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"Generazione tradita", di Massimo Giannini

Cani randagi nella notte scura, la vita no, non fa paura. Nelle parole di una vecchia canzone c´è la nuova fotografia di tanti giovani di oggi. Vagano irrequieti, a volte arrabbiati, quasi sempre sfiduciati. Abbaiano alla luna. Con un´aggravante: la vita, stavolta, fa davvero paura. Su questa sottile linea d´ombra, sul crinale sospeso tra protesta e proposta per una modesta “riforma” dell´Università, gli Invisibili tra i 18 e i 30 anni sembrano tornati al centro della scena pubblica.
A questa Generazione Tradita il presidente della Repubblica ha dedicato il suo messaggio di Capodanno. Parole non banali e non rituali, quelle di Giorgio Napolitano, che alla politica detta un´Agenda totalmente nuova e diversa. Che serva a restituire un´idea di futuro ai giovani, e quindi un progetto di crescita all´Italia intera. Che sia scritta fuori “dall´abituale frastuono e da ogni calcolo tattico”. Ma proprio per questo, l´Agenda del Quirinale non ha chance per trasformarsi in un´Agenda di governo.
La diagnosi del Capo dello Stato è incontrovertibile. Il profondo malessere delle nuove generazioni. Il distacco abissale e allarmante tra la politica, le istituzioni e la società civile. La mancanza di opportunità di lavoro, senza le quali “la democrazia è in scacco”. La disoccupazione che dilaga soprattutto tra i ragazzi e le donne, nella colpevole indifferenza dell´establishment, quando ci sarebbe l´urgenza di trasformarla invece “nell´assillo comune dell´intera nazione”. Il dovere di estinguere l´enorme cambiale del debito pubblico che nonni e padri hanno scaricato all´incasso di figli e nipoti, macchiandosi di una “colpa storica e morale”. L´imperativo di tagliare il nodo delle disuguaglianze del reddito e della ricchezza, che hanno acuito “l´impoverimento di ceti operai e di ceti medi, specie nelle famiglie con più figli”. La necessità che lo Stato dirotti risorse su scuola, formazione e cultura, razionalizzando la spesa corrente e rendendo “operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte”. L´opportunità che le imprese investano in ricerca e innovazione, perché “passa anche di qui l´indispensabile elevamento della produttività del lavoro”. Sono dati di fatto drammatici. Interrogano la responsabilità delle classi dirigenti del Paese.
Ma chi raccoglierà concretamente la sfida, al di là degli encomi solenni e rigorosamente bipartisan che sempre accompagnano i moniti del presidente della Repubblica? Berlusconi, occupato a comprare qualche deputato in vista della ripresa dei lavori parlamentari e a minacciare qualche giudice della Consulta in vista della sentenza sul legittimo impedimento? Tremonti, impegnato a non far uscire un solo euro dal bilancio pubblico e a coltivare sogni para-leghisti da primo ministro in caso di collasso del berlusconismo? Marchionne, abituato a “volare alto” su queste miserie italiane e a misurare la produttività di un´azienda solo con il cronometro dei turni alla catena di montaggio? Oppure, sul fronte opposto. Fini e Casini, ingaggiati in un Terzo Polo che li costringe ad allearsi ma anche a marcarsi a vicenda? Bersani e Vendola, condannati a convivere e a confliggere, per impedirsi l´un l´altro di lanciare un´opa sull´intera sinistra? Bonanni e Angeletti, ormai consegnati mani e piedi a un “sindacalismo di maggioranza” dove conta solo la firma purchessia su un accordo, meglio se separato? La Camusso, obbligata prima o poi a una resa dei conti con la frangia interna del “pansindacalismo metalmeccanico”?
Nell´Italia politica di oggi, purtroppo, non si vedono le condizioni per raccogliere la lezione civile impartita da Napolitano. Anche il Capo dello Stato rischia di abbaiare alla luna. Già a maggio il governatore della Banca d´Italia Draghi aveva avvisato: “I giovani sono le vere vittime di questa crisi”. La disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni è pari al 24,7% a livello nazionale e al 35,2% nel Sud. Quasi il 60% dei disoccupati totali ha meno di 34 anni. Le assunzioni nel 2009 sono diminuite del 30%, mentre quelle andate in porto sono regolate quasi tutte da contratti temporanei. Ma intanto, come avverte Pierluigi Celli nel suo ultimo libro, il 90% dei licenziamenti degli ultimi due anni ha riguardato contratti a tempo determinato. Ciò significa che i giovani pagano due volte il costo della flessibilità: in entrata (hanno solo contratti a tempo) e in uscita (sono i primi a perdere il posto). La pubblica istruzione non aiuta. Scuola e università, con o senza legge Gelmini, sono e continueranno ad essere come li descriveva Alberto Ronchey quasi trent´anni fa: parcheggi antropologici. I nostri laureati sotto i 30 anni hanno un tasso di occupazione inferiore del 20% alla media europea. Le retribuzioni medie, in ingresso, sono inferiori di oltre il 50%. Tutto questo è noto da anni. Eppure la politica non ha mosso un dito. Dobbiamo solo fare “un bel bagno di ottimismo”, come ha proposto il Cavaliere nella sua indecente conferenza di fine d´anno. E invece ha di nuovo ragione Napolitano, quando lo avverte che “non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti e di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo”.
Non lo ascolteranno. Perché al dunque, a dispetto di una certa vulgata “liberale” terzista e a tratti fiancheggiatrice di questo centrodestra, sono loro, i governanti di oggi, i primi veri “conservatori”. Sono loro che in due anni e mezzo non hanno cambiato di una virgola la “narrazione” fasulla intorno a questo Paese. I giovani scendono in piazza. Qualche delinquente indulge alla violenza, macchiando un intero movimento ed offrendo nuovi alibi al vecchio Potere. Ma non c´è un assedio al Palazzo d´Inverno, non c´è una piazza che urla e si oppone alle dure e indispensabili “cure” somministrate al Paese. Chi protesta, chi sta male, chi è inquieto, lo fa per la ragione contraria, e cioè perché da troppo tempo non si vede una sola riforma. “Gli abbiamo intossicato il futuro”, è l´autocritica dolente che Zygmunt Bauman ha formulato di fronte ai disagi dei giovani d´oggi. “Tornatevene a studiare, invece di tirare le molotov”, è la critica sprezzante con cui li ha liquidati Berlusconi, pochi giorni prima che Napolitano li ricevesse sul Colle. Tra queste due “visioni” c´è un abisso spaventoso. L´Italia ci sta precipitando dentro.

