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"Lavori socialmente umili", di Alessandro Rosina

L’invito all’umiltà recentemente rivolto ai giovani italiani dal ministro Meloni è ingiusto e ingeneroso, ma anche sbagliato. Perché il limite maggiore del nostro sistema paese è proprio l’incapacità di valorizzare al meglio il capitale umano delle nuove generazioni. Inoltre siamo uno dei paesi che meno riducono gli svantaggi di partenza. E dove, di conseguenza, sul destino dei singoli pesano di più le risorse della famiglia di origine, indipendentemente dalle effettive capacità e potenzialità di ciascuno. Non è certo così che possiamo ottenere un’Italia migliore.

Ci risiamo. Di nuovo l’annuncio di misure a favore dei giovani – comunque parziali e limitate di fronte alla profonda gravità della condizione in cui sono stati lasciati precipitare – viene immancabilmente accompagnato da una paternale. Con il precedente governo la gentile concessione di qualche incentivo all’autonomia residenziale, era stata associata all’infelice accusa di essere una generazione di bamboccioni. Con meno fantasia, il ministro Meloni, nella recente presentazione delle misure messe in campo con il Piano per l’occupabilità dei giovani, li ha rimproverati di non essere sufficientemente “umili”.

LA VIRTÙ CHE MANCA
Cari giovani italiani che, come spesso accade, accettate di svolgere gratuitamente lavori travestiti da stage, siate più umili. (1) Cari giovani che vi accontentate di contratti a scadenza sempre più breve e spesso sottopagati, siate più umili. (2) Cari giovani che vivete in un paese senza adeguati strumenti di welfare attivo, presenti invece in larga parte d’Europa, siate più umili. (3)
E i giovani italiani che se ne sono fuggiti all’estero – perché qui il loro talento non veniva riconosciuto, trovando oltre confine spazi e opportunità che il nostro paese non ha saputo dare – hanno qualcosa da dire in merito? Scrivano al ministro della Gioventù spiegandole perché non sono stati così umili da rimanere nel loro luogo di nascita accontentandosi di quello che veniva loro offerto. Raccontino perché sono fuoriusciti nonostante la crescente domanda di impiego come badanti in Italia. Da fuori confine, poi, diventano i critici più accesi dei limiti del nostro paese e dell’inadeguatezza della sua classe dirigente: quanta arroganza e irriconoscenza.

CAPITALE UMANO SPRECATO
L’invito all’umiltà del ministro è ingiusto e ingeneroso, ma anche sbagliato per almeno due ordini di motivi. Il primo riguarda il fatto che il limite maggiore del nostro sistema paese è proprio l’incapacità di valorizzare al meglio il capitale umano delle nuove generazioni. Più che invitare i giovani a guardare in basso, dovremmo aiutarli a puntare in alto e a raggiungere la posizione nella quale le loro doti e capacità possono rendere di più. C’è, del resto, un ampio riconoscimento nel considerare il capitale umano come la risorsa più importante che le economie avanzate possiedono per crescere ed essere competitive in questo secolo. L’Italia è, però, uno degli stati del mondo sviluppato che peggio interpreta questa cruciale sfida, a danno non solo dei giovani, ma delle stesse potenzialità di sviluppo del paese. (4) Sono molti i dati Eurostat e Ocse che si possono citare al riguardo, tutti coerenti tra di loro. Siamo, ad esempio, tra quelli che investono di meno in ricerca e sviluppo, che presentano più bassi tassi di occupazione tra i giovani laureati, che meno attraggono dall’estero capitale umano di qualità.
L’Italia ha di fronte due strade: a) rialzare i livelli di crescita e di sviluppo del paese allineandoli alle potenzialità del capitale umano delle nuove generazioni, oppure b) piegare al ribasso ambizioni e aspettative dei giovani per adeguarle a un’economia rassegnata al declino. L’invito del ministro è coerente con la seconda opzione.

SOCIALMENTE UMILI
Il secondo motivo riguarda la carenza di investimento pubblico in promozione e protezione sociale a favore delle nuove generazioni. Come molte ricerche evidenziano, siamo uno dei paesi che meno riducono gli svantaggi di partenza e dove, conseguentemente, maggiormente pesano le risorse della famiglia di origine nel destino dei singoli. (5) Questo significa che chi è in alto nella scala sociale è più protetto dai rischi di discesa e potrà, più facilmente di quanto avvenga in altri paesi, occupare posizioni più elevate rispetto alle sue reali capacità. E, per converso, significa che chi non è stato accorto nello scegliere la famiglia in cui nascere (o non s’ingrazia il potente giusto) più difficilmente riuscirà a veder riconosciuti e valorizzati i propri talenti. Il fatto che la famiglia di origine costituisca il pressoché esclusivo strumento di promozione e di ammortizzazione sociale dei giovani, rende non solo più iniquo il sistema italiano, ma anche meno dinamico ed efficiente. Non si ottiene, infatti, quella allocazione ottimale delle risorse che presuppone che il posto giusto sia occupato dalla persona più capace e competente per svolgerlo, non invece da chi ha le spinte e le conoscenze giuste.
L’invito all’umiltà in un sistema di questo tipo si risolve semplicemente in un invito a chi proviene da famiglie meno fortunate a continuare ad accontentarsi di titoli di studio più bassi e di lavori meno prestigiosi, indipendentemente dalle sue effettive capacità e potenzialità. Non è certo chiedendo a costoro di rinunciare a realizzare i propri sogni che possiamo ottenere un’Italia migliore.
È bene allora che i giovani siano ambiziosi, soprattutto nei confronti di se stessi, perché, come scrive il filosofo gesuita Paul Valadier, “non si può far nulla senza l’amore per se stessi o senza la preoccupazione di valorizzare i propri talenti”.

(1)Una lettura utile, su questo punto, è E. Voltolina, La Repubblicadeglistagisti. Come non farsi sfruttare, Laterza, 2010. www.repubblicadeglistagisti.it
(2)Alcuni dati interessanti si trovano in: R. Leombruni e F. Taddei, “Giovani precari in un Paese per vecchi”, Il Mulino, 6/2009.
(3)Si veda, tra gli altri: F. Berton, M. Richiardi, S. Sacchi, Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà, il Mulino, 2009.
(4)P. Cipollone, P. Sestito, Il capitale umano. Come far fruttare i talenti, il Mulino, 2010.
(5) Si veda, ad esempio: Ocse, A Family Affair: Intergenerational Social Mobility across OECD Countries, in “Economic Policy Reforms. Going for Growth”, 2010
(6)P. Valadier, “Elogio all’ambizione, molla per il futuro”, Vita e Pensiero, 2009/2.

da www.lavoce.info