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L'Italia torni ad essere fabbrica di cultura. Relazione introduttiva di Matteo Orfini

Grazie a tutti voi per aver scelto di dedicare questo fine settimana alla nostra riflessione. Comincia oggi l’ultima tappa di un percorso lungo e impegnativo, che ha attraversato più di settanta città, mettendo la cultura al centro dell’agenda politica del Partito democratico. Due mesi di lavoro, cominciati il 1 ottobre a Catanzaro e terminati ieri sera, ad Ancona.

Quando decidemmo di convocare gli stati generali della cultura non speravamo in una risposta così importante. Migliaia di persone hanno contribuito con passione, con voglia di confrontarsi, di spendersi con rinnovato impegno civile in un momento difficile per l’Italia. Questi due mesi di lavoro hanno fatto prima di tutto bene a noi, al Partito democratico, convincendoci ancora di più che qui c’è un patrimonio intellettuale di cui davvero non è possibile fare a meno e di cui non faremo a meno. Un’energia vitale e creativa che vuole fare la sua parte e che si sente ingabbiata, incatenata da un coacervo di problemi e difficoltà che non le consentono di sprigionarsi.

Quando abbiamo cominciato questo percorso la crisi mordeva già nel profondo il nostro paese, e ancor più il mondo della cultura. Oggi, se possibile, la crisi si è aggravata e le nubi si addensano su tutta l’Europa. Ma c’è un elemento nuovo, che è motivo di fiducia in un panorama pur così fosco: il governo Monti ha restituito all’Italia credibilità e autorevolezza, e con esse la speranza. E questo cambia la natura del nostro impegno chiamandoci a un compito diverso, anche in questi due giorni.

Non basta più elaborare il nostro progetto per l’alternativa, ma dobbiamo mettere in campo da subito idee e proposte che aiutino il governo a traghettarci in acque sicure. Oggi il sottosegretario Cecchi e domani il ministro Ornaghi parteciperanno ai nostri lavoro e già questo è un primo apprezzabile segno di discontinuità. A loro va il nostro ringraziamento e la richiesta di un impegno quotidiano e operoso per recuperare il tanto tempo perduto.
Veniamo infatti da anni difficili. Le battaglie contro i tagli e contro una rappresentazione insopportabile che di questo mondo ha dato non solo la destra, ma una parte del paese: quell’idea così ben interpretata dalle battute di Tremonti che vede nella cultura non un diritto di tutti ma un lusso per pochi e negli operatori culturali non dei lavoratori ma dei parassiti.
La battaglia contro questa impostazione non è ancora vinta, e la dobbiamo affrontare senza snobismi, non sottovalutandone la presa su una parte larga del paese. E riconoscendo che può persino avere un senso, soprattutto con l’aggravarsi della crisi. Perché c’è dietro una visione del nostro futuro, un’idea sbagliata ma forte di uscita dalla crisi: se la strada è quella di una competizione al ribasso, della riduzione dei costi, della compressione dei diritti, dell’individualismo estremo e del conseguente aumento delle diseguaglianze, dell’indebolimento del tessuto connettivo delle nostre società – se l’unica via per competere ci pare questa, allora davvero è inutile riempirsi la bocca con solenni e retoriche petizioni di principio: la cultura, la conoscenza, i saperi sono semplicemente inutili, ha ragione Tremonti.

A questa visione pessimista e regressiva dobbiamo contrapporre un progetto alternativo: proprio nel dramma della crisi appare più evidente la necessità di ricostruire un’idea di paese nuovo, un modello di sviluppo che rompa coraggiosamente col passato e che sappia ripensare se stesso all’interno di una dimensione politica europea. Un progetto che non può prescindere dall’ambizione di un’innovazione profonda, e in cui la cultura torni ad essere una delle questioni strategiche, sia per lo sforzo intellettuale a cui è chiamato questo mondo che deve sapersi cimentare nell’elaborazione di un pensiero nuovo, autonomo; sia come pilastro fondante di un modello di sviluppo diverso.

D’altra parte se guardiamo dentro la crisi, scavando nelle cause, troveremo conferme alle nostre ragioni.
Ad esempio scopriremo che esiste una relazione tra cultura e capacità innovativa di un paese: in Europa ad avere i tassi di accesso culturale più bassi sono Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda ovvero proprio quei paesi che più sono stati colpiti dalla crisi.

