partito democratico

«Far ripartire il PD? Sì, ma iniziamo da ciò che ci unisce», di Manuela Ghizzoni

Pubblico l’appello sottoscritto da 54 deputati e comparso su Europa e l’Unità di ieri, sabato 6 dicembre. Nell’elenco non trovate il mio nome: benché sollecitata, ho deciso di non sottoscriverlo.
Non perché non condivida l’analisi che contiene, e non lo ritenga un contributo prezioso da questo punto di vista, ma perché temo che le conclusioni a cui porta non siano quelle di cui abbiamo bisogno, di cui ha bisogno il Partito Democratico e soprattutto di cui ha bisogno il Paese. Non sempre le medesime diagnosi conducono i medici a somministrare identiche cure e io credo che attenersi ad un protocollo sanitario tradizionale per il nostro partito non sia il modo migliore per migliorarne la salute in questo momento. Per dirla alla Dr. House, tra un medico che mi cura trattandomi male e uno che mi lascia morire tenendomi la mano nella sua, io preferisco la prima ipotesi. Nel documento di fatto si propone un congresso politico che faccia emergere le differenze presenti al nostro interno (come in ogni organizzazione democratica) e determini le decisioni future attraverso quella che è, in ogni congresso, una vera e propria conta. Ebbene, io credo che invece in questo momento si debba far emergere ciò che ci unisce, più di ciò che ci divide, perché un Partito giovane come il nostro, e che ha avviato in Europa un esperimento inedito straordinario, l’unione di tutti i riformismi e di tradizioni che nella storia appartenevano a culture politiche diverse, deve, in questo momento, privilegiare il dialogo con la società in modo da interpretare ciò che il Paese ci chiede. Noi abbiamo perso le elezioni di aprile perché, di fatto, non abbiamo fornito agli italiani una proposta sufficientemente persuasiva rispetto ad una destra che li ha sedotti con la paura. Purtroppo tali argomenti non serviranno alla destra per affrontare la crisi internazionale che si sta abbattendo sul nostro Paese (e già Berlusconi ha ribaltato il refrain incitando gli italiani all’ottimismo). Ecco perché è fondamentale per noi essere capaci in questo momento di mettere sul tavolo le nostre proposte e non le nostre differenze. Non si tratta di un generico appello all’unità, ma della certezza che questa delicata fase si possa superare solo insieme. Sono certa che i democratici e le democratiche italiane sottoscriverebbero in massa un appello che ci invita a fare questo.

PER RIPARTIRE
Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.
Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.
Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.
Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.
Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?
Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.
Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.
Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.
2 dicembre 2008

4 Commenti

  1. a Roberta: cerco di rispondere, compatibilmente con i lavori d’Aula e di commissione…
    capisco la tua amarezza e comprendo i tuoi sentimenti. La politica purtroppo è lo specchio della società e a volte, bisogna dirlo, appare anche peggiore della società che rappresenta. Il caso Villari ne è un esempio (per stare al nostro interno, perché se dovessi guardare a destra non finirei più di
    enumerare i casi di pessima politica e anche in casa IDV potrei ricordare lo scandaloso caso “Di Gregorio”, pronto a cambiare schieramento per una poltrona da presidente di commissione). Alcune critiche non le condivido, altre le comprendo. Nel tuo sfogo c’è però un aspetto che mi colpisce più degli altri e fatico ad accettare. Anzi, pur comprendendolo, voglio contrastarlo, perché il rischio da scongiurare è che chi vive e lavora all’estero perda l’orgoglio della propria identità. Quando scrivi “la mia unica speranza è che i miei figli sono americani”, con tutto il rispetto per un grande paese come gli Stati Uniti, io sento che il nostro Paese perde qualcosa di prezioso. Vale per te, come per le tante italiane e italiani all’estero. Anche io come te ho frequentato le sezioni della FGCI e c’era una cosa che un grande partito come il PCI ci insegnava. Essere orgogliosi del nostro Paese, che è sempre stato capace di uscire dalle stagioni più buie riscattandosi. Io ho fiducia nella forza e nella vitalità degli italiani, assai maggiore della classe politica che ci governa. Ribadisco ciò che ho scritto nel mio commento all’appello sottoscritto da alcuni deputati del PD. Dobbiamo essere capaci in questo momento di mettere sul tavolo le nostre proposte e non le nostre differenze. Con chiarezza, come scrivi tu.
    Svolgendo con dignità e coerenza il nostro ruolo di opposizione, senza temere il confronto nell’interesse
    del Paese. Sono certa che gli italiani torneranno a darci fiducia e, penso, anche gli italiani all’estero saranno più orgogliosi della nostra classe politica.

