economia, lavoro, politica italiana

"Ecco la Casta: la maggioranza vota no ai soldi per i lavoratori", di Andrea Carugati

Eccola qui la Casta, nel senso più deteriore del termine. Martedì pomeriggio, Camera dei deputati. Aula piena, si votano «misure straordinarie per il sostegno del reddito e la tutela di determinate categorie di lavoratori». Il gruppo Omega, ad esempio, quello che comprende i dipendenti dell’ex Eutelia: migliaia di lavoratori da mesi senza stipendio, e senza neppure la cassa integrazione. E invece niente, il centrodestra ha detto no. Niente soldi per i lavoratori, che a gennaio avevano fatto un sit-in bloccando per ore via del Corso, davanti a palazzo Chigi, e ricevendo vaghe promesse.

Tavoli su tavoli, ma neanche una lira. Tutti rossi, ieri pomeriggio, i pulsanti sui banchi del centrodestra: 261 no, tra chi leggeva le pagine sportive dei giornali, chi stava al cellulare, chi rideva e chiacchierava in capannelli. No anche all’allungamento della cassa integrazione ordinaria da 12 a 18 mesi, per dare fiato alle aziende in crisi: altri 261 no, senza una crepa tra i banchi della maggioranza, niente finiani dissidenti stavolta. Erano i due emendamenti che il Pd aveva portato in aula (si è riusciti a votarli solo dopo che Fini ha accolto la richiesta di Franceschini, la maggioranza avrebbe voluto insabbiare la legge in Commissione) per salvare le due proposte, che fino alla settimana scorsa erano state pazientemente cucite riuscendo ad avere l’ok del centrodestra. Poi il dietrofront: «Non ci sono le coperture», hanno spiegato i berluscones, su mandato di Sacconi e Tremonti. «Falso», secondo i democratici, che hanno proposto di mettere mano «al fondo per gli straordinari, che è dormiente, visto che da quando è iniziata la crisi non se ne fanno più», come ha spiegato Cesare Damiano. «Si poteva anche tassare del 2% i redditi sopra i 200mila euro».

BERSANI: UNA VERGOGNA «Una vergogna, davvero scandaloso che il governo si arrampichi sui vetri per non dare risposte vere a chi ha ammortizzatori in scadenza e chi è da tempo senza protezione», dice Bersani, in aula come tutti i big del Pd. E Franceschini: «Quando sono nei loro territori chiedono interventi per i lavoratori, poi vengono qui e votano contro…». Sui banchi del governo il sottosegretario al Welfare Viespoli, che sulla cig rimanda alla «riforma organica» e sull’Eutelia dice: «Da tempo è aperto un tavolo a palazzo Chigi…». «E cosa mangia la gente, i tavoli?», gli risponde Bersani. Mentre Fabrizio Potetti, che segue la vicenda per la Fiom, spiega: «Da gennaio il tavolo non è più stato convocato, almeno 1200 persone sono senza stipendio da novembre e per avere materialmente in tasca la cassa integrazione passeranno altri mesi. Quella norma poteva dare un po’ di sollievo». Poteva, appunto, ma il centrodestra ha detto no. Non sono serviti i numerosi appelli dai banchi delle opposizioni (unitissime, in questa occasione), dal moderato Udc Delfino («Altro che tavoli, il governo dovrebbe aprire i cordoni della borsa)», fino a Barbato dell’Idv che ha parlato di un «governo da rincorrere in piazza con i forconi». Nel mezzo tanti deputati Pd, tutti a ricordare i mutui di quelle famiglie che non arrivano a fine mese, a chiedere alla maggioranza «un gesto di civiltà».

L’IMBARAZZO DEI LEGHISTI In imbarazzo il relatore Cazzola (Pdl), che aveva lavorato all’intesa col Pd e poi si è rimesso in riga: «Mi assumo la mia parte di responsabilità». E anche i leghisti, tanto che il governatore e capogruppo Cota, dice Bersani, «è uscito è dall’aula al momento del voto sull’Eutelia». E replica piccato al leader Pd: «Stia zitto, entro lunedì saremo in grado come Regione Piemonte di provvedere con la cassa integrazione in deroga per Eutelia». E Sacconi: «Tutto un problema creato sul nulla, trovatemi un solo cassintegrato che avrà danni da questa norma».

