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“A scuola tornano i voti”, di Michele Serra

Forse tradita dall´entusiasmo, il ministro dell´Istruzione (ex pubblica) Mariastella Gelmini guida la folta lista dei ministri super-dichiaranti, annunciando ogni giorno una novità salvifica. Ieri è stato il turno del ritorno al voto, che segue il ritorno del grembiule, il ritorno alla maestra unica, il ritorno della buona condotta e un´altra messe di ritorni, tutti implicitamente o esplicitamente motivati dalla ripulsa del famoso “spirito sessantottino” che con il suo venefico lassismo avrebbe devastato la scuola italiana nel seguente quarantennio.  

Volendo, si potrebbe obiettare che tutti questi ritorni hanno qualcosa di refluo e di platealmente nostalgico, dunque poco attinente al concetto di “nuovo” e “innovativo” che riluce sulle insegne della destra trionfante. Più che alla scuola gentiliana alludono a quella deamicisiana, con i buoni e i cattivi bene incolonnati sulla lavagna (sempre che arrivino i soldi per comperare il gessetto).Un po´ come se il ministro del Lavoro volesse abolire il weekend lungo, culla della fannullaggine privata e pubblica, quello dello Spettacolo rilanciare la censura, quello degli Interni le cariche a cavallo, e via via rimpiangendo quell´Italietta finto-proba, moralista e classista che il povero Sessantotto provò in effetti a seppellire, salvo poi inciampare, nel 2008, nelle sue ossa bene aguzze.

Ma fare il ministro della scuola, in questo paese e con questa scuola depressa e impoverita, è un mestiere così difficile che non regge il cuore a infierire più di tanto. La buona volontà del ministro merita la sufficienza (un “sei politico”, parlando da sessantottini incanutiti), grembiule e voti e maestra unica possono perfino trovare qualche pedagogista consenziente, e pazienza se non una delle novità annunciate è esente da un forte odore di naftalina. Per contro, non c´è genitore o docente con il sale in zucca che non avverta la necessità di irrigidire qualche regola, e rattoppare qualche falla provocata dal deficit di autorevolezza degli adulti.

Quello che però vorremmo infine sapere, da un ministro che annuncia di voler rivoltare la scuola e redimerla dei suoi peccati, è se non crede che, nel pacchetto di provvedimenti che va snocciolando un giorno sì e l´altro pure, manchino almeno due intenzioni ben più strutturali della riforma delle pagelle. La prima intenzione è restituire ai docenti dignità sociale e dunque un censo adeguato, senza il quale è puramente insensato pretendere che le persone di qualità (del Nord e del Sud) puntino alla carriera scolastica. La passione e la vocazione, da sole, non bastavano nemmeno a tenere insieme la scuoletta del Regno, dove pure il maestro e il professore godevano della venerazione di un popolo ancora semianalfabeta: figuriamoci oggi, che l´intero apparato pubblicitario-televisivo (se il ministro non ne ha mai sentito parlare, chieda al suo premier) ha inculcato in grandi e piccini l´idea che i quattrini sono tutto, e tutto il resto è appena una variabile di scarso interesse. Gli analfabeti si prostravano ai maestri, gli attuali analfabeti di ritorno li disprezzano.

La seconda intenzione sarebbe ridare alla scuola pubblica la sua vecchia, indiscussa centralità ideologica (sì, ideologica) che è tutt´uno con la sua identità, sostanzialmente immutata dal Regno al fascismo alla Repubblica: quella di cardine formativo di un popolo, di uno Stato, di una comunità di cittadini. L´idea balorda e pericolosa – sovversiva, direi, perfino più del Sessantotto… – che la scuola pubblica sia solamente una delle scuole, una delle possibilità formative, non solo ha stornato risorse altrove, ma ha parzialmente svuotato di orgoglio e di certezze l´intero ambiente: esattamente come se le Forze Armate sapessero di essere parificate a eserciti privati, a pari titolo destinatari di denaro pubblico nel nome della “libertà di scelta”.

