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"Il Pd ottiene l’incandidabilità dei condannati" di Claudia Fusani

Domani sarà una giornata decisiva per il disegno di legge contro la corruzione». Come in un giallo che svela giono dopo giorno gli indizi utili alla trama, il ministro della Giustizia Paola Severino ha dispensato anche ieri le necessarie rassicurazioni. Giornata decisiva, quella di oggi, perché «saranno espressi i pareri sugli emendamenti presentati. Il governo è fortemente impegnato perché possa essere approvato con tutti i suoi contenuti, penali, preventivi e sull’incandidabilità». Al di là delle parole, nei fatti dovrebbe succedere che il governo non metterà la fiducia, come preteso dal Pdl. Rinviando la sua approvazione – il ddl dovrà tornare alla Camera per la terza lettura – il governo tiene “vivo” il complesso tavolo corruzione lasciando al Pdl una sempre utile arma di ricatto da agitare nei momenti più opportuni.

Tra questa e la prossima settimana, quando la corruzione lascerà le Commissioni del Senato per approdare in aula (il 10 ottobre), il governo presenterà almeno tre emendamenti chiave al testo approvato alla Camera a fine maggio. Uno riscriverà il nuovo reato di corruzione tra privati, eliminando incongruenze sfuggite alla vista in prima lettura, e introducendo la querela di parte, l’obbligo – cioè – di procedere penalmente solo se una delle due parti presenta denuncia. A colpo d’occhio è qualcosa che indebolisce la fattispecie del reato. È sempre stata la prima richiesta del Pdl.

Il secondo emendamento interverrà sull’altro nuovo reato introdotto dal governo, il traffico di influenze illecite, la cosiddetta norma anticricca per impedire la raccomandazione e quel “sistema gelatinoso” di conoscenze e favori che inquina il mercato delle libera concorrenza. Il governo si è impegnato, accogliendo ancora una volta la richiesta fatta dal Pdl, a specificare meglio i comportamenti che configurano i reati per evitare – questo è il timore del Pdl ma anche dell’Udc – interpretazioni troppo allargate da parte delle procure. La battuta più ricorrente in queste settimane, caso mai ci dovesse essere una quota di eletti con le preferenze, ha riguardato il rischio di «vedere indagati buona parte dei candidati».

La terza correzione dovrebbe riguardare l’articolo 9 del disegno di legge, quello che restringe fortemente la possibilità per i magistrati di andare e restare fuori ruolo a tempo pressoché indeterminato. Il testo uscito dalla Camera “puniva” quasi esclusivamente i magistrati ordinari. La correzione al Senato dovrebbe estendere la platea delle toghe ma anche rendere meno tassativo il periodo del fuori ruolo. Si può immaginare quanto la lobby dei magistrati, ben rappresentata negli uffici di via Arenula sede del ministero, abbia lavorato in questi mesi per raggiungere questo obiettivo. «Ma non è – si chiede Roberto Giachetti (Pd), il vero motore dell’articolo 9 – che la resistenza della Severino a mettere la fiducia sul testo della Camera risenta della pervicace volontà di annientare la norma sul collocamento fuori ruolo dei magistrati?». Il sarcasmo di Giachetti prosegue: «Non vorrei che per risolvere il problema alla fine si decida di far passare l’emendamento dei senatori Pd Della Monica, Casson, D’Ambrosio e Carofiglio che, guarda caso, sono tutti magistrati».
Infine è atteso un emendamento che dovrebbe accogliere una richiesta del Pd e che riguarda la non candidabilità di chi è stato condannato in via definitiva per gravi reati. La norma già esiste nel testo approvato alla Camera solo che è stata depotenziata dal fatto che l’entrata in vigore del divieto è previsto entro l’anno dell’approvazione della legge, limite poi “corretto” a tre mesi da un ordine del giorno. La senatrice Silvia della Monica ha presentato giovedì scorso a palazzo Madama un nuovo emendamento per approvare «entro un mese» la delega che detta i limiti della incandidabilità. Le dichiarazioni entusiastiche dei ministri Severino e Patroni Griffi riportate ieri da agenzie e quotidiani non riguardano quindi un’iniziativa del governo ma del Partito democratico. Difficile, quasi impossibile, come riconosce anche il ministro Patroni Griffi che «l’incandidabilità possa essere legge in tempo utile per le elezioni in Lazio». Ci accontentiamo se lo fosse almeno per le politiche. Sarebbe già un risultato strepitoso.

