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"Tobin tax, il governo frena. E il Pd prepara la mozione", di Bianca Di Giovanni

È un fiume in piena quello dei fautori della Tobin tax. Ieri le adesioni all’appello dell’Unità sono arrivate a oltre ottomila, con la presa di posizione tra gli altri del gruppo Idv della Camera, di Angelo Bonelli dei Verdi, di Legambiente, del sindaco Luigi De Magistris. Peccato che sia il governo italiano a chiamarsi fuori, mettendo in serio rischio la possibilità che la tassa anti-speculatori entri in vigore in Europa entro quest’anno. Rispondendo a un’interpellanza dei deputati Pd Andrea Sarubbi e Federica Mogherini, il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani ha lanciato segnali a dir poco deludenti. Tanto che il Pd annuncia per la prossima settimana una mozione da votare in Aula in vista del prossimo vertice europeo. «Il ministro dell’Economia Grilli la prossima setti-a in occasione dell’Ecofin tenga conto che il Parlamento si è già espresso a favore di questa misura con una mozione dello scorso gennaio», spiega Francesco Boccia (Pd).

Ma il sottosegretario Ceriani definisce «prematura» ogni previsione in merito all’adozione entro dicembre 2012, «perché la richiesta di cooperazione rafforzata deve essere presentata da almeno nove Stati membri dell’Ue». Come dire: in ottobre non se ne fa nulla. Qui sta il punto: i nove Stati richiesti per adottare la decisione «a maggioranza» ci sarebbero eccome, e lo stesso sottosegretario nella sua risposta lo ammette. Il fatto è che la condizione perché «si attivino» è che anche l’Italia aderisca, essendo una grande piazza finanziaria rispetto a Stati come Estonia, tanto per citare due degli otto stati interessati oltre ai due «Grandi», cioè Francia e Germania, già pronte ad aprire le procedure per l’adozione. Gli altri «potenzialmente interessati», dichiara Ceriani, sono Belgio, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia e Finlandia. Si arriverebbe a dieci Stati. Ma i numeri in questo caso non sono tutto: chiaro che Parigi e Berlino procederanno solo con l’adesione di Roma.

C’è da capire a questo punto se il freno tirato dal governo Monti sia solo tattico, o legato a scelte più di sostanza. La replica di Ceriani sembra contenere tutte e due le ipotesi. «In occasione dell’Ecofin del 22 giugno – ha spiegato il sottosegretario – la delegazione italiana ha comunicato la disponibilità del governo italiano a valutare l’ipotesi di una cooperazione rafforzata, ma non ha as- sunto alcuna decisione definitiva al riguardo. La decisione era infatti condizionata anche al raggiungimento di risultati sostanziali e credibili in relazione al pacchetto di misure allo studio, sempre a livello di Unione europea, per far fronte alla crisi economica e finanziaria». Chiaro il riferimento alla partita sul meccanismo anti-spread, che l’Italia vorrebbe automatico e senza condizionalità. Questo dunque l’aspetto tattico.

I DUBBI DEL TESORO

Ma Ceriani aggiunge anche una considerazione di sostanza, che conferma i dubbi sull’effettiva adesione da parte del ministro dell’Economia Vittorio Grilli. «È stata espressa preoccupazione – dichiara il sottosegretario – sugli effetti della nuova imposta sul mercato dei titoli di Stato. Sebbene le emissioni dei titoli del debito sovrano siano esenti dalla tassa, la riduzione di liquidità sul mercato secondario potrebbe condizionare il prezzo dei titoli nelle aste, deter- minando un aumento del tasso d’interesse. La Commissione stima che l’aumento medio degli interessi potrebbe collocarsi tra i 10 e i 20 punti base, anche se il dato potrebbe essere sottostimato».