L’Unità 28.04.10

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“Crisi, siamo su una polveriera pronta ad esplodere”, di Vincenzo Visco

Negli ultimi due anni il dibattito politico in Italia si è concentrato, e spesso è stato monopolizzato da argomenti che per quanto importanti poco hanno a che vedere con le preoccupazioni e le aspettative di fondo degli italiani.
I temi economici e sociali sono stati tenuti al margine dell’agenda politica per responsabilità, ma anche per interesse specifico della maggioranza e del governo.

In Italia coesistono oggi e si sovrappongono elementi di crisi strutturale che vengono da lontano e gli esiti della crisi finanziaria internazionale. I dati disponibili forniscono un quadro impressionante e preoccupante: negli anni della crisi: 2008 e 2009 il PIL italiano si è ridotto del 6,3%, che va confrontato col –3,5% dei paesi della zona euro, il -2,9% dei paesi Ocse, il -2% degli S.U. (l’epicentro della crisi); il -3,8% della Germania. In sostanza l’Italia – contrariamente a quanto ha sostenuto ossessivamente il governo, ha fatto peggio di tutti gli altri. In conseguenza il Pil pro capite italiano è tornato al livello del 1999, il livello di 10 anni fa: mentre gli altri paesi arretrano in conseguenza della crisi di uno o due anni, in Italia anche a causa della bassa crescita realizzata negli anni passati, le perdite recenti ci riportano a un passato ormai remoto.

Tutto ciò rafforza un processo di impoverimento degli italiani ormai in corso da tempo: se poniamo pari a 100 il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto dei 27 paesi dell’Unione europea possiamo verificare che nel 2000 l’indice dell’Italia risultava pari a 117, di poco inferiore a quello Francia, Germania e Regno Unito, per il 2010 lo stesso indice è previsto al livello di 98,6, molto distante ormai da quello dei grandi paesi europei e più prossimo al 95,6 della Grecia, o la 93,4 di Cipro.

Di tutto ciò la gente è inconsapevolmente consapevole, quindi è spaventata, e bisognosa di rassicurazione e protezione e le cerca dove ritiene di poterle trovare; purtroppo non presso l’attuale opposizione. L’impoverimento relativo dell’Italia è l’effetto di un lungo periodo di bassa crescita economica, causata a sua volta da un modestissimo aumento ( e in riduzione nel corso del tempo) della produttività: tra il 2000 e il 2005 l’aumento della produttività è risultato infatti solo dello 0,1%. Bassa produttività significa (è bene ripeterlo) bassa crescita economica e progressiva perdita di terreno rispetto agli altri paesi.

A ciò si aggiunge la situazione dei conti pubblici e del debito pubblico che è andata peggiorando sistematicamente durante i governi della destra, tanto che il surplus primario si è trasformato in deficit, e la spesa primaria che era scesa al livello minimo del 39,9% nel 2000 ha raggiunto il 48% del Pil nel 2009, mentre per il 2010, in assenza di correzioni si prospetta un disavanzo di quasi un punto superiore a quanto ipotizzato dal governo, e un debito che torna ai livelli dei primi anni ’90, vanificando gli sforzi di un decennio, e riproponendo ex novo la questione del risanamento finanziario. Poiché il Fmi prevede che a causa degli elevati livelli dei disavanzi e del debito pubblico provocati dalla crisi in tutti i paesi, i tassi di interesse sono destinati a salire di 2 punti, ciò significa per l’Italia una possibile crescita della spesa corrente ( e del deficit) nei prossimi anni di 2- 2,5 punti di Pil.