Non ha senso contrapporre industria e cultura; la scelta tra hard e soft economy, tra un’Italia manifatturiera e un’Italia creativa è un falso dilemma.
Le due cose sono indissolubilmente legate e l’una rende più forte l’altra.
Per questo non abbiamo scelto un teatro, non siamo all’Eliseo, ma in una vecchia fabbrica. E nel logo abbiamo voluto raffigurare gli strumenti di lavoro della cultura.
Ripartire da qui non significa ovviamente relegare la cultura a un ruolo ancillare.
Rimettere in discussione i paradigmi di questo ventennio ci obbliga piuttosto ad andare nella direzione contraria, riconoscendo come tali alcuni errori del passato e superandoli: della cultura c’è bisogno (a prescindere) anche se non produce un ritorno economico; è un bene comune, dicono gli amici del Valle occupato; il pubblico non è sempre un problema, e il privato non è sempre la soluzione. E dobbiamo perdere la mania di fare Fondazioni ovunque per risolvere i problemi.

E forse dovremmo correggere anche alcune parole sacre di questo ventennio. Io ne dico una:”valorizzazione”, un termine sbagliato.
Il nostro patrimonio è un valore in sé che deve essere reso fruibile. Sono semmai i fruitori a dover essere valorizzati.
Insomma è questo nucleo di pensiero che dobbiamo lasciarci alle spalle per entrare davvero nel nuovo millennio. Questo non significa naturalmente tornare indietro, restaurare lo status quo ante: non tutto è da buttare ovviamente e anche qualche forzatura è servita per scrostare un sistema che non funzionava. Anzi, molte delle riforme e delle innovazioni introdotte negli anni 90 dai nostri governi e dalle amministrazioni locali governate dal centrosinistra sono ancora importanti punti di riferimento: una storia di cui essere orgogliosi. Ma il mondo è cambiato ed è il momento di incamminarsi su strade nuove se vogliamo essere davvero attori del cambiamento.
Ripensare il sistema dunque, a cominciare naturalmente dal tema delle risorse.

Occorre fare meglio per chiedere di più.

Perché di qualcosa in più questo settore non può davvero fare a meno. I dati sono noti a tutti, segnalano la cronica differenza -anzi, per essere in sintonia con lo spirito del tempo:lo spread- tra Italia ed Europa. Così non va, né il giusto richiamo alla necessità di attrarre risorse private può deresponsabilizzarci: l’investimento deve essere prevalentemente pubblico perché ciò è garanzia di autonomia della cultura. Certo non è automatico che sia così e l’italia è piena di buoni assessori, ma ce ne sono anche di pessimi che interpretano il proprio ruolo vestendo i panni di novelli Lorenzo il Magnifico, svolgendo una funzione impropria. Occorre tirare una spessa linea di demarcazione tra scelte politiche ed espressione culturale, garantendo libertà e autonomia e scardinando clientele e privilegi.
Questo si può fare solo stimolando la crescita delle imprese culturali, garantendo diritti ai lavoratori, dando certezza della consistenza e della cadenza dei finanziamenti pubblici, consentendo la programmazione pluriennale, aprendo spazi alla produzione indipendente in qualunque settore, il che significa anche dischiudere luoghi e spazi per la distribuzione e la fruizione: rompere i monopoli dunque. Qualche anno fa un uomo politico diceva che Bisogna guardarsi “da interventi che possano, nella benché minima misura, ledere l’autonomia della ricerca teorica, delle attività culturali, della creazione artistica, giacché queste hanno come condizione vitale di sviluppo non quella di obbedire a un partito, a uno Stato, a un’ideologia, ma quella di poter dispiegarsi in pienezza di libertà e di spirito critico. Non è compito dei partiti, né dello Stato esigere obbedienze, far prevalere concezione del mondo, limitare in qualsiasi modo le libertà intellettuali”.
Sono parole che nel 1977 pronunciava Enrico Berlinguer e che ancora oggi spiegano perfettamente dove si deve fermare la politica.

