attualità

"La propaganda dell'emergenza", di Nadia Urbinati

La politica dell´anti-politica si è tradotta nel mettere in moto un sistema arbitrario di decisori assoluti, un collage di zone d´ombra dove i radar della legge sono ciechi. Perché il piú onesto ed efficiente dei capi non può sopperire a un limite umano: l´impossibilità di sapere, prevedere e comprendere tutto e quindi prendere decisioni su uomini e cose che siano sagge. Questo nel migliore dei casi; nel caso appunto che le cattive decisioni siano l´esito di un errore non intenzionale da parte di chi tiene in mano la catena del comando e non può umanamente controllare che tutti gli anelli siano integri. Non è necessario che ci sia intenzione malevola. Questo dimostra il vulnus insito nell´idea che la celerità di decisione richieda centralizzazione e potere discrezionale assoluto, o al di sopra della legge.
Il liberalismo e il costituzionalismo sono nati non a caso nella fucina della critica dei poteri assoluti che incrostavano la società e lo stato dell´antico regime. E il perno della loro critica, vincente è stato proprio questo: le decisioni su questioni complesse come quelle pubbliche hanno la possibilità di essere migliori quando sono prese da un gruppo più o meno ampio, un collettivo, secondo regole che tutti conoscono e che, soprattutto, demandano ad altri il controllo e il monitoraggio. I controllori non possono essere anche autori. La risposta più radicale alle forme monocratiche di decisione è stata appunto la divisione dei poteri e delle funzioni. Se la gerarchia delle responsabilità serve a creare un team che opera celermente e bene è tuttavia su un sistema di controllo autonomo che riposa la possibilità di contare su buone decisioni. Questa vecchia regola è sempre nuova, e vale anche per la governance della Protezione civile o per qualunque organismo decisionale che si avvale di competenze diverse e soprattutto usa risorse pubbliche. Su questa base, assai semplice e intuitiva, si regge la possibilità di portare a termine decisioni che siano dettate da efficienza, competenza e trasparenza. La velocizzazione e l´efficienza delle decisioni non ha proprio nulla a che fare con le scorciatoie; mentre la trasparenza è una componente dell´efficienza e della competenza.
In questi anni di propaganda dell´emergenza si è fatto credere (chi ci governa ci ha fatto credere) che la politica sia la causa delle lentezze e della corruzione. Ma la politica dell´anti-politica ha generato una sottocultura dell´efficienza fittizia, quella fasulla celerità che pare venire naturalmente quando le regole e la giustizia sono aggirate. La politica dell´anti-politica si è tradotta nel mettere in moto un sistema arbitrario di decisori assoluti, un collage di zone d´ombra dove i radar della legge sono ciechi. Così sono nate agenzie cesaristiche e opere faraoniche. Così si è radicato l´aziendalismo nelle politiche pubbliche, un «fare» che fa capo non alla legge e alle regole ma a un uomo politico-imprenditore e ai suoi uomini di fiducia.
Questa è la logica cesaristica del «fare», la propaganda dell´emergenza finalizzata a creare zone franche dove a decidere del lecito e dell´illecito è la discrezione del facitore. Ma è più di questo, poiché per mantenere zone franche è necessario che si interrompa l´informazione e la partecipazione, che si blocchi la democrazia. Nel libro Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso, Manuele Bonaccorsi descrive così la vita nei campi post-terremoto all´Aquila: «I campi sono diventati subito campi militari, dove era impedito ai cittadini di riunirsi e discutere,» e questo per consentire di tenere tutto rigorosamente segreto, fuori dell´occhio del pubblico. La logica dell´emergenza non può che essere antidemocratica perché antipolitica: l´esito, come vediamo in questi giorni, non è efficienza ma spreco e malaffare.
La Repubblica 17.02.10

1 Commento

  1. La Redazione dice

    “Gli uomini del premier” di Curzio Maltese

    Passato l’effetto statuina, è ripreso il declino di Silvio Berlusconi. In un clima da fine della seconda repubblica, ogni giorno scoppia uno scandalo che tocca sempre più da vicino il cuore del potere di Palazzo Chigi.

