Latest Posts

Scuola, Bersani: grazie agli insegnanti, con loro la cambieremo

“Nella giornata mondiale degli insegnanti, voglio ringraziare quanti, donne e uomini, stanno lavorando per l’educazione e l’istruzione dei cittadini di domani. So che il loro impegno va ben al di la’ di quanto ricevono in busta paga. Sono una delle parti migliori del Paese a cui tutti noi guardiamo con rispetto, consapevoli di quanto sia stata umiliata la scuola dalla politica negli ultimi anni. Sono le maestre e i maestri che hanno realizzato l’unita’ dell’Italia, e oggi sono gli insegnanti con la loro competenza e il loro affetto che fanno crescere nuovi cittadini italiani arrivati da Paesi lontani”. Lo dice il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in occasione della giornata
mondiale degli insegnanti, domani 5 ottobre. “E’ insieme a loro- aggiunge- che cambieremo la scuola per combattere la dispersione degli studenti e per far si’ che tutti, non uno di meno, possano raggiungere il proprio successo formativo e scolastico. Il Partito democratico ha l’obiettivo di lavorare perche’ la scuola torni ad essere il grande ascensore sociale di cui l’Italia ha bisogno, il luogo di formazione della coscienza civica dei cittadini”.

"Lazio al voto, il Pd sceglie Zingaretti", di Jolanda Buffalini

Gasbarra: «È emergenza democratica, chiederò agli alleati di sostenerlo». Ok di Sel al presidente della Provincia • Campidoglio, si pensa a Riccardi. Alemanno, forse le dimissioni. Nicola Zingaretti in campo come candidato presidente alle regionali del Lazio. E’ la scelta compiuta dal Partito democratico, è la proposta che il Pd fa agli alleati. Il presidente della Provincia, fino a ieri candidato per il Campidoglio, ha dato la sua disponibilità «per spirito di servizio», il passo successivo è l’incontro con le forze di centrosinistra. La svolta decisa dal Pd, ieri c’è stata una lunga telefonata fra Pier Luigi Bersani e Enrico Gasbarra, è maturata rapidamente e risponde a diverse esigenze nel rapido precipitare degli avvenimenti politici.

Nel Lazio si va al voto subito, almeno questo è lo scenario più probabile, è il convincimento del ministro Anna Maria Cancellieri, il soggetto istituzionale che, insieme alla presidente uscente, deve stabilire la data della consultazione. Il Lazio diventa dunque la consultazione più importante, insieme alla Sicilia, della tornata che si concluderà con le elezioni politiche. Ma si va alle urne, per usare le parole di Renata Polverini, dopo un’alluvione di fango come quella del 1966 a Firenze. L’ingordigia del Batman di Anagni, al secolo Franco Fiorito, ha scoperchiato meccanismi che toccano tutti, alimentando il fiume dell’antipolitica. Zingaretti ha, in questa situazione, molte carte da giocare: è già in campo, anche se fino a ieri ha studiato da sindaco; è il più apprezzato fra i TQ, l’unico insieme a Matteo Renzi, ad avere una caratura e una popolarità nazionale. In più, quando è scoppiato lo scandalo della Pisana, è stato il primo a twittare «tutti a casa», la sua è una candidatura nel segno del rinnovamento in una regione sotto choc, mette tutti d’accordo, tagliando di netto con il totonomi fra autocandidature deboli e nomi che ritornano da tre lustri (Gentiloni e Touadi, Sassoli e Melandri).

Last but not least, il Pd ha davanti a sé la questione aperta dell’allargamento delle alleanze. Con il voto a dicembre non ci sono i tempi politici, prima ancora che di calendario, per stringere un patto con l’Udc. I centristi del Lazio hanno scelto di sostenere Renata Polverini e Luciano Ciocchetti, vicepresidente e assessore all’urbanistica, è stato accanto alla governatrice fino alla sera delle dimissioni e anche oltre. Inoltre, come ha subito sottolineato Luigi Nieri (Sel), è anche l’autore della peggiore legge sul piano casa che abbia visto la luce. Non sembra quindi proponibile un così rapido giro di valzer centrista. Discorso diverso potrebbe valere per il Campidoglio, una volta che Zingaretti, con «spirito di servizio» abbia lasciato il terreno. E il lavoro, avviato dal presidente della Provincia su Roma, con il «progetto strategico per l’area metropolitana», che punta welfare, urbanistica, mobilità, sviluppo sostenibile e ambiente, cultura, è in gran parte mutuabile anche dalla cabina regionale. Così come la riforma delle strutture della politica e degli apparati, a cominciare dalle società partecipate.