Se questo sarà lo schema, e se questa fosse una partita, il vincitore sarebbe il Pdl a cui in fondo tocca ingoiare solo la rinuncia alle improbabili oltre che impossibili norme blocca Ruby. Il Pd dovrà rinunciare, invece, alla maggior parte delle sue richieste che anda- vano a potenziare reati e pene. Per non parlare di Idv e Psi che avevano chiesto di inserire in questo testo di legge due norme sacrosante come il falso in bilancio e l’autoriciclaggio.

L’Unità 04.10.12

"Il Pd ottiene l’incandidabilità dei condannati" di Claudia Fusani

Domani sarà una giornata decisiva per il disegno di legge contro la corruzione». Come in un giallo che svela giono dopo giorno gli indizi utili alla trama, il ministro della Giustizia Paola Severino ha dispensato anche ieri le necessarie rassicurazioni. Giornata decisiva, quella di oggi, perché «saranno espressi i pareri sugli emendamenti presentati. Il governo è fortemente impegnato perché possa essere approvato con tutti i suoi contenuti, penali, preventivi e sull’incandidabilità». Al di là delle parole, nei fatti dovrebbe succedere che il governo non metterà la fiducia, come preteso dal Pdl. Rinviando la sua approvazione – il ddl dovrà tornare alla Camera per la terza lettura – il governo tiene “vivo” il complesso tavolo corruzione lasciando al Pdl una sempre utile arma di ricatto da agitare nei momenti più opportuni.
Tra questa e la prossima settimana, quando la corruzione lascerà le Commissioni del Senato per approdare in aula (il 10 ottobre), il governo presenterà almeno tre emendamenti chiave al testo approvato alla Camera a fine maggio. Uno riscriverà il nuovo reato di corruzione tra privati, eliminando incongruenze sfuggite alla vista in prima lettura, e introducendo la querela di parte, l’obbligo – cioè – di procedere penalmente solo se una delle due parti presenta denuncia. A colpo d’occhio è qualcosa che indebolisce la fattispecie del reato. È sempre stata la prima richiesta del Pdl.
Il secondo emendamento interverrà sull’altro nuovo reato introdotto dal governo, il traffico di influenze illecite, la cosiddetta norma anticricca per impedire la raccomandazione e quel “sistema gelatinoso” di conoscenze e favori che inquina il mercato delle libera concorrenza. Il governo si è impegnato, accogliendo ancora una volta la richiesta fatta dal Pdl, a specificare meglio i comportamenti che configurano i reati per evitare – questo è il timore del Pdl ma anche dell’Udc – interpretazioni troppo allargate da parte delle procure. La battuta più ricorrente in queste settimane, caso mai ci dovesse essere una quota di eletti con le preferenze, ha riguardato il rischio di «vedere indagati buona parte dei candidati».
La terza correzione dovrebbe riguardare l’articolo 9 del disegno di legge, quello che restringe fortemente la possibilità per i magistrati di andare e restare fuori ruolo a tempo pressoché indeterminato. Il testo uscito dalla Camera “puniva” quasi esclusivamente i magistrati ordinari. La correzione al Senato dovrebbe estendere la platea delle toghe ma anche rendere meno tassativo il periodo del fuori ruolo. Si può immaginare quanto la lobby dei magistrati, ben rappresentata negli uffici di via Arenula sede del ministero, abbia lavorato in questi mesi per raggiungere questo obiettivo. «Ma non è – si chiede Roberto Giachetti (Pd), il vero motore dell’articolo 9 – che la resistenza della Severino a mettere la fiducia sul testo della Camera risenta della pervicace volontà di annientare la norma sul collocamento fuori ruolo dei magistrati?». Il sarcasmo di Giachetti prosegue: «Non vorrei che per risolvere il problema alla fine si decida di far passare l’emendamento dei senatori Pd Della Monica, Casson, D’Ambrosio e Carofiglio che, guarda caso, sono tutti magistrati».
Infine è atteso un emendamento che dovrebbe accogliere una richiesta del Pd e che riguarda la non candidabilità di chi è stato condannato in via definitiva per gravi reati. La norma già esiste nel testo approvato alla Camera solo che è stata depotenziata dal fatto che l’entrata in vigore del divieto è previsto entro l’anno dell’approvazione della legge, limite poi “corretto” a tre mesi da un ordine del giorno. La senatrice Silvia della Monica ha presentato giovedì scorso a palazzo Madama un nuovo emendamento per approvare «entro un mese» la delega che detta i limiti della incandidabilità. Le dichiarazioni entusiastiche dei ministri Severino e Patroni Griffi riportate ieri da agenzie e quotidiani non riguardano quindi un’iniziativa del governo ma del Partito democratico. Difficile, quasi impossibile, come riconosce anche il ministro Patroni Griffi che «l’incandidabilità possa essere legge in tempo utile per le elezioni in Lazio». Ci accontentiamo se lo fosse almeno per le politiche. Sarebbe già un risultato strepitoso.
Se questo sarà lo schema, e se questa fosse una partita, il vincitore sarebbe il Pdl a cui in fondo tocca ingoiare solo la rinuncia alle improbabili oltre che impossibili norme blocca Ruby. Il Pd dovrà rinunciare, invece, alla maggior parte delle sue richieste che anda- vano a potenziare reati e pene. Per non parlare di Idv e Psi che avevano chiesto di inserire in questo testo di legge due norme sacrosante come il falso in bilancio e l’autoriciclaggio.
L’Unità 04.10.12

