partito democratico

«Questione morale, lo scenario capovolto», di Edmondo Berselli

Ci vuole la sfrontata fantasia di Silvio Berlusconi per attaccare il Pd sulla questione morale. Perché anche chi ha criticato la ventata populista dei primi anni Novanta, e non ha mai pensato che i giudici possedessero la chiave della rivoluzione politica, non può avere dimenticato la sequela di leggi ad personam volute dal capo del centrodestra, tutte tese a legare le mani a procure e tribunali, dal decreto Biondi del 1994 fino al “lodo Alfano”.
Il centrodestra ha dedicato quasi 15 anni a regolare i conti con la magistratura (le “toghe rosse”, nel lessico berlusconiano).
Alla fine, vinta la sua guerra personale, Berlusconi si è assunto tutte le responsabilità politico-penali della prima Repubblica, concludendo che i magistrati sono i veri colpevoli di ciò che ha spezzato una “storia di sviluppo e di libertà”.
Se si accetta il teorema di un sequestro della vita pubblica operato nei primi anni Novanta da Mani pulite, con il corollario di una lotta per la vita, durata fino a oggi, fra la politica e la giustizia, risulta facile chiudere il sillogismo argomentando che in questi giorni si assiste alla vendetta della giustizia contro chi pretese di cavalcarla, salvandosi immeritatamente dalla tempesta che travolse il sistema politico-affaristico di Tangentopoli.
Ma è una ricostruzione distorta. Mani pulite travolse una classe di governo corrotta e sfinita. Il Pci-Pds non partecipava al governo nazionale, ed era meno implicato nell’oligopolio di Tangentopoli. Immaginare che il Pd attuale sconti la rivalsa della storia, e paghi integralmente la strategia di allora degli ex comunisti, significa da un lato equiparare i Democratici a eredi diretti del Pci, e dall’altro procedere secondo filosofie cospirative che in realtà spiegano ben poco della situazione attuale del partito guidato da Walter Veltroni.
Nella realtà, il Pd sente il peso di un’abitudine al potere locale che scopre alcuni suoi vizi: negli ultimi anni, studiosi come Carlo Trigilia hanno messo in rilievo non tanto una “questione morale” nelle regioni rosse, quanto gli indizi, non proprio sporadici, di un degrado della qualità amministrativa.
Alcuni episodi e situazioni, come il caso abruzzese della sanità, il disastro dei rifiuti a Napoli e la vicenda urbanistica di Firenze, rendono evidente questo aspetto (anche se Rosa Russo Jervolino e Leonardo Domenici rivendicano con orgoglio l’assoluta estraneità da coinvolgimenti penali).
Quindi il Pd non dovrebbe limitarsi a respingere con disprezzo le provocazioni di Berlusconi. Se una decente qualità tecnica e morale nelle amministrazioni costituisce una delle risorse residue del partito, qualsiasi incrinatura in questo patrimonio va considerato un’insidia grave, che genera inquietudine e tende a rendere meno credibili le rivendicazioni come quella espressa polemicamente da Veltroni nella manifestazione del Circo Massimo (“Il paese è migliore della destra che lo governa”).
In sostanza, è improprio e strumentale sostenere l’esistenza di una “questione morale” che grava sul Pd. Semmai un problema di dignità pubblica, di lealtà con i cittadini, di deontologia, di trasparenza, di stile, e talora di corruzione perdurante, incombe su tutta la politica italiana. Questo però si deve a ragioni che il Pd farebbe bene a esaminare con realismo, senza accontentarsi di formule manichee. La questione morale infatti non è il frutto della disonestà intrinseca agli uomini, alla politica o alla destra; è piuttosto il risultato di cattive pratiche, di lacune operative, di soluzioni mancate.
Noi scontiamo le riforme incompiute, e la conseguente mancata razionalizzazione delle regole. Va da sé che si fanno sentire anche le riforme tradite, come è avvenuto con il Porcellum, autentica legge carogna voluta dalla destra per impedire all’Unione di governare. Ma paghiamo soprattutto l’incapacità di costruire un sistema istituzionale aderente a un rapporto chiaro fra governanti e governati, fra controllori e controllati, fra elettori e politica, fra affari e istituzioni, fra cittadini e giustizia: e questo non è imputabile a una parte sola.
Quante volte Scalfaro, Ciampi e Napolitano hanno invocato riforme istituzionali ragionevoli? In aggiunta a questa tematica generale, che mette alla prova la sua vocazione a governare la modernizzazione del paese, il Pd ha l’obbligo di un esercizio radicale di onestà politica. Cioè di passare in rassegna regole interne, procedure, metodi di decisione. Per dire a se stesso se è effettivamente un’entità strutturata democraticamente, o se è piuttosto una somma di correnti autodefinite, di capi autonominati e di personalità cooptate.
Un buon esame di coscienza è il primo passo per correggere scarti e deviazioni. E poiché ci vuole poco a capire che i possibili effetti della propaganda berlusconiana sulla questione morale si intrecciano alle difficoltà evidenti di per sé sul terreno politico, sarebbe bene rendersi conto che in questo momento al Pd non serve la routine, e neppure le parole d’ordine. Ci vuole una seria mobilitazione, organizzativa e istituzionale, per definire con chiarezza i contorni effettivi di un’emergenza; e per decidere razionalmente le contromisure.
da Repubblica

