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"Così il contagio non si evita", di Paolo Guerrieri

L’Europa è di nuovo in serie difficoltà. La crisi rischia di aggravarsi e approfondire la recessione che si diffonde rapidamente, con una sola isola rappresentata per ora dalla Germania. Più che a Berlino, tuttavia, sarà ad Atene che si decideranno le sorti dell’area euro. L’uscita traumatica della
Grecia dall’euro può generare una sorta di effetto domino sulla Spagna e l’Italia, mandando in frantumi l’intera costruzione monetaria europea. Come tale andrebbe scongiurato, ma l’Europa non appare in condizioni di poterlo fare. È in questo clima che si è svolto il primo incontro tra Hollande e Merkel.
Come nelle attese, ha avuto natura eminentemente interlocutoria.
All’insegna del pragmatismo i due leader hanno teso a ribadire in toni pacati le loro posizioni, rinviando a futuri appuntamenti un confronto più puntuale.
Rilevanti differenze, com’è noto, caratterizzano oggi le posizioni dei due Paesi sull’area euro e sul suo futuro. Il governo conservatore tedesco è convinto che la soluzione debba venire dagli stessi Paesi più indebitati, i soli responsabili, con i loro eccessi, della crisi scoppiata ormai da più di due anni. Anche per i tedeschi la crescita è importante, ma solo in quanto risultato dei programmi di austerità e dell’attuazione di riforme di struttura in tema di lavoro, previdenza, settore pubblico, welfare.
Nella sua campagna elettorale Hollande ha criticato apertamente
queste posizioni. Ma non per sconfessare – come sostengono alcuni –
l’esigenza del rigore e delle riforme strutturali nei singoli Paesi, quanto per denunciare che consolidamento fiscale e riforme risulteranno praticabili e utili solo se verranno spese risorse per l’utilizzo della capacità produttiva esistente. Nelle attuali condizioni di elevata disoccupazione, impianti produttivi sottoutilizzati o abbandonati, redditi medi declinanti le economie europee hanno un disperato bisogno di stimoli che siano in grado di sostenere la domanda aggregata. Il rilancio della crescita richiede al tempo stesso un supporto alla domanda e una necessaria ristrutturazione dell’offerta.
Di qui le due principali strade indicate dal presidente francese. In primo luogo una ripartizione più simmetrica – e quindi con effetti meno deflazionistici – degli oneri di aggiustamento tra Paesi in deficit e quelli in surplus (Germania). In secondo luogo un consistente pacchetto di investimenti europei in infrastrutture (materiali e immateriali) e settori a rete, da individuare come nuovi futuri motori della crescita europea e da finanziare sia attraverso il bilancio comunitario, nel nuovo quadro finanziario
pluriennale, sia attraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei) e sia, soprattutto, con project bond. Il tutto in un quadro di rinnovata stabilità finanziaria, che solo un sistema unificato a livello europeo di supervisione bancaria e garanzia-assicurazione dei depositi sarà in grado di assicurare. Sono tesi largamente condivise oggi in Europa, e anche al di fuori (si
veda la telefonata tra Monti e Obama), ma che si differenziano e
non poco dalle attuali posizioni del overno tedesco. Non al punto tuttavia – come affermano alcuni – da rendere impossibile ogni futuro accordo di qualche spessore. Una mediazione è in realtà possibile, perché conviene oggi anche ad Angela Merkel, sempre più in difficoltà. A differenza degli Stati Uniti e del resto dei Paesi emergenti, l’Europa è l’unica area nel mondo che negli ultimi mesi ha cessato di crescere ed è entrata in recessione,
con ben poche speranze di uscirne nel futuro più immediato. Né il problema dell’eccesso di debiti di molti Paesi
sembra avviato a soluzione.
Un compromesso è pertanto ipotizzabile e potrebbe essere realizzato in una serie di tappe successive. Ma ovviamente richiederà tempi non brevi, anche tenuto conto delle elezioni parlamentari in Francia e dell’importanza di ottenere una nuova favorevole maggioranza per il presidente Hollande. Ora il problema è come conciliare questi tempi, per quanto necessari, con i drammatici eventi che stanno caratterizzando in questi giorni la Grecia. La maggior parte dei sondaggi elettorali fin qui pubblicati mostrano come nella replica delle elezioni che si svolgeranno a metà giugno Syriza sia nettamente favorito. Una sua vittoria rischierebbe di portare rapidamente al default la Grecia e renderne inevitabile una uscita traumatica dall’euro. Le conseguenze sarebbero devastanti per la Grecia innanzitutto e per gli effetti di contagio che ne conseguirebbero per la stessa sopravvivenza dell’area euro. È inutile illudersi. Ieri al termine dell’incontro bilaterale, i leader dei due Paesi «pilastri» della Ue hanno ribadito che «Atene deve restare nell’area della moneta unica». Belle dichiarazioni ma che servono a poco. L’Europa deve
muoversi con rapidità nelle prossime settimane e con fatti tangibili. Non certo per sconfessare le politiche di aggiustamento richieste, ma per accompagnarle con un sostanzioso pacchetto di investimenti e misure per la crescita e stabilizzazione dell’economia della Grecia e dei suoi cittadini. È il solo modo per cercare di modificare l’esito scontato della drammatica crisi in corso. Sarà dunque Atene a mettere alla prova – e molto prima di quanto si pensasse – il nuovo asse franco-tedesco.

l’Unità 17.05.12

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