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Contro la precarietà

Costituiscono una delle fasce più deboli della società italiana e, paradossalmente, una delle più dimenticate dalla politica di questo governo. Si tratta dei precari. Proprio a tutela di questa categoria, oggi il Partito Democratico ha presentato due proposte di legge (Misure di armonizzazione della disciplina in materia di lavoro flessibile e Disposizioni in materia di tutele sociali e politiche attive per i lavoratori assunti con contratti non subordinati)
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Si propongono numerose innovazioni in merito al lavoro flessibile. Innanzitutto la forma dei contratti, da stipularsi rigorosamente per iscritto. Ciò impedirebbe, infatti, al datore di lavoro di perseguire unicamente i propri interesse e di imporre clausole vessatorie ai danni del lavoratore, garantendo una gestione trasparente del rapporto di lavoro.

Nel ddl si garantisce la posizione del lavoratore in caso di maternità, infortunio e malattia, precludendo al datore di lavoro la possibilità di discriminare il dipendente. In questo modo si intende tutelare la posizione del lavoratore ed ostacolare i licenziamenti, troppo frequenti, motivati soltanto da una delle tre condizioni citate.

Il Pd pretende una regolamentazione dl cosiddetto contratto di lavoro a progetto, in primo luogo impedendo l’impiego dei lavoratori a progetto in mansioni proprie dei lavori stabili, ma anche stabilendo un compenso che non sia inferiore a quello elargito per analoghe prestazioni previste dai contratti di lavoro.

In un altro passaggio della proposta si chiede di conformare la legislazione italiana alle sentenze della cassazione e alle disposizioni dell’Unione Europea, sancendo l’inapplicazione dell’IRAP a lavoratori che prestano esclusivamente la loro opera professionale senza mezzi organizzati d’impresa.

Completano il quadro l’accesso delle prestazioni anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro, un aggiornamento e completamento della disciplina dei tirocini, stage e borse di studio, il ripristino delle misure di stabilizzazione del personale precario delle pubblica amministrazione e la riproposizione della delega legislativa in materia di riforma degli ammortizzatori sociali.

Le proposte saranno affinate nei prossimi giorni e il contributo più grande arriverà proprio dai diretti interessati. “Faremo un viaggio nel Paese – spiegano Cesare Damiano, Ivano Miglioli e Maria Grazia Gatti – e solo alla fine arriverà la stesura finale dei testi”.

I precari in Italia son oltre 4 milioni – evidenzia Miglioli – un lavoratore su otto è precario e tra il 2004 e il 2007 i contratti a termine sono aumentati del 20%. È un problema enorme e secondo le stime dell’”Università la Sapienza” 300mila lavoratori non vedranno rinnovarsi il contratto”. L’obiettivo è sempre lo stesso: “fare in modo che il lavoro precario costi di più e non di meno, al contrario di quanto accade oggi in Italia”.

E visto lo scenario di profonda crisi economica, le misure sono, a detta di tutti, urgenti. Peccato che l’unico a non pensarla in questo modo sia il Governo. “La controriforma del mercato – dice Damiano – del lavoro voluta da questo governo è tanto più grave e iniqua nell’attuale situazione di insicurezza e rende ancora più oscuro il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori”. “Il governo continua a dimenticare questa galassia e propone misure inadeguate”.

Conclude Maria Grazia Gatti che, alla fine della presentazione afferma: “Chiederemo che vengano calendarizzate in commissione perché è ora che il Parlamento affronti questioni importanti potendone discutere”.

Anche il segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, a Torino per la prima tappa di “Viaggio nell’Italia profonda” è tornato sull’argomento: “La prima cosa da fare è il sussidio unico di disoccupazione” perchè “non possiamo pensare che due milioni di
persone, i precari, rimasti senza lavoro rimangano anche senza ammortizzatori sociali”.

8 Commenti

  1. Francesca dice

    Il problema è che la coperta è quella che è, pensare di dare (diritti) a qualcuno senza togliere (privilegi) ad altri è demagogico. E’ la tipica politica del “ma anche” (gli operai, ma anche gli industriali; i precari, ma anche i vecchi; la laicità, ma anche i cattolici) alla quale non crede più nessuno. Davanti ad un “ma anche” ormai tutti pensano alle furbizie politichesche di chi vuole raccattare i voti di tutti. Strategia perdente.
    La strategia vincente è prendere posizione.

  2. Filippo dice

    per Francesca
    Patto fra generazioni significa ….non limitare i diritti delle persone anziane ma ampliare i diritti delle giovani generazioni…
    NON E’ COSI’ DIFFICILE!
    Quello che lei chiama “parla parla” è semplicemente agire la democrazia e smettiamola tutti di piangere e di fare le vittime e diamoci da fare per liberarci di questi governanti, di questa destra impresentabile che non può che fare male alle giovani generazioni.