"La mia risposta a Marino", di Pier Luigi Bersani

La lettera di Marino, che ho apprezzato molto, mi offre l’occasione di chiarire un punto importante. Come candidato ma anche come segretario del Pd mi aspetto da tutti i democratici che intendono impegnarsi nelle primarie il riconoscimento e il rispetto per il lavoro programmatico svolto dal partito.

Un lavoro fatto nelle assemblee, nei gruppi parlamentari, negli appuntamenti di riflessione e discussione organizzati negli ultimi anni. Questo lavoro, che è stata anche una straordinaria palestra di discussione e di confronto, è un patrimonio a cui tutti hanno dato il proprio contribuito, e Marino certamente, ciascuno secondo il proprio filone culturale.

Naturalmente non sono stati compiutamente risolti tutti i problemi, e anche nei casi in cui sono state formulate proposte largamente condivise e considerate positive, l’evoluzione delle cose suggerisce di essere aperti ai cambiamenti necessari per affrontare le sfide che abbiamo di fronte con caratteri e intensità nuovi.

Questo patrimonio sarà essenziale per arrivare ad avere un quadro di riferimento unitario insieme alle altre forze politiche della coalizione, anche grazie al contributo della nostra Carta d’Intenti. Sarà poi il candidato premier scelto con le primarie a organizzare in modo più specifico, in questo quadro generale, il programma di governo con il quale i progressisti si proporranno alla guida del Paese nelle prossime elezioni politiche.

Ho già avuto modo di dire che, per quel che riguarda la mia sensibilità, prima ancora dei temi economici sono decisivi la riforma istituzionale, la riscossa civica, il rinnovamento morale e il rilancio dei diritti. Nella sua lettera Marino elenca molti di questi aspetti. Più in particolare, sui diritti ho già chiarito molte volte che se gli italiani affidassero ai progressisti il governo del Paese nella lista delle cose da fare subito, nei primi giorni, ci sono la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati, il riconoscimento giuridico delle unioni civili, la rilettura e la modifica della legge 40 per ovviare al caos che ne è seguito, l’umanizzazione del fine vita, la difesa della libertà di espressione e di organizzazione in ogni luogo, a cominciare dai luoghi di lavoro.

I problemi economici che abbiamo di fronte sono gravi. Ma io credo che sia dalla riscossa civica e morale che possa venire l’energia che serve all’Italia per tornare a crescere e a riprendere il posto che le compete nel mondo.

Noi democratici mettiamo al centro delle nostre preoccupazioni il lavoro e l’uguaglianza, che non è solo un valore, ma anche uno strumento per lo sviluppo. Questo Paese è troppo diviso, troppo diseguale, e l’esperienza dimostra che la disuguaglianza è un freno per la crescita. Da questa scelta discende forse la sfida più ardua per i riformisti. Noi intendiamo difendere e riformare il Welfare. Noi riteniamo che di fronte a scuola, sanità e sicurezza non ci debbano essere né poveri né ricchi. Noi pensiamo che il Welfare universalistico sia un elemento di civiltà. Ma proprio per questo dobbiamo fare in modo che il Welfare sia sostenibile, in parti- colare per quanto riguarda la sanità. È una sfida difficile, rispetto alla quale mi aspetto che Marino ci offra come sempre un contributo di esperienza, anche sul piano internazionale.

Mi ha fatto piacere che Marino abbia apprezzato e pienamente recepito il senso delle nostre primarie: questa prova non è una sfida tra noi, ma il contributo coraggioso dei progressisti che si mettono in gioco apertamente per riavvicinare i cittadini alla politica, per parlare di Italia, per aprire tutti insieme una nuova stagione per il nostro Paese.

L’Unità 04.10.12

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Regole Primarie, Fassina: “Troppi casi di brogli è giusto difendersi”

“Con le primarie aperte cediamo sovranità, è giusto che chi si reca a votare si assuma delle responsabilità”
Fassina, volete fare uno sgambetto a Renzi con regole così rigide per le primarie?
«No, vogliamo solo precisare regole di garanzia. E’ incomprensibile la reazione di chi dovrebbe sentirsi tutelato».