Dunque lo schema di gioco è «classico» per la Regione, con una alleanza di centrosinistra, mentre nel campo avverso si scalda i muscoli Giorgia Meloni, che punta sulla chance di ricompattare l’elettorato di destra (il filone ex An) forte soprattutto nelle province fuori Roma, da Viterbo, a Latina, a Rieti, a Frosinone. A Roma, invece, dove si voterà in contemporanea con le politiche, potrebbero realizzarsi le condizioni dell’allargamento dell’alleanza al centro a cui si sta lavorando a livello nazionale. Se questa ipotesi si realizzerà, la figura di Andrea Riccardi, ministro del governo Monti, avrebbe il profilo alto di un candidato tecnico. «Roma ha bisogno di un nuovo Argan», ha detto il ministro in una intervista di qualche giorno fa al Corriere della Sera. Se gli sviluppi, sul piano nazionale, andassero diversamente, in ogni caso, la candidatura per lo scranno più alto dell’aula Giulio Cesare, sarebbe scelta in area cattolica.

Su Andrea Riccardi, nel Pd, insieme a Giuseppe Fioroni, che ne è stato sponsor molto convinto, puntano i veltroniani. Veltroni sindaco con Sant’Egidio ha stabilito un forte feeling, soprattutto nelle iniziative per la pace, volte a superare le barriere fra israeliani e palestinesi. Sull’allargamento delle alleanze per il Campidoglio c’è anche la sintonia del capogruppo romano, Umberto Marroni.
I prossimi passi saranno le consultazioni con gli alleati, Nieri ha posto la questione delle primarie e Gasbarra ha risposto che si faranno, anche se i tempi sono brevi, per Idv «prima viene il programma». Enrico Gasbarra, il cui nome era fra i papabili per la Regione Lazio, forte del successo dell’iniziativa da «elettrochoc» conclusasi con le dimissioni della Polverini, si trova bene nel ruolo di segretario che dovrà affrontare le tre elezioni a Roma e nel Lazio.

Intanto nel Pd romano si discute animatamente sui consiglieri uscenti. La linea è quella del rinnovamento, ma l’ex capogruppo Esterino Montino sostiene: «Sarebbe un errore grave non ricandidare nessuno degli uscenti. Non si può mettere sullo stesso piano Pd e Pdl». Roberto Morassut, intervenendo in direzione, ha posto un problema più generale, «l’errore politico ha origine nel come si fa opposizione».
Nel centrodestra vertice, ieri, da Alfano, con Alemanno e Renata Polverini. Si susseguono le voci sulle dimissioni del sindaco, lui nega ma è costretto a fronteggiare difficoltà che gli vengono dalla sua maggioranza, condite con lo scoppiare degli scandali sugli appalti per gli autobus. Le dimissioni gli aprirebbero la strada per il Parlamento.