Il Tesoro teme l’impennarsi degli interessi. «Eppure tutti gli economisti che si sono occupati di questo tema dicono che quell’effetto non ci sarebbe – dichiara Sarubbi a margine dell’interpellanza – Continuo a sperare che la cautela del governo sia solo tattica, anche se oggi mi è sembrato chiaro che non se ne farà niente per il prossimo consiglio europeo di fine ottobre. L’Italia potrebbe perdere un treno che si profilava pronto a partire». La risposta avrebbe potuto essere diversa, visto che Sarubbi aveva concesso nell’interpellanza varie alternative. «Ho citato la mia proposta che esclude i titoli pubblici – continua – e quella di Bersani che esclude le operazioni sotto i 200mila euro annui, proprio per evitare di colpire i piccoli risparmiatori». Stessa delusione di Mogherini, che in aula legge tutte le esternazioni in cui Monti si era detto favorevole alla tassa. «La proposta di cooperazione rafforzata sarà sul tavolo del prossimo consiglio europeo tra pochissimi giorni: il – dichiara la deputata del Pd – L’ecofin dell’8 e 9 novembre sarà chiamato di nuovo a trattare il tema. Il limite temporale è quello della fine dell’anno, quindi sono pochissimi mesi». Insomma, il tempo stringe. Sarà difficile riacciuffare un’occasione come questa, con Francia e Germania già pronte ad avviare il procedimento.

L’Unità 05.10.12

"Tobin tax, il governo frena. E il Pd prepara la mozione", di Bianca Di Giovanni

È un fiume in piena quello dei fautori della Tobin tax. Ieri le adesioni all’appello dell’Unità sono arrivate a oltre ottomila, con la presa di posizione tra gli altri del gruppo Idv della Camera, di Angelo Bonelli dei Verdi, di Legambiente, del sindaco Luigi De Magistris. Peccato che sia il governo italiano a chiamarsi fuori, mettendo in serio rischio la possibilità che la tassa anti-speculatori entri in vigore in Europa entro quest’anno. Rispondendo a un’interpellanza dei deputati Pd Andrea Sarubbi e Federica Mogherini, il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani ha lanciato segnali a dir poco deludenti. Tanto che il Pd annuncia per la prossima settimana una mozione da votare in Aula in vista del prossimo vertice europeo. «Il ministro dell’Economia Grilli la prossima setti-a in occasione dell’Ecofin tenga conto che il Parlamento si è già espresso a favore di questa misura con una mozione dello scorso gennaio», spiega Francesco Boccia (Pd).
Ma il sottosegretario Ceriani definisce «prematura» ogni previsione in merito all’adozione entro dicembre 2012, «perché la richiesta di cooperazione rafforzata deve essere presentata da almeno nove Stati membri dell’Ue». Come dire: in ottobre non se ne fa nulla. Qui sta il punto: i nove Stati richiesti per adottare la decisione «a maggioranza» ci sarebbero eccome, e lo stesso sottosegretario nella sua risposta lo ammette. Il fatto è che la condizione perché «si attivino» è che anche l’Italia aderisca, essendo una grande piazza finanziaria rispetto a Stati come Estonia, tanto per citare due degli otto stati interessati oltre ai due «Grandi», cioè Francia e Germania, già pronte ad aprire le procedure per l’adozione. Gli altri «potenzialmente interessati», dichiara Ceriani, sono Belgio, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia e Finlandia. Si arriverebbe a dieci Stati. Ma i numeri in questo caso non sono tutto: chiaro che Parigi e Berlino procederanno solo con l’adesione di Roma.
C’è da capire a questo punto se il freno tirato dal governo Monti sia solo tattico, o legato a scelte più di sostanza. La replica di Ceriani sembra contenere tutte e due le ipotesi. «In occasione dell’Ecofin del 22 giugno – ha spiegato il sottosegretario – la delegazione italiana ha comunicato la disponibilità del governo italiano a valutare l’ipotesi di una cooperazione rafforzata, ma non ha as- sunto alcuna decisione definitiva al riguardo. La decisione era infatti condizionata anche al raggiungimento di risultati sostanziali e credibili in relazione al pacchetto di misure allo studio, sempre a livello di Unione europea, per far fronte alla crisi economica e finanziaria». Chiaro il riferimento alla partita sul meccanismo anti-spread, che l’Italia vorrebbe automatico e senza condizionalità. Questo dunque l’aspetto tattico.
I DUBBI DEL TESORO
Ma Ceriani aggiunge anche una considerazione di sostanza, che conferma i dubbi sull’effettiva adesione da parte del ministro dell’Economia Vittorio Grilli. «È stata espressa preoccupazione – dichiara il sottosegretario – sugli effetti della nuova imposta sul mercato dei titoli di Stato. Sebbene le emissioni dei titoli del debito sovrano siano esenti dalla tassa, la riduzione di liquidità sul mercato secondario potrebbe condizionare il prezzo dei titoli nelle aste, deter- minando un aumento del tasso d’interesse. La Commissione stima che l’aumento medio degli interessi potrebbe collocarsi tra i 10 e i 20 punti base, anche se il dato potrebbe essere sottostimato».
Il Tesoro teme l’impennarsi degli interessi. «Eppure tutti gli economisti che si sono occupati di questo tema dicono che quell’effetto non ci sarebbe – dichiara Sarubbi a margine dell’interpellanza – Continuo a sperare che la cautela del governo sia solo tattica, anche se oggi mi è sembrato chiaro che non se ne farà niente per il prossimo consiglio europeo di fine ottobre. L’Italia potrebbe perdere un treno che si profilava pronto a partire». La risposta avrebbe potuto essere diversa, visto che Sarubbi aveva concesso nell’interpellanza varie alternative. «Ho citato la mia proposta che esclude i titoli pubblici – continua – e quella di Bersani che esclude le operazioni sotto i 200mila euro annui, proprio per evitare di colpire i piccoli risparmiatori». Stessa delusione di Mogherini, che in aula legge tutte le esternazioni in cui Monti si era detto favorevole alla tassa. «La proposta di cooperazione rafforzata sarà sul tavolo del prossimo consiglio europeo tra pochissimi giorni: il – dichiara la deputata del Pd – L’ecofin dell’8 e 9 novembre sarà chiamato di nuovo a trattare il tema. Il limite temporale è quello della fine dell’anno, quindi sono pochissimi mesi». Insomma, il tempo stringe. Sarà difficile riacciuffare un’occasione come questa, con Francia e Germania già pronte ad avviare il procedimento.
L’Unità 05.10.12