Però avete voluto soglie alte di supporter per consentire la partecipazione.
«No, le soglie sono più basse di quelle previste per le candidature alle primarie di sindaco, presidente di Provincia e di Regione».

L`albo degli elettori, però, sembra una “restrizione”.
«Invece è una “precisazione” perché abbiamo una lunga esperienza di primarie e ci sono stati i casi di Napoli, di Palermo, di Lecce, e cioè il rischio di inquinamento».

Solo che a quell`albo bisogna registrarsi prima del voto, la procedura rende più difficile la partecipazione.
«Lo si può fare anche il giorno stesso del voto. Ripeto, è una garanzia per tutti. Comunque, vedremo come voterà l`Assemblea di sabato e poi la proposta del Pd sarà discussa con le altre forze della coalizione».

Al secondo turno delle primarie possono votare solo coloro che hanno votato già al primo, perché?
«Non stiamo andando a selezionate chi fa l`amministratore del condominio, ma chi si candida alla presidenza del Consiglio. Mi pare giusto».

Magari cambia qualcosa, farete marcia indietro?
«Spero di no. Il Pd cede sovranità nel momento in cui fa le primarie aperte e a questo deve corrispondere una assunzione di responsabilità.
Ho fatto due campagne elettorali negli Usa e quando facevo il porta a porta mi davano l`elenco degli elettori democratici a cui chiedere sostegno. Chi sostiene il centrosinistra lo faccia in modo trasparente».

La Repubblica 04.10.12

"La mia risposta a Marino", di Pier Luigi Bersani

La lettera di Marino, che ho apprezzato molto, mi offre l’occasione di chiarire un punto importante. Come candidato ma anche come segretario del Pd mi aspetto da tutti i democratici che intendono impegnarsi nelle primarie il riconoscimento e il rispetto per il lavoro programmatico svolto dal partito.
Un lavoro fatto nelle assemblee, nei gruppi parlamentari, negli appuntamenti di riflessione e discussione organizzati negli ultimi anni. Questo lavoro, che è stata anche una straordinaria palestra di discussione e di confronto, è un patrimonio a cui tutti hanno dato il proprio contribuito, e Marino certamente, ciascuno secondo il proprio filone culturale.
Naturalmente non sono stati compiutamente risolti tutti i problemi, e anche nei casi in cui sono state formulate proposte largamente condivise e considerate positive, l’evoluzione delle cose suggerisce di essere aperti ai cambiamenti necessari per affrontare le sfide che abbiamo di fronte con caratteri e intensità nuovi.
Questo patrimonio sarà essenziale per arrivare ad avere un quadro di riferimento unitario insieme alle altre forze politiche della coalizione, anche grazie al contributo della nostra Carta d’Intenti. Sarà poi il candidato premier scelto con le primarie a organizzare in modo più specifico, in questo quadro generale, il programma di governo con il quale i progressisti si proporranno alla guida del Paese nelle prossime elezioni politiche.
Ho già avuto modo di dire che, per quel che riguarda la mia sensibilità, prima ancora dei temi economici sono decisivi la riforma istituzionale, la riscossa civica, il rinnovamento morale e il rilancio dei diritti. Nella sua lettera Marino elenca molti di questi aspetti. Più in particolare, sui diritti ho già chiarito molte volte che se gli italiani affidassero ai progressisti il governo del Paese nella lista delle cose da fare subito, nei primi giorni, ci sono la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati, il riconoscimento giuridico delle unioni civili, la rilettura e la modifica della legge 40 per ovviare al caos che ne è seguito, l’umanizzazione del fine vita, la difesa della libertà di espressione e di organizzazione in ogni luogo, a cominciare dai luoghi di lavoro.
I problemi economici che abbiamo di fronte sono gravi. Ma io credo che sia dalla riscossa civica e morale che possa venire l’energia che serve all’Italia per tornare a crescere e a riprendere il posto che le compete nel mondo.
Noi democratici mettiamo al centro delle nostre preoccupazioni il lavoro e l’uguaglianza, che non è solo un valore, ma anche uno strumento per lo sviluppo. Questo Paese è troppo diviso, troppo diseguale, e l’esperienza dimostra che la disuguaglianza è un freno per la crescita. Da questa scelta discende forse la sfida più ardua per i riformisti. Noi intendiamo difendere e riformare il Welfare. Noi riteniamo che di fronte a scuola, sanità e sicurezza non ci debbano essere né poveri né ricchi. Noi pensiamo che il Welfare universalistico sia un elemento di civiltà. Ma proprio per questo dobbiamo fare in modo che il Welfare sia sostenibile, in parti- colare per quanto riguarda la sanità. È una sfida difficile, rispetto alla quale mi aspetto che Marino ci offra come sempre un contributo di esperienza, anche sul piano internazionale.
Mi ha fatto piacere che Marino abbia apprezzato e pienamente recepito il senso delle nostre primarie: questa prova non è una sfida tra noi, ma il contributo coraggioso dei progressisti che si mettono in gioco apertamente per riavvicinare i cittadini alla politica, per parlare di Italia, per aprire tutti insieme una nuova stagione per il nostro Paese.
L’Unità 04.10.12
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Regole Primarie, Fassina: “Troppi casi di brogli è giusto difendersi”
“Con le primarie aperte cediamo sovranità, è giusto che chi si reca a votare si assuma delle responsabilità”
Fassina, volete fare uno sgambetto a Renzi con regole così rigide per le primarie?
«No, vogliamo solo precisare regole di garanzia. E’ incomprensibile la reazione di chi dovrebbe sentirsi tutelato».
Però avete voluto soglie alte di supporter per consentire la partecipazione.
«No, le soglie sono più basse di quelle previste per le candidature alle primarie di sindaco, presidente di Provincia e di Regione».
L`albo degli elettori, però, sembra una “restrizione”.
«Invece è una “precisazione” perché abbiamo una lunga esperienza di primarie e ci sono stati i casi di Napoli, di Palermo, di Lecce, e cioè il rischio di inquinamento».
Solo che a quell`albo bisogna registrarsi prima del voto, la procedura rende più difficile la partecipazione.
«Lo si può fare anche il giorno stesso del voto. Ripeto, è una garanzia per tutti. Comunque, vedremo come voterà l`Assemblea di sabato e poi la proposta del Pd sarà discussa con le altre forze della coalizione».
Al secondo turno delle primarie possono votare solo coloro che hanno votato già al primo, perché?
«Non stiamo andando a selezionate chi fa l`amministratore del condominio, ma chi si candida alla presidenza del Consiglio. Mi pare giusto».
Magari cambia qualcosa, farete marcia indietro?
«Spero di no. Il Pd cede sovranità nel momento in cui fa le primarie aperte e a questo deve corrispondere una assunzione di responsabilità.
Ho fatto due campagne elettorali negli Usa e quando facevo il porta a porta mi davano l`elenco degli elettori democratici a cui chiedere sostegno. Chi sostiene il centrosinistra lo faccia in modo trasparente».
La Repubblica 04.10.12

