politica italiana

«Giustizia, governo e legislatura: tutto in diciassette giorni», di Fabio Martini

Tra l’11 e il 28 gennaio il premier si gioca tutto. Sono trenta i deputati nel mirino della maggioranza

Il presidente del Consiglio lo sa meglio di ogni altro. Tra l’11 e il 28 gennaio lui e il suo governo si giocano tutto. Diciassette giorni decisivi per il futuro di una legislatura che da qualche mese ha iniziato a scricchiolare e che potrebbe precipitare (o rianimarsi) per gli effetti diretti e congiunti di almeno tre eventi: la sentenza della Corte Costituzionalità sulla legge del legittimo impedimento; l’esito del referendum tra i lavoratori di Mirafiori; l’approvazione o il congelamento dei decreti attuativi sul federalismo. Silvio Berlusconi lo sa così bene che neppure durante le feste di Natale ha dismesso l’attività di sondaggio dei parlamentari «delusi», come li chiama lui. Ha messo nel mirino una trentina di potenziali reclute, confidando di portarne a casa la metà o poco meno. Un lavorìo sotto traccia di cui, come sempre, si misurerà l’efficacia soltanto a cose fatte, ma da quel pochissimo che trapela potrebbe rinnovarsi la sorpresa per il distacco dalla opposizione di un numero – limitato ma simbolicamente significativo – di “transfughi” dell’Italia dei Valori. Sarà un caso, sta di fatto che proprio ieri Antonio Di Pietro è tornato alla carica: «Il governo è senza maggioranza, deve dimettersi» e il Capo dello Stato verifichi se la maggioranza «si regge sulla compravendita dei parlamentari».

Ma gli incessanti movimenti lungo il “confine” sono il sintomo di una situazione estremamente incerta, destinata a sbloccarsi – in un senso o nell’altro – nel corso del mese di gennaio. In attesa di sapere dalla sua viva voce se il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi intenda dimettersi prima della discussione della mozione di sfiducia e che deve essere ancora calendarizzata, il vero spartiacque della legislatura è fissato l’11 gennaio, quando la Corte Costituzionale si riunirà per decidere se concedere il nulla osta di legittimità – o bocciare – la legge sul legittimo impedimento che per il momento consente al premierdi non presentarsi davanti al Tribunale di Milano per il processo Mills. Certo, il relatoreSabino Cassese si è riservato di distribuire il suo “appunto” agli altri giudici della Consulta soltanto in queste ore, ma dalle primissime indiscrezioni trapelate pare che (escluso il rigetto e il placet senza riserve) la proposta sia quella di indicare un difetto parziale. Affidando ai giudici, di volta in volta, la valutazione sulla effettiva sussistenza di un legittimo impedimento a presenziare in tribunale. Andrà in questa direzione la sentenza della Corte? Ciò che nessun giudice potrà dire a voce alta, appartiene invece alla prassi impalpabile della Consulta: dopo il recente voto di fiducia al governo, la sentenza ha finito per assumere un significato latamente politico che potrebbe influenzare il deliberato finale.

E dunque, se la Consulta non dovesse privare di uno scudo il premier, a quel punto prenderebbe corpo la trattativa dietro le quinte. Dice Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl: «Gennaio sarà il mese determinante per l’esito della legislatura: se altri deputati si convinceranno – e l’ipotesi è concreta – la vittoria di Berlusconi del 14 dicembre si ripeterà, altrimenti non resterà che ridare la parola agli elettori». Come dire: a portare dentro l’Udc oramai ci abbiamo rinunciato. E le inquietudini della Lega? Dice il ministro Roberto Calderoli: «Non per amore di polemica ma per calendario parlamentare: la data indifferibile per il decreto sul federalismo è il 28 gennaio». Se nella apposita Commissione bicamerale (maggioranza e opposizione sono 15 a 15) si andasse ad un pareggio, il governo dovrebbe presentare una relazione motivata, con uno slittamento di uno, due mesi. Un ritardo insopportabile per la Lega? «Bossi va preso sul serio – sostiene l’udc Francesco D’Onofrio, un pioniere del dialogo con i leghisti – e la vera domanda da fargli semmai è questa: se non otterrete il federalismo, perché pensate di conquistarlo con le elezioni? Forse perché pensano di strapparlo dopo, ma in una logica costituente e non più di schieramento».

da www.lastampa.it

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«“Operazione 2012” al via: così Berlusconi tenta il salto», di Francesco Lo Sardo

Gimkana tra compravendite e federalismi: per sopravvivere un anno
Arrivare al 2012 forse si può. Reclutando altri tre deputati di Fli e uno dell’Mpa, facendo un gruppo parlamentare di berluscones per tornare in maggioranza in commissioni strategiche come la Bilancio e andando avanti a colpi di voti fiducia. Ma anche sgombrando il campo da battaglie inutilmente insidiose come la difesa di Bondi, che si dimetterà da ministro per evitare la mozione di sfiducia e due giorni di dibattito su favori concessi ad amici e conoscenti. E tentando una mission impossible come quella di far dimettere da parlamentari i ministri per far spazio a neoeletti Pdl per rimpolpare la striminzita maggioranza.

