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"Lavoro, diritti e democrazia", di Nadia Urbinati

Gli antichi consideravano la democrazia il governo dei poveri. Esiste democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il potere supremo dello stato è nelle mani della moltitudine che è fatta di poveri, sempre più numerosi dei ricchi, i quali vogliono governi oligarchici. Ma per noi moderni la democrazia è governo di tutti perché governo di una società di individui che si prendono cura direttamente di se stessi, non vivendo né sulle spalle di famiglie aristocratiche né su quelle degli schiavi. I moderni hanno adattato la democrazia alla società di mercato, la quale ha bisogno di una moltitudine non di poveri ma di consumatori, di gente cioè né troppo ricca né troppo povera; essi hanno promosso una trasformazione fondamentale dalla quale si deve far cominciare la storia della cittadinanza democratica: la fine del lavoro servo e schiavo. Per questa ragione, tutte le democrazie moderne sono fondate sul lavoro, anche quelle che non lo scrivono nella loro costituzione.
Lavoro, eguaglianza politica e di rispetto, libertà individuale sono intimamente connessi. E alla loro base vi è l´idea che l´individuo sia il bene primario, una persona intraprendente e attiva che vede nel lavoro non soltanto un mezzo per soddisfare bisogni materiali primari, ma anche per esprimere i propri talenti e le proprie capacità. Dignità della persona e lavoro dignitoso hanno dato vita a un connubio etico sul quale le democrazie moderne si sono consolidate.
Non è che questa associazione tra lavoro ed eguaglianza politica abbia eliminato le ingiustizie o liberato il lavoro dal peso della necessità. Essa ha tuttavia contribuito a considerare la fatica del vivere come una condizione che può essere umanizzata, benché mai vinta. Avere diritti politici ha contribuito a fare del lavoro una condizione sociale soggetta a regole e a responsabilità mutue e condivise. Il secondo Novecento è stato il secolo che ha dimostrato concretamente gli effetti umanizzanti della democrazia nel mondo del lavoro. Gli scienziati politici che si occupano dei processi di democratizzazione sono generosi di dati che dimostrano il miglioramento socio-economico e culturale che la trasformazione democratica porta con sé: migliori condizioni lavorative, diritto all´assistenza e contributi previdenziali, servizi sociali alle famiglie e scuole pubbliche decenti. Verrebbe da concludere che, se questo è vero per le società di recente democratizzazione (come per esempio molti stati dell´America Latina), ancora di più lo sarà per quelle con una democrazia consolidata.
Ma il paradigma democrazia-benessere non pare davvero così granitico, e quel che può valere per le società di recente democratizzazione sembra non reggere bene nelle nostre società. Dove due fenomeni si sono manifestati negli ultimi anni: la diminuzione del lavoro associato ai diritti e la crescita della povertà. Per esempio, come le cifre ci dicono quasi ogni giorno e il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda regolarmente, gli incidenti sul lavoro sono ormai fatti ordinari. È ragionevole dire che un lavoro dissociato dalle garanzie di sicurezza è lo specchio di una società nella quale il lavoro non è più pensato in termini di diritti, ma è tornato ad essere sacrificio e pura fatica semplicemente. E inoltre, un lavoro dissociato da alcune basilari certezze, un lavoro messo nella cornice del rischio anziché in quella dell´opportunità e della possibilità è un lavoro che cambia di identità e da condizione associata a diritti e dignità passa ad essere luogo di diseguaglianze sociali crescenti e di paura della povertà. In tutti i casi, ad essere messa a repentaglio è proprio la relazione tra lavoro e indipendenza, la condizione appunto della cittadinanza democratica. Questo è il segno della crisi sociale e culturale delle democrazie consolidate.
È sulla povertà che occorre riflettere (non per legalizzarla con la social card, come ha fatto il governo italiano in uno dei suoi primi provvedimenti), e in modo particolare sulla relazione tra un lavoro sempre più povero di diritti e il rischio sempre meno aleatorio di povertà. Il presente insicuro del lavoratore a contratto a tempo determinato è una porta aperta alla sua povertà futura. Un lavoro senza diritti è come un passaporto all´indigenza. Ma non è che il presente sia meno a rischio. Non soltanto perché c´è un´oggettiva diminuzione di opportunità di impiego, ma anche perché si è consolidata nel frattempo la pratica di accettare lavori senza diritti; questo rende i lavoratori naturalmente più vulnerabili e deboli ma anche più disposti a barattare la loro libertà e sicurezza in cambio di pochi soldi in più. E la propensione a dissociare lavoro e diritti induce ad associare il lavoro con una fatica qualunque, in cambio di denaro. E questo è a un tempo segno e premonizione della paura più grande, che è la povertà.
La povertà genera vergogna, fa vergognare. Non è solo segno di nuda necessità. In una società dove il consumo e la pubblicità sono il paradigma quotidiano di rappresentazione di sé e delle relazioni con gli altri, non riuscire a possedere determinati oggetti rende esposti al riconoscimento da parte degli altri come esseri falliti, persone da emarginare. La povertà è uno stigma, peggiore di qualsiasi lavoro misero e mal pagato, peggiore di un lavoro senza diritti. E´ comprensibile che sia così poiché in una società che si regge sulla condizione dell´eguaglianza, non avere un´eguale considerazione (non importa in relazione a che cosa) genera i più intollerabili sentimenti: l´umiliazione e il risentimento. Sentimenti intollerabili perché mentre non cambiano in meglio la condizione di chi li subisce, impediscono la crescita di altri sentimenti senza i quali una società democratica rischia l´interna disgregazione: l´empatia e la solidarietà. È per questa ragione che l´associazione del lavoro al diritto non solo non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica.

1 Commento

  1. nicola casaburi dice

    Interessanti riflessioni sul concetto di “lavoro”. A me interesserebbe sapere il parere di N.Urbinati sulle ultime, frequenti apparizioni in TV di prostitute piuttosto colte che reclamano dignità a quello che loro chiamano “lavoro”, se non, addirittura, “professione”. Può considerarsi lavoro, insomma, mettere il proprio corpo, o parti di esso, a disposizione altrui? Può considerarsi lavoro un’essenziale attività di scambio? E ancora, dal punto di vista etico: quali considerazioni legittimare alla luce dell’imperativo kantiano sulla mercificazione della persona?

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