"Lettera a Monti sulla nuova tassa, già oltre 6mila le firme raccolte", da unita.it

Il 18 e il 19 ottobre i capi di Stato e di governo della Ue discuteranno, nel Consiglio europeo convocato a Bruxelles, l’istituzione della tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf): un’imposta dello 0,1% da applicare sugli acquisti e le vendite degli strumenti finanziari di carattere speculativo e dello 0,01% da applicare sui cosiddetti derivati, «colpevoli» come si sa di gravissime distorsioni sui mercati. Si tratta di quella che è stata chiamata la «Tobin tax europea», sulla quale si discute da anni senza che si sia potuti arrivare a una conclusione a causa delle opposizioni di alcuni Paesi dell’Unione, capitanati dal Regno Unito. Eppure, più di un anno fa il Parlamento europeo, con una iniziativa partita dal gruppo dei Socialisti e Democratici, ha votato l’istituzione dell’imposta e diversi parlamenti nazionali, tra cui quello italiano, hanno discusso in varie forme la proposta: ma il mancato consenso nelle istituzioni comunitarie ha fin qui impedito di raggiungere il risultato. Il valore economico dell’iniziativa è evidente. L’imposta, secondo i calcoli del Parlamento europeo, frutterebbe circa 60 miliardi di euro l’anno: una formidabile boccata di ossigeno per le esauste casse comunitarie che, per una volta, non verrebbero finanziate ricorrendo a tagli e sacrifici nei Paesi dell’Unione ma facendo pagare una minima parte del dovuto alle istituzioni finanziarie, le quali sono spesso le responsabili delle difficoltà di bilancio che assillano l’Europa. Sarebbe, quindi, un primo segnale importante della volontà e della capacità della politica europea di regolamentare i mercati finanziari. Ma sarebbe anche un chiaro segnale in controtendenza, in un tempo in cui le scelte economiche dei governi e delle grandi tecnostrutture internazionali tendono a scavalcare o a ignorare tout court i poteri delle rappresentanze democratiche e degli stessi parlamenti nazionali. In vista del Consiglio europeo, il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno preso un’iniziativa vòlta a sbloccare l’impasse. In una lettera ai loro colleghi, hanno proposto che, in mancanza di un accordo generale, si proceda all’approvazione della Ttf con il metodo della cooperazione rafforzata, un istituto comunitario previsto dai Trattati che permette ai Paesi che lo vogliono di procedere, purché siano più di nove all’interno dei ventisette dell’Unione, anche senza l’intesa di quelli contrari. Rivolgiamo un appello al governo italiano perché faccia propria l’iniziativa dei leader francese e tedesco aderendo al gruppo di Paesi che ricorrerebbe alla cooperazione rafforzata e perché, intanto, al Consiglio europeo del 18 e 19 ottobre il presidente Monti ponga fine alle incertezze, ai dubbi e alle opposizioni striscianti che non mancano in Italia, chiarendo che il nostro Paese è favorevole all’istituzione dell’imposta sulle transazioni finanziarie. Invitiamo i lettori e tutti i cittadini a sostenerci firmando l’appello sul sito www.unita.it.