1 Commento

  1. Carlo Azeglio Ciampi: “Stavolta è peggio di Tangentopoli”
    Intervista di Paolo Passarini – La Stampa
    «No, guardi, sulle vicende che stanno interessando alcune procure del paese non vorrei proprio pronunciarmi. Se ne sta occupando il Consiglio Superiore della Magistratura. E poi sono cose troppo delicate e io, al riguardo, ho scarse competenze. Non sono un giurista».
    Come toscano di nascita, livornese, Carlo Azeglio Ciampi sta certamente seguendo le vicissitudini che sta vivendo il comune di Firenze. Come cittadino onorario di Napoli, che durante il suo settennato visitava appena poteva, ha sofferto per la tragica fine di Giorgio Nugnes e assiste proccupato al montare delle accuse alla classe politica che da anni governa Comune e Regione, fino al coinvolgimento anche solo politico di Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino.
    Come ex-presidente del Consiglio, cui toccò di guidare l’Italia del dopo-Tangentopoli, ricorda fin troppo bene quegli anni. E come ex-presidente della Repubblica, è in apprensione per un Paese che in certi momenti sembra più propenso ad andare indietro che avanti. Tante vicende che in qualche modo rimandano a quella sua personale di cittadino, di uomo politico, di garante delle istituzioni.
    Senatore Ciampi, cosa le viene da pensare in questi giorni, mentre si parla da più parti di un riesplodere della questione morale?
    «Sì, ho letto. Ma lo sa che cosa mi ha impressionato di più, leggendo i giornali?»
    Che cosa?
    «Sono stato molto impressionato nel leggere di una società, la nostra, il cui popolo è in preda alla paura. Io detesto la paura. La paura vuol dire non affrontare i problemi. La paura vuol dire scappare. La paura è deleteria. La paura oscura la mente e provoca lo sfascio di una società. Anche la recente indagine del Censis parla di una società dominata dalla paura».
    Chiarissimo, ma lei intende forse suggerire un nesso tra la corruzione pubblica e la paura?
    «C’è anche un’altra questione. La situazione è certamente difficile, dunque chi deve prendere decisioni è preoccupato. Per prendere decisioni corrette è necessario raggiungere una profonda conoscenza delle cose e poi, alla fine, far ricorso alla propria coscienza. Questo comporta affrontare la questione dei valori. Ciascuno, quando si rivolge alla propria coscienza, consulta, per così dire, la propria scala dei valori»
    E oggi, invece, cosa accade?
    «Oggi, purtroppo, c’è una tendenza al vuoto dei valori. Non vorrei affermare che questa sia una scelta, ma sembra essere una tendenza molto incoraggiata. Nel scegliere, non si sceglie rispetto a una scala di valori, ma si sceglie pensando a quale sarà il riflesso della propria decisione, a quello che ne sarà l’effetto. E questo è il contrario di scelte motivate da valori etici».
    Lei intende dire che la combinazione di paura e cultura dell’apparenza generano il corrompimento della vita civile di cui ora stiamo osservando gli effetti?
    «Esattamente, è proprio così».
    Le pare che questa crisi sia simile a quella di Tangentopoli? Quello fu un terremoto che squassò un’intera classe politica….
    «Mi pare che questa sia una crisi che ha caratteri assai diversi da quella che si sviluppò negli anni ’90. Ma per per un verso sembra peggiore, perchè la sua caratteristica principale appare la negazione della politica. In senso stretto. Voglio dire che non si pensa più alla polis, ma semplicemente al proprio interesse personale».
    Che cosa pensa dell’intervista con cui il professor Zagrebelsky ha denunciato il dilagare del malcostume politico anche nella sinistra? (puoi leggerla qui https://www.manuelaghizzoni.it/?p=1618#comments)
    «Non mi ha stupito. Ma il fatto che quelle affermazioni siano state fatte da una persona di tale serietà ha certamente rafforzato le mie preoccupazioni».

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