I dati sulle forze di lavoro mostrano che la disoccupazione, se si tiene conto dei lavoratori che sono usciti dal mercato e di quelli in cassa integrazione, raggiunge ormai l’11%. Infine la vicenda della Grecia indica che negli anni del dopo crisi occorrerà fare i conti non solo con i disavanzi interni, ma anche con quelli esteri. E l’Italia insieme a Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda presenta un deficit rilevante e crescente della bilancia dei pagamenti ( oltre 2 punti di PIL) che era in pareggio nel 2000.
Deficit interni e deficit esteri renderanno inevitabilmente necessarie politiche restrittive e deflazionistiche, salvo che l’Europa ( e con essa L’Italia) riprenda una crescita accelerata.

E poiché la correzione in regime di moneta unica non potrà avvenire attraverso una svalutazione della moneta, potrà risultare necessario ridurre il disavanzo pubblico e i redditi delle famiglie con strumenti più tradizionali, visibili e dolorosi (tagli e tasse), senza escludere la possibilità di una riduzione dei salari nominali come fu fatto durante il fascismo (1927) per raggiungere “quota 90”, e come stanno facendo oggi Irlanda e Grecia. Stando così le cose l’assenza di un dibattito serio e onesto sulla situazione economica è un errore gravissimo che sta compiendo la maggioranza e il governo, ma neanche l’opposizione sembra pienamente consapevole della situazione. Il disagio è grande e non è un caso che esso cominci ad esprimersi anche attraverso le divisioni politiche pubbliche ed esplicite all’interno della maggioranza.

Ci aspettiamo dunque periodi difficili. In particolare andrebbe affrontato il problema della politica economica dell’Europa, e della crescita in Europa: non è affatto ovvio che i disavanzi siano un peccato e i surplus una virtù. Analogamente se gli altri paesi (USA, Cina) cercano di pilotare la svalutazione delle loro monete per accrescere le esportazioni non si capisce perché l’Europa debba assistere passivamente alla rivalutazione dell’euro e allo piazzamento delle proprie esportazioni. E ancora che credibilità può avere presso la popolazione europea una politica che ritiene insostenibile una inflazione superiore al 2%, e accetta tranquillamente una disoccupazione del 10 o più per cento?

Vi sono poi le questioni interne: come si aumenta la produttività dell’economia italiana? Negli anni passati abbiamo provveduto a restringere i salari e i costi del lavoro e a sostenere le esportazioni riducendo tasse e contributi: vi è la possibilità di affrontare più direttamente a conclusivamente la modernizzazione del paese? Dobbiamo impegnarci ad aiutare (e indurre) le imprese a raggiungere dimensioni accettabili, o continuare a sussidiare con decine di mld di euro le nostre micro imprese attraverso l’evasione fiscale tollerata e protetta (dalla maggioranza, dal Governo ma anche talvolta inconsapevolmente dalla opposizione)?

Come si affronta il rischio, evidenziato da Fini della disarticolazione del Paese, e della contrapposizione tra nord e sud? Come si risolve il problema del degrado morale del Paese che si traduce in corruzione dilagante, conflitti di interesse irrisolti, ecc?
Si potrebbe continuare. Tuttavia le questioni poste e la loro rilevanza e drammaticità si collegano al dibattito sulle riforme istituzionali. Qui la domanda rilevante è la seguente: per risolvere problemi così gravi che non si riescono ad affrontare da oltre 10 anni perché non è neanche possibile enunciarli nel clima di violenta e artificiale conflittualità in cui viviamo, non può essere utile perseguire un bipolarismo “temperato”, in luogo della contrapposizione violenta e intollerante a cui ci siamo abituati ( e di cui di fatto il Pd è essenzialmente la vittima designata)?

L’Unità 28.04.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Da Terranews di oggi 28 aprile intervista a Cesare Damiano

    Emergenza lavoro,la battaglia democratica in Parlamento.