"Lettera a Monti sulla nuova tassa, già oltre 6mila le firme raccolte", da unita.it

Il 18 e il 19 ottobre i capi di Stato e di governo della Ue discuteranno, nel Consiglio europeo convocato a Bruxelles, l’istituzione della tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf): un’imposta dello 0,1% da applicare sugli acquisti e le vendite degli strumenti finanziari di carattere speculativo e dello 0,01% da applicare sui cosiddetti derivati, «colpevoli» come si sa di gravissime distorsioni sui mercati. Si tratta di quella che è stata chiamata la «Tobin tax europea», sulla quale si discute da anni senza che si sia potuti arrivare a una conclusione a causa delle opposizioni di alcuni Paesi dell’Unione, capitanati dal Regno Unito. Eppure, più di un anno fa il Parlamento europeo, con una iniziativa partita dal gruppo dei Socialisti e Democratici, ha votato l’istituzione dell’imposta e diversi parlamenti nazionali, tra cui quello italiano, hanno discusso in varie forme la proposta: ma il mancato consenso nelle istituzioni comunitarie ha fin qui impedito di raggiungere il risultato. Il valore economico dell’iniziativa è evidente. L’imposta, secondo i calcoli del Parlamento europeo, frutterebbe circa 60 miliardi di euro l’anno: una formidabile boccata di ossigeno per le esauste casse comunitarie che, per una volta, non verrebbero finanziate ricorrendo a tagli e sacrifici nei Paesi dell’Unione ma facendo pagare una minima parte del dovuto alle istituzioni finanziarie, le quali sono spesso le responsabili delle difficoltà di bilancio che assillano l’Europa. Sarebbe, quindi, un primo segnale importante della volontà e della capacità della politica europea di regolamentare i mercati finanziari. Ma sarebbe anche un chiaro segnale in controtendenza, in un tempo in cui le scelte economiche dei governi e delle grandi tecnostrutture internazionali tendono a scavalcare o a ignorare tout court i poteri delle rappresentanze democratiche e degli stessi parlamenti nazionali. In vista del Consiglio europeo, il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno preso un’iniziativa vòlta a sbloccare l’impasse. In una lettera ai loro colleghi, hanno proposto che, in mancanza di un accordo generale, si proceda all’approvazione della Ttf con il metodo della cooperazione rafforzata, un istituto comunitario previsto dai Trattati che permette ai Paesi che lo vogliono di procedere, purché siano più di nove all’interno dei ventisette dell’Unione, anche senza l’intesa di quelli contrari. Rivolgiamo un appello al governo italiano perché faccia propria l’iniziativa dei leader francese e tedesco aderendo al gruppo di Paesi che ricorrerebbe alla cooperazione rafforzata e perché, intanto, al Consiglio europeo del 18 e 19 ottobre il presidente Monti ponga fine alle incertezze, ai dubbi e alle opposizioni striscianti che non mancano in Italia, chiarendo che il nostro Paese è favorevole all’istituzione dell’imposta sulle transazioni finanziarie. Invitiamo i lettori e tutti i cittadini a sostenerci firmando l’appello sul sito www.unita.it.

"Dai giudici un messaggio alla Casta", di Cesare Martinetti

Mentre la politica non riesce a riformarsi e tagliare finalmente quei costi che hanno portato agli scandali Fiorito e alla scoperta di insopportabili sprechi, i giudici di Milano sparano una cannonata: dieci anni di galera a un faccendiere amico di Roberto Formigoni, il doppio di quanto aveva chiesto l’accusa. Sentenza esemplare, s’è detto subito; sentenza «inusitata», secondo l’avvocato difensore del condannato, Pierangelo Daccò, perché tanta severità non s’era mai vista. Sentenza «ambientale», ci viene da dire, rispolverando quell’aggettivo che andava in uso negli anni di tangentopoli, quando fu l’allora pm Di Pietro a coniare la locuzione «dazione ambientale» per denunciare come il clima dell’«ambiente» era allora tale che non ci si poteva sottrarre al pagamento (dazione) di tangenti in qualsivoglia rapporto con la politica.