L’Unità 04.10.12

"Lazio al voto, il Pd sceglie Zingaretti", di Jolanda Buffalini

Gasbarra: «È emergenza democratica, chiederò agli alleati di sostenerlo». Ok di Sel al presidente della Provincia • Campidoglio, si pensa a Riccardi. Alemanno, forse le dimissioni. Nicola Zingaretti in campo come candidato presidente alle regionali del Lazio. E’ la scelta compiuta dal Partito democratico, è la proposta che il Pd fa agli alleati. Il presidente della Provincia, fino a ieri candidato per il Campidoglio, ha dato la sua disponibilità «per spirito di servizio», il passo successivo è l’incontro con le forze di centrosinistra. La svolta decisa dal Pd, ieri c’è stata una lunga telefonata fra Pier Luigi Bersani e Enrico Gasbarra, è maturata rapidamente e risponde a diverse esigenze nel rapido precipitare degli avvenimenti politici.
Nel Lazio si va al voto subito, almeno questo è lo scenario più probabile, è il convincimento del ministro Anna Maria Cancellieri, il soggetto istituzionale che, insieme alla presidente uscente, deve stabilire la data della consultazione. Il Lazio diventa dunque la consultazione più importante, insieme alla Sicilia, della tornata che si concluderà con le elezioni politiche. Ma si va alle urne, per usare le parole di Renata Polverini, dopo un’alluvione di fango come quella del 1966 a Firenze. L’ingordigia del Batman di Anagni, al secolo Franco Fiorito, ha scoperchiato meccanismi che toccano tutti, alimentando il fiume dell’antipolitica. Zingaretti ha, in questa situazione, molte carte da giocare: è già in campo, anche se fino a ieri ha studiato da sindaco; è il più apprezzato fra i TQ, l’unico insieme a Matteo Renzi, ad avere una caratura e una popolarità nazionale. In più, quando è scoppiato lo scandalo della Pisana, è stato il primo a twittare «tutti a casa», la sua è una candidatura nel segno del rinnovamento in una regione sotto choc, mette tutti d’accordo, tagliando di netto con il totonomi fra autocandidature deboli e nomi che ritornano da tre lustri (Gentiloni e Touadi, Sassoli e Melandri).
Last but not least, il Pd ha davanti a sé la questione aperta dell’allargamento delle alleanze. Con il voto a dicembre non ci sono i tempi politici, prima ancora che di calendario, per stringere un patto con l’Udc. I centristi del Lazio hanno scelto di sostenere Renata Polverini e Luciano Ciocchetti, vicepresidente e assessore all’urbanistica, è stato accanto alla governatrice fino alla sera delle dimissioni e anche oltre. Inoltre, come ha subito sottolineato Luigi Nieri (Sel), è anche l’autore della peggiore legge sul piano casa che abbia visto la luce. Non sembra quindi proponibile un così rapido giro di valzer centrista. Discorso diverso potrebbe valere per il Campidoglio, una volta che Zingaretti, con «spirito di servizio» abbia lasciato il terreno. E il lavoro, avviato dal presidente della Provincia su Roma, con il «progetto strategico per l’area metropolitana», che punta welfare, urbanistica, mobilità, sviluppo sostenibile e ambiente, cultura, è in gran parte mutuabile anche dalla cabina regionale. Così come la riforma delle strutture della politica e degli apparati, a cominciare dalle società partecipate.
Dunque lo schema di gioco è «classico» per la Regione, con una alleanza di centrosinistra, mentre nel campo avverso si scalda i muscoli Giorgia Meloni, che punta sulla chance di ricompattare l’elettorato di destra (il filone ex An) forte soprattutto nelle province fuori Roma, da Viterbo, a Latina, a Rieti, a Frosinone. A Roma, invece, dove si voterà in contemporanea con le politiche, potrebbero realizzarsi le condizioni dell’allargamento dell’alleanza al centro a cui si sta lavorando a livello nazionale. Se questa ipotesi si realizzerà, la figura di Andrea Riccardi, ministro del governo Monti, avrebbe il profilo alto di un candidato tecnico. «Roma ha bisogno di un nuovo Argan», ha detto il ministro in una intervista di qualche giorno fa al Corriere della Sera. Se gli sviluppi, sul piano nazionale, andassero diversamente, in ogni caso, la candidatura per lo scranno più alto dell’aula Giulio Cesare, sarebbe scelta in area cattolica.
Su Andrea Riccardi, nel Pd, insieme a Giuseppe Fioroni, che ne è stato sponsor molto convinto, puntano i veltroniani. Veltroni sindaco con Sant’Egidio ha stabilito un forte feeling, soprattutto nelle iniziative per la pace, volte a superare le barriere fra israeliani e palestinesi. Sull’allargamento delle alleanze per il Campidoglio c’è anche la sintonia del capogruppo romano, Umberto Marroni.
I prossimi passi saranno le consultazioni con gli alleati, Nieri ha posto la questione delle primarie e Gasbarra ha risposto che si faranno, anche se i tempi sono brevi, per Idv «prima viene il programma». Enrico Gasbarra, il cui nome era fra i papabili per la Regione Lazio, forte del successo dell’iniziativa da «elettrochoc» conclusasi con le dimissioni della Polverini, si trova bene nel ruolo di segretario che dovrà affrontare le tre elezioni a Roma e nel Lazio.
Intanto nel Pd romano si discute animatamente sui consiglieri uscenti. La linea è quella del rinnovamento, ma l’ex capogruppo Esterino Montino sostiene: «Sarebbe un errore grave non ricandidare nessuno degli uscenti. Non si può mettere sullo stesso piano Pd e Pdl». Roberto Morassut, intervenendo in direzione, ha posto un problema più generale, «l’errore politico ha origine nel come si fa opposizione».
Nel centrodestra vertice, ieri, da Alfano, con Alemanno e Renata Polverini. Si susseguono le voci sulle dimissioni del sindaco, lui nega ma è costretto a fronteggiare difficoltà che gli vengono dalla sua maggioranza, condite con lo scoppiare degli scandali sugli appalti per gli autobus. Le dimissioni gli aprirebbero la strada per il Parlamento.
L’Unità 04.10.12