Più risorse dunque, ma nell’affermare questa esigenza occorre individuare strumenti di programmazione che aiutino a spendere meglio e a evitare dispersione, cominciando ad esempio dalla riorganizzazione dei diversi rivoli di finanziamenti straordinari. Si tratta di cifre di tutto rispetto che sfuggono ad una gestione di spesa interamente programmabile nei tempi intermedi: gli interventi finanziati dalla giocata aggiuntiva del Lotto, i fondi dell’8 per mille, le cifre erogate come liberalità per la cultura dai privati. E naturalmente i fondi Arcus, una società che ha funzionato da argent de poche per i diversi ministri coinvolti che hanno potuto distribuire quel denaro senza alcun controllo e al di fuori di ogni pianificazione. Il nostro obiettivo è quello di costruire un modello in cui le risorse siano, il più possibile, al servizio di piani nazionali di intervento programmati e selezionati a seconda dei reali bisogni e non in ragione di esigenze clientelari o di campanile.
E credo che possiamo chiedere al nuovo governo, che fa della sobrietà e della trasparenza un tratto distintivo, di fare a meno di Arcus. (aboliamola!) Ma anche gli strumenti di gestione della spesa ordinaria devono essere riformati, a cominciare dal Fondo unico per lo spettacolo che nasce per essere transitorio, ne era consapevole il legislatore del 1985 che prevedeva, appena superata l’emergenza, l’elaborazione di un sistema di leggi quadro per ciascuno dei suoi settori.

Oggi il FUS non basta più ad accompagnare e favorire lo sviluppo del comparto. Prima di tutto per la stessa scarsità delle risorse stanziate dallo Stato. Poi perché non prevede la programmazione pluriennale e concordata tra stato, regioni e enti locali, producendo la stratificazione e la sovrapposizione degli interventi tra I diversi livelli di governo. Infine I criteri storici con i quali il FUS viene ripartito creano una vera e propria barriera all’entrata di nuovi soggetti e nuove iniziative contribuendo così alla distorsione e all’invecchiamento del sistema. Senza dimenticare che il federalismo concepito dal governo precedete non prevede che la cultura sia né tra i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) delle regioni né tra le funzioni fondamentali degli enti locali: il che significa, semplicemente, che il finanziamento della cultura da parte delle regioni e degli enti territoriali dipenderà dalla disponibilità di risorse smettendo di essere un dovere per diventare un’eventualità, un optional. O su questo riapriamo una discussione o non ce ne sarà per nessuno.

Più pubblico quindi, ma anche più privato.

Le defiscalizzazioni sono per noi lo strumento principe per attrarre investimenti, anche se dobbiamo riconoscere alcuni limiti: in periodi di crisi è difficile trovare investitori, a prescindere dalla convenienza dello sconto fiscale. Quanto accaduto quest’anno con le risorse per il tax credit lo dimostra.
E quegli investimenti vanno ovviamente sui prodotti che garantiscono la ragionevole speranza di un ritorno economico, non certo sulla sperimentazione.

Estendere gli incentivi per il cinema agli altri settori non ha senso, se non in pochi casi. Occorre piuttosto immaginare politiche di incentivi disegnate sulle specificità dei singoli ambiti culturali e correggere le norme imperfette.
Nel caso del mecenatismo ad esempio, in Italia le normative sembrano quasi voler scoraggiare le erogazioni piuttosto che favorirle. Esse sono poco conosciute dai donatori potenziali; le regole sono troppo farraginose anche a causa delle frequenti correzioni e modifiche normative. Non basta, i meccanismi sanzionatori puniscono i donatori piuttosto che i beneficiari infedeli. C’è bisogno al contrario di semplificare le procedure amministrative e sburocratizzare all’estremo le piccole liberalità individuali. Privati e imprese preferiscono intervenire nel settore culturale con strumenti che gli danno maggiore visibilità e che, tutto sommato, sono molto meno macchinosi. Ad esempio le sponsorizzazioni, un sistema di intervento che ancorché assai sperimentato all’estero, in Italia manca ancora di una cultura diffusa. Non è un caso che la sponsorizzazione dei restauri del Colosseo abbia sollevato e continui a sollevare polemiche e discussioni. Fermo restando che crediamo che l’intervento dei privati sia importante e decisivo è vero anche che è necessario esplicitare nei bandi quale sia lo scambio pubblico privato per rendere quei bandi immediatamente appetibili e trasparenti.
Altrimenti, data la cronica necessità di finanziamenti da parte del pubblico, il rischio è che nella fase di perfezionamento dei contratti, il potere contrattuale si sposti dalla parte dello sponsor privato.