Politica e passione ecco i “Pierluigi boys”, di Concita De Gregorio

I ragazzi di Bersani siedono in cerchio attorno al tavolino di un bar e parlano finendo l’uno la frase dell’altro, e mentre uno parla gli altri leggermente annuiscono come se fosse questo quel che fanno ogni giorno – discutere di Europa, di neoliberismo, di subalternità culturale – e in parte in effetti lo è. Sono appassionati, competenti, citano Scalfari e Carlo Galli, poi i Subsonica e Arisa. Hanno fra 18 e 24 anni. Fra loro c’è un boy scout tuttora in servizio effettivo, un’attrice di teatro della compagnia parrocchiale, un’appassionata di biomasse, il pr di una discoteca e un liceale diciottenne di eloquio e dita affusolate che ha, fra tutti, l’incarico più alto in grado essendo il più giovane: responsabile scuola dei Giovani Democratici dell’Emilia Romagna. La grande diatriba del giorno è se sia giusto o meno mettere paletti per l’accesso alle primarie — iscrizione all’albo; soglia di sbarramento per la candidatura; inibizione al secondo turno per chi non abbia votato al primo — e tutti convengono che sì, lo è, perchè «non si può lasciare che il leader del centrosinistra lo scelga qualcuno che viene dalla destra» e perchè in definitiva è «un onore, per chi milita appunto, iscriversi ad un albo e far parte di una comunità omogenea». Poi certo qualcuno ogni tanto leggermente dissente, forse si può immaginare di lasciare anche a chi non abbia votato al primo turno di votare al secondo, sempre iscrivendosi naturalmente, e via così. Francesca, Eleonora, Marco, Vanessa e gli altri sono una decina dei moltissimi Giovani Democratici di Imola e dintorni che hanno lanciato un appello in rete, la scorsa settimana, in sostegno della candidatura di Bersani alle primarie. “Giovani per Bersani”, si intitola il testo che si conclude con una citazione del segretario: «Guardando il mondo con gli occhi dei più deboli si costruisce un mondo migliore per tutti». Sono tanti, i nomi in calce, e sono molti anche di origine straniera: rumeni, magrebini, c’è la ragazza che ha tolto il velo l’anno scorso, ci sono due figlie di rifugiati politici cileni ché Imola, negli anni ‘70, fu una delle città in cui più numerosi arrivarono i sindacalisti e i comunisti che scappavano da Pinochet. Vanessa Luna Navarrete, 22 anni, segretaria dei Gd di Imola, è una di loro. Sua madre è scappata nel ‘73, era una sindacalista. Lei è nata qui, ha studiato al professionale, i soldi per l’università non c’erano, lavori precari, politica da quando era poco più che bambina nella Sinistra giovanile. Di Bersani dice che «mi da fiducia, è una questione di come parla come si comporta, mi tranquillizza, ha qualcosa in più: qualcosa di calmo e di potente». Francesca Degli Esposti, 22, studia Economia a Bologna ed è la segretaria territoriale: Imola e dintorni. È lei che fa teatro coi “Ragazzi di San Giacomo”, la compagnia dell’oratorio, Alessandro Gassman il suo idolo. Cattolica, genitori comunisti, cresciuta nelle cucine delle Feste. «Mi sono iscritta quando è nato il Pd. Veltroni mi dava fiducia, mi piaceva quella visione. Ora però con Bersani è un’altra cosa: è come stare a casa. Ti parla e capisci quello che vuole, io sento che è sincero, ha a cuore le cose che dice, si ferma a parlare con tutti, è appassionato e forse un po’ timido». Arrivano gli altri, Nicola Marco Jessy Elisa Eleonora Silvia, parte subito la discussione sulle regole che oggi di questo si parla, e poi anche d’altro, sicuro: anche di Renzi che è di destra e di Grillo che «rappresenta la crisi della democrazia», di Vendola che piace molto a tutti e di Casini che invece non piace a nessuno. I ragazzi di Bersani — quelli di Imola, questi — sono, all’unanimità: «di sinistra» nel senso che è meglio Vendola di Renzi, non parliamo nemmeno di Casini. Europeisti, perchè «il futuro dell’Italia è nell’Europa» e dunque antigrillini viscerali. Contrari al Monti bis perchè «è ora di tornare alla politica, i tecnici hanno dato, hanno fatto bene ma ora basta, grazie». Alla domanda su quali siano i leader politici nei quali si riconoscono rispondono Matteo Orfini, Francesca Puglisi.