In parallelo, avanzava nel Paese l´idea che “pubblico” fosse comunque sinonimo di inerzia, parassitismo e qualità inferiore: per la prima volta nella storia d´Italia. In una comunità di consumatori e non più di cittadini, di “profili professionali” da valutare e impostare fino dalla prima infanzia e non più di giovani da formare alla cultura e alla dignità personale, come potrebbe mai rimotivarsi una scuola pubblica svilita dai suoi stessi governanti, stretta tra la cultura aziendalista e quella consumista, travolta dalla rivoluzione tecnologica senza poterla affrontare ad armi pari (che fine ha fatto la promessa proto-Berlusconiana di “un computer per ogni studente”?), insicura del suo presente economico e, quel che è peggio, del suo futuro istituzionale?

Creda, ministro Gelmini, nessuno può permettersi, con i tempi che corrono, di contrapporre pregiudizi “libertari” ai suoi pregiudizi vagamente autoritari. Ma sconcerta non sentire più, da molto tempo, un orgoglio scolastico che si fondi sull´orgoglio pubblico, sulla volontà politica (tradita anche dai governi di centrosinistra) di fare della scuola di Stato, costi quel che costi, la prima anzi la primissima delle priorità politiche e finanziarie. Gli insegnanti si sentono soprattutto sgridati, accusati di essere impreparati, sciatti, assenteisti e magari meridionali. E il loro essere malpagati, secondo lo spirito dei tempi appare più come una colpa che come un torto subito. Avrebbero bisogno dell´esatto contrario: di un ministro che batta i pugni sul tavolo e pretenda risorse, quattrini e rispetto in pari misura. Un ministro che sia il primo dei docenti e non la loro controparte. Come può pretendere rispetto e stima dagli studenti una scuola che non ha più il rispetto e la stima dei politici che la reggono?

La Repubblica, 29 agosto 2008

4 Commenti

  1. tramontano mariella precaria napoli dice

    IO HO PAURA!!!Non avrei mai immaginaginato di dover rivendicare il mio diritto al lavoro, la mia esistenza in vita per lo Stato italiano dpo 14anni di precariato! Era la paura della morte a tormentare le mie notti di ragazzina.Mio fratello, con il quale condividevo la camera,provava a rassicurarmi dicendomi:Se c’è lei tu non ci sei,se ci sei tu lei non c’è! Io ripetevo a me stessa le sue parole ma, soltanto il click del lume sul comodino,che mi restituiva la percezione del mio piccolo mondo rassicurante,strappandomi a quel buio “toglifiato”, placava il mio cuore impazzito . Oggi ,a distanza di anni,la sensazione è la stessa: il buio è qui,cala sulla scuola pubblica e sui suoi insegnanti…e non sono più vere neppure le parole di mio fratello. Io ci sono e lei è qui,non molto distante . Il suo nome è Mariastella Gelmini !

  2. la scuola, in questi giorni, non può che tenere banco (il gioco di parole è involontario…). Ma il 22 si avvicina e sarebbe bello se nel blog si aprisse una discussione sui provvedimenti promossi dalla Ministra Gelmini.
    non a caso pubblico questo articolo dell’Unità di oggi sull’eventuale ritorno del maestro unico. Su questo tema ci sono opinioni diverse anche all’interno del PD: quale occasione migliore per parlarne?

    «Il ritorno del maestro unico? Per i bambini è una sconfitta», di Maristella Iervasi