Questo è il caso del Colosseo rispetto al quale, tra l’altro ci si sarebbe aspettato che la Direzione Generale della Valorizzazione producesse una stima ponderata del valore dell’utilizzo dell’immagine del Colosseo da parte dello sponsor. E la medesima cosa dovrebbe essere fatta per tutti quei monumenti particolarmente carismatici e quindi appetibili per gli sponsor. Per gestire al meglio le risorse e più in generale per far funzionare il sistema occorre una nuova governance salda e ordinata, a cominciare dal Ministero dei Beni culturali. Molti in questi mesi ne hanno profetizzato se non addirittura auspicato la soppressione, o la dipartimentalizzazione sotto la presidenza del consiglio.

Non credo possa essere questa la soluzione, ma è altresì evidente che così com’è il ministero non regge più. La mutazione genetica di questi anni ne ha accresciuto a dismisura la struttura centrale mentre deperiva quella periferica, trasformandolo in un mostro macrocefalo. C’è bisogno di invertire la rotta, snellendo l’apparato centrale e ridando fiato alle strutture periferiche e territoriali e garantendo reale autonomia alle funzioni tecnico scientifiche, storicamente il fiore all’occhiello del ministero. Valorizzare le competenze esistenti, inserire nuove professionalità, accompagnare il necessario ricambio generazionale sono premesse senza le quali è impensabile immaginare un futuro per il ministero.

Bisogna interrompere immediatamente la pratica dei commissariamenti, tornando alla gestione ordinaria.
Ma quanto successo in questi mesi chiama anche la comunità scientifica a un’assunzione di responsabilità. Spesso siamo stati soli a denunciare quello che accadeva al ministero, mentre autorevoli personalità scientifiche si trasformavano da paladini della tutela a cantori della protezione civile a Pompei; mentre sovrintendenze che avevano nel proprio dna l’orgoglio dell’autonomia, come quella di Roma che aveva appreso quelle virtù grazie tra gli altri a Adriano La Regina, si sono fatte commissariare festosamente. Per non parlare di storici dirigenti che hanno accettato doppi incarichi palesemente incompatibili (Roma e Pompei).

C’è stato insomma un tratto di conformismo inquietante, una oggettiva perdita di autonomia sulla quale occorre riflettere, per restituire al ministero la dignità perduta.
Ripensare la governance significa anche uscire definitivamente dalla stanca e ormai logora contrapposizione tra centralismo e decentramento.
Affinché il Mibac – e dunque lo Stato – possa ottemperare alle funzioni attribuitegli dalla Costituzione è indispensabile attivare sinergie tra tutti i livelli di governo e determinare strategie di intervento condivise dallo Stato, dalle regioni, dalle province e dai comuni. La soluzione va cercata, crediamo, in un sistema concorde, plurimo, lealmente collaborativo in cui tutti i livelli di governo e quindi anche Roma Capitale , siano egualmente vincolati al rigido rispetto di regole certe, stabili e imperative in tema di formazione e reclutamento del personale, autonomia degli apparati tecnici, sistemi di finanziamento, rapporto con i privati, modelli di gestione e criteri di efficacia ed efficienza degli interventi. Il dibattito sul federalismo non può tuttavia trascurare che il patrimonio culturale è nazionale e quindi, solo un’istanza nazionale, super partes, può essere deputata alla dichiarazione di interesse culturale.

Occorre poi dare a questo paese le leggi quadro che da troppo tempo mancano. In assenza di norme di indirizzo statali quasi tutte le regioni si sono dotate di proprie leggi spesso molto buone ma che nel loro complesso finiscono per creare un sistema nazionale frammentario e disomogeneo. Il tema della legge quadro resta ancora aperto, dopo anni di dibattito per il rifiuto del governo Berlusconi di finanziare la legge per lo spettacolo malgrado il buon fine del lavoro svolto in parlamento per un testo unificato. E all’intero comparto viene negato uno strumento di sviluppo fondamentale per superare la lunga transizione iniziata nel 1985. Altra questione è quella che riguarda il cinema che ha anch’esso bisogno di una profonda manutenzione delle norme che lo sostengono. Prima di tutto dando unità ai settori del cinema e dell’audiovisivo e definendo con chiarezza quale debba essere il ruolo pubblico e quindi il sistema di governance in cui la parte pubblica non giochia il ruolo di competitore ma di supporto per l’industria cineaudiovisiva.

