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"Articolo 18 e ammortizzatori, si apre la partita ed è scontro", di Andrea carugati

La ministra del Welfare Fornero accelera sulla riforma della mercato del lavoro. Conferma la volontà di aprire all’inizio del prossimo anno un cantiere con le parti sociali per arrivare a un obiettivo ambizioso, e cioè eliminare i contratti precari. «Bisogna permettere ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito
segmento iperprotetto», spiega in un’intervista al Corriere.
Fornero cita una frase di Luciano Lama, «Non voglio vincere contro mia figlia», e rilancia la discussione sull’articolo 18: «Non c’è una ricetta precostituita,manonci sono neppure totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente
oneste e aperte». Poi concede: «Ci vuole maggiore gradualità nell’introduzione delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle pensioni». Tema su cui il ministro rivendica le scelte fatte: «Ci siamo trovati in emergenza, bisognava mandare un segnale deciso all’Europa». Quanto ai prepensionamenti, largamente utilizzati come ammortizzatori sociali, il ministro è netto: «Lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Ma non ce lo possiamo più permettere». Parole che scaldano la domenica prenatalizia delle forze politiche e sindacali, già provate dal varo della manovra alla Camera. Dalla Cgil arriva lo stop più netto: «L’articolo 18 era l’ossessione del precedente ministro del Lavoro che ha impedito qualsiasi vera riforma», attacca il segretario confederale FulvioFammoni. «È evidente che non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare a una norma che consideriamo di assoluta modernità». E il contratto di lavoro unico? «Non serve», spiega Fammoni. «Il governo pensi piuttosto a cancellare le 40 forme di lavoro precario». E ancora: «Il governo tecnico, prima di disegnare un nuovo modello sociale, rifletta se questo è il suo vero compito visto che non è legittimato dal voto dei cittadini».
Il Terzo polo esulta. «Da Fornero un intervento coraggioso, onesto e leale», dice Casini. E Fini: «Se non si fa sì che la pletora di contratti a termine sia sostituita da un contratto unico, garantendo agli imprenditori più flessibilità in uscita, non si aiutano i giovani». Dal Pdl si leva solo la voce di Giuliano Cazzola che benedice le parole della ministra. Netta la contrarietà dell’Idv. «Ci auguriamo che il governo Monti eviti di buttare benzina sul fuoco, innescando uno scontro sociale proprio con la proposta di norme sui licenziamenti facili».
LA DISCUSSIONE NEL PD
Secco stop anche dal Pd. «Dopo un adeguato approfondimento, la prof. Fornero concluderà come noi che l’articolo 18 non c’entra nulla con la precarietà dei giovani e con la crescita
dell’economia», dice il responsabile economico Stefano Fassina (esprimendo una linea approvata in assemblea da oltre il 90% dei delegati Pd).
«Il governo si concentri piuttosto sulla riforma degli ammortizzatori sociali». Tra i democratici ci sono però anche sostenitori della linea Fornero. «Il governo spingerà il Pd sulle mie posizioni» sorride Pietro Ichino. Paolo Gentiloni su Twitter definisce «sicura e rassicurante» la ministra e aggiunge: «L’alternativa a Fornero è la difesa dello status quo di Sacconi.
È questa la linea piu di “sinistra”?». «Bisogna discutere senza totem anche di articolo 18, la priorità è dare garanzie ai giovani», ragiona Valter Verini, braccio destro di Veltroni. Più
prudente il lettiano Francesco Boccia: «Prima di affrontare il mercato del lavoro, il governo deve abbattere tutti gli oligopoli e i monopoli, a partire da trasporti, energia e ordini professionali». Pierpaolo Baretta, relatore della manovra alla Camera, cerca una mediazione: «Se si uniformano i contributi previdenziali per i vari tipi di contratto tra il 28 e il 30%, si vara una riforma degli ammortizzatori alla danese, si allunga il periodo di prova e si prevede il processo per direttissima anche per le cause di licenziamento, a quel punto il tema dell’articolo 18 si svuota di significato, e si può lasciare così com’è». Avverte Baretta: «Fornero vuole fare in fretta, il Pd deve farsi trovare pronto con le sue proposte. Non possiamo più rincorrere il governo».

L’Unità 19.12.11

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“Non si può star fermi e la proposta Ichino è una buona soluzione”, Paolo Giaretta