Marco Cavina, per esempio. 21 anni, perito elettronico («sono un patito delle scuole tecniche, saranno la nostra salvezza ») studia Giurisprudenza, fa il pr in discoteca, è responsabile Economia e Lavoro dei GD di Imola. «Io seguo Fassina e Orfini, sono giovani e preparatissimi, quello che serve». Silvia Pizzirani, anche: 21 anni, Storia contemporanea a Bologna e passione per l’ambiente, segretaria dei giovani di Castel San Pietro, in politica da quando aveva 14 anni: «I miei riferimenti politici sono i miei genitori, i miei nonni: è da loro che ho imparato il valore del lavoro e della responsabilità individuale. Tra i dirigenti seguo Francesca Puglisi e quel che fa per la scuola». Eleonora Lorenzi, 22, studia ingegneria edile, vuole occuparsi di ristrutturazioni sismiche, gioca a pallavolo, è responsabile Organizzazione. Nicola Finocchiaro, 20, fa il boy scout e anche il segretario Gd del circolo di Mordano-Bubano. Elisa Camaggi, 24, si sta laureando in Lettere, vorrebbe insegnare. Jessy Simonini, 18, fa il liceo classico e nel tempo libero aiuta «i bambini non italiofoni a fare i compiti». Da quando è responsabile scuola dei giovani emiliani ha lasciato il ciclismo, non ha più tempo. Vorrebbe fare l’insegnante di lettere. Gli altri, nel cerchio, sorridono. Lui serissimo osserva che non c’è niente da ridere, non capisco cosa
ci sia da ridere.
Dunque cerchiamo di capire se e quanto si debba limitare l’accesso alle primarie. Non è che troppi passaggi burocratici possono dissuadere chi vorrebbe votare? Eleonora: «Bisogna imparare a usarle le primarie. Sono uno strumento che stiamo imparando a utilizzare. Bisogna eliminare i disturbatori. Potrebbero voler far vincere il candidato più debole…». Elisa: «…o cercare di spostare la coalizione verso la propria area». Francesca: «Conosco persone di destra che verrebbero a votare alle primarie solo per votare Renzi…». Silvia: «… anche io, tante di destra». Ma conquistare elettori alla destra non sarebbe poi un male, no? Francesca: «Si, ma sono gli elettori che devono venire da noi, non il partito da loro. Non possiamo spostare il partito a destra per conquistare gli elettori di destra. Deve accadere il contrario». Silvia: «Non bisogna adeguarsi al clima di superficialità, ma al contrario educare alla responsabilità. Chi vuole decidere deve seguire delle regole, per ottenere le cose ci vuole fatica…». Jessy: «…e poi un albo è un riconoscimento. Da importanza al gesto di chi va». Marco: «Se qualcuno rinuncia vuol dire che non gli interessa abbastanza ». Una specie di esame, di prova-ostinazione? Eleonora: «Sì, però se magari uno al primo turno stava male e non è potuto andare? Allora si potrebbe fare che si iscrive all’albo anche chi vota per la prima volta al secondo turno…». Elisa: «…si ma solo se sono davvero di centrosinistra, però. È giusta la Carta di intenti».
Renzi lo liquidano come un populista, conservatore. Francesca: «La rottamazione e il merito non stanno insieme. Io non ho nessun merito ad avere 20 anni. Rispetto alle idee conta quanto essere biondi o essere mori». Vanessa: «Non mi è piaciuto su Marchionne». Sa dire solo io (Nicola), è un neoliberista conservatore (Silvia), è «subalterno alla cultura che ha inquinato la sinistra in questi anni» (Jessy, quello di 18).
Bersani invece ha un’ottica europea, lungimirante (Eleonora), un calibro diverso, le spalle larghe (Nicola) sa parlare di lavoro e di economia, ha ringiovanito la sua segreteria (Marco). Silvia: «Ha le tre doti principali di un politico: passione, lungimiranza e senso di responsabilità. È lui il nuovo, Renzi è il vecchio». Poi è credibile in Europa (Elisa).
Vendola piace a tutti, perchè è coerente (Nicola) di sinistra (Marco) anche se un pochino troppo populista (Silvia) e meno adatto di Bersani a governare (Elisa). Laura Puppato non la conoscono abbastanza. Elisa: «Perchè non ne parlano? Non capisco, è una dirigente del partito, può portare contenuti molto forti». Silvia apprezza anche Tabacci. In coro, tutti, disprezzano Grillo. Che poi, dice Francesca, «Grillo cresce più tra gli adulti che tra i ragazzi. Se penso ai giovani temo più l’astensionismo ». Di un Monti bis, della possibilità che si faccia un patto per sostenere politicamente un governo tecnico — ci fosse anche Bersani vicepresidente del consiglio — non vogliono sentir parlare. «Basta coi tecnici, ora va al governo chi vince». L’hanno detto anche Fassina e Orfini. Regole per il ricambio dei ministri e dei parlamentari, e torni la politica.