  2. La redazione dice

    Segnaliamo sull’argomento questo comunicato stampa.

    PD: Veltroni – D’Alema, “Risposta unitaria contro attacchi strumentali”

    “Crisi economica, situazione politica e scelte del Pd in vista delle prossime elezioni europee sono stati alcuni dei temi di una telefonata, ieri, tra il segretario del Pd Walter Veltroni e il presidente della Fondazione Italianieuropei Massimo D’Alema.

    In merito alla “questione morale” agitata in questi giorni dalla maggioranza di governo, Veltroni e D’Alema hanno convenuto sul fatto che vi sono episodi preoccupanti che certamente non bisogna sottovalutare. Al tempo stesso ritengono però del tutto pretestuosa la campagna nei confronti del Pd tesa a delegittimare il partito e ad investirlo di una complessiva questione morale che riguarda anche e soprattutto la destra.

    Veltroni e D’Alema hanno dunque sottolineato l’esigenza che il Pd reagisca in maniera unitaria e decisa ad ogni attacco strumentale, procedendo con convinzione sulla strada dell’innovazione”. Né da notizia una nota dell’Ufficio stampa del Pd.

  3. da “Due notizie” di Alberto Crepaldi
    Un ordine del giorno approvato la scorsa settimana da due circoli del Partito Democratico di Modena (San Faustino e Villaggio Giardino). Si tratta indubbiamente di un documento emblematico del clima che si respira nella cosiddetta base del partito, anche alla luce della potenziale deriva correntizia in cui rischia di rimanere imprigionato il PD:
    “Ordine del giorno: “IL PARTITO DEMOCRATICO E’ PIU’ FORTE SE E’ UNITO”.
    Invito al Partito Democratico a non riconoscere, per la definizione dei programmi e per la scelta delle candidature interne ed esterne, altri soggetti fuori dagli organi statutari.
    Il Partito Democratico nasce, in larga parte, dalla fusione di due partiti: i Democratici di Sinistra e la Margherita. Questa unione ha indubbiamente, e forse non era evitabile, ha condizionato la definizione e la individuazione delle cariche elettive nella prima fase di vita del PD.
    Alcuni mesi dopo l’atto fondativo del Partito Democratico (primarie dell’ottobre 2007) sino ai giorni nostri alcuni “autorevoli” esponenti del Partito hanno dato vita a nuove organizzazioni (Associazioni, Fondazioni, Centri Studi etc etc.) che si aggiungono ad alcune già esistenti nei vecchi partiti. A dire dei promotori queste organizzazioni sarebbero dei <>. Se così fosse nessun problema. Anzi sarebbero un arricchimento. Ci sono, però, elementi che emergono dal dibattito di queste settimane e dalla cronaca politica locale e nazionale che fanno ritenere che queste associazioni siano sempre di più delle organizzazioni che, insieme alla elaborazione, tendono a divenire dei “piccoli centri di gravità” a forte rischio di degenerazione correntizia.
    L’articolo 30 dello statuto del PD riconosce alle organizzazioni/fondazioni un ruolo positivo e riconosce loro autonomia. Non c’è quindi un problema di tipo legale né tantomeno si vuole criminalizzare chi aderisce a queste organizzazioni.
    I sottoscrittori di questo odg vogliono segnalare al PD nazionale e locale come la proliferazione delle organizzazioni e la tendenza “naturale” a divenire “correnti” possa costituire un problema politico che inficia la unità di intenti e di azione del partito. Si ha la netta impressione che queste organizzazioni siano al contempo causa ed effetto della frammentazione attualmente presente nel partito.
    Il nostro è un partito giovane, con una struttura debole e delicata che rischia la propria unitarietà politica se viene parcellizzato e reso prigioniero dalle logiche di “separazione organizzata” realizzate dalla proliferazione delle organizzazioni di cui sopra. Un partito così parcellizzato perde forza ed efficacia nella propria azione politica e rischia di perdere la forte carica di innovazione di processo (metodo democratico) e di prodotto (la politica per l’Italia e gli italiani).
    La relativa scarsa efficacia con la quale stiamo affrontando i temi della crisi economica sono la “cartina di tornasole” di questa assenza di spirito unitario che a tratti attanaglia il nostro partito e che lo rende non pienamente credibile agli occhi degli italiani (come risulta da sondaggi recenti che un ancora scarso calo di consenso/popolarità del Governo che non corrisponde ad un parallelo aumento/popolarità dei consensi per il PD).
    Sulla base di queste considerazioni e sulla base, soprattutto, degli articoli 1 (comma 1, 2 e 4), 2, 14 e 19 dello statuto
    invitiamo
    il gruppo dirigente nazionale (da inviare alla Segretaria Nazionale) e locale (da inviare ai Segretari cittadino e provinciale) e ai segretari di circolo:
    1) a considerare le organizzazioni locali e nazionali di cui sopra come fonte (quando abbiano un potenziale ideativo) di idee e proposte programmatiche che debbono poi essere inserite nella dialettica del “corpo” del partito (iscritti, elettori, circoli, vari livelli di assemblee, forum e gruppi dirigenti democraticamente eletti);
    2) a non riconoscere alle organizzazioni suddette un ruolo di interlocuzione o di proposizione strutturata nella definizione e individuazione, anche fuori dalle cariche elettive statutariamente previste, dei ruoli dirigenti nel partito;
    3) i segretari di circolo ad adoperarsi in ogni modo per superare le logiche di vecchia appartenenza o nuova “affiliazione” per la realizzazione compiuta di una vera e unica “anima democratica nel corpo plurale del partito”.