    Ieri Guido Bertolaso, il potente capo della Protezione civile, forse l’unico successore che Berlusconi abbia mai avuto in mente. Oggi Denis Verdini, il coordinatore del partito, indagato per corruzione e protagonista di mille intercettazioni. Inutile aggiungere che in un paese normale, come pure nell’Italia prima di Berlusconi, ci sarebbero già state raffiche di dimissioni. Qui il premier negao minimizza. Continua a dipingere come un martire Bertolaso, la cui evidente intimità con l’imprenditore Anemone, escorto non escort, dovrebbe bastare per liquidarne la parabola. Riduce le storie di tangenti a ruberie di «piccole volpi nel pollaio», come faceva Bettino Craxi a proposito del «mariuolo» Chiesa. Sembra sicuro, il Cavaliere, che nessuno scandalo potrà bucare il muro di gomma, quel perenne stato di eccezione che circonda il potere berlusconiano, costruito in anni e anni di egemonia mediatica. Molte volte ha avuto ragione. Ma ora forse si sbaglia. Come fu per Mani Pulite, sul banco degli imputati non si trovano soltanto nomi eccellenti, pezzi di nomenclatura, ma un intero sistema.

    Due italiani su tre, secondo un sondaggio di Sky, pensano che siamo di fronte a una nuova Tangentopoli. La suggestione del parallelo non può nascondere le profonde differenze. L’Italia e gli italiani, anzitutto, non sono più quelli. Ora sono assai più rassegnati e cinici, molto meno informati.I telegiornali dell’epoca esaltavano i magistrati inquirenti come eroi, questi li perseguitano come nemici del popolo.

    Sono cambiatii protagonisti degli scandali, l’antropologia dei nuovi ladri. Quelli alla fine rubavano, o almeno cominciavano a rubare, per far politica. Questi fanno politica per poter rubare. Ha ragione Gianfranco Fini, non prendono per il partito, ma per se stessi. Al massimo per la combriccola, il quartierino, la banda. La corte dei miracoli di Berlusconi appare, alla luce delle intercettazioni, come un crogiuolo di cortili d’affari. Rubano in maniera sgangherata e ostentata, continuano a vantarsene al telefono da veri imbecilli, intascano mazzette in favore di videocamera.E rubano molto di più.

    Ai tempi di Tangentopoli la Corte dei Conti stimava la «tassa della corruzione» in cinque miliardi di euro attuali. Oggi siamo a sette, otto volte tanto. Ma sono cose che tutti sappiamo, come si sapevano alla vigilia di Mani Pulite. Che cosa allora aveva fatto scoppiare la bolla? La stessa miscela che si sta riformando adesso. Da un lato la stanchezza e la sfiducia della maggioranza degli italiani in una classe dirigente non solo corrotta, ma decrepita. Non si riesce a immaginare un futuro per il Paese con Berlusconi, come non se ne immaginava più uno con Andreotti, Craxi e Forlani diciotto anni fa. Dall’altro i morsi di una crisi economica ancora più feroce di quella dei primi Novanta, che rende ormai insostenibile la sovrattassa della corruzione per milioni di cittadini e per migliaia di imprenditori. E’ questa combinazione chimica di senso comune, contingenza economica e voglia di futuro che può scatenare la tempesta finale sul sistema. Naturalmente, il sistema e Berlusconi che lo incarna si batteranno come leoni. Ma già nella vicenda Bertolaso si leggono i segnali di un cedimento da parte di chi, troppo assuefattoa un potere senza controllo, non è più abbastanza vigile.

    Come si poteva pensare che uno scandalo così macroscopico, solare, come gli appalti del mancato G8 della Maddalena non attirassero l’attenzione dei giornali e delle procure? Quanta presunzione d’impunità trasuda da quelle voci registrate. Ma con tutto il potere e i soldi e le minacce di Berlusconi e della corte, vi sarà sempre un cronista o un magistrato troppo curiosi per non indagare su storie tanto assurde. E’ la libertà, bellezza. E loro non possono farci niente.
    La Repubblica 17.02.10

I commenti sono chiusi.