La Repubblica 05.10.12

"DDL 953: l'iter non è concluso", da La Tecnica della Scuola

L’approvazione del testo unificato del disegno di legge sulle norme di autogoverno delle scuole è stata rinviata ad altra seduta della Commissione Cultura della Camera. Il passaggio al Senato entro la fine del mese. L’iter legislativo in Commissione Cultura del ddl 953 sulle norme di autogoverno delle scuole non è ancora terminato e sono quindi destituite di fondamento le voci che danno per già approvato il provvedimento.
In realtà durante la seduta del 3 ottobre la presidente della Commissione Manuela Ghizzoni si è limitata a comunicare che sugli ultimi emendamenti approvati è stato acquisito il parere delle altre Commissioni.
I pareri sono stati letti e l’esame definitivo del provvedimento è stato rinviato ad altra seduta.
E’ probabile che il voto finale possa esserci la prossima settimana, sempre che l’esame del ddl venga inserito nell’ordine del giorno.
Il passaggio al Senato potrebbe quindi avvenire entro la fine del mese.
Dopo di che bisognerà che i senatori lavorino bene e in fretta per far sì che il provvedimento venga approvato in via definitiva entro la fine del 2012.
Va anche detto che una seppure piccola modifica introdotta dal Senato avrebbe come conseguenza il rinvio del ddl alla Camera che dovrebbe riesaminarlo e approvarlo nuovamente.