"Montismo. Se il governo dei tecnici diventa un’ideologia", di Carlo Galli

C’è un’idea diffusa, di massa, secondo cui non deve andare perduta la discontinuità che questa esperienza ha marcato rispetto al berlusconismo
E c’è invece un’idea di élite che l’appoggia. Ed è il sospetto verso la politica dei poteri forti, che fa pensare come sia meglio lasciare al comando chi ha le “competenze”. Se da vivi, mentre si gode ottima salute, e dopo un’ancor breve esperienza di potere, dal proprio cognome nasce una corrente di pensiero, o una tendenza politica — un “ismo” — significa che si è entrati nella storia. Non si parla di leninismo o di stalinismo, evidentemente, e neppure di andreottismo — per dare vita al quale Andreotti ha però speso quasi tutta una carriera — , ma dell’assai meno inquietante “montismo”: l’ultimo contributo italiano alla storia del pensiero politico — dopo il machiavellismo, il futurismo, il gramscismo, il fascismo — .
Di per sé, il montismo vuol essere la trasformazione dell’eccezione in normalità, e quasi in destino (non solo Monti bis, ma Monti for ever); è la prosecuzione di Monti — dello stile di Monti, delle finalità di Monti — con altri mezzi o addirittura con lo stesso mezzo: con Monti stesso, cioè; il quale dopo le elezioni dovrebbe essere a capo, o ricoprirvi una posizione dominante, di un governo non più tecnico ma politico (un esecutivo di larghe intese, oppure di maggioranza più limitata).
Montismo si dice in molti modi. Esiste un montismo maggioritario, di massa, che si fonda sull’idea che non deve andare perduta la discontinuità che esso marca rispetto al berlusconismo. Una discontinuità di stili e di tipi umani: da una parte l’industriale brianzolo divenuto tycoon — conservando i tratti plebei del parvenue — ; dall’altra il rappresentante quasi idealtipico della borghesia lombarda dei buoni studi, dei solidi matrimoni, delle vacanze signorili e poco appariscenti, delle professioni liberali, della cultura come habitus.
Una discontinuità che è stata accolta in patria e all’estero con stupore e favore, che è divenuta simbolo positivo di un’altra Italia, credibile e non più pittoresca; lontana dalla prima come il burlesque da un concerto per pianoforte e archi, come la buona educazione dalla cafonaggine, come il loden dalle paillettes.
Una discontinuità fra élites e populismo; non solo fra due stili, quindi, ma fra idee etico-estetiche della politica e della società.
Alla radice di questa discontinuità agisce però una continuità; l’archetipo della politica come autorità, non come mero potere. L’idea, cioè, che la politica sia affare serio, che deve essere gestito da persone serie, autorevoli, che incutono perfino un po’ di soggezione per il loro sapere e per la loro superiorità fondata sulla competenza e sulla saggezza; un’idea elitaria, certo, ma antidemocratica solo se per democrazia si intende la politica che asseconda o provoca la sguaiataggine e la devastazione del costume e del discorso pubblico, che per aderire al “popolo” fa dell’incapacità ad articolare un argomento la propria cifra.
Il montismo è la politica come distanza, come autorevolezza — il contrario del potere populista e carismatico, che si propone come “uguale” alla “gente”, che ne esprime le pulsioni più profonde —; ed è la soddisfazione per l’arrivo di “quello che mette le cose a posto”, del leader severo che rovescia il mondo rovesciato. E’ insomma la sobrietà che (col relativo mal di testa) succede all’ebbrezza e ai suoi disastri; la medicina propinata, con piglio professorale, all’Italia, il “malato d’Europa”, perché guarisca senza tanti capricci.
Montismo è quindi la rivoluzionaria restaurazione di un’immagine della politica da tempo perduta; dell’idea che è bene essere governati da uno migliore di noi che non da uno come noi o peggiore di noi. E quindi il montismo esprime anche il desiderio diffuso di un vero e credibile “uomo del fare”, dopo che colui che si era presentato come tale si è rivelato invece l’uomo dell’apparire e dell’affabulare.
Ma c’è anche un altro montismo, questa volta d’élite. Per la destra Monti è di sinistra, mentre al contrario si tratta del ritorno della borghesia moderata — da tempo assente dalla politica in senso stretto, perché l’aveva appaltata all’homo novus, a Berlusconi, rivelatosi fallimentare —, che ora vuole riprendersi il controllo dei processi economici, delle spese e delle entrate, dei debiti e dei crediti. E lo fa attraverso un suo esponente — un professore d’economia, grand commiseuropeo — che sa parlare (anche in inglese) ma non sa “comunicare”, e che non vuole “piacere”; e che anzi col suo “fare” procura qualche robusto dispiacere ai cittadini (senza guardare tanto per il sottile). Una borghesia che però alla politica è ancora riluttante, e cerca di riprendersela, certo, ma sotto la forma della tecnica. Nel montismo quindi non c’è solo la nostalgia per la politica autorevole, e il plauso verso una politica fattiva: c’è anche il sospetto verso la politica da parte dei cosiddetti “poteri forti”. C’è l’idea che dopo tutto sia meglio lasciar governare chi è non politico, ma ha le competenze tecniche per affrontare il problema centrale del nostro tempo, cioè l’economia. E che quindi sia opportuno installare ai posti di comando i tecnici, che rispondono agli input dell’economia internazionale — cose serie —, piuttosto che i politici che rispondono a elezioni politiche nazionali. La politica, come Napoleone diceva dell’intendenza, seguirà. E allora si capisce perché il montismo sia anche la bandiera di modeste forze politiche di centro, che dei “poteri forti” (finanza, imprese, mondo economico cattolico) sono l’espressione, e che appoggiando Monti si collocano alla sua grande ombra, per trarne piccoli vantaggi.
Il montismo contiene quindi speranze e diffidenze, rischi e possibilità. Può essere un sinonimo di buona politica, oppure può essere rubricato come una forma insidiosa di tecnocrazia e di plutocrazia, suscitatrice, per reazione, di un altro “ismo”: il grillismo. E può quindi essere ascrivibile all’eccezione, alla perdurante crisi politica della Seconda repubblica, alle incertezze di un Paese la cui classe politica è ancora una volta tentata di affidarsi a un uomo della provvidenza — liberale e capace, questa volta — ; oppure può fungere da ostetrica nel parto doloroso ma fausto che darà vita alla Terza repubblica, a una politica finalmente normale.

