deve rimuovere la discriminazione contro gli iscritti alla Fiom, i 19 lavoratori che hanno avuto il coraggio di metterci la faccia e di sfidare il potente manager hanno vinto, anzi stravinto. La Corte d’Appello di Roma ha stabilito che entro 40 giorni dalla sentenza i 19 della Fiom dovranno tornare in fabbrica, entro sei mesi entreranno anche gli altri. Sul piazzale si fuma una sigaretta, si scambiano due parole prima di entrare. Quelli della Fiom invitano i lavoratori a non «cedere alle provocazioni, non firmate contro la sentenza». Oltre i cancelli, infatti, la Fiat sta mettendo in atto la solita strategia, quella di impaurire, ricattare, dividere i lavoratori. È un altro atto del porcellum di Sergio Marchionne che vede crollare uno dopo l’altro i tasselli del suo castello di promesse non mantenute, di piani annunciati e poi smentiti, di violazione dei diritti costituzionali compreso quello che un cittadino può scegliersi il sindacato che vuole e nessuna azienda può sognarsi di colpirlo per questo. Gira una lettera, esprime preoccupazione per gli effetti della sentenza, per i lavoratori già assunti che potrebbero essere messi in cassa integrazione per far posto ai vincitori in Tribunale. La lettera inizia a circolare mercoledì tra i reparti, ma non ha successo. Così giovedì sono i capi a raccogliere personalmente le firme: «Chi non firma sarà nell’elenco di quelli che andranno in cassa integrazione…». Venerdì sera il Fismic, il sindacato aziendale, annuncia che sono state raccolte 1400 firme. Se fosse vero bisognerebbe fare un monumento agli altri 700 operai che hanno rifutato di firmare. Pomigliano sta diventando una polveriera sociale, il governo e la politica sono colpevolmente assenti, non si rendono conto della gravità dei fatti avvenuti dentro la fabbrica Giambattista Vico da due anni a questa parte, non capiscono che la Fiat sta scatenando una guerra tra poveri, tra gli assunti e quelli che sono rimasti fuori. Don Peppino Gambardella, parrocco di San Felice, commenta con amarezza: «C’è un grande dolore nel vedere che si sta acuendo la rottura tra i lavoratori dentro e fuori la fabbrica. I lavoratori Fiom hanno diritto al loro posto e gli assunti della newco devono restare dove sono». I sindacati firmatari dell’accordo con Marchionne non sanno più che pesci pigliare. I delegati delle Rsa sono stati indicati dai sindacati “buoni” d’intesa con l’azienda. Niente assemblee in fabbrica. Fim, Uilm e Fismic hanno organizzato un’assemblea clandestina all’Hotel Ferrari di San Vitaliano. L’hanno nascosta pure ai giornali. La situazione è delicata. Il direttore dello stabilimento, Sebastiano Garofalo, ha chiamato i firmatari per illustrare la situazione. In sintesi: o si trova una soluzione politica fuori, oppure Fiat assumerà i lavoratori iscritti alla Fiom. Intanto emergono fatti nuovi, ci sono altri trucchi. Gli avvocati della Fiat, durante il dibattimento a Roma, hanno detto che «Fabbrica Italia Pomigliano (Fip) non ha alcun obbligo di assumere i 4367 dipendenti dello stabilimento di Pomigliano Fiat Group Automobiles». Non solo, ma la Fip «mantiene piena autonomia contrattuale nel se, quando e chi assumere». Dove sono finite, dunque, le promesse di riportare al lavoro tutti i dipendenti dello stabilimento Fiat, poi passato alla newco Fip per consentire a Marchionne di violare i contratti, imporre le sue condizioni organizzative «dopo Cristo»? In Fip lavorano 2143 addetti, fuori ne sono rimasti circa 2200 della vecchia Fiat, ma ci sono altre centinaia di operai che ballano, dipendenti dell’indotto. Il 13 luglio 2013 finisce la cassa integrazione per i dipendenti Fiat, cosa succede se la newco non li assume? Davanti ai cancelli non è facile parlare. Chi entra ed esce con la tuta non vuol dire il suo nome, i guardiani osservano. Ci sono pure dei poliziotti in borghese, della Digos, che controllano dal parcheggio. Emilio Arriso, assunto nel 2003, ex iscritto alla Uilm è venuto per conoscere le ultime novità: «Mi volete spiegare perché ci sono 2000 lavoratori che stanno dentro e altri 2000 stanno fuori? Non possiamo fare un po’ ciascuno, con la solidarietà? Marchionne vuole fare dimagrire la fabbrica, chiuderla con 5000 dipendenti è un grosso problema ma se sono meno della metà è più semplice». Sul furgone bianco c’è Carmen Abbazia, tre figli, è pure iscritta al Pd. Racconta: «Sono sola, ho bisogno di lavorare. Ho chiesto all’azienda di assumermi visto che dentro ci sono casi in cui marito e moglie lavorano tutti e due. Mi hanno detto che c’è un problema perché sono della Fiom». Nel gruppo del volantinaggio c’è Maurizio Rea, 45 anni, al montaggio dal 1989. È originario di Porticelli, famiglia comunista, «migliorista, scrivilo, mi raccomando». È stato l’ultimo segretario della sezione di fabbrica Ds “Enrico Berlinguer”. «Poi basta, non ce l’ho più fatta» spiega, «non riesco a capire come sia possibile che la politica, la sinistra non si rendano conto della gravità delle azioni condotte dalla Fiat. In questa vicenda noi della Fiom siamo i moderati: rispettiamo le leggi e i contratti, difendiamo i lavoratori, vogliamo che tutti i dipendenti Fiat vengano assunti da Fip, accettiamo le sentenze della magistratura. Dopo il giudizio della Corte d’Appello che condanna la Fiat mi sarei aspettato una reazione politica, un intervento del Parlamento, ma non è successo niente. Stanno zitti, siamo soli». Sebastiano D’Onofrio, magrissimo, un fascio di nervi e muscoli, è uno dei 19 che ha fatto causa alla Fiat e ha vinto. «Sono di Visciano, ci sono altri lavoratori della Fiat al mio paese. L’altra sera alcuni mi hanno detto che sono contenti del nostro ritorno perché dentro, in fabbrica, la vita è diventata impossibile, non si resiste alle nuove condizioni» dice, «non ci sono più tabelle, non ci sono più le misure su cui il lavoratore si poteva organizzare, vale solo la parola del caporale di turno, il capo che fa il bello e il cattivo tempo». E adesso che si rientra? «Sono contento, la nostra vittoria è di tutti i lavoratori, tutti devono aver il posto. Non ho paura, questa è una battaglia che va combattuta». Il dubbio è se ci sarà un futuro. La nuova Panda non decolla. Iniziano altre due settimane di cassa integrazione. Franco Percuoco, di San Giorgio a Cremano, non nasconde le difficoltà, la durezza della battaglia: «Dopo tanti anni ci tocca ancora difendere la dignità, la libertà dei lavoratori, batterci per un pezzo di pane. Chi ha creduto alla Fiat dovrebbe riflettere sugli effetti delle sue scelte. Il progetto di Marchionne è nato qui e qui deve morire. Non ci sono alternative». Sulla palazzina centrale dello stabilimento c’è ancora il grande telo per il lancio della Panda. Annuncia: «Noi siamo quello che facciamo».
L’Unità 28.10.12