Sette camicie
Certo Berlusconi dovrà sudare sette camicie e, in questo senso, l’incastro dell’agenda del tirare a campare con la sentenza della Consulta della prossima settimana sul legittimo impedimento non lo spaventa tanto quanto l’eco dei primi colpi sordi di una velenosa lotta ai vertici della Lega che s’intravede dietro la denuncia delle “cimici” a casa di Bossi. Già perché sempre alla Lega si deve tornare per capire se terrà – e quanto terrà – il governo che a fine mese dovrebbe decidere della sua sorte. I tempi della verifica di maggioranza di fine gennaio però slittano, il rischio elezioni idem. Anche perché nessuno ha interesse a far saltare il Milleproroghe di febbraio, tra il «bauscione» Berlusconi, come Bossi ha definito ieri il premier dandogli del megalomane imbroglione e l’ammaccato capo della Lega. Il quale Bossi, denunciando le microspie ritrovate in casa fatta bonificare da una ditta privata «ha tirato un siluro al ministro dell’interno leghista Maroni», si sibila tra i berluscones. Dinamiche oscure anche per il Pdl: ma spie di una dura lotta sotterranea nel Carroccio che spaventa non poco, si dice, il Cavaliere.

Lega destabilizzata
Solo una Lega destabilizzata gli mancava: ora ce l’ha. Ciò premesso che fare, tirare avanti o voto anticipato? Il Cavaliere non avrebbe dubbi: meglio tentare di sopravvivere un altro annetto, finché i sondaggi non vanno meglio. «Lui vorrebbe annientare Fini. Ma effettivamente si rende conto che non si può portare l’Italia al voto per distruggere Fini», dicono i suoi. E magari poi perdere, effettivamente. Ma per Berlusconi non andare ora al voto significa tener buona la Lega, cioè far marciare il federalismo. Il premier lì concede tutto, ma non basta. «Alla bicamerale sul federalismo opposizione e maggioranza sono pari, all’impasse: da Fli in poi siamo appesi alla sudtirolese Helga Thaler, mano, ma quella sta al federalismo come i capponi stanno al Natale. Con tutti i soldi che prendono le regioni autonome…il federalismo per loro è la fine del Bengodi». Insomma, meglio non contarci.

Il Pd s’ammorbidisce
Del resto per la Lega il vero nodo non è imporre una maggioranza in bicamerale, quanto “allargarla” al Pd conquistandone l’astensione, mettendo il federalismo al riparo da rischi di referendum. Qui però la partita dipende solo dal Carroccio, non certo dal Pdl che ai contenuti del federalismo è interessata né punto né poco: «Se la Lega smette di minacciare elezioni anticipate tutti i giorni, forse il Pd s’ammorbidisce», pensano al Pdl. Letteralmente vitale è, invece, il piano di ripristino della maggioranza nelle commissioni ordinarie: un’operazione che sarà possibile grazie alla nascita del gruppo presieduto dall’ex Fli Moffa e all’assegnazione dei nuovi posti ai neoberluscones Lasciando lavorare Calderoli ai fianchi del Pd, attingendo a vari espedienti parlamentari e confidando in una sentenza che salvi a metà lo scudo che lo protegge dai processi, Berlusconi pensa di poter tentare il salto fino al 2012. Bossi incasserà comunque un successo alle amministrative 2011 al nord: che «stabilizzerà la Lega», sperano a palazzo Grazioli. Al danno per il Pdl sono rassegnati. Ma molto di più li preoccupa quel accade dietro le quinte dell’inquieto Carroccio.