Fermo restando l’insostituibile ruolo del Centro Sperimentale di Cinematografia per il sistema della formazione, riteniamo che la missione di Cinecittà Luce debba concentrarsi sulla produzione e distribuzione di opere prime e seconde, di opere difficili, di opere di innovazione e di ricerca, sulla promozione in Italia e all’estero. Accanto a queste funzioni più sperimentate Cinecittà Luce deve dotarsi di un solido settore studi e ricerche in grado di elaborare strategie per lo sviluppo industriale del settore.
Cinecittà Per quanto riguarda i teatri d’opera, è evidente che Il governo di centrodestra ha affrontato la crisi delle fondazioni lirico sinfoniche con un’impostazione ideologica che ha individuato nei privilegi dei lavoratori, negli sprechi, nell’assenza di managerialità la causa della crescente dinamica dei costi. La legge 100 del 2010 e i successivi regolamenti sono provvedimenti parziali che isolano ancora di più le fondazioni dal sistema musicale italiano.
Il nuovo governo deve prendere atto del fallimento della legge Bondi riaprendo una discussione sulla riforma della produzione lirica in Italia, quella discussione che Bondi non volle fare, ma di cui c’è un gran bisogno. Ma prima di ogni altro ragionamento sulle riforme di cui il sistema cultura ha bisogno, dobbiamo stabilire quale indirizzo dare alle nostre scelte, così da imprimere un cambiamento reale.

La prima scelta decisiva è costruire le condizioni per cui l’Italia resti un paese dove si produce cultura e non la si distribuisce soltanto. Questo significa anche rifiutare di scegliere, come ogni tanto qualcuno chiede di fare, tra tutela del patrimonio e sostegno alla creatività. Una contrapposizione priva di senso, fosse anche solo perché il nostro patrimonio è frutto della creatività straordinaria che il nostro paese ha espresso in passato. Ma è chiaro che per rimanere luogo di produzione occorre che la politica sia all’altezza di scelte lungimiranti rinunciando magari al ritorno immediato del grande evento per investire sul tessuto creativo, per incentivare la sperimentazione e l’innovazione.
Certo, non tutti gli eventi sono uguali e ce ne sono molti che svolgono una funzione positiva creando visibilità per esperienze innovative e creando un rapporto con la cittadinanza. Ma non è sempre così.

La seconda scelta irrinunciabile è aprire un sistema chiuso.

Perché oggi il mondo della cultura è bloccato da un coacervo di rendite di posizione e di barriere all’ingresso. Un sistema che spesso finisce per respingere o per relegare ai margini le risorse più fresche.
E’ così fin dalla testa, pensate per fare solo un esempio all’odioso reference system.
Agli stati generai di Torino, due giovani registi, i fratelli de serio, hanno raccontato in modo provocatoriamente efficace il sistema con cui il nostro paese seleziona nuovi talenti, definendolo modello gratta e vinci. tu investi su te stesso raccogliendo le risorse necessarie a comprare un gratta e vinci. se ti va bene, guadagni il necessario per comprarne un altro fino a quando, per sfortuna o per errore il ciclo si interrompe. E a quel punto vieni espulso dal meccanismo. Ma può funzionare così la selezione dei talenti? O non sarebbe forse meglio utilizzare la leva pubblica anche per dare qualcosa a chi non c’è ancora? D’altra parte coltivare questo tessuto crea anche le condizioni per rafforzare le eccellenze, che restano architravi indispensabili del sistema. Apertura del sistema significa anche apertura dei mercati culturali.

Un po’ di sana concorrenza in quegli spezzoni che possono ambire a una dimensione industriale di certo non può far male.
Dalla produzione di contenuti all’editoria, dall’esercizio cinematografico alla televisione bisogna aprire il sistema, incidendo sui meccanismi che lo paralizzano.