La Repubblica 04.10.12

"Montismo. Se il governo dei tecnici diventa un’ideologia", di Carlo Galli

C’è un’idea diffusa, di massa, secondo cui non deve andare perduta la discontinuità che questa esperienza ha marcato rispetto al berlusconismo
E c’è invece un’idea di élite che l’appoggia. Ed è il sospetto verso la politica dei poteri forti, che fa pensare come sia meglio lasciare al comando chi ha le “competenze”. Se da vivi, mentre si gode ottima salute, e dopo un’ancor breve esperienza di potere, dal proprio cognome nasce una corrente di pensiero, o una tendenza politica — un “ismo” — significa che si è entrati nella storia. Non si parla di leninismo o di stalinismo, evidentemente, e neppure di andreottismo — per dare vita al quale Andreotti ha però speso quasi tutta una carriera — , ma dell’assai meno inquietante “montismo”: l’ultimo contributo italiano alla storia del pensiero politico — dopo il machiavellismo, il futurismo, il gramscismo, il fascismo — .
Di per sé, il montismo vuol essere la trasformazione dell’eccezione in normalità, e quasi in destino (non solo Monti bis, ma Monti for ever); è la prosecuzione di Monti — dello stile di Monti, delle finalità di Monti — con altri mezzi o addirittura con lo stesso mezzo: con Monti stesso, cioè; il quale dopo le elezioni dovrebbe essere a capo, o ricoprirvi una posizione dominante, di un governo non più tecnico ma politico (un esecutivo di larghe intese, oppure di maggioranza più limitata).
Montismo si dice in molti modi. Esiste un montismo maggioritario, di massa, che si fonda sull’idea che non deve andare perduta la discontinuità che esso marca rispetto al berlusconismo. Una discontinuità di stili e di tipi umani: da una parte l’industriale brianzolo divenuto tycoon — conservando i tratti plebei del parvenue — ; dall’altra il rappresentante quasi idealtipico della borghesia lombarda dei buoni studi, dei solidi matrimoni, delle vacanze signorili e poco appariscenti, delle professioni liberali, della cultura come habitus.
Una discontinuità che è stata accolta in patria e all’estero con stupore e favore, che è divenuta simbolo positivo di un’altra Italia, credibile e non più pittoresca; lontana dalla prima come il burlesque da un concerto per pianoforte e archi, come la buona educazione dalla cafonaggine, come il loden dalle paillettes.
Una discontinuità fra élites e populismo; non solo fra due stili, quindi, ma fra idee etico-estetiche della politica e della società.
Alla radice di questa discontinuità agisce però una continuità; l’archetipo della politica come autorità, non come mero potere. L’idea, cioè, che la politica sia affare serio, che deve essere gestito da persone serie, autorevoli, che incutono perfino un po’ di soggezione per il loro sapere e per la loro superiorità fondata sulla competenza e sulla saggezza; un’idea elitaria, certo, ma antidemocratica solo se per democrazia si intende la politica che asseconda o provoca la sguaiataggine e la devastazione del costume e del discorso pubblico, che per aderire al “popolo” fa dell’incapacità ad articolare un argomento la propria cifra.