da www.europaquotidiano.it

1 Commento

  1. «GLI IMPEDIMENTI DEL PREMIER», di FRANCO CORDERO da la Repubblica
    Vera o no, prendiamo la notizia come circola. Negl´interna corporis della Consulta, dicono, germina l´ipotesi d´una decisione che salvi la legge 7 aprile 2010 n. 51, così motivata: sarebbe invalida se fosse automatico il rinvio quando l´Uomo diserta l´udienza allegando affari governativi (invalida, trattandosi d´una legge ordinaria, mentre l´immunità è materia da norme costituzionali; e non è tutto: rimane aperta la questione capitale: fin dove sia derogabile l´art. 3 Cost.); ma spetta ancora al giudice valutare l´asserito impedimento; e intesa così, suona bene, quindi non tocchiamola. In gergo, «sentenza interpretativa di rigetto».
    Siccome esiste una sintassi del diritto, vediamo quanto valga il teorema. Vale poco, anzi niente. Che in dati limiti gl´impegni governativi fossero legittimo impedimento, lo sapevamo, né occorreva ridirlo mettendo a soqquadro le Camere: in inglese è truism o, da questa parte della Manica, lapalissade; Jacques Chabannes, seigneur de La Palice muore nella battaglia di Pavia, 1525, e «un quart d´heure avant sa mort il était encore en vie», cantano i soldati.
    Ogni giudice rinvierebbe l´udienza de plano se l´insonne premier fosse chiamato arbitro tra potenze mondiali, essendo in gioco la pace del pianeta (pochi giorni fa vantava gesta simili). A sciogliere i dubbi basta un poco d´anamnesi, come sia nato il piccolo mostro. Abbiamo un presidente del Consiglio affetto da fobia acuta. Teme i processi più della peste: s´era consacrato immune con una legge 20 giugno 2003 n. 140, ma la Corte l´affossa (13 gennaio 2004); ritentato il colpo dopo quattro anni, appena rimette piede al governo, incappa ancora nel maledetto art. 3 Cost.
    Sotto nuove accuse ha urgente bisogno d´uno scudo. Solerti squadre parlamentari gli votano qualunque soperchieria: consulenti de poena vitanda compilano i testi; ubbidienti peoni premono un pulsante; e che spettacolo quando l´obiettivo li coglie acclamanti. Norme ad divum Berlusconem tagliano corto, definendo «legittimo impedimento» il «concomitante esercizio» d´una delle innumerevoli funzioni governative, incluse le «attività preparatorie e consequenziali». Chiaro e crudo. L´effetto impediente è legalmente presunto. In teoria, restano controvertibili i fatti asseriti: ad esempio, l´invito da Vladimir Putin in una dacia dove discuteranno de rebus occultis, o altrettanto misteriosi colloqui sotto la tenda con Gheddafi o un consiglio dei ministri permanente, essendo sul tappeto affari formidabili. In pratica, la parola del presidente chiude il caso: locutus est; il giudice non ha armi istruttorie; se è troppo curioso, lo mandano al diavolo; gli arcana imperii sono impenetrabili da toghe qualunque, magari affiliate al complotto eversivo; né avrebbe chance un conflitto «tra poteri dello Stato» davanti alla stessa Corte (art. 134 Cost.).
    Salta agli occhi la novità: nel sistema d´allora giurisdizione e governo erano poteri coordinabili; il punto d´equilibrio stava in ragionevoli intese preventive (Corte cost. 6 luglio 2001 n. 225: un parlamentare molto legato all´Uomo forte mandava sistematicamente a monte le udienze allegando impegni camerali); e dopo una longanime attesa l´organo giudiziario poteva rischiosamente procedere. L´attuale norma esclude ogni alternativa al rinvio: perché altrimenti gliel´avrebbero affatturata?; i berluscones non perdono tempo in cineserie verbali, puntano al pratico. Ormai l´interessato gioca sul velluto: sventa l´udienza ogniqualvolta tiri in ballo uno dei mille incombenti che l´art. 1, comma 1, definisce legittimo impedimento; e affermandolo duraturo, ottiene che la successiva cada oltre il termine da lui indicato, entro i sei mesi (art. 1, c. 4). Molto esplicito, l´automatismo lascia intendere il senso complessivo dei due articoli.
    Insomma, analisi e storia del testo smentiscono qualunque lettura eufemistica: questa legge salva dai processi chi sappiamo; persa due volte l´immunità, se l´è rifatta. Tale essendo l´intento notorio, non vale un soldo falso l´augurio d´usi puliti dell´ordigno. Vedi il caso d´un adepto, nominato ministro affinché sfuggisse alla condanna: ignorava persino nome e competenze del dicastero; sale al Quirinale, giura, oppone l´impedimento. Impedito da che cosa? Dal lavoro preministeriale: non esistendo quel ministero, doveva allestirselo; e l´argomento suona conforme alle nuove regole, contemplanti anche «attività preparatorie» (poi s´è dimesso, vittima dello scandalo, perché la sua sorte penale importava poco al dominus). Esistono leggi valide o no, secondo il modo d´intenderle, ma quando vengono applicate nel senso incostituzionale, sinora la Corte le colpiva: non siede a Monte Cavallo come organo d´esegesi accademica; né avrebbe senso ventilare pie letture (non vincolanti, sia chiaro) mentre gl´interessi da tutelare vanno in malora. I due loschi articoli negano l´eguaglianza dei cittadini. Siamo diseguali se alcuni godono d´una improcedibilità che li sottrae alla legge penale: lo stato del non justiciable è indefinitamente allungabile; i 18 mesi previsti dall´art. 2, c. 1, presuppongono una futura sospensione, regolata da legge costituzionale; mancando la quale, lo scudo interinale sarebbe prorogato, possiamo scommettervi la testa; nella stasi dei processi le norme penali dormono. «Nulla poena sine iudicio» e l´augusta persona è giudicabile solo se le torna comodo: quando anche venga in tribunale, niente esclude colpi di scena; all´ultimo istante utile, fiutata aria infausta, se ne va mandando in fumo l´evento. L´equivalente civilistico è la condizione cosiddetta potestativa, il cui avveramento dipende dal contraente: «vitiatur et vitiat», impara lo scolaro su manuali elementari; il contratto nasce morto. Questa legge introduce la clausola «si voluero» in materia penale. Siamo sulla Nave dei Folli o in piena farsa carnevalesca.

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