  4. roberta.lucarelli dice

    Lavoro per il governo italiano, ma all’estero, da vent’anni, e sono terrorizzata. Ho votato con relativa fiducia per Prodi nel 2004, e di malavoglia l’ultima volta. Il prossimo voto sara’ Di Pietro o nulla: per la prima volta, sono tentata di non votare.Il PD ha cominciato male. Bene la rinuncia ad alleati come l’intollerabile autolesionista Bertinotti. Ma troppe cose non sono chiare. Votereste di nuovo l’indulto? Che ci fa ancora li’ Bassolino? Villari? E’ vero che alcuni esponenti DS gestiscono le sale Bingo? Che significano le teorie di D’Alema sul potere e le scalate alle banche? Veltroni ha avuto un buona intuzione, ma temo non sia bravo con i dettagli: ed e’ senz’altro migliore come scrittore che come politico. Siete un partito, un’associazione privata, di grande importanza nella vita democratica, ma il cui compito non e’ di occupare o scalare imprese , banche, la pubblica amministrazione. Il ruolo dei partiti in Italia va ridimensionato e riportato alla loro vera funzione. Ripristinare lo Stato: i partiti, tutti, anche il vostro, si facciano da parte. Non potete battere gli altri partiti usando i loro stessi metodi, cioe’ l’occupazione di tutto. Separare lo Stato dalla Chiesa, e’ essenziale che una forza piu’ grande dei radicali se ne occupi, o l’Italia restera’ al palo. Anche se gli ex comunisti hanno avuto crisi religiose in massa (morta una religione, l’hanno sostituita con un’altra)che resti un loro fatto privato. Cacciate via la Binetti e quelli come lei: appartengono a un altro partito, ma e’ cosi’ difficile da capire? Da Obama bisogna prendere due cose. La centralita’ del sostegno alla classe media: e’ la classe produttiva (e comprende i lavoratori dipendenti e chi lavora in proprio), la piu’ creativa, quella che fa vivere un paese, e deve crescere, non possiamo dare il 40% di tasse. E provate ad ascoltare, e a capire quello che e’ cambiato: non dopo vent’anni, subito. Rileggetevi il discorso che Obama ha fatto per spiegare i suoi rapporti sul predicatore nero che malediceva l’America: cio’ che il furente predicatore non ha capito e’ che l’America non e’ piu’ quella dello schiavismo e neppure quella di Martin Luther King, perche’ l’America e’ un paese fluido, che non ha paura di cambiare e l’ha fatto, lo fa piu’ rapidamente di qualsiasi teorizzazione o blog.
    Con le polemiche interne, le personalita’ contrapposte, le ricerche di alleanze perderete altri voti, sparirete. Siate chiari sopratutto con voi stessi, e avrete un seguito. Poche idee ma chiare, e azioni a provare che ci credete. Da ragazzina ho frequentato le sezioni della FGCI e ho paura che la gente cresciuta li’ sia immune alla realta’. Non ne hanno mai sentito il bisogno. Ma oggi qui c’e’ urgenza. Senza un’opposizione muoriamo.
    La mia unica speranza e’ che i miei figli sono americani: mi fa male dirlo. Ma per me, rivoglio il mio paese. Come funziona questo sito, ci rispondete?
    Buon lavoro.
    Roberta Lucarelli

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