Ed evitando di costruirne di nuovi che aggravino il problema.
Molto si è discusso ad esempio di tassa di scopo come forma di finanziamento integrativo del cinema. A me non pare possa essere questa la soluzione.
Naturalmente non demonizzo affatto uno strumento che abbiamo per molto tempo richiesto e che so essere caro a molti.
Ma non credo debba essere più questa la strada maestra. Le risorse per il cinema e per l’audiovisivo devono venire da un ampliato vincolo di investimento che, sul modello di quanto avviene per RAI e Mediaset, coinvolga i soggetti della filiera tenendo conto dell’integrazione sempre più stretta e del ruolo che oggi svolgono, per fare solo un esempio, i colossi delle tlc.
L’effetto sarebbe finalmente quello di creare un vero pluralismo produttivo, condizione indispensabile per superare l’anomalia italiana, paese in cui per contare i soggetti che oggi decidono se un film si può o meno produrre sono sufficienti, se non abbondanti, le dita di una mano.
Aprire il sistema è condizione preliminare per dare a questo settore una politica industriale. Una nuova legge per il cinema e l’audiovisivo, ad esempio, deve tenere insieme gli obiettivi culturali con quelli di sviluppo industriale, investendo risorse pubbliche nella sperimentazione, nell’innovazione, nei nuovi linguaggi, esattamente come si fa nella ricerca di base e assumendosi anche il rischio del fallimento. Non esiste settore industriale che possa crescere, consolidarsi e espandersi in assenza di innovazione. E in assenza di politiche per le imprese.

Oltre a tax credit e tax shelter bisogna estendere a questo settore i finanziamenti per lo sviluppo delle PMI, sostenendo le imprese nella fase di start up per portarle a camminare sulle proprie gambe. E bisogna definire l’identità delle imprese indipendenti della produzione e della distribuzione e creare le condizioni per liberare il mercato dai monopoli anche pubblici.

L’Unione europea ce lo insegna: le industrie culturali e creative rappresentano uno dei settori trainanti del continente: esse producono il doppio dei ricavi dell’industria automobilistica, crescono ad una velocità molto superiore rispetto alle altre industrie, producono occupazione anche nei periodi di crisi, impegnano lavoratori altamente qualificati. Ma in mancanza delle necessarie politiche di sostegno e sviluppo del settore l’Italia rischia di perdere lo straordinario vantaggio competitivo che la sua storia le ha regalato. Ma non c’è possibilità di far funzionare la cultura se non partiamo dalla centralità del capitale umano, e quindi dalla formazione e dal lavoro. Coordinare cicli formativi, mondo del lavoro e sistemi di qualificazione degli addetti diventa oggi irrinunciabile per non perdere uno straordinario patrimonio di competenze e per garantire la qualità nella tutela dei beni e nella produzione dei contenuti culturali. (oggi è il caos) C’è infine la questione del lavoro culturale: centinaia di migliaia di lavoratori che vivono in una situazione di precarietà, privi di tutele e diritti. Tema che abbiamo posto da subito affermando che chi opera in questo settore è prima di tutto un lavoratore. Non era scontato, questo è un settore i cui protagonisti sono lavoratori della conoscenza spesso privi della coscienza di essere lavoratori. Ma è proprio la crisi economica ed il progressivo restringimento delle tutele che, paradossalmente, stanno restituendo a questi lavoratori quella consapevolezza. E proprio da qui partono le richieste delle categorie.

La crisi sta facendo male, scava dolorosamente nella carne viva dei lavoratori che sono stati abbandonati in questi anni da governi disattenti.
Alcuni problemi hanno bisogno di tempo per essere risolti, altri si possono superare con poche norme, che a volte nemmeno incidono sui conti pubblici.
Al governo chiediamo un intervento immediato su alcuni aspetti, a cominciare dalla questione del welfare per i lavoratori dello spettacolo, il cui Ente previdenziale genera ogni anno un cospicuo avanzo che ha consentito all’ENPALS di avere in Tesoreria al 2010 un fondo cassa infruttifero di 1.582.813.640 euro.

E’ l’effetto insopportabilmente iniquo dell’armonizzazione delle regole previdenziali che non si è rivelato in grado di cogliere le specificità del lavoro del settore. Così intere categorie artistiche non raggiungono e non raggiungeranno mai i requisiti per la pensione. Altro che parassiti, è semmai vero l’opposto: è la finanza pubblica che è in debito con questi lavoratori.