La Repubblica 02.01.11

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“Il Colle ha colmato un vuoto pericoloso”, di Simone Collini

Il riferimento del presidente Napolitano ai giovani è un riferimento al futuro del Paese », dice Stefano Rodotà, che tra lezioni e inaugurazioni dell’anno accademico ha passato l’autunno a contatto con studenti ma anche con docenti e insegnanti precari. E il passaggio sulla «democrazia in scacco» se non ci sarà una correzione di rotta è per il giurista «non un colpo di teatro, ma un passaggio coerente con i recenti atti presidenziali e con l’intero impianto del messaggio di fine anno ». Si riferisce alla firma della legge Gelmini accompagnata da una lettera in cui vengono chieste delle correzioni? «Non solo. Non è da sottovalutare il fatto che Napolitano abbia incontrato gli studenti. Si è trattato di una svolta istituzionale, di fronte a un governo che non solo non li ha voluti ascoltare, ma che ha parlato di professori fannulloni, studenti vagabondi in piazza, della necessità di arresti preventivi. A una disattenzione già di per sé pericolosa si è aggiunta la riduzione di un movimento politico e culturale a fattore di ordine pubblico». Ancora più pericolosa della disattenzione? «Basti pensare che si tratta di un modo di pensare e agire che è finito col fascismo». Problemi di ordine pubblico però ci sono stati, alle manifestazioni del 14 dicembre. «Gli studenti hanno reagito nel modo giusto alle violenze e hanno di nuovo guadagnato la fiducia dell’opinione pubblica. Il capo dello Stato ha colto un punto ineludibile di questo movimento, e cioè che è profondamente diverso sia da quello del ‘68 che da quello del ‘77. Quelli si sentivano non solo estranei rispetto alle istituzioni ma anche, soprattutto quello del ‘77, violentemente ostili alle istituzioni. Il tratto caratteristico di questo movimento è invece il volerle avere come interlocutori attraverso la chiave della Costituzione. Novità che la maggioranza e in generale tutta la classe politica non aveva colto. E di fronte a ripetute richieste di attenzione tutte cadute nel vuoto, Napolitano ha colmato un vuoto». Che però rischia di rimanere un gesto isolato se le altre istituzioni non si muoveranno allo stesso modo, non crede? «Il capo dello Stato ha aperto un canale tra istituzioni e giovani, e ora tutti gli altri devono muoversi nella stessa direzione se si vuole evitare il rischio a cui lo stesso Napolitano ha fatto riferimento. Però ho l’impressione che ora il Presidente della Repubblica manterrà questo tema al centro, obbligherà il dibattito politico a non cancellarlo». Cosa glielo fa pensare? «Il modo in cui si è mosso ultimamente, e poi lo stesso messaggio di fine anno. Sull’economia ha detto con molta nettezza che non bisogna dare letture superficiali e rassicuranti, ha sottolineato che la cultura è fondamentale per la sopravvivenza di un paese civile. Messaggi che sicuramente i giovani hanno ben compreso. Anche perché, pensando ancora ai movimenti del ‘68 e del ‘77, se prima c’era una speranza nel futuro, chi si mobilita oggi vive con preoccupazione lo stesso presente. La politica non può non dare risposte a tutto questo». Lei ha fiducia che lo faccia? «Per quanto riguarda il governo, che ha dimostrato nei confronti dei giovani disattenzione e anche ostilità, non mi faccio molte illusioni. E poi basta pensare al modo in cui il ministro Gelmini ha risposto alla lettera di Napolitano. Ma ora né Napolitano né gli studenti vanno lasciati soli. È stato importante il segnale dato da Bersani salendo sul tetto di Architettura, ma nel momento in cui questo movimento aveva bisogno di interlocutori, una mobilitazione più diretta dell’intero Pd sarebbe stata opportuna. Ora i gruppi parlamentari possono giocare un ruolo importante, se si muovono con la stessa forza con cui si stanno muovendo gli studenti». Ora che sono cambiati gli equilibri parlamentari, dice? «Se c’è un’opposizione determinata e visibile – non mediaticamente ma con gli atti parlamentari – il governo sarà obbligato a muoversi diversamente ». E ad abbandonare l’abituale frastuono, per dirla con il capo dello Stato? «La politica del clamore, del litigio televisivo, della quotidiana polemica per posizionarsi meglio rispetto al giorno dopo va abbandonata. Deve valere per tutti. Altrimenti il rischio è quello indicato dal presidente Napolitano». La democrazia in scacco? «Il riferimento ai giovani è un riferimento al futuro del paese, e se non c’è attenzione quello che verrà meno è la democrazia. Parola forte, ma giusta. Siamo ad un passaggio delicato per l’intero sistema politico e sociale. Pronunciare la parola democrazia in maniera preoccupata, oggi, è il dovere di chi guarda agli eventi di questo paese con occhi liberi da pregiudizi e facili ideologismi ».