Prima premessa. La questione del lavoro deve essere al centro di una profonda azione riformatrice. «La malattia dell’occidente» l’ha definita in un bel saggio Marco Panara. Il fatto che il lavoro valga sempre meno e sia sempre più incerto. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza che è andata a remunerarlo nei Paesi industrializzati è calata di 5 punti. Sono crescitute le diseguaglianze. E non è solo una questione economica. Seconda premessa. C’è nel programma del governo, come conseguenza degli impegni assunti con l’Europa, il completamento della riforma del mercato del lavoro. Lo si puòfare però dentro una più complessiva azione di riforma: lavoro sì, se insieme e prima si intaccano i monopoli, le chiusure alla concorrenza, le aree protette che appesantiscono la dinamicità del sistema Italia. Lo si può fare con una coraggiosa iniziativa concertativa.
È un punto delicato per il Pd, perché tocca valori fondativi della sua missione politica, perché si riflette una grave frattura nel sindacato, perché un conto è agire in un periodo di crescita, un altro è farlo in un momento di grave debolezza economica.Come impostare il confronto con il governo?
Partendo da un dato: l’attuale sistema non funziona, e il malfunzionamento è reso drammatico dalla crisi. Un mercato del lavoro segmentato, che sempre più a fatica mantiene le tutele esistenti per una parte di lavoratori e una larga platea di lavoratori abbandonati a un precariato crescente, senza garanzie minime di stabilità, con un destino previdenziale ai minimi. La realtà è questa. Non facendo nulla la forbice è destinata ad allargarsi, in un arretramento dei diritti che sempre si realizza in un quadro che vede la competitività del sistema Italia a linea piatta, con l’incremento di 15/20 punti dei nostri più diretti concorrenti. La proposta Ichino offre una soluzione. D’ora in poi contratto a tempo indeterminato per tutti. Possibilità di licenziamento ma con unt rattamento complementare di disoccupazione, a favore dei lavoratori licenziati per motivi economici od organizzativi tale da garantire al lavoratore per il primo anno il 90% dell’ultima retribuzione, in caso di necessità l’80% il secondo anno e il
70% il terzo; gli oneri sono a carico in parte dell’Inps, in parte delle imprese, con un evidente disincentivo al licenziamento e comunque un incentivo ad usare i migliori servizi di riqualificazione professionale e outplacement per realizzare un effettivo reinserimento del lavoratore licenziato nelle attività produttive. Un sistema a regime per tutte le imprese, indipendentemente dalla dimensione, con le distorsioni che comporta una diversità di tutele legate alle dimensioni aziendali. Per i lavoratori diversità di diritti a parità di lavoro e
di mansioni, per le imprese un ostacolo alla crescita dimensionale. Anche perché la fascia di lavoratori occupati nelle imprese con meno di 15 dipendenti non è affatto residuale. Se venisse approvato il progetto Ichino sarebbe un passo indietro? Io penso di no, penso che sarebbe un consistente passo in avanti. Soprattutto per chi entra oggi nel mercato del lavoro senza alcuna tutela. Si può fare di meglio? Chi ha idee concrete le proponga. E ne dimostri l’attuabilità, dal punto di vista del consenso e dal punto di vista della sostenibilità economica. La cosa peggiore è lasciare le cose come stanno,

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“Priorità alle tutele: assurdo pensare a come licenziare” di Cesare Damiano

Il Paese si troverà di fronte ad un vero e proprio shock occupazionale a partire dal prossimo anno. Questa previsione la stiamo formulando dal tempo del governo Berlusconi, inascoltati, e adesso la tocchiamo con mano. Anche il 2011 si chiuderà con la richiesta, da parte delle aziende, di un miliardo di ore di cassa integrazione.
Purtroppo, la tanto agognata inversione di tendenza non ci sarà. Al contrario, stiamo entrando in recessione. Ai dati di oltre 2 milioni di disoccupati, di 2 milioni e 700mila «scoraggiati»( per lo più persone molto giovani o over 50 ), di lavoratori al nero che hanno tagliato il traguardo dei 3milioni di persone si aggiungeranno, secondo Confindustria, altri 800mila disoccupati nel 2012. Purtroppo, la recente manovra del governo sulle pensioni ha aggravato la situazione e le risorse destinate alla crescita appaiono insufficienti. Non è un caso se, come Pd, abbiamo fatto condividere da Pdl e Terzo Polo un ordine del giorno, che il governo ha accolto, che riguarda chi ha perso l’occupazione. Si tratta di lavoratori non tutelati dalla manovra perché non hanno sottoscritto accordi di mobilità entro il 4 dicembre scorso. Sono i cosiddetti «esodati» delle Poste, i «sovranumerari» colpiti dai processi di fusione degli enti, o coloro che, in previsione di una pensione a portata di mano nel 2012 o nel 2013, si sono licenziati. Adesso, con l’abolizione delle cosiddette quote «96 e 97», si vedono allontanare il traguardo pensionistico anche di 3 o 4 anni. Come vivranno nel frattempo senza stipendio, indennità di mobilità e senza pensione? A questa situazione di grave in-
giustizia sociale va posto rimedio. La soluzione? È semplice: occorre mantenere a questi lavoratori le vecchie regole pensionistiche. Da qui il governo deve ripartire, con la necessaria concertazione, se si vuole aprire un discorso di ammortizzatori sociali nel tempo della recessione. Noi siamo favorevoli all’obiettivo di dotare il Paese di tutele sociali inclusive, soprattutto per le giovani generazioni che conoscono prevalentemente il lavoro precario. Il governo è andato nella giusta direzione scontando l’Irap alle imprese che assumono giovani e donne a tempo indeterminato. È questa la strada sulla quale abbiamo sempre insistito: far costare di meno il lavoro stabile per battere la precarietà. Il problema, a nostro avviso,non è cancellare o indebolire l’articolo 18. Infatti non si
spiega come mai nelle aziende al di sotto dei 16 dipendenti, nelle quali il 18 non si applica, si continua ad assumere prevalentemente con contratti flessibili. La risposta è semplice: perché costano di meno. Qualche suggerimento lo possiamo fornire: esiste una delega, figlia del Protocollo del 2007 e già condivisa dalle parti sociali, che è rimasta nel cassetto del precedente governo. In essa si ipotizza l’unificazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria e, dall’altra, della mobilitò e della disoccupazione. Infine, alla Camera è depositata da tempo una proposta di legge: il Contratto Unico di Inserimento Formativo, prima firmata- ria l’onorevole Madia. Prevede un iniziale periodo di prova e ilmante- nimento dell’articolo 18 per padri e figli.❖

L’Unità 19.12.11