    I suoi bambini sono ancora in vacanza. Ma è come se fossero già lì: li «sente» correre per le scale, buttare a terra zaini e giubbini, tirarsi le palle di pane a mensa, li vede pigiarsi il naso e girare un dito nell’orecchio per inghiottire gli spaghetti schizzando sugo sull’intera tavolata. Sorride il maestro Nicola Perfetto, 57 anni, ma lo sguardo non si stacca dal muro. C’è Pietro che cammina su due mani, il giandarme Gianmarco che tiene sottobraccio un burattino nella piazza del mercato. Il grillo che «sputa» saggezza e Martina con una telecamera in mano che «inghiotte» tutto. L’hanno intitolato Il Pinocchio della Garbatella: una riscrittura di Collodi, con tanto di girato e montaggio in Vhs. Il film dei bambini dell’elementare «Alonzi» di Roma: a turno registi, attori e tecnici del suono, coadiuvati dagli insegnanti delle due terze, in primis Andrea Pioppi.
    E il maestro Nicola si commuove: «Tutto questo non sarà più possibile. Tutti gli approfondimenti letterari o storici-scientifici sui dinosauri, il ciclo della vita, l’acqua, le gite culturali con sempre gli studenti protagonisti, andranno a farsi benedire. I bambini andranno alle medie che sapranno appena leggere, scrivere e contare. Con un bagaglio nozionistico da far paura e senza più scambi con le classi parallele. E il trauma del passaggio alla scuola “dei grandi” sarà sempre di più una voragine».
    Fine della maestra-mamma e del maestro «vice zio». Stop alla compresenza in classe. Si torna al passato, al maestro unico. All’insegnante generalista con la penna rossa, che sa poco di tutto.
    Nicola Perfetto si siede in cattedra. E si proietta nel futuro. «Buongiorno bambini, sono il vostro maestro e staremo insieme per 5 anni». Scuote la testa, il maestro di matematica, geografia e scienze della Alonzi: «No, no… come lo spiegherò ai bambini? Speriamo che le famiglie ci aiutino». Per quest’anno le elementari – come le medie – riaprono con i voti. La pesante «cura dimagrante» alla scuola, con il «massacro» degli insegnanti voluta dal duetto Gelmini-Tremonti – 90 mila insegnanti e 43mila bidelli e segretari in meno entro il 2012 – debutterà invece successivamente. Ma è bene prepararsi per tempo. Perchè le conseguenze saranno a catena, per i docenti, i bambini e le stesse famiglie.
    Scomparirà inevitabilmente il tempo pieno: una «parolina», questa, che la ministra dell’Istruzione si guarda bene dal pronunciare per non finire nel «tritacarne», come accadde a Letizia Moratti. Un addio si prefigura anche per le mense scolastiche e forse per tappare i disagi dei genitori che lavorano, spunteranno i doposcuola-parcheggio: tenuti magari da personale non statale, a collaborazione. Mentre al docente di ruolo in eccesso rimasto senza classe per la scelta del maestro unico non resta che sperare in un posto di supplente. È questo il futuro disegnato per la scuola dal Berlusconi IV. È questa l’istruzione per le nuove generazioni.
    Sulla sedia dell’ultimo banco della 3 B, ora ribattezzata IV F – per continuità con la vicina elementare «Cesare Battisti», nota nel quartiere come la scuola de I Cesaroni -, c’è un grembiule bianco con in tasca pezzetti di foglio di quaderno. Il maestro Nicola si avvicina e ricompone il puzzle: una numerazione, la tabellina dell’otto. Una delle più difficili per i bambini da mandare a memoria. Sorride il maestro e ricorda: «La gara sulle tabelline è una costante. Un’interrogazione a mo’ di gioco». Ma mentre racconta degli aneddoti si fa subito serio: «Come farò a gestire da solo una classe di 25 studenti per 20 ore alla settimane? Come farò a tenere fermo nel banco Pallino, evitare che Caio picchi Talaltro e accudire nel frattempo il bambino diversamente abile che ha finito le ore con l’insegnante di sostegno? Come farò ad aiutare i bambini che restano indietro, che hanno difficoltà con la lingua perchè stranieri o a rispiegare con pazienza le divisioni a due cifre a chi arriva da un’altra scuola con problemi comportamentali e rifiuto dei nuovi compagni?. Quest’anno tutto questo è accaduto – sottolinea Nicola Perfetto – e con Simona, l’altra insegnante prevalente, siamo stati un po’ anche genitori, psicologi e dottori. Ma un domani? Come potrò lavorare bene da solo con il gruppo classe? Altro che maestro unico come esigenza pedogogica! È una vera debacle, la sconfitta del sapere per il bambino-studente».