L’Unità 02.01.12

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“Nell’Ocse fanno peggio solo turchi e messicani”, di Luca Fornovo

Ascoltare e dare risposte alla «generazione inascoltata», cioè i giovani, precari perché senza lavoro, senza possibilità di una «vita dignitosa» e di «nuove opportunità di affermazione sociale». Il richiamo agli italiani lanciato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel discorso di fine anno si concentra sull’emergenza giovani e nel suo aspetto più drammatico: il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni è salito al 24,7% in Italia (contro il 19% della media europea), nel Mezzogiorno è al 35,2% e ancora più alto tra le donne.

Questi dati preoccupanti, secondo il Capo dello Stato, «devono diventare l’assillo comune della Nazione». Un assillo che si fa sentire, già dappertutto: dall’inizio della crisi, nell’area Ocse, ci sono 3,5 milioni di ragazzi disoccupati in più, e quasi 10 milioni che hanno smesso di cercare un posto. Eppure l’ultimo rapporto dell’organizzazione parigina continua a puntare il dito contro i record poco edificanti messi a segno dall’Italia, al sesto posto per il tasso di disoccupazione dei ragazzi nell’area Ocse. Mentre rispetto alla media Ue, la Penisola è sopra di quasi sei punti.

L’Italia viene poi indicata, dall’Ocse, come uno dei paesi più a rischio per i giovani nella transizione tra scuola e lavoro. Arriva quasi al 20% la percentuale dei giovani lasciati indietro, i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che hanno abbandonato la scuola senza un diploma e non lavorano. È il terzo peggiore dato, dopo Messico e Turchia. E per il 2011 la situazione non sembra prevedere grossi miglioramenti. La fragilità della crescita della produzione e la crisi economica, che picchia duro su Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna (i cosiddetti Pigs), sembra non consentire una ripresa dell’occupazione, che anzi rischia di calare ancora. I giovani senza lavoro nelle previsioni Ocse resteranno attorno al 18% nel 2011 e scenderanno solo di poco (al 17%), nel 2012.

Ma in questa situazione quali risposte si possono dare ai giovani? Il Capo dello Stato indica alcune linee strategiche da seguire come abbassare il debito pubblico, «un peso che non possiamo lasciare sulle spalle delle generazioni future», poi ridurre il divario tra Nord e Sud, alzare produttività e competitività, tutto nell’ottica di una più forte integrazione europea. E accanto a una «maggiore responsabilità dello Stato, Napolitano tira in ballo anche «i privati che, ad esempio, devono investire di più nella ricerca».