da La Tecnica della Scuola 05.10.12

"DDL 953: l'iter non è concluso", da La Tecnica della Scuola

L’approvazione del testo unificato del disegno di legge sulle norme di autogoverno delle scuole è stata rinviata ad altra seduta della Commissione Cultura della Camera. Il passaggio al Senato entro la fine del mese. L’iter legislativo in Commissione Cultura del ddl 953 sulle norme di autogoverno delle scuole non è ancora terminato e sono quindi destituite di fondamento le voci che danno per già approvato il provvedimento.
In realtà durante la seduta del 3 ottobre la presidente della Commissione Manuela Ghizzoni si è limitata a comunicare che sugli ultimi emendamenti approvati è stato acquisito il parere delle altre Commissioni.
I pareri sono stati letti e l’esame definitivo del provvedimento è stato rinviato ad altra seduta.
E’ probabile che il voto finale possa esserci la prossima settimana, sempre che l’esame del ddl venga inserito nell’ordine del giorno.
Il passaggio al Senato potrebbe quindi avvenire entro la fine del mese.
Dopo di che bisognerà che i senatori lavorino bene e in fretta per far sì che il provvedimento venga approvato in via definitiva entro la fine del 2012.
Va anche detto che una seppure piccola modifica introdotta dal Senato avrebbe come conseguenza il rinvio del ddl alla Camera che dovrebbe riesaminarlo e approvarlo nuovamente.
da La Tecnica della Scuola 05.10.12

"Il cuore smarrito del Presidente", di Vittorio Zucconi

C’erano un vecchio di 50 anni e un giovane di65, mercoledì sera a Denver. È da questa fatale sensazione, dall’impressione di stanchezza e logoramento, che Obama deve partire per capire le ragioni della sua sconfitta. NON è stato Romney a sconfiggere Obama. È stato Obama a sconfiggere se stesso. Dimentichiamo pure le cifre sparate a migliaia di miliardi, le percentuali, gli improbabili programmi che i due si sono scambiati per un’ora e mezza, raggiungendo momenti di noia lancinante che il disastroso conduttore Jim Lehrer non ha mai saputo controllare, spezzare o vivacizzare. I diligenti “ fact checker”, coloro che confrontano le parole con i fatti, hanno subito indicato che la matematica fiscale di Romney – meno tasse, più soldi al complesso militarindustriale e più tagli – è la solita, vecchia «economia del vodoo » come la aveva definita Bush il Vecchio, che costrinse proprio lui ad aumentare le imposte per sanare il bilancio federale disastrato da Reagan ed aprì poi la voragine nella quale l’America di Bush
il Giovane precipitò l’America, e con essa noi.
La vittoria di Romney su Obama nel primo incontro è stata un successo di immagine. Il trionfo di un narratore su un altro. Dunque la ripartenza del Presidente deve muovere dal racconto, deve riprendere in mano quel filo della narrazione che tanto bene aveva saputo impugnare nel 2008 con la promessa del cambiamento e che quasi quattro anni alla Casa Bianca gli hanno fatto cadere di mano. E il modello, lo schema di quanto dovrebbe fare a partire dal secondo dei tre incontri, fra dieci giorni, Obama l’ha davanti agli occhi.
È il “modello Clinton” dal quale deve ripartire per trasmettere agli elettori il senso della profonda differenza che esiste fra la visione spietatamente darwinista della nuova destra e la concezione di una società più equa e generosa, della sinistra.