  3. non v’è dubbio: le estemporanee iniziative del centro-destra sollecitano riflessioni autorevoli: il 30 agosto, su Repubblica, è apparso questo articolo di Salvatore Settis, che vi consiglio di leggere.

    «I tagli alla scuola contraddicono il ministro, di Salvatore Settis
    La scure che si è abbattuta sui finanziamenti non aiuterà ad introdurre un sistema di premi per chi lo merita.
    È vero che la scuola nelle regioni del Sud è uniformemente di basso livello, che i suoi insegnanti sono “indietro” rispetto ai loro colleghi del Nord? No, non è vero. Ma allora è vero che la scuola italiana, pur con tutti i suoi problemi, ha un livello uniforme su tutto il territorio nazionale? No, nemmeno questo è vero.
    Ci sono disparità grandissime, a volte fra scuole o licei della stessa città (che può essere Treviso o Catania), con punte verso il basso che talvolta si concentrano in modo assai preoccupante in certe zone del Paese (non necessariamente, non solo al Sud). Non è nemmeno vero che nessuno se ne è accorto. In Calabria (cito, a scanso d´equivoci, la regione dove la mia famiglia è radicata da quasi seicento anni) la Regione ha appena lanciato, grazie al suo vicepresidente Domenico Cersosimo, un Piano d´azione 2007-2013 per complessivi 101 milioni di euro per l´istruzione e la formazione. I presupposti (cito dal sito ufficiale della Regione): «Sappiamo che esistono deficit e carenze che investono i nostri studenti, soprattutto a livello logico-matematico» (Loiero); «dal punto di vista delle competenze, la Calabria parte da uno svantaggio abissale, che è molto più pesante di quello fisico o geografico» (Cersosimo).
    Con lungimirante intelligenza, Cersosimo sottolinea che il Piano «vuole iniziare a colmare il deficit nell´ambito del ciclo completo della formazione (…); si occupa di lavorare sulla base ma non dimentica le punte. Si propone di agire in termini di profezia perché mette finalmente in agenda la scuola e vuole premiare sia gli studenti che i docenti».
    Parole d´ordine che, lo si vede subito, sono in sintonia con la preoccupazione del ministro Gelmini di «rimettere al centro della scuola il merito e la responsabilità», di immaginare la nostra scuola (la scuola della Repubblica Italiana) come il luogo in cui si alimenta «una visione, una cultura, un´idea dell´Italia e del suo futuro». È esattamente quello che è mancato e che manca alla scuola italiana, come ha scritto Galli della Loggia sul Corriere del 21 agosto. Essa riflette «la crisi dell´idea di Italia, è lo specchio della profonda incertezza di chi a vario titolo la guida», dal governo agli addetti ai lavori. Perciò occorre «ridare profondità storico-nazionale alla scuola, riappropriarsi del passato e della propria tradizione per ritrovarsi (…) riaffermando il carattere multiforme ma unico e specifico dell´esperienza italiana, (…) ricostituire culturalmente e organizzativamente il rapporto centro-periferia e Nord-Sud».
    Il ministro Tremonti ha difeso sul Corriere i tagli a tutto e a tutti in nome della riduzione del deficit pubblico, e ha avanzato per la scuola alcune proposte, naturalmente a costo zero o con qualche risparmio: reintrodurre i voti in luogo dei verbosi giudizi, tornare al maestro unico nelle elementari, dare una qualche regola all´uso e all´abuso dei libri di testo. Su queste proposte, personalmente sono d´accordo con lui. Ma Tremonti sarà il primo a riconoscere che misure cosmetiche come queste non toccano il cuore del problema.
    La scure che si è abbattuta sui finanziamenti non aiuterà ad avere scuole meno fatiscenti e più attrezzate; non incoraggerà a introdurre meccanismi premiali del merito; non capovolgerà, come sarebbe necessario, il messaggio fondamentale che viene dal governo di turno: che la scuola è marginale, conta poco o nulla rispetto alle priorità della politica. Come ha scritto Adriano Prosperi su questo giornale (25 agosto), «dalle condizioni sociali in cui si svolge la scuola nasce una disaffezione profonda e diffusa; nasce anche un minaccioso processo di produzione di disadattati».
    In altri Paesi, ma anche nel nostro in altri momenti della sua storia, dovrebbe soccorrerci il richiamo alla Costituzione. La nostra pone la scuola fra i meccanismi essenziali al «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3), e prescrivendo l´uguaglianza piena dei cittadini privilegia «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi». Ma oggi è di moda parlare di Costituzione non per difenderla come un testo sacro (così fanno i cittadini degli Stati Uniti), ma solo per dire che è invecchiata.
    Nella nostra Costituzione, viceversa attualissima, troveremmo quello che stiamo cercando, “un´idea dell´Italia”, articolata con vivo senso della storia e con impressionante lungimiranza. Ma vogliamo cercarla davvero, un´idea dell´Italia, vogliamo davvero che la scuola ne sia il laboratorio e il tramite? Che cosa ha a che fare con questo progetto il vilipendio all´inno nazionale impunemente sbandierato da un ministro in carica? È forse “educativo”? E come è possibile alimentare una qualsiasi idea dell´Italia mentre ci avviamo verso un rassegnato federalismo senz´anima, senza che nessuno ci spieghi nemmeno quanto costerà, quanti altri tagli di bilancio, quante ulteriori disuguaglianze finirà col provocare?»