    Ammortizzatori sociali e “collegato”. Si è riaperta ieri alla Camera la partita lavoro. L’appuntamento, questa volta, è in aula e per il governo e la maggioranza di centrodestra sarà la prova della verità. Dopo mesi di discussioni, scontri, accordi e retromarce, è arrivata l’ora di adottare provvedimenti concreti. La crisi morde. La disoccupazione, anche nel 2010, è destinata ad aumentare e i lavoratori in difficoltà non possono più aspettare un governo che mostra di avere a cuore tutto fuorché i problemi reali della gente. Per questo il Pd ha chiesto che a occuparsene fosse direttamente l’aula e ha deciso di adottare una linea improntata al massimo realismo.

    Punto di riferimento della discussione è infatti l’accordo raggiunto un mese fa, in commissione Lavoro, con Lega e Pdl. Allora, dopo un confronto che nulla aveva concesso all’ideologia, si era giunti ad un’intesa unitaria articolata su tre punti: estensione della cassa integrazione ordinaria da dodici a diciotto mesi (anche se il Pd aveva inizialmente chiesto che si arrivasse a ventiquattro). E ancora: pagamento, attingendo a un fondo Inps, degli stipendi arretrati a favore dei lavoratori di aziende non formalmente in crisi (e di conseguenza esclusi dalla cassa integrazione e/o dagli assegni di mobilità, come nel caso di Eutelia); miglior copertura per i lavoratori a progetto che perdono l’occupazione. Contro quell’intesa i ministri Sacconi e Tremonti imposero immediatamente il loro diktat.

    E, nonostante il via libera di tutte le commissioni competenti (eccezion fatta per la commissione Bilancio), la maggioranza è stata obbligata a mettere la retromarcia e il presidente della commissione Lavoro, Cazzola, a fare atto di sottomissione. Il lavoro dei parlamentari è stato umiliato e gli operai e gli impiegati in difficoltà costretti a rinunciare ai benefici previsti. Ufficialmente, per ragioni di costi, cioè di copertura di bilancio. In realtà, almeno per quanto riguarda il niet di Sacconi, per evitare che la decisione della Camera potesse interferire con il disegno di riforma complessiva degli ammortizzatori sociali al quale il ministero del Lavoro sta pensando da tempo. Risultato: niente estensione della cassa integrazione ordinaria (strumento che tra l’altro favorisce le piccole e piccolissime aziende, escluse dalla “cassa” straordinaria) e niente stipendi per i dipendenti delle imprese in difficoltà, ma formalmente non in stato di crisi. Unica norma sopravvissuta, quella riguardante i lavoratori a progetto.

    Che però è stata alleggerita, dato che – ufficialmente sempre per ragioni di copertura di bilancio – è stata negata l’applicazione della norma civilistica che prevede, anche nel caso di manca to versamento dei contributi da parte del datore di lavoro, come per i lavoratori subordinati, l’erogazione delle tutele per maternità, malattia e assegni familiari. Il Partito democratico ha ripresentato i propri emendamenti riprendendo la sostanza di quell’accordo. Sarà poi il centrodestra a dire, eventualmente, “no” assumendosene la responsabilità di fronte al Paese. Vedremo a che risultati porterà il voto in aula. Poi sarà la volta del “collegato lavoro”. La maggioranza, dopo l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stata costretta a fare un passo indietro. La norma sull’arbitrato non si applicherà più ai licenziamenti, cioè non intaccherà l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

    Anche per la cosiddetta clausola compromissoria (la rinuncia, in caso di controversia, di adire le vie legali per affidarsi al giudizio del collegio arbitrale) c’è una novità: non sarà più prevista al momento dell’assunzione, ma al termine del periodo di prova. Si tratta di due correzioni rilevanti, ma non sufficienti per modificare il giudizio del partito democratico, che si conferma negativo. Il provvedimento contiene norme (compresa la clausola compromissoria, che va cancellata) che rendono il lavoro precario più di quanto non sia già e mantiene in vita l’arbitrato secondo equità – cioè in deroga a disposizioni di legge e di contratto – su temi importantissimi quali l’orario di lavoro, le ferie e il salario. Per il Pd questa sarà un’altra tappa nella sua battaglia per il lavoro. Per la destra sarà l’occasione di risolvere le proprie contraddizioni. Se vuol fare l’interesse del Paese.

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