Clinton era, ed è ancora più dopo essere sopravvissuto agli scandali più ignominiosi, l’incarnazione di un’idea di America. Poteva non piacere, ma si sapeva qual era. L’Obama di mercoledì sera non ha fatto capire quale America volesse rappresentare, a chi si rivolgesse, quali radicali differenze lo distinguessero dall’abile piazzista di vecchie spazzole ideologiche di fronte a lui. Ha detto molto, ma non ha parlato. «Deve aprire una conversazione con l’America» ha tentato di gridare James Carville, l’uomo che costruì il successo elettorale di Clinton «deve parlare a ogni singolo elettore come se fosse seduto accanto a lui al tavolo di cucina, davanti ai drammi quotidiani, alle bollette e alla lettera di licenziamento, all’ansia per il futuro».
Era la formula che escogitò Franklyn Delano Roosevelt, quando nell’era pre televisione e pre Internet lanciò le “ Conversazioni accanto al caminetto”. La stessa formula che i Kennedy, John e Bob, sapevano istintivamente utilizzare “ parlando al cuore e sapendo che il cervello lo avrebbe seguito”, come scriveva William Manchester. E che Clinton e Reagan ripresero alla perfezione, conquistando due vittorie ed entrando nella leggenda. Ed è quello che l’Obama del 2008 seppe fare e l’Obama del 2012 non sa più fare. Ma Obama non è Clinton. La sua passione per il “job”, per il lavoro più logorante del mondo, sembra esaurita, come se quella vittoria, che comunque resterà per sempre nella storia visto che non ci potrà essere un «secondo primo presidente afroamericano », gli bastasse. Il peso mostruoso di una istituzione e di una responsabilità che ogni giorno costringe un presidente americano a occuparsi e preoccuparsi della Siria, della Turchia, di Wall Street, di Ahmadinejad, dell’Afghanistan, della Cina, dell’andamento del mercato immobiliare, dei mutamenti climatici, della crisi dell’euro, di tutto, perché nulla nel mondo è fuori dalla sfera di influenza degli Stati Uniti, lo ha affaticato, ingrigito e invecchiato. Clinton, che alla responsabilità dell’incarico aggiungeva le conseguenze politiche e giudiziarie della propria incoscienza, si caricava di nuova energia di fronte alle crisi. L’Obama di mercoledì sera appariva sopraffatto, quasi malinconico.
«Vi avevo detto che non ero un uomo perfetto e che non sarei stato un presidente perfetto» ha detto.
Ora sarà costretto ad attaccare senza avere il talento dell’attaccante. Dovrà rischiare, cosa che lui, prudente e calcolatore, non ama fare. Dovrà mostrarsi giustamente incollerito, per la impudenza dell’avversario che nega alla sera quello che afferma alla mattina, uomo per tutte le mezze stagioni. Ma dovrà farlo con precisione chirurgica, senza mai scomporsi, perché su lui pesa sempre la lunga ombra del proprio colore, la “alienità” della sua figura per quei milioni di americani che lo aborrono, che lo considerano comunque un usurpatore e lo schiavo protervo entrato nella casa del padrone della piantagione. Obama dovrà esibire passione e rabbia, senza interpretare quell’“angry black man”, quel nero agitato e rabbioso che tanta parte dell’America ancora oggi teme e odia.
La domanda centrale, per sapere quali siano ancora le sue possibilità di essere rieletto e di vincere un’elezione che sembrava perduta in partenza nel nebbioso clima economico del 2012, e fino a mercoledì sera invece era stata data per vinta, torna quella che ci ponemmo mesi addietro, quando la sua popolarità era al minimo: lo vuole? Barack Obama vuole davvero essere rieletto oppure ha “il fuoco dentro”, o ha raggiunto la triste conclusione che un uomo politico onesto con se stesso e con il pubblico fino al masochismo, raggiunge: che in questo tempo di politica «contro», di ostruzionismo, di feroce polarizzazione e di acrimonia interpretata dai partigiani del Tea Party, cambiare è impossibile e governare è inutile? Ma tutto può sembrare un Presidente, il leader, il pontefice della “religione America”, meno che un uomo rassegnato.