  3. Francesca dice

    Non cadiamo nel solito parla parla dei politici di sinistra. In cosa consisterebbe in concreto questo “patto fra generazioni”?
    I vecchi sono disposti a rinunciare a qualche privilegio (liquidazioni, pensioni d’oro..) per andare incontro ai giovani precari o il patto consisterebbe in qualcosa del tipo “noi continuiamo a sbafare i nostri privilegi, voi continuate a lavorare pressoché gratis per garantirceli”?

  4. Filippo dice

    La colpa della precarietà è di Governi che hanno ignorato le conseguenze delle loro azioni. Che non hanno vigilato sulla applicazioni di norme o peggio le hanno travisate.
    Trovo queste affermazioni di poco valore e assolutamente pretestuose. Invece di gridare contro, parlate per.
    Oggi ci vuole un patto fra generazioni e mi creda Francesca questa è la strada da perseguire

  5. Francesca dice

    Parliamo senza ipocrisie.
    La colpa della precarietà è dei vecchi che sfruttano i precari, si comprano ville e super-macchine e si pappano pensioni che noi non vedremo mai.
    La risposta è una sola: rispondiamo alla guerra generazionale che ci è stata dichiarata.

    + Soldi ai precari
    – Pensioni ai pensionati succhiasangue

  6. Paolo dice

    Ho una figlia, 27 anni, laureata, precaria, un contratto che si è rinnovato fino a fine 2008 di tre mesi in tre mesi: compenso 800 euro. Oggi dopo quasi due anni di esperienza, la proposta potrebbe essere di arrivare a 1.200 euro e il contratto a progetto della durata di un anno.
    Abbiamo festeggiato il “potrebbe” ……..
    Io credo che si possa fare, anche in un periodo di crisi come questo, una buona legge sul lavoro precario e credo che il PD sia l’unico partito in grado di farla perchè ha competenze e senso civico.

  7. redazione dice

    Pubblichiamo una testimonianza raccolta dall’Unità del 30.01.09:

    L’azienda non versa i contributi, maternità negata a una precaria
    di Tullia Fabiani

    La maternità, si dice, è un diritto. Ma quando ci si misura con un lavoro precario, si scopre mancante. Francesca Moccia, psicologa, lavoratrice a progetto in un call center, lo ha scoperto quando è nata la sua bambina: agosto 2008. Poco tempo dopo presenta domanda all’Inps per ottenere l’indennità prevista dalla legge, ma le viene respinta. «Mi viene detto che i contributi versati dall’azienda da gennaio a giugno risultano “non abbinati per debito”; in altre parole l’azienda ha pagato all’Inps solo una parte del dovuto».

    In questo caso si tratta quindi di una vera e propria omissione dei versamenti, che impedisce alla lavoratrice di avere quanto le spetta. «So che l’azienda ha circa 5 anni di tempo per versare i contributi – racconta in una lettera Moccia – io però ho tempo solo un anno per prendere l’indennità, quindi se l’azienda nel frattempo non paga i contributi io perdo la maternità. Tutto ciò è assolutamente una vergogna, anzi una presa in giro».

    A pagare dunque le omissioni, ma anche i ritardi delle registrazioni con cui l’Inps archivia i contributi versati, sono soprattutto le donne. «Prima di tutto perché ormai il lavoro atipico è soprattutto femminile, parliamo di circa il 53 per cento – spiega Maria Di Serio, della segreteria nazionale Nidil-Cgil, poi chiaramente sono le indennità di maternità a essere quello più a rischio, in caso di contributi mancanti».
    Va aggiunto che una situazione del genere non si verificherebbe nel caso di lavoro subordinato. «In quei casi, ai lavoratori subordinati l’Inps paga comunque l’indennità, anche se l’azienda non ha versato i contributi. Poi sarà l’ente di previdenza a rifarsi sull’azienda. C’è un articolo del codice civile che lo prevede e noi da tempo ci battiamo affinché la stessa tutela venga estesa ai lavoratori atipici», dichiara Giuseppe Benincasa, del dipartimento previdenza.

    Intanto però Francesca, come tante altre donne nelle sue condizioni, si trova a vivere un’ingiustizia, con l’impressione che «nessuno faccia niente». Un consiglio arriva dal sindacato: «Il lavoratore può scrivere una lettera all’Inps, chiedendo la copertura contributiva dovuta da parte dell’azienda – spiega Di Serio – e così riaprire i termini previsti per la richiesta di indennità». Poi restano le vie legali. E per i lavoratori di call center sono le strade più battute.

    «Purtroppo solo dopo le circolari dell’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, e l’invio di ispettori, i call center hanno cambiato atteggiamento verso i precari – osserva Di Serio – ma ora in mancanza di linee guida che mirino al controllo di come si lavora in quei posti, e se i precari vengono utilizzati come lavoratori dipendenti, ecco si è tornati indietro. Sempre meno diritti».

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