Nel suo ultimo rapporto anche l’organizzazione parigina dà anche qualche consiglio sulle politiche giovanili, suggerendo ai governi di «sostenere i ragazzi più a rischio, ovvero quelli che lasciano la scuola senza qualifiche, che vivono in aree svantaggiate o di famiglia immigrata». Come? «Rafforzando i programmi di apprendistato e di formazione professionale e incoraggiando le assunzioni, offrendo sussidi temporanei a favore dei ragazzi poco qualificati».

La Stampa 02.01.11

1 Commento

  1. «Noi corazzieri contro i Travagli», di Giovanni Cocconi da http://www.europaquotidiano.it

    Probabilmente non ve ne siete accorti ma a Marco Travaglio il messaggio di fine anno di Napolitano non è piaciuto. Così come non gli è piaciuto il coro di elogi dei «corazzieri della penna» (così li ha chiamati sul Fatto quotidiano del 2 gennaio) che accompagna spesso gli interventi del capo dello stato, la personalità più popolare e stimata del nostro paese. Bene, non siamo mai stati così felici di sentirci «i corazzieri della penna» come in questo inizio 2011, davanti a parole così perfettamente calibrate come quelle di Napolitano e a critiche così spuntate come quelle di Travaglio.
    Tornare sul messaggio di fine anno tre giorni dopo può sembrare fuori tempo massimo. Non lo è solo perché certe parole non vanno lasciate cadere.
    Non è la prima volta che il capo dello stato parla dei giovani.
    Anzi, a pensarci bene quasi tutti i messaggi di fine anno del Colle citano i dati sulla «drammatica» condizione giovanile, la disoccupazione al Sud, la mancanza di prospettive, la fuga all’estero dei giovani ricercatori. Ma Napolitano è riuscito a saldare la condizione anche psicologica degli under 30 al destino di un paese, stanco, vecchio, malato, depresso. Dall’alto dei suoi 85 anni (non siamo rottamatori per principio), ha dimostrato di avere colto come pochi lo strutturale declino italiano, figlio di problemi che il paese si porta dietro da tempo ma che adesso presentano il conto tutti insieme.
    Un declino legato non solo al peso del debito pubblico (che comunque «non possiamo lasciare sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale») ma anche ai troppi anni di crescita zero virgola, al vuoto di investimenti anche privati, al drammatico calo di produttività, alle occasioni perse nella ricerca e nell’innovazione. Per citare Paul Valery «il futuro non sarà più quello di una volta». E in un paese senza futuro i giovani smettono di essere una “minoranza”, una categoria protetta, i panda della politica di cui ricordarsi nelle occasioni rituali, per diventare il sintomo, la spia, l’avvertimento dell’abisso nel quale tutto il paese sta precipitando, il filo sottile al quale siamo tutti appesi. Anche per questo Napolitano ha ricevuto le rappresentanze degli studenti al Colle dieci giorni dopo che molti li dipingevano come i nuovi terroristi o come i vecchi perdigiorno. Per questo si è rivolto direttamente a loro in un messaggio che non è mai stato paternalistico. Perché «non possiamo più consentirci i lussi di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo…Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare». «L’ansia di non poterci più aspettare un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato» non è ingiustificata ma «non possiamo farci paralizzare».
    Se il 2011 sarà l’anno dei giovani italiani sarà merito anche del capo dello stato. Se la bomba della questione giovanile esploderà non si potrà dire che nessuno lo aveva capito. Se nasceranno nuovi partiti, movimenti, giornali per dare voce alle nuove generazioni contro le vecchie non si potrà tacere il fatto che un signore di 85 anni aveva colto lo spirito del tempo, senza retorica, anzi con preoccupazione, passione, responsabilità.
    Ma il capo dello stato che interessa a Travaglio è quello che si occupa solo di Berlusconi, che trama contro di lui e se può lo sgambetta. Non gli va proprio giù «questa cosa di firmare le leggi dicendo che non vanno tanto bene», «è un controsenso e una presa in giro».
    La riforma Gelmini? Non andava firmata. Il pacchetto sicurezza? Non andava firmato. Il Quirinale non deve firmare mai. E se si rivolge a tutti gli italiani, anche quelli che votano Berlusconi, perde tempo. Se indica problemi che esistevano anche prima di Berlusconi (e che il suo governo non ha risolto e anzi ha aggravato) non fa il suo mestiere. Se avverte l’opinione pubblica che la festa è finita è inutile. Travaglio arriva anche a sfiorare le offese personali, ma noi siamo corazzieri della penna un po’ all’antica: quelle le lasciamo volentieri ai lettori del Fatto.

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