La Repubblica 05.10.12

"Il cuore smarrito del Presidente", di Vittorio Zucconi

C’erano un vecchio di 50 anni e un giovane di65, mercoledì sera a Denver. È da questa fatale sensazione, dall’impressione di stanchezza e logoramento, che Obama deve partire per capire le ragioni della sua sconfitta. NON è stato Romney a sconfiggere Obama. È stato Obama a sconfiggere se stesso. Dimentichiamo pure le cifre sparate a migliaia di miliardi, le percentuali, gli improbabili programmi che i due si sono scambiati per un’ora e mezza, raggiungendo momenti di noia lancinante che il disastroso conduttore Jim Lehrer non ha mai saputo controllare, spezzare o vivacizzare. I diligenti “ fact checker”, coloro che confrontano le parole con i fatti, hanno subito indicato che la matematica fiscale di Romney – meno tasse, più soldi al complesso militarindustriale e più tagli – è la solita, vecchia «economia del vodoo » come la aveva definita Bush il Vecchio, che costrinse proprio lui ad aumentare le imposte per sanare il bilancio federale disastrato da Reagan ed aprì poi la voragine nella quale l’America di Bush
il Giovane precipitò l’America, e con essa noi.
La vittoria di Romney su Obama nel primo incontro è stata un successo di immagine. Il trionfo di un narratore su un altro. Dunque la ripartenza del Presidente deve muovere dal racconto, deve riprendere in mano quel filo della narrazione che tanto bene aveva saputo impugnare nel 2008 con la promessa del cambiamento e che quasi quattro anni alla Casa Bianca gli hanno fatto cadere di mano. E il modello, lo schema di quanto dovrebbe fare a partire dal secondo dei tre incontri, fra dieci giorni, Obama l’ha davanti agli occhi.
È il “modello Clinton” dal quale deve ripartire per trasmettere agli elettori il senso della profonda differenza che esiste fra la visione spietatamente darwinista della nuova destra e la concezione di una società più equa e generosa, della sinistra.
Clinton era, ed è ancora più dopo essere sopravvissuto agli scandali più ignominiosi, l’incarnazione di un’idea di America. Poteva non piacere, ma si sapeva qual era. L’Obama di mercoledì sera non ha fatto capire quale America volesse rappresentare, a chi si rivolgesse, quali radicali differenze lo distinguessero dall’abile piazzista di vecchie spazzole ideologiche di fronte a lui. Ha detto molto, ma non ha parlato. «Deve aprire una conversazione con l’America» ha tentato di gridare James Carville, l’uomo che costruì il successo elettorale di Clinton «deve parlare a ogni singolo elettore come se fosse seduto accanto a lui al tavolo di cucina, davanti ai drammi quotidiani, alle bollette e alla lettera di licenziamento, all’ansia per il futuro».
Era la formula che escogitò Franklyn Delano Roosevelt, quando nell’era pre televisione e pre Internet lanciò le “ Conversazioni accanto al caminetto”. La stessa formula che i Kennedy, John e Bob, sapevano istintivamente utilizzare “ parlando al cuore e sapendo che il cervello lo avrebbe seguito”, come scriveva William Manchester. E che Clinton e Reagan ripresero alla perfezione, conquistando due vittorie ed entrando nella leggenda. Ed è quello che l’Obama del 2008 seppe fare e l’Obama del 2012 non sa più fare. Ma Obama non è Clinton. La sua passione per il “job”, per il lavoro più logorante del mondo, sembra esaurita, come se quella vittoria, che comunque resterà per sempre nella storia visto che non ci potrà essere un «secondo primo presidente afroamericano », gli bastasse. Il peso mostruoso di una istituzione e di una responsabilità che ogni giorno costringe un presidente americano a occuparsi e preoccuparsi della Siria, della Turchia, di Wall Street, di Ahmadinejad, dell’Afghanistan, della Cina, dell’andamento del mercato immobiliare, dei mutamenti climatici, della crisi dell’euro, di tutto, perché nulla nel mondo è fuori dalla sfera di influenza degli Stati Uniti, lo ha affaticato, ingrigito e invecchiato. Clinton, che alla responsabilità dell’incarico aggiungeva le conseguenze politiche e giudiziarie della propria incoscienza, si caricava di nuova energia di fronte alle crisi. L’Obama di mercoledì sera appariva sopraffatto, quasi malinconico.
«Vi avevo detto che non ero un uomo perfetto e che non sarei stato un presidente perfetto» ha detto.
Ora sarà costretto ad attaccare senza avere il talento dell’attaccante. Dovrà rischiare, cosa che lui, prudente e calcolatore, non ama fare. Dovrà mostrarsi giustamente incollerito, per la impudenza dell’avversario che nega alla sera quello che afferma alla mattina, uomo per tutte le mezze stagioni. Ma dovrà farlo con precisione chirurgica, senza mai scomporsi, perché su lui pesa sempre la lunga ombra del proprio colore, la “alienità” della sua figura per quei milioni di americani che lo aborrono, che lo considerano comunque un usurpatore e lo schiavo protervo entrato nella casa del padrone della piantagione. Obama dovrà esibire passione e rabbia, senza interpretare quell’“angry black man”, quel nero agitato e rabbioso che tanta parte dell’America ancora oggi teme e odia.
La domanda centrale, per sapere quali siano ancora le sue possibilità di essere rieletto e di vincere un’elezione che sembrava perduta in partenza nel nebbioso clima economico del 2012, e fino a mercoledì sera invece era stata data per vinta, torna quella che ci ponemmo mesi addietro, quando la sua popolarità era al minimo: lo vuole? Barack Obama vuole davvero essere rieletto oppure ha “il fuoco dentro”, o ha raggiunto la triste conclusione che un uomo politico onesto con se stesso e con il pubblico fino al masochismo, raggiunge: che in questo tempo di politica «contro», di ostruzionismo, di feroce polarizzazione e di acrimonia interpretata dai partigiani del Tea Party, cambiare è impossibile e governare è inutile? Ma tutto può sembrare un Presidente, il leader, il pontefice della “religione America”, meno che un uomo rassegnato.
La Repubblica 05.10.12