Il montismo è la politica come distanza, come autorevolezza — il contrario del potere populista e carismatico, che si propone come “uguale” alla “gente”, che ne esprime le pulsioni più profonde —; ed è la soddisfazione per l’arrivo di “quello che mette le cose a posto”, del leader severo che rovescia il mondo rovesciato. E’ insomma la sobrietà che (col relativo mal di testa) succede all’ebbrezza e ai suoi disastri; la medicina propinata, con piglio professorale, all’Italia, il “malato d’Europa”, perché guarisca senza tanti capricci.
Montismo è quindi la rivoluzionaria restaurazione di un’immagine della politica da tempo perduta; dell’idea che è bene essere governati da uno migliore di noi che non da uno come noi o peggiore di noi. E quindi il montismo esprime anche il desiderio diffuso di un vero e credibile “uomo del fare”, dopo che colui che si era presentato come tale si è rivelato invece l’uomo dell’apparire e dell’affabulare.
Ma c’è anche un altro montismo, questa volta d’élite. Per la destra Monti è di sinistra, mentre al contrario si tratta del ritorno della borghesia moderata — da tempo assente dalla politica in senso stretto, perché l’aveva appaltata all’homo novus, a Berlusconi, rivelatosi fallimentare —, che ora vuole riprendersi il controllo dei processi economici, delle spese e delle entrate, dei debiti e dei crediti. E lo fa attraverso un suo esponente — un professore d’economia, grand commiseuropeo — che sa parlare (anche in inglese) ma non sa “comunicare”, e che non vuole “piacere”; e che anzi col suo “fare” procura qualche robusto dispiacere ai cittadini (senza guardare tanto per il sottile). Una borghesia che però alla politica è ancora riluttante, e cerca di riprendersela, certo, ma sotto la forma della tecnica. Nel montismo quindi non c’è solo la nostalgia per la politica autorevole, e il plauso verso una politica fattiva: c’è anche il sospetto verso la politica da parte dei cosiddetti “poteri forti”. C’è l’idea che dopo tutto sia meglio lasciar governare chi è non politico, ma ha le competenze tecniche per affrontare il problema centrale del nostro tempo, cioè l’economia. E che quindi sia opportuno installare ai posti di comando i tecnici, che rispondono agli input dell’economia internazionale — cose serie —, piuttosto che i politici che rispondono a elezioni politiche nazionali. La politica, come Napoleone diceva dell’intendenza, seguirà. E allora si capisce perché il montismo sia anche la bandiera di modeste forze politiche di centro, che dei “poteri forti” (finanza, imprese, mondo economico cattolico) sono l’espressione, e che appoggiando Monti si collocano alla sua grande ombra, per trarne piccoli vantaggi.
Il montismo contiene quindi speranze e diffidenze, rischi e possibilità. Può essere un sinonimo di buona politica, oppure può essere rubricato come una forma insidiosa di tecnocrazia e di plutocrazia, suscitatrice, per reazione, di un altro “ismo”: il grillismo. E può quindi essere ascrivibile all’eccezione, alla perdurante crisi politica della Seconda repubblica, alle incertezze di un Paese la cui classe politica è ancora una volta tentata di affidarsi a un uomo della provvidenza — liberale e capace, questa volta — ; oppure può fungere da ostetrica nel parto doloroso ma fausto che darà vita alla Terza repubblica, a una politica finalmente normale.
La Repubblica 04.10.12

