comunicati stampa

Università. PD: ripensare taglio a fondo finanziamento

“Auspichiamo un esame approfondito e ci auguriamo che dal governo e dalla maggioranza non vi siano chiusure pregiudiziali nei confronti delle proposte delle opposizioni”.
È l’auspicio della capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni nel giorno in cui il parlamento comincia la discussione sul decreto legge governativo in materia di università.
“Chiediamo – prosegue – di approfondire nel merito le nostre proposte e scongiuriamo blindature su un testo che deve necessariamente essere migliorato per rispondere alle esigenze del sistema universitario italiano”. Il Pd “chiederà con forza che si abbandoni la logica dei tagli e che al fine di scongiurare il blocco del sistema universitario nel 2010 venga rifinanziato il fondo di funzionamento ordinario (Ffo), pesantemente compromesso dal governo con il decreto Ici”.

Dire, 4 dicembre 2008

3 Commenti

  1. Laura Longo dice

    D’accordo per chi lavora in ambito scientifico il problema si pone in modo limitato (sebbene non darei per scontatao che tutti pubblichino su riviste ISI …). Ma il problema sostanziale è la pletora di tutte quegli ambiti disciplinari dove il controllo ISI non è possibile… e credetemi sono un’immensa marea umana che costa, costa molto di più delle tanto vessate discipline scientifiche che hanno pochi studenti.
    Se il criterio continua ad essere la “carne da cannone” allora si che il nostro IF ce lo possiamo mettere in tasca!!
    Le discipline dove l’autoreferenzialità regna sovrana … dove si pubblicano i lavori senza un minimo di referaggio, dove si parlano addossosempre tra i soliti accoliti… sono di sicuro le più appettite dagli studenti (la cd “carne da macello” di cui sopra).
    Le facoltà scientifiche costano, costano anche in termini di impegno e di tanto lavoro da metterci a fronte del nulla che ne puoi ricavare… e i pochi studenti delle facoltà scientifiche questo lo sanno.
    Ecco perchè la discriminazione dei corsi di laurea più impegnativi – sotto tutti i pdv – vede l’esodo o meglio la non iscrizione alle facoltà scientifiche.
    Forse un pò meno di inutili laureati e un pò più di skilled people che possa però trovare profili professionali adeguati (che oggi in Italia non ci sono) aiuterebbe a non dover fare di ogni erba un fascio e anche i “poveri” laureati nelle facoltà scientifiche si sentirebbero meno “figli di un dio minore”.
    Una laureata in scienze naturale e 2 volte Dottore di ricerca
    Cosa volete di più dalla vita di una persona ???

  2. Ric Pre dice

    Sottoscrivo in pieno.
    Un problema però è che in Italia le aziende non fanno molta ricerca, dal momento che preferiscono essere competitive puntando sul lavoro nero piuttosto che sull’innovazione. Una conseguenza è che i nostri ricercatori sono quasi tutti pubblici e scrivono articoli sulle riviste; all’estero ce ne è una buona fetta che lavora nel settore privato e non pubblica per motivi di segreto industriale o perché i loro risultati sono poi brevettati dalle aziende. Per questo probabilmente finiamo sopra a USA, Francia, Germania e Giappone. Chiunque abbia lavorato solo 5 giorni all’estero sa che non è possibile neanche lontanamente pensare che la nostra scienza sia realmente superiore a quella di questi paesi. Ciò non toglie che, in relazione ai nostri miseri investimenti, la qualità della nostra produzione ha del miracoloso.

  3. «Nature conferma: i ricercatori italiani non sono fannulloni»,
    di Pietro Greco
    Lo abbiamo già detto. Il mondo della ricerca in Italia ha molti malanni e qualche patologia grave. Ma non è un mondo di fannulloni. Qualche ulteriore dato statistico, raccolto in sede internazionale, ci aiuta a corroborare questa tesi. Tra il 1997 e il 2001 l’Italia schierava nel campo della ricerca poco meno di 70.000 ricercatori: il 3,1% del totale mondiale. Nel medesimo periodo questi ricercatori hanno pubblicato su riviste scientifiche internazionali con peer review oltre 147.000 articoli: il 4,1% del totale mondiale.
    Tra l’1% degli articoli più citati al mondo ve ne figuravano ben 1.630 firmati da italiani: pari al 4,31% del totale. Se dividiamo questi articoli per il numero di ricercatori italiani, troviamo che ogni 100 ricercatori nel nostro paese 2,28 producono un articolo ad altissimo impatto. Una percentuale che, certo, è inferiore a quella del Regno Unito (3,27 articoli ad alto impatto ogni 100 ricercatori) o del Canada (2,44). Ma nettamente superiore a quella di Stati Uniti (2,06), Francia (1,67), Germania (1,62), Giappone (0,41).
    Questi dati pubblicati dalla rivista Nature dimostrano, quanto meno, che i ricercatori del nostro paese sono “dentro” il sistema scientifico internazionale e sanno competere alla pari coi colleghi di altri paesi.
    In alcuni settori c’è una vera e propria eccellenza. Altri dati, pubblicati da Sciencewatch e accessibili a tutti in rete, ci dicono che negli anni successivi al 2001, per esempio tra il 2003 e il 2007, la percentuale di articoli firmati da italiani sul totale mondiale è aumentata: passando al 4,46%. E che la qualità di alcuni settori della ricerca è davvero eccellente. I fisici italiani, per esempio, pubblicano il 5,09% del totale mondiale degli articoli in fisica, e hanno un numero di citazione (indice di qualità) che è del 20% superiore alla media mondiale. Nella scienza agrarie la qualità è addirittura maggiore (gli articoli degli italiani ottengono un numero di citazione del 21% superiore alla media mondiale). Molto citati rispetto alla media mondiale sono anche i nostri articoli in medicina clinica (+ 17%), in psicologia e psichiatria (+16%), in scienze spaziali (+12%), in matematica (+9%). Siamo meno bravi nei settori dell’economia (24% di citazioni in meno rispetto alla media mondiale), in bilogia molecolare e genetica (- 16%), in microbiologia (- 14%), in botanica e zoologia (- 12%).
    http://www.unita.it

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