  4. In attesa del rinviato incontro con la Ministra Gelmini, teniamo alta l’attenzione sulla scuola e le controriforme in atto, perchè in gioco non è il destino di un’istituzione pubblica, ma quello del nostro Paese.
    E a proposito dell’antipedagogia interpretata perfettamente da Tremonti e Gelmini, perchè non riflettere sulle parole di due noti pedagogisti e pedagoghi (per marcare, semmai ve ne fosse bisogno, una differenza in più con il centrodestra,)quali Mario Lodi e Benedetto Vertecchi, apparse sull’Unità del 30 agosto?

    «Memorie di un Maestro elementare. Per una pedagogia ispirata alla Costituzione, di Mario Lodi
    Un articolo di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere il 21 agosto invita a una riflessione seria sul problema educativo della scuola italiana di oggi. È vero che la scuola pubblica in Europa da due secoli ammette che non è solo un sistema per impartire nozioni, ma qualcos’altro, Che cosa? Rousseau scrisse che il bambino nasce libero e la società lo corrompe. Il grande scrittore Tolstoj aveva provato a realizzare per i figli dei contadini poveri la scuola di Jasnaia Poliana dove i bambini scrivevano i libri sui quali studiavano. Gli ultimi due secoli non sono stati avari di riflessioni e di esperienze singnificative.
    Basta ricordare Maria Montessori che aprì le Case dei bambini, la Escuela moderna di Francisco Ferrer, la Cooperative Laic del Freinet che si diffuse in Italia con il Movimento di Cooperativa Educativa dopo la seconda guerra mondiale come pedagogia del buon senso, lasciando numerose opere pubblicate da Case Editrici famose. E contemporaneamente l’idea del priore don Lorenzo Milani di trasformare la sua parrocchia in scuola finalizzata ai valori della Costituzione, vale a dire la collaborazione nella libertà, invece della competizione.
    In Italia la strumentalizzazione della scuola per fini politici fu attuata dal fascismo, durò vent’anni e portò alla guerra.
    Con la Liberazione fu necessario cambiare le leggi del nuovo stato democratico e in sede in Assemblea Costituente pochi sanno che l’11 dicembre ’47, fu approvato all’unanimità e con vivi e prolungati applausi, un ordine del giorno di Aldo Moro in cui si chiedeva che «la Carta Costituzionale, trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico delle scuole di ogni ordine e grado, al fine di render consapevoli le giovani generazioni delle conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sicuro retaggio del popolo italiano».
    Quel giorno era nata l’idea di una nuova scuola italiana con il fine di formare i cittadini futuri.
    Il loro libro di orientamento era la Costituzione italiana ma non è stato usato con il fine di contribuire a formare i futuri cittadini, di cui la nostra società aveva bisogno. Nelle esperienze del dopoguerra troviamo alcune idee semplici che insegnanti sensibili e preparati possono applicare nella scuola di oggi con il fine di formare i cittadini democratici di domani.