Teatro della vicenda è l’ospedale San Raffaele, la creatura di don Verzè, luogo simbolico di eccellenza sanitaria e della ricerca scientifica privata; ma anche terreno obbligato di scambio tra politica, affari e mondo cattolico lombardo.

Il milieu d’elezione dell’amministrazione regionale guidata dall’indagato Roberto Formigoni, un tempo detto il «Celeste». Daccò è a sua volta il faccendiere per eccellenza, il facilitatore dei rapporti tra pubblico e privato, il trafficone super introdotto negli uffici del Pirellone, l’uomo che pagava viaggi e vacanze su lussuosi yacht nel Mediterraneo e nei Caraibi (per un totale di favori il cui valore è stato conteggiato in 8 milioni) al governatore uscito dalla scuola molto pia ma anche molto pragmatica di don Giussani.

Ora questa sentenza ci pare «ambientale» perché è come se i giudici l’avessero scritta respirando l’aria di indignazione e di rivolta che sta investendo la classe politica con gli annessi di affari e affaristi, prebende e impunità. Una condanna a dieci anni per concorso esterno a una bancarotta non s’era mai vista, è possibile che venga anche riformata in appello. Ma intanto il segnale è partito, proprio nel giorno in cui i sindacati rivelano che in quel grande ospedale 450 posti di lavoro sono a rischio. Non c’è rapporto tra i due fatti, è ovvio, ma è come se la sentenza arrivasse insieme a denunciare gli effetti dello spreco criminale di denaro e a sanzionare il disastro sociale che ne può derivare.

Che la giustizia diventi giustizialismo è un rischio ben presente a Milano, dove sembra di respirare di nuovo qualche refolo del 1992, ma è a sua volta un prodotto non secondario di questo abisso nel quale ci ha portato una politica arrotolata sulla conservazione di se stessa, in un crescendo di rivelazioni dove i privilegi si sommano alle astuzie e naturalmente alle ingiustizie. Sempre ieri, la Cassazione, ribaltando una sentenza di condanna, ha assolto due giornalisti del Giornale che avevano denunciato la deroga che il sindaco di Roma Rutelli si era concesso per una tomba al Verano. Nelle motivazioni della nuova sentenza, i supremi giudici scrivono: «In un momento in cui l’opinione pubblica è particolarmente attenta a privilegi veri e presunti della classe politica…» ai media deve essere assicurato «un diritto di cronaca molto ampio». Rutelli non avrà il risarcimento che gli era stato riconosciuto: l’ironia dei giornalisti («il sindaco s’è fatto un mausoleo al Verano…») secondo i supremi giudici è giustificata dai privilegi che i politici sanno garantire a se stessi. Discutibile, ma pure questa è una sentenza «ambientale».

La scoperta dell’esistenza di Franco Fiorito e della sua vita che sembra un fotoromanzo, ci ha dato un volto e un corpo in cui specchiare simbolicamente astuzie e soprusi di una classe politica che certamente non è tutta come il Batman di Anagni, ma è ugualmente colpevole per non aver saputo rapidamente riformare se stessa tagliando in modo non simbolico quei privilegi che ne hanno fatto una casta oggi indifendibile.

Il Consiglio dei ministri presieduto dal professor Monti discuterà oggi i «tagli»: meno consiglieri, meno indennità. Già si sa che saranno «mini» tagli. L’importante è che siano «tagli», perché da qualche parte si deve cominciare. Incapaci di riformare se stessi, è bene che i politici siano riformati dai «tecnici» che non appena saliti al governo non hanno avuto esitazioni (appena qualche lacrima della professoressa Fornero) a intervenire sulle pensioni degli italiani. Sarebbe davvero paradossale che si fermassero davanti agli indecenti vitalizi che Franco Fiorito e i suoi colleghi si sono dati di nascosto dai loro elettori e di tutti gli italiani.