L’ENPALS deve diventare il soggetto intorno al quale costruire il welfare dello spettacolo e il recente allargamento delle sue funzioni va in questa direzione, ma è necessario un più convinto sostegno legislativo.
Non può sfuggire al nuovo governo che intervenire su questo aspetto non servirebbe solo a sanare un’iniquità, ma migliorerebbe in modo concreto ed immediato la vita di decine di migliaia di lavoratori.
Nello stesso tempo un esecutivo che ha nella sua missione primaria il rilancio della crescita, non può non affrontare il tema di come dare soluzione legislativa all’insopportabile fenomeno della delocalizzazione delle produzione cinematografiche e televisive, che trasforma una norma pensata a sostegno dell’industria del cinema e dell’audiovisivo nazionale in un favore ai paesi concorrenti.

Problema che sposta risorse dall’Italia, penalizza le imprese e i lavoratori e che è risolvibile con un semplice cambiamento di poche righe della Gasparri che estenda il riconoscimento della nazionalità italiana alla fiction legandolo a parametri che ne incentivino la localizzazione sul territorio nazionale.
E’ poi necessario portare a compimento la legge sulla qualificazione dei restauratori che vivono da più di 10 anni in un limbo normativo che non permette loro di lavorare e che allo stesso tempo non è in grado di qualificarli. Innocua per il bilancio dello stato ma fondamentale per i lavoratori dei beni culturali è anche la proposta di legge che definisce le loro figure professionali all’interno del Codice dei Beni culturali. Si possono approvare insieme in poche settimane proseguendo il percorso che avevamo intrapreso già con Galan.

Con la convocazione di questi stati generali non abbiamo voluto solo aprire una riflessione sulle politiche culturali.
Il nostro obiettivo è anche quello di risvegliare un dibattito.
A questo dibattito si fa fatica persino a dare un nome. Non perché non ce l’abbia, ma perché non appena lo si nomina, non appena si accenna ad un’interrogazione circa ruoli e compiti dell’intellettuale si raccolgono reazioni infastidite, quando non stizzite, come se si volessero agitare solo questioni vecchie e ormai superate.

Certamente l’intellettuale come “funzionario dell’umanità”, come rappresentante dell’universale, non ha più motivo d’essere. A ragione, Zygmunt Bauman ha sostenuto che la possibilità che l’intellettuale intervenga direttamente nello spazio pubblico, influenzando l’opinione generale e indirizzando quindi il corso politico della nazione, si è significativamente ridotta, non solo modificata. Ma significa questo che bisogna rinunciare del tutto a costruire le condizioni di un dialogo critico, al di sopra o almeno attraverso gli interessi particolari e le private competenze? Noi crediamo di no, noi crediamo che vi sia ancora spazio per un “uso pubblico della ragione”, e che anzi tale uso libero e franco vada favorito, incoraggiato, conformemente a quella “passione per l’apertura” che è la caratteristica distintiva del clima civile e intellettuale delle democrazie. Non aiutano questo clima il cinismo o la rassegnazione, ma neppure le narcisistiche grida di indignazione, che poco incidono sul pensiero e sulla realtà e poco producono di effettuale – se non qualche ospitata televisiva in più per l’indignato di turno.
In luogo della critica, un certo conformismo ha finito con il dominare il dibattito pubblico, così che di fronte a una crisi come quella che stiamo attraversando, che è anche una crisi di categorie, di modelli di pensiero, corriamo il rischio di trovarci impreparati, e per incapacità di pensare il nuovo rischiamo di ritornare all’antico.
La politica, da parte sua, non ha saputo dare risposte efficaci e quel senso di distanza, di alterità, di separazione fra ambiti sempre più lontani, la secca giustapposizione fra un “noi” e un “voi” è cresciuta fino a divenire uno dei tratti distintivi di questo quindicennio, uno dei tanti fattori di disaggregazione del tessuto connettivo della nostra società.

Non possiamo andare avanti così: occorre recuperare le ragioni di uno sforzo collettivo che si cimenti con la formulazione di un pensiero nuovo.

Abbiamo bisogno di idee, di discussione, di confronto.
Non è possibile rinnovare la sfera pubblica, recuperare il senso e il valore dell’identità statale e nazionale, in una cornice europea profondamente ripensata, senza ricostruire una rete di intelligenze che dia forza a una battaglia politica, e ci aiuti a far comprendere fino in fondo al paese che occorre ricostruire un intreccio fecondo fra istanze della cultura e condizioni della democrazia, intreccio il cui sfilacciamento, la cui rottura ha avuto un effetto non certo positivo sulla storia di questi anni.

Matteo Orfini – Responsabile Cultura e Informazione Pd

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