    I bambini a sei anni sanno già parlare correttamente dei loro bisogni e della loro vita. L’educatore può subito usare il linguaggio della parola per costruire le fondamenta della scuola democratica. Usando quel linguaggio ogni giorno, abituandoli ad ascoltare e a pensare senza interromperli come di solito fanno i politici in tv, si può parlare di tutto, conoscere gli altri, sapere come vivono. E si scoprirà che, pur sotto la divisa di un grembiule uguale per tutti i bambini sono, per fortuna, tutti diversi. La scuola della parola ci offre la chiave per entrare in quel mondo sconosciuto.
    La scuola quindi è la prima società in cui entrano da protagonisti i bambini. È possibile renderla bella e funzionale? Assegnare a ogni cosa il suo posto? Dai quadri alle pareti, all’angolo del computer, dal posto della biblioteca, ai vasi di fiori freschi da cambiare ogni giorno, la nostra aula-laboratorio sarà d’ora in poi un po’ del nostro mondo da conoscere e rispettare. Come era la Casa dei bambini della Montessori.
    I bambini che sentono come propria l’aula-laboratorio nel quale cominciano a vivere pensando e parlando e ci resteranno per otto anni, lavorando insieme. E insieme esprimeranno le regole della comunità nascente, rappresentata dall’assemblea-classe, entro la quale si formeranno di volta in volta i cittadini che hanno il diritto alla libertà espressiva sintetizzato dall’articolo 21: «Tutti hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo».
    Sembra tutto facile, ma senza educatori professionisti, capaci e appassionati al loro lavoro, non è possibile. Ma chi li forma questi professionisti dell’educazione?
    Questo è il compito di un ministro che ha una visione politica di un futuro positivo della società che i nostri legislatori hanno progettato alla fine della guerra e alla nascita della democrazia come partecipazione attiva. Formare gli educatori della nuova scuola dei cittadini, significa creare dei centri di sperimentazione specializzati e volontari che ogni anno immettono nella scuola la pedagogia dell’educazione civica.
    Nella scuola-laboratorio ragazzi diversi per cultura imparano a studiare e lavorare insieme aiutandosi quando c’è bisogno come si faceva a Barbiana sostituendo la solidarietà alla competizione. È in questo ambiente che si impara l’educazione dell’ascolto invece della interruzione come si usa spesso in televisione. In questo ambiente dove c’è rispetto per tutti comincerà a essere sostituito il linguaggio volgare, con parole di rispetto verso chi vive insieme a noi. Allora, imparando dall’esempio acquisterà anche l’educatore quell’autorevolezza che in questi tempi sembra smarrita nei giovani e nei genitori, al Nord e al Sud.»