"Diritto d'asilo", di Francesca Puglisi,

I dati Istat mostrano un’Italia arretrata. Subito il piano di estensione dei nidi”. I dati presentati dall’Istat sulla frequenza del nido dei bambini e delle bambine italiane, inchiodandoci ad un magro 18,7% (solo due bambini su dieci), segnala quanto il nostro Paese sia distante dall’obiettivo del 33% fissato dall’Europa e che avremmo dovuto raggiungere entro il 2010. Durante il governo di centro sinistra nel 2007, nonostante le politiche di risanamento, riuscimmo a fare un balzo in avanti portando la media nazionale dal 9,5% al 15% di nidi sul territorio nazionale. Il 23% se si considerano anche i servizi integrativi e le numerose sezioni primavera (per bambini da 24 ai 36 mesi), sempre previste nella finanziaria del 2007.

Oggi, dopo anni di disinvestimento del governo della destra, i continui pesantissimi tagli ai bilanci dei Comuni e la crisi che colpisce le famiglie giovani con figli, rischiamo di fare ulteriori passi indietro invece di andare avanti.

Eppure tutte le ricerche economiche e delle neuroscienze dimostrano come l’età dell’oro, per recuperare ogni svantaggio di origine economica, sociale e familiare, in cui occorre investire in educazione di qualità per garantire il futuro successo formativo e scolastico, sia proprio tra 0-6 anni.

Il Partito Democratico non si stancherà mai di denunciare come la crisi, la stiano pagando i più piccoli. Abbiamo la certezza, come denuncia l’Istat, che stiano aumentando anche le liste d’attesa per avere un posto nella scuola dell’infanzia in tutto il Paese.
Vogliamo ricostruire l’Italia, facendone un Paese moderno, più giusto e più equo, ripartendo proprio dai diritti che stiamo negando ai più piccoli. Per questo nella Carta di Intenti dei progressisti e dei democratici uno dei punti programmatici qualificanti è proprio un nuovo piano triennale per l’estensione degli asili nido. La differenza tra destra e sinistra si misura anche da questo.

da www.partitodemocratico.it

"Diritto d'asilo", di Francesca Puglisi,

I dati Istat mostrano un’Italia arretrata. Subito il piano di estensione dei nidi”. I dati presentati dall’Istat sulla frequenza del nido dei bambini e delle bambine italiane, inchiodandoci ad un magro 18,7% (solo due bambini su dieci), segnala quanto il nostro Paese sia distante dall’obiettivo del 33% fissato dall’Europa e che avremmo dovuto raggiungere entro il 2010. Durante il governo di centro sinistra nel 2007, nonostante le politiche di risanamento, riuscimmo a fare un balzo in avanti portando la media nazionale dal 9,5% al 15% di nidi sul territorio nazionale. Il 23% se si considerano anche i servizi integrativi e le numerose sezioni primavera (per bambini da 24 ai 36 mesi), sempre previste nella finanziaria del 2007.
Oggi, dopo anni di disinvestimento del governo della destra, i continui pesantissimi tagli ai bilanci dei Comuni e la crisi che colpisce le famiglie giovani con figli, rischiamo di fare ulteriori passi indietro invece di andare avanti.
Eppure tutte le ricerche economiche e delle neuroscienze dimostrano come l’età dell’oro, per recuperare ogni svantaggio di origine economica, sociale e familiare, in cui occorre investire in educazione di qualità per garantire il futuro successo formativo e scolastico, sia proprio tra 0-6 anni.
Il Partito Democratico non si stancherà mai di denunciare come la crisi, la stiano pagando i più piccoli. Abbiamo la certezza, come denuncia l’Istat, che stiano aumentando anche le liste d’attesa per avere un posto nella scuola dell’infanzia in tutto il Paese.
Vogliamo ricostruire l’Italia, facendone un Paese moderno, più giusto e più equo, ripartendo proprio dai diritti che stiamo negando ai più piccoli. Per questo nella Carta di Intenti dei progressisti e dei democratici uno dei punti programmatici qualificanti è proprio un nuovo piano triennale per l’estensione degli asili nido. La differenza tra destra e sinistra si misura anche da questo.
da www.partitodemocratico.it