La Stampa 04.10.12

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“Quel giro di affari con il Pirellone”, di PIERO COLAPRICO

DI LUI, all’inizio dello scandalo, il presidente Formigoni diceva: «Mi pare faccia il consulente nel settore della Sanità». Poi emersero cinque lussuosi capodanni insieme. Yacht con equipaggio messi a disposizione. Cene senza limiti, eventi, feste. Da ieri sull’ex semisconosciuto Pierangelo Daccò sono piovuti 10 anni di carcere. CINQUANTASEI anni, residenza in Svizzera ma dalla metà del novembre 2011 detenuto a Opera, assiduo della Regione, del “capo casa” di Formigoni Alberto Perego, dello stesso presidente che ha beneficiato per vari milioni di euro, Daccò è stato dunque condannato per concorso esterno in bancarotta. Quella dell’ospedale San Raffaele. Una condanna pesantissima. Ma occorre dire subito che gli indizi contro Daccò, nell’altra indagine, quella sulla Fondazione Maugeri, in attesa di rinvio a giudizio, sono ancor più copiosi e pesanti: «Noi possiamo fare anche a meno delle sue confessioni, parli o no per le indagini cambia poco», è la frase che trapela al quarto piano del palazzo di giustizia milanese, dove i detective sono certi di aver aperto nel «sistema Daccò» vaste e perenni crepe.
Un retroscena è basilare. Il suicidio del numero due del San Raffaele, il brillante Mario Cal, aveva sconvolto il bergamasco Danilo Donati, il security manager dell’ospedale. Donati è stato poi arrestato. Ma aveva incontrato a lungo i magistrati del pool milanese come testimone. Il primo interrogatorio, cominciato alle 9.30 del mattino, era finito alle 3 di notte. E altri ne aveva resi. Donati, occupandosi di sicurezza, e quindi anche di proteggere gli incontri, sapeva molto dei contanti che Daccò riceveva da Mario Cal (in cambio delle sue raccomandazioni dentro la Regione per i rimborsi).
È una miniera d’informazioni, è lui a svelare che un costruttore, abituale fornitore del San Raffaele, proprio in quel periodo, aveva dovuto vendere la sua casa di riposo, della Fondazione Ombretta, intestata alla figlia morta, alla Fondazione Maugeri. Come intermediario immobiliare chi c’era? Il socio di Daccò, Antonio Simone, ciellino, ex assessore alla sanità ai tempi di Tangentopoli, uscito malvolentieri dalla politica attiva per gestirla da sullo sfondo. Solo per quella vendita, Simone incassa una commissione di 5 milioni di euro, finiti all’estero. Ecco profilarsi il «sistema Daccò».
Uguale per il san Raffaele e per la Maugeri. I pubblici ministeri seguono passo passo le tracce dei soldi pubblici che la Regione versa alla Fondazione Maugeri, eccoli che vengono «ritagliati» da Daccò, il quale intasca percentuali elevatissime. Prima del 25 per cento sui rimborsi regionali, poi del 12,5, e gira ogni volta la quota che spetta al socio Simone. La Regione ha assicurato di non avere nulla a che fare con questi maneggi, ma il primario pneumologo che coordina tutti i direttori sanitari della Fondazione Maugeri, il dottor Antonio Spanevello, sottoscrive cinque mesi fa un verbale che smentisce ogni versione minimalista: «Un giorno — ricorda il primario — mi sono incontrato casualmente con Passerino (il direttore generale, ndr), quando il presidente Formigoni era stato appena rieletto alle ultime elezioni regionali. Passerino mi disse di incominciare a pensare a dei progetti innovativi da presentare alla Regione al fine di ottenere nuovi finanziamenti. Egli mi fece chiaramente intendere che il “momento era propizio”».
Vengono quindi inventati tre progetti «in ambito riabilitativo (malattie rare, dolore cronico e trapianto)» e si apre una corsia speciale. Spanevello incontra infatti a Roma il direttore generale del ministero della Sanità Massimo Casciello, che gli dà i suggerimenti giusti per aggirare ogni barriera: «… Ho di sicuro riscontrato nei miei incontri in Regione Lombardia che sia Lucchina (Carlo, direttore generale sanità regionale), che Alessandra Massei (funzionario regionale, legata a Daccò, ndr), avevano già ricevuto i progetti essendone a conoscenza (…) Ricordo che Passerino mi chiamò nel suo ufficio e mi fece
vedere una bozza di lettera (…) Mi si chiede se sia corretto… «.
Corretto? «Effettivamente — ammette Spanevello — la procedura è stata anomala, anzi devo dire che è illegale (…) Ne parlai più volte al presidente Umberto Maugeri, evidenziando le stranezze della procedura adottata (…) Gli ho detto “per favore queste cose fatele fare a Passerino”».
I magistrati, nell’invito a comparire a Formigoni, puntavano il dito sul «sistematico asservimento della discrezionalità ammini-strativa » della Regione ai bisogni dei faccendieri. Come negarlo? A che titolo Daccò ha munto 80 milioni di denaro pubblico? È sparito in conti esteri, in parte prelevato in contanti: da dare a chi? È la domanda per ora senza risposta.

La Repubblica 04.10.12