    «Voto in condotta o voto elettorale?, di Benedetto Vertecchi
    In queste ultime settimane si è assistito alla ripresa di simboli collegati all’educazione da tempo dimenticati nelle soffitte delle scuole. Di fronte alla gravità della crisi che, in varia misura, sta investendo i sistemi scolastici dei Paesi industrializzati si sono richiamati aspetti marginali del funzionamento delle scuole, come l’uso del grembiule o l’espressione numerica dei voti. Alle manifestazioni di rifiuto della disciplina scolastica, fra le quali le più rilevanti sono quelle che sfociano in episodi di bullismo, si oppongono solo misure repressive, come se bastasse agitare lo spauracchio di un sette in condotta per ridurre a più miti consigli gli allievi meno inclini ad accettare le regole della convivenza e dell’impegno nella scuola.
    Di per sé i cambiamenti introdotti sono di scarsa entità, o del tutto marginali, come nel caso del ritorno all’espressione numerica dei giudizi di valutazione. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la teoria valutativa sa, infatti, che un voto è un giudizio comparativo, che non esprime quantità, ma solo la posizione relativa dell’allievo al quale tale giudizio è assegnato rispetto agli altri presi in considerazione. Pertanto non c’è differenza fra la scala dei voti numerici da uno a dieci ora di nuovo introdotta nelle scuole elementari e medie e quella preesistente centrata su aggettivi e altre formulazioni verbali. In altri Paesi si usano lettere dell’alfabeto (per esempio, negli Stati Uniti il giudizio più positivo è indicato con la lettera A e quello più negativo con la E), scale numeriche più limitate (in Russia i voti variano da uno a cinque) oppure più estese (in Francia il voto più elevato è venti). Quel che conta non è come si esprime il voto, ma quali sono gli elementi sulle base dei quali si perviene a formularlo: si avrebbe un cambiamento effettivo se le scuole fossero messe in condizione di adeguare la loro cultura educativa alle nuove esigenze che si presentano nel lavoro educativo.
    Sarà bene riflettere sulla confusione che non potrà non seguire all’uso del voto in chiave repressiva (com’è nel caso della condotta). È dubbio che la repressione sia efficace, ma è molto probabile che costituisca il punto di partenza per una contaminazione nel giudizio di valutazione fra aspetti cognitivi, affettivi e di socializzazione. È questo che si vuole? Probabilmente no. Tutto fa pensare che i cambiamenti appena introdotti non siano prevalentemente rivolti a migliorare le condizioni dell’educazione scolastica, ma debbano essere intesi come segnali rassicuranti rivolti a quella larga parte della popolazione che conserva la memoria autobiografica dei voti numerici (o del grembiulino, o del maestro unico). In altre parole, si rispolverano simboli capaci di trasmettere tranquillità ai genitori e ai nonni, ma del tutto irrilevanti per i bambini e i ragazzi che saranno direttamente investiti dalle nuove norme. Non solo: l’assunzione di un ruolo repressivo da parte della scuola libera la società civile (anche le famiglie) dalle responsabilità che pure dovrebbero essere avvertite circa le tendenze negative che si osservano nell’evoluzione dei profili di bambini e ragazzi. Eppure ci si dovrebbe chiedere che parte hanno nel manifestarsi di tali tendenze i messaggi attraverso i quali la società esercita il proprio potere di condizionamento sui comportamenti di bambini e ragazzi. La scuola sollecita all’impegno nell’apprendimento in un contesto in cui tutto sembra spingere nella direzione contraria, nel quale la cultura non costituisce un valore particolarmente apprezzato e nel quale la maggiore enfasi è posta sulla disponibilità di beni di consumo e sul conseguimento di un successo che richieda un minimo di produttività mentale.
    In altre parole si suggerisce l’idea di una soluzione semplice per problemi che invece sono estremamente complessi. L’azione educativa che si esprime attraverso l’uso repressivo della valutazione interviene post factum, liberando dalla necessità di rivedere criticamente le scelte effettuate sia dalle famiglie, sia dalle scuole. Del tutto trascurata è poi l’incidenza che sui comportamenti indesiderati può aver avuto la proposta ossessiva di squallidi lustrini che raggiunge i bambini e i ragazzi attraverso i mezzi di comunicazione. Rassicurare i genitori e i nonni, evitando che si avvii una riflessione critica sui problemi dell’educazione che potrebbe sfociare nella richiesta di scelte politiche volte a produrre un’innovazione reale (alla quale non potrebbe non corrispondere la disponibilità di risorse adeguate) dovrebbe preparare il terreno ai cambiamenti nell’assetto istituzionale della scuola che si incomincia a profilare e che sarà segnato da un progressivo disimpegno dello